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Consumi giornalieri non moderati, “binge drinking” (più di sei bevande alcoliche in un’unica occasione), bevute fuori pasto. Sono quasi otto milioni e mezzo gli italiani a rischio alcol, che bevono più di tre unità alcoliche al giorno (per gli uomini) e più di due (per le donne), secondo il rapporto Istat 2008 su Uso e abuso di Alcol in Italia. Ed è allarme giovani: oltre il 17% degli under 15 ha consumato almeno una bevanda alcolica nel 2008, in particolare il 19,7% dei maschi e il 15,3 delle femmine, mentre già a partire dai 18-19enni i valori di consumo sono prossimi alla media della popolazione, cioè il 74,7% dei maschi e il 58% delle donne.
E proprio loro, i giovani, attraverso la presentazione dei risultati dell’indagine “Il Pilota”, saranno al centro di “Alcohol Prevention Day” in programma domani a Roma, nell’Aula Pocchiari dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Una giornata dedicata alla prevenzione nella popolazione italiana dell’abuso di bevande alcoliche e dei danni legati all’alcol. Il rapporto, effettuato nel febbraio 2008 con interviste a 49.000 persone, riferisce che 36 milioni di italiani dagli 11 anni in su bevono bevande alcoliche, una quota che si è mantenuta stabile, intorno al 70%, dal 1998 al 2008.
Cambiano però le abitudini: diminuisce il consumo quotidiano, mentre aumentano le bevute fuori pasto e occasionali: “Non si può trascurare che si stiano consolidando, soprattutto nei giovani e nei giovani adulti, comportamenti più vicini ad un modello di consumo di tipo nord europeo, basato principalmente su occasioni di consumo al di fuori dei pasti”, scrive l’Istat.
E infatti i ragazzi bevono in media 4 bicchieri di alcol, 3 le ragazze. Gli under 18 fanno registrare addirittura un record in questa cattiva abitudine: 4 bicchieri e mezzo i maschi, inaspettatamente 6 le femmine. Aumentano di pari passo i “policonsumatori”, coloro cioè che in una sola serata bevono birra, whisky, gin e tequila, insomma bevande ad alta gradazione. Senza disdegnare il vino, che torna di moda nello sballo del sabato sera, scelto soprattutto dalle giovanissime. Colpa per l’Iss dell’accresciuta disponibilità e accessibilità delle bevande alcoliche da parte dei giovani, complici l’abbassamento dei prezzi nelle occasioni di happy hours, la pubblicità e le strategie di marketing.
Una percentuale che impressiona “Mai così tanti i giovani sedotti dall’alcol”, afferma Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga, del Centro Oms per la ricerca sull’alcol e presidente della Società italiana di alcologia: “L’86% dei ragazzi e delle ragazze che frequenta i luoghi di aggregazione giovanile come discoteche e pub consuma bevande alcoliche in maniera pressoché esclusiva il sabato sera alla ricerca di un senso di ebbrezza, di ubriachezza. E non lo fa certo per caso, ma dietro pressione della società e, soprattutto, davanti ad un’irresistibile seduzione pubblicitaria. Un mix strategico che contribuisce a creare un bisogno, a trasformarlo in un valore e - conclude Scafato - a rendere più accessibile e conveniente ai giovanissimi acquistare prodotti meno cari, facendoli apparire accattivanti e seducenti”.
Tra chi predilige i superalcolici, il 27% dei giovani, la media più elevata di bicchieri si registra tra i minorenni di entrambi i sessi: un bicchiere per i maschi, uno e mezzo per le ragazze. Al contrario di quanto osservato nel 2006 e nel 2007, anche il vino è entrato nella ritualità dello sballo del fine settimana, rappresentando la bevanda prescelta, a volte dominante, dalle giovanissime, le ragazze under 18, in costante abbinamento a tutte le altre bevande alcoliche. Per tutti una spiccata tendenza al “policonsumo” che attribuisce ai consumatori di superalcolici la quota massima di individui che, quando beve il sabato sera, cumula tutte le bevande alcoliche: il 64% circa di amanti dei whisky, gin, tequila e liquori ad alta gradazione dichiara di consumare tutte le bevande in una serata media confermando un profilo di risk taking individuale che aumenta gradualmente con il crescere del tenore alcolico della bevanda di riferimento. Al contrario, le prevalenze di “policonsumatori” sono minime (21%) per chi consuma bevande a bassa gradazione.
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La legge 40 sulla fecondazione assistita arriva all’esame della Corte Costituzionale. Oggi i giudici della Consulta ascolteranno, in udienza pubblica, le ragioni a favore e contro la norma varata nel 2004 che, l’anno successivo, passò indenne il referendum abrogativo per mancato raggiungimento del quorum. Terminata l’udienza, i giudici costituzionali si ritireranno in camera di consiglio per una decisione attesa in settimana.
In attesa del pronunciamento della Consulta, arrivano le statistiche. Che dicono che più di 55mila coppie hanno fatto ricorso nel 2007 alla procreazione assistita. E i nati in “provetta” sono stati 9.137, quasi il doppio del 2005 (erano 4940). Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità trasmessi dal ministero della Salute al parlamento per fare il punto annuale sull’applicazione della legge 40 del 2004. Quindi sempre più coppie accedono alla fecondazione artificiale nei 341 centri iscritti al registro nazionale, sono aumentati anche i cicli di trattamento, passati in due anni da circa 63mila a 75mila.
La percentuale di gravidanze è del 15,5%, in aumento rispetto al 2005 (14,9). Un dato ancora basso rispetto all’Europa, ma c’è da tenere conto, spiegano al ministero, che l’età media delle donne che accedono alla procreazione assistita in Italia è di 36 anni, contro il 33,8 dell’Europa. Una donna su quattro che si presenta nei centri italiani ha inoltre più di quarant’anni. Più alta rispetto alle medie europee (ma sostanzialmente invariata rispetto alla rilevazione del 2005) la percentuale dei parti trigemellari in provetta: sono il 3,5% per le tecniche di secondo e terzo livello. Il 18,7% sono invece parti gemellari. “La legge 40 sulla procreazione medica assistita funziona, lo dimostrano i dati”, ha spiegato il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Che ha annunciato: “entro 2 anni il Ministero vuole istituire una certificazione tramite criteri di qualità dei vari centri sul territorio nazionale, con informazioni dettagliate, controlli, tracciabilità e percentuali su gravidanze gemellari e trigemine”. Per il cattolico Movimento per la vita, infine, “i dati sono di conforto per chi, nonostante le non poche riserve più volte espresse sulla fecondazione artificiale in quanto tale, ha sostenuto e difeso la legge 40: di fronte all`evidenza dei numeri, sarebbe lecito attendersi qualche mea culpa da parte di chi ha osteggiato ed osteggia la legge per semplice pregiudizio ideologico”, afferma in una nota Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita ed eurodeputato dell’Udc. Non è ello stesso parere Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Amica Cicogna e vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni: la legge 40 “dal 2004 ad oggi fa vedere i suoi effetti dannosi”. Senza dimenticare che: “La stessa legge” prosegue Gallo “si contraddice: se da un lato vuole tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, predisponendo questi soggetti a rischi non ne tutela alcun diritto. Non risolve quello che è il fine per cui una coppia si rivolge alla fecondazione assistita, e cioè per rimuovere lo stato di infertilità , e per di più entra in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione”. Ecco perché, si augura Gallo: “La Corte Costituzionale rilevi gli effetti pregiudizievoli diretti sul diritto fondamentale alla salute della donna e del concepito”.
Appunto, la Corte. Vi hanno fatto ricorso, con tre distinte ordinanze, il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l’articolo 14 (commi 1,2,3 e 4) che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate. Davanti alla Consulta è stato impugnato anche l’art.6 (comma 3) della legge 40 nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all’impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso.
Queste norme - secondo i giudici del Tribunale di Firenze e del Tar del Lazio - sono in contrasto con diversi principi tutelati dalla Costituzione. In particolare con l’art.3, sotto il profilo della ragionevolezza per il mancato bilanciamento tra la tutela dell’embrione e la tutela della esigenza di procreazione visti la “mancata valutazione della concreta possibilità di successo della pratica da effettuare” e il “mancato riconoscimento al medico curante di ogni discrezionalità nella valutazione del singolo caso”. La legge 40, secondo i ricorsi, realizzerebbe una “irragionevole disparità di trattamento” tra le donne in condizioni fisiche diverse che si sottopongo alla fecondazione assistita. E ancora: il diritto alla salute verrebbe leso in caso di insuccesso del primo impianto, in quanto la donna è costretta a sottoporsi a un successivo trattamento ovarico, ad “alto tasso di pericolosità per la salute fisica e psichica”.
Dinanzi alla Corte si sono costituiti, oltre alla Warm, numerose associazioni favorevoli a una pronuncia di illegittimità (Hera onlus, associazione Luca Coscioni, Cecos Italia, Sos infertilità , Amica Cicogna, Madre provetta e, tra le altre, Cittadinanzattiva), mentre a chiedere che la legge non si tocchi, e che dunque la Corte si pronunci per l’infondatezza o l’inammissibilità , sono il Comitato per la tutela della salute della donna, la Federazione nazionale dei centri e dei movimenti per la vita. Ma anche il governo, attraverso l’avvocatura generale dello Stato, chiede ai giudici costituzionali che la legge 40 rimanga tale e quale perchè “il legislatore ha effettuato una ragionevole comparazione tra l’interesse della donna al buon esito della procedura di procreazione medicalmente assistita e la tutela dell’embrione”.
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- Tags: abuso, alcol, bevande, bicchieri, birra, discoteca, eugenia-roccella, giovani, Iss, Ministero-del-Welfare-e-della-Salute, sballo
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Nove milioni in Italia abusano dell’alcol. 740mila di questi sono minorenni: cioè, un under 18 su cinque. Numeri che, oltre a rappresentare una vera e propria emergenza, collocano il nostro paese al primo posto in Europa per l’età più bassa di accesso all’alcol. A puntare i riflettori sul fenomeno è la prima Conferenza nazionale sull’alcol, promossa dal Ministero del Welfare e della Salute, che tra lunedì 20 e martedì 21 ottobre riunisce esperti, associazioni, produttori e istituzioni per fare il punto sull’emergenza alcol in Italia.
“Abbiamo l’età più bassa di accesso all’alcol” ha segnalato il sottosegretario Eugenia Roccella “e tra i 14 e i 17 anni c’è un picco rispetto all’Europa. Il 19,5 per cento degli under 18 consuma alcol”. A cambiare rispetto al passato è la modalità di consumo: “Ora siamo diventati più europei”, ha spiegato il sottosegretario, “e si beve fuori pasto, non solo vino ma superalcolici, con gli aperitivi e i drink ‘mascherati’, che sono dolci e piacevoli ma in realtà ad alto tasso alcolico”.
I giovanissimi (gli under 15), dice in proposito uno studio condotto dall’Istituto superiore di sanità , consumano in discoteca la loro “dose” di alcol. Secondo l’ultima rilevazione su un campione di 637 ragazzi, ha sottolineato l’esperto dell’Iss Emanuele Scafato: “In media il sabato sera in discoteca i maschi sotto i 15 anni consumano quattro bicchieri di bevande alcoliche per serata e le ragazze ne consumano tre bicchieri. Il 67% degli under 15 - ha detto Scafato - dichiara di consumare abitualmente alcol il sabato sera, e di questi oltre il 40% dichiara di abusare di bevande alcoliche consumando tra tre e oltre cinque bicchieri. Va oltre il limite dei cinque bicchieri il 29% dei ragazzi”.
Sono insomma lontani i tempi del bicchiere di vino a pranzo e a cena, tradizione tutta italiana: “Oggi i giovani bevono con il preciso scopo di ubriacarsi”. Tra i ragazzi, cioè: “È sempre più frequente un atteggiamento analogo a quello perseguito attraverso le droghe, cioè la ricerca dello sballo per sperimentare emozioni-limite e perdere consapevolmente la coscienza di sé. Sono comportamenti relativamente nuovi a cui la conferenza nazionale proverà a dare delle risposte”.
In cura presso i servizi pubblici per l’alcoldipendenza vi sono al momento 61mila persone: si tratta soprattutto di giovani sotto i 30 anni. Il sottosegretario ha spiegato come nel 2005 i minori di 20 anni rappresentavano lo 0,7% dell’utenza, e i giovani fra i 20 e i 29 anni l’11% (contro il 9,8% del 2004). Inoltre, nel 2005 il 17% dei nuovi utenti aveva meno di 30 anni.
Anche l’Istat attesta il consumo di alcolici diffuso tra i ragazzi di 16-17 anni: uno su due beve e l’8% dei maschi di quella fascia di età lo fa tutti i giorni. Non solo, ma secondo i dati dell’indagine Eurobarometro 2002 l’Italia presenta l’età più bassa in Europa per quanto riguarda il primo contatto con le bevande alcoliche: la media è 12,2 anni, contro i 14,6 della media europea. Subito dopo l’Italia vengono l’Irlanda e l’Austria con 12,7 anni.
Data l’alta percentuale di baby-bevitori under 18, è fondamentale, ha detto Roccella, pensare a nuove strategie di azione soprattutto sul fronte della prevenzione, “rafforzando ad esempio i controlli sui luoghi del bere e di ritrovo dei ragazzi, anche se” ha aggiunto “le sole politiche repressive non sono sicuramente sufficienti e bisognerà anche agire, ad esempio, sul fronte della regolamentazione della pubblicità ”.
Il punto, ha avvertito Roccella, “è che siamo di fronte ad un’emergenza educativa: i ragazzi sono, cioé, sempre di più fuori dal controllo dei genitori e della scuola, mentre aumentano i contatti via Internet”. A ciò si aggiunge anche una sorta di ‘vuoto normativo’. La legge italiana, infatti, prevede il divieto di somministrazione di alcolici ai minori di 16 anni, ma non è previsto alcun divieto di vendita agli under 18.
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Fuori, sulle strade, si continua a morire a causa dell’alcol; dentro, da martedì 23 settembre 2008, per tentare di mettere fine alla strage (sei morti nelle ultime 24 ore) si potrà bere solo dando uno sguardo alle tabelle. Con l’entrata in vigore del decreto del 30 luglio 2008 del ministero del Welfare, sarà obbligatorio infatti per tutti i locali dove si vendono o si somministrano alcolici, esporre le tabelle per il calcolo del tasso alcolemico. Una birra normale bevuta da una donna di 45 chili a stomaco vuoto può far superare già il limite legale del tasso alcolemico per la guida, fissato a 0,5 grammi per litro.
Limite superato, solo per fare alcuni esempi, da un uomo di 70 chili che beve una birra doppio malto senza avere mangiato nulla. I gestori dovranno mettere in modo ben visibile le indicazioni per permetterne la perfetta leggibilità : riportano rispettivamente le stime per il calcolo del tasso alcolemico nel sangue in base al peso, al sesso e al cibo e all’alcol ingeriti, senza tralasciare una descrizione degli effetti dell’alcol a seconda del tasso alcolemico ingerito. Una misura che non ha un obiettivo repressivo ma educativo.
Le tabelle vanno esposte all’ entrata, all’interno e all’uscita dei locali. L’inosservanza delle disposizioni comporta la chiusura del locale da sette a trenta giorni. Le nuove tabelle, ha spiegato Emanuele Scafato, responsabile del Centro dell’organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la promozione della salute e la ricerca sull’alcol, e dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità , “non sono, né potrebbero esserlo in alcuna altra parte del mondo, uno strumento di precisione: sono infatti molte le variabili che contribuiscono a determinare la concentrazione di alcol nel sangue”.
Alcuni importanti fattori (come peso, sesso e condizioni di digiuno o di stomaco pieno) influenzano infatti in modo determinante i livelli di alcol nell’organismo. Ma le tabelle, secondo l’esperto, sono efficaci proprio perché offrono un “utile” argomento di discussione tra tutti coloro che si pongono alla guida, “facendo comprendere con estrema facilità con cui, per esempio, una ragazza giovane in peso forma o sottopeso possa raggiungere il livello di 0,5 più facilmente a digiuno rispetto a una coetanea o a un uomo che presenti peso maggiore e assuma alcol a stomaco pieno”. Le tabelle aiutano anche la valutazione del tasso alcolico in funzione delle differenti gradazioni e della possibilità di sommare tra loro le alcolemie riferite al bicchiere o lattina standard può aiutare a rendersi conto che probabilmente il “troppo” si raggiunge anche con un consumo oggettivamente moderato. La misura arriva dopo un’estate connotata da una lunga, costante e inarrestabile serie di incidenti stradali, spesso provocati da conducenti sotto l’effetto dell’alcol.
Esperienze recenti realizzate nel Veronese (e ora allargate anche al Ravennate) per volontà del dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio, ricorda ancora l’esperto, hanno dimostrato che quasi il 50% dei conducenti controllati sono risultati positivi ai controlli per alcolemia e altre sostanze illegali. L’alcol influisce negativamente sulle prestazioni psicomotorie e sul giudizio alla guida. Non esistono limiti di basso consumo da considerarsi sicuri: le abilità alla guida sono infatti compromesse anche a livelli di consumo molto bassi. La ricerca ha dimostrato che è possibile ottenere una forte riduzione degli incidenti stradali (anche mortali) quando i livelli di alcolemia consentiti vengono abbassati.
Misura certamente prudenziale quella del ministero, impegnato a ridurre il tasso di incidenti stradale e le stragi. Soprattutto quelle del venerdì e del sabato sera, quando si fa più intensa la transumanza dei giovani che passano dai pub alle discoteche ingurgitando intrugli di ogni tipo fino all’alba. Ma è una misura preventiva che non tutti i gestori di locali notturni accettano. Qualcuno afferma senza mezzi termini che non intende affiggere nel suo locale alcuna tabella, nonostante sappia che gli inadempienti rischiano la chiusura del locale fino a trenta giorni.
“Ci sono esercenti seri che collaborano, e ci sono organizzazioni come il Silb, il sindacato dei locali da ballo, che si è sempre contraddistinto per contrastare ogni tipo di iniziativa che possa concorrere a frenare le stragi del sabato sera” dice il sottosegretario con delega alla famiglia, droga e servizio civile, Carlo Giovanardi. “Mi sembrano discorsi irresponsabili ed eversivi“.
“Il Silb non si oppone e non contrasta le iniziative volte a frenare gli incidenti del fine settimana” replica Renato Giacchetto, presidente Silb-Fipe, che rappresenta circa 4mila aziende per un totale di 15mila addetti. “Ci sembra però inutile attuare provvedimenti proibitivi che non ottengono e non otterranno nessun risultato tangibile in termini di diminuzione della mortalità causata dall’abuso di alcol. Le tabelle, così come sono fatte, generano confusione e sono inapplicabili. Le istituzioni pensino ad aumentare i controlli sulle strade”.

Per le sezioni unite della Cassazione coltivare cannabis è sempre reato. Anche sul balcone di casa. Eppure i semi di marijuana sono comunque in vendita su internet senza alcuna restrizione. Tanto che si possono ordinare anche quelli della skunk, la varietà che può contenere dosi di principio attivo (il thc, delta 9 tetraidrocannabinolo) cinque volte superiore alla media. E per la salute è più pericoloso dello spinello “tradizionale”: “Chi ne fa uso, spesso non è consapevole di assumere in breve tempo quantità di thc più elevate. E non sono ancora noti gli effetti a lungo termine” avverte Piergiorgio Zuccaro dell’Istituto superiore della sanità . “Il principio attivo, però, è presente nella pianta, ma non nei semi” chiarisce il medico dell’Iss. Che, quindi, in Italia possono essere acquistati per “collezionismo”.
Dalla facile disponibilità di “materia prima” alle microcoltivazioni fai-da-te il passo può essere breve: le istruzioni per chi è alle prime armi si trovano anche su YouTube. E alcuni hanno pensato di trasformare piccole attività illegali in un lucroso commercio: è un fenomeno diffuso a macchia di leopardo in tutta la penisola. Non c’è nemmeno bisogno di arrivare in Marocco o in Sudamerica. L’anno scorso, per esempio, la Guardia di Finanza ha scoperto in un’abitazione di Rossano Calabro un ciclo di lavorazione completo della marijuana: quattro piante nascoste in un vigneto, un essiccatoio, una stanza per preparare le dosi di hascisc. E i semi pronti per i mesi successivi. “Lo spacciatore che abbiamo arrestato aveva scattato anche alcune immagini dei precedenti raccolti” ricorda il capitano Luigi Tatone delle Fiamme Gialle. Ma l’estro fotografico non ha portato fortuna al contadino improvvisato: è stato invece un elemento decisivo per disporre l’obbligo di firma.
Con l’arrivo dell’estate è previsto un aumento dei sequestri di coltivazioni illegali, dalle Alpi allo stretto di Sicilia. Già in questi giorni a Gela, in Sicilia, è stato scoperto un terreno grande quanto due campi di calcio dove avevano messo radici 20mila piante di cannabis, alte fino a tre metri. Lo scorso luglio altre 2mila sono state trovate dalla Guardia di Finanza a Reggio Calabria. Valore commerciale: 10mila euro. Oppure, in provincia di Pordenone, le Fiamme Gialle hanno scovato una serra con tanto di deumidificatori e lampade riscaldanti al sodio per migliorare la concentrazione di thc.
Perfino nella permissiva Olanda l’opinione pubblica è sempre più contraria ai coffee shop, dove si può consumare liberamente cannabis e alla vendita di funghi allucinogeni freschi. Questi ultimi sono vietati in Italia, ma possono comunque essere ordinati su internet attraverso siti esteri. Le controindicazioni? Avvisano genericamente i gestori di un portale web: “Non raccomandato per l’uso sotto i diciotto anni. Consultare il medico curante in caso di gravidanza, allattamento o uso di farmaci sotto prescrizione. Non superare la dose consigliata”. Le spese di spedizione sono di dieci euro.

Non dovrebbero bere affatto. Eppure lo fanno durante tutta la settimana, e nel fine settimana addirittura esagerano. Il sabato sera i ragazzi italiani “alzano il gomito”: il 67% non rinuncia ai drink nonostante abbia un’età compresa tra i 13 e i 15 anni. In media mandano giù quattro bicchieri: 1,5 di aperitivo alcolico, 1,5 di birra e uno di superalcolico. E se i maschi si lasciano andare al drink senza problemi, le ragazze li seguono a ruota. È infatti in aumento il consumo tra le giovani, che consumano 3 bicchieri in media, appena uno in meno dei coetanei di sesso maschile.
L’allarmante fotografia è stata scattata dall’Istituto superiore di sanità , oggi a Roma in occasione dell’Alcohol prevention day. I ragazzi italiani vengono dunque ritratti come “cattivi”, almeno sul fronte alcol. I giovani della Penisola - minorenni e maggiorenni, stavolta senza alcuna distinzione - in una serata tipo dimostrano di bere troppo. Il 35,7% consuma 1-2 bicchieri, il 27,8% da 3 a 5 e il 20% circa beve oltre 6 bicchieri in un’unica occasione, finendo per ubriacarsi. L’identikit del giovane italiano alle prese con i drink è stata tracciata in occasione del progetto “Il Pilota”, realizzato nelle discoteche dall’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss. Dallo studio emerge che il picco dei consumatori a rischio si verifica nella fascia tra i 19 e i 24 anni, per poi diminuire oltre i 25 per entrambi i sessi. Ed è invece tra i 13 e i 24 anni che si registra il più alto numero di incidenti, fatali e non, legati all’abuso di alcolici. “I consumi al di sotto dei 15 anni” ricorda Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss “dovrebbero essere pari a zero entro il 2010. È questo l’obiettivo in cui si sono impegnati tutti gli Stati Membri dell’Organizzazione mondiale della sanità . Ma il traguardo appare arduo da raggiungere - ammette - considerato il fallimento parlamentare di misure orientate alla tutela dei più giovani e che miravano ad impedire la vendita ai minori e ad innalzare l’età minima legale a 18 anni”.
E pare che nemmeno l’esempio dei grandi possa venire in aiuto ai giovanissimi. I numeri del progetto Iprea condotto dall’Istituto superiore di sanità (Iss) la dicono lunga: sono più di 3 milioni quelli che, superati i 65 anni, risultano a rischio. Si tratta del 32,6% degli over 65, per il 52,8% uomini e per il 17,5% donne. Il gentil sesso, dunque, se la cava di gran lunga meglio, ma i maschi danno il cattivo esempio e finiscono per influenzare le donne. La prova? La proporzione di quelle che superano le quantità di alcol raccomandate è dell’80% maggiore tra chi vive con un coniuge o un compagno. Le linee guida raccomandano agli anziani di non superare mai un drink al giorno, una volta spente le 65 candeline. Ma loro, spesso e volentieri, superano i limiti definiti. Al Nord più che al Sud. Tant’è che quelli a rischio sono molto più concentrati nel Settentrione, sia donne che uomini. Bevono di più, in pratica il doppio, gli uomini che dichiarano di sentirsi bene, in forma, rispetto a chi lamenta malanni. E i fumatori tendono ad ‘alzare il gomitò di gran lunga di più rispetto a chi non si è mai acceso una sigaretta. La proporzione di quelli a rischio è infatti maggiore del 93% tra gli amanti delle “bionde” e del 50% tra gli ex fumatori. Sale inoltre del 46% la proporzione dei ‘nonnì a rischio tra chi fa i conti con i chili di troppo (+46%).
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