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Nel caso di Leoluca Orlando, il titolo del film horror «A volte ritornano» andrebbe rivisto all’eccesso: «Sempre ritornano». E sempre sulla stessa poltrona: quella di sindaco di Palermo. Con alterne fortune, Orlando ha già guidato la città dal 1985 al 2000: prima da democristiano, poi da leader della Rete. Dopo un giretto come deputato regionale, ritentò l’impresa nel 2007. Gli andò male: venne sconfitto dal pidiellino Diego Cammarata, tuttora in carica.
In primavera però si rivota: e l’ormai sessantaquattrenne Orlando ha già tranquillizzato tutti. Ci sarà pure stavolta: candidato per l’Italia dei valori di Tonino di Pietro, partito di cui l’ex sindaco è portavoce nazionale. Continua
Ascolta l’audio intervista a Massimo Donadi
E ora nella “cricca degli appalti” rischia di finirci anche chi, fino a oggi, ha gridato allo scandalo. L’ultimo nome eccellente è quello di Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori e portabandiera della crociata per la moralizzazione della classe politica italiana.
A fare il suo nome davanti ai magistrati di Perugia è stato l’architetto Angelo Zampolini. In base al suo racconto, Antonio Di Pietro avrebbe preso in affitto, a prezzi stracciati, due appartamenti nelle centralissime via della Vite e via Quattro Fontane, a Roma, di proprietà della congregazione Propaganda Fide, grazie all’intercessione di Angelo Balducci e Diego Anemone il quale, nel 2006, avrebbe effettuato anche lavori di ritrutturazione. Dal suo blog Di Pietro nega di aver mai avuto a che fare con Anemone e smentisce tutto: «Non ho mai preso in affitto appartamenti da Propaganda Fide né per me o mia figlia né per la sede dell’Idv». Fatto sta che in via della Vite l’Idv aveva fissato la sede del suo giornale, mentre in Quattro Fontane abita in affitto la tesoriera del partito Silvana Mura. Continua

Una lunga gornata per i Di Pietro. Padre e figlio: Antonio e Cristiano. E tutto gira intorno a Napoli. All’inchiesta “madre” della procura che riguarda, stando all’accusa, il malaffare nella gestione degli appalti, pilotati dall’imprenditore Alfredo Romeo.
Di Pietro padre, l’ex temibilissimo pm di Mani pulite, sfoggia grande sicurezza e serenità all’uscita dalla Procura, dove è rimasto per quasi quattro ore, interrogato come persona informata sui fatti: in primo luogo la questione della fuga di notizie che ha caratterizzato la prima fase delle indagini e, indirettamente, la vicenda emersa dalle intercettazioni telefoniche dei rapporti tra il figlio Cristiano, consigliere provinciale dell’Idv di Campobasso, e l’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone (qui l’intervista di Mautone a Panroama).
In serata poi l’Ansa batte la notizia che invece Cristiano Di Pietro è iscritto sul registro degli indagati, anche se le fonti giudiziarie hanno precisato che si è trattato di un “atto dovuto”. Tutti i giornali e i siti la riportano (qui, qui, qui, qui, qui e qui). E la prima reazione del leader di Italia dei Valori è di rabbia: “è falso. L’inchiesta non riguarda mio figlio, ma vicende molto più grandi”, dice il senatore in un colloquio con la Stampa: “Davvero qualcuno può pensare che Mario Mautone fosse il io uomo? Voi che conoscete gli atti avete mai letto un’intercettazione tra Mautone e il sottoscritto?, prosegue. “Ho messo a verbale che la Procura deve indagare senza alcun riguardo per nessuno. E siccome conosco la procedura, sono consapevole che i pm devono portare avanti le indagini anche a tutela degli indagati”.
E infatti dagli stessi ambienti degli inquirenti emerge la soddisfazione per l’esito della testimonianza dell’ex pm di Mani Pulite: Di Pietro avrebbe convinto i pm, documenti alla mano, che non fu una fuga di notizie sulle indagini in corso a determinare il trasferimento a Roma, all’epoca in cui Di Pietro era ministro alle Infrastrutture, di Mautone. Lo spiega lo stesso Di Pietro all’uscita della procura dove è atteso da una folla di giornalisti, fotografi e operatori televisivi. “Ho messo in condizione la Procura della Repubblica, carte e documenti alla mano, di ricostruire le ragioni per cui responsabilmente e doverosamente, nell’ estate 2007, l’ ingegner Mautone insieme con altre decine di persone in un grappolo di provvedimenti unitari sono stati trasferiti dalle loro sedi in altre sedi”. “Sono fatti” ha aggiunto “che devo dire, e sono anche rimasto molto orgoglioso del lavoro che ho fatto, hanno trovato un riscontro formidabile dalla lettura incrociata dei documenti da me presentati e dalla lettura delle intercettazioni telefoniche”.
Di Pietro non elude poi le domande sul coinvolgimento del figlio nell’inchiesta. “Ho chiesto alla procura di indagare, e la procura doverosamente dovrà indagare, senza alcun riguardo per nessuno. Non vogliamo che ci sia alcuna riserva nei confronti di parenti e figli compresi ed esponenti di partito”, afferma in linea con l’atteggiamento assunto sin da quando furono diffuse le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Cristiano e Mautone. Tuttavia la vicenda, a suo giudizio, va valutata nella esatta dimensione: “L’indagine a Napoli non riguarda mio figlio. Riguarda una vicenda grossissima: vi prego di non trasformare uno stuzzicadenti in una trave e la trave in una pagliuzza”.
Ma da ex pm che idea si è fatto sul cosiddetto “sistema Romeo” ipotizzato dai magistrati? Dopo aver precisato che “c’è il segreto istruttorio”, ha affermato: “Credo che sia limitativo pensare che ci sia un solo sistema Romeo. La procura sta indagando su mille questioni e alla fine si tireranno le somme”.

Il 17 dicembre è stato arrestato su ordine del tribunale di Napoli con l’accusa di far parte di una presunta banda di pubblici amministratori infedeli che avrebbe favorito amici imprenditori, aggiudicando loro appalti euromilionari o confezionando gare su misura. I quotidiani hanno parlato di “sistema Mautone“, ma lui, che di nome fa Mario ed è stato provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise, non ci sta. Spiega l’avvocato Salvatore Maria Lepre, che con la collega Marcella Laura Angiulli lo difende: “Quel sistema non è mai esistito, come non c’è mai stato alcun “bacino clientelare” a lui collegabile e di cui parlano i magistrati”.
Mautone, però, non nega i rapporti con Cristiano Di Pietro. All’epoca il padre Antonio era ministro delle Infrastrutture, proprio quello da cui dipendeva l’ufficio di Mautone.
“I favori richiesti da Cristiano Di Pietro, per nulla illeciti, si inquadravano in quel rapporto di subordinazione tra lo stesso Mautone e il ministro” conclude Lepre. Il suo assistito si toglie però qualche sassolino dalle scarpe e liquida l’ex ministro come “arrogante e presuntuoso” in questa intervista esclusiva, condotta attraverso i suoi legali.
Ingegner Mautone, un’informativa della Direzione investigativa antimafia (Dia) parla dei rapporti tra lei e Cristiano Di Pietro. Di che cosa si tratta?
Rapporti di natura istituzionale, ma non so dire se dietro si nascondessero motivi di interesse personale.
Quali sono gli interessi di Di Pietro jr negli appalti e sui fornitori di cui parla la Dia?
Da quanto mi risulta, pur interrompendo i rapporti con me, sollecitava continuamente l’ex mio dirigente di Campobasso affinché fosse affidato un incarico a persona di sua fiducia per la sorveglianza della sicurezza dei lavori in corso nella caserma dei carabinieri di Termoli. In particolare era interessato a sapere quali fossero le imprese impiantistiche che lavoravano in zona, per indirizzarle, eventualmente, presso qualche fornitore di sua conoscenza.
Quali sono gli impegni che lei aveva preso con Cristiano Di Pietro per cui non poteva lasciare Napoli?
Erano impegni istituzionali, quali la realizzazione della nuova prefettura di Isernia, altre caserme dei carabinieri e della Polizia di Stato, il restauro della Torre di Montebello, per i quali già mi ero attivato e che, a tutt’oggi, non sono stati eseguiti, perché il mio allontanamento mi ha impedito di continuare.
Gli interventi di “cortesia” che le chiedeva Cristiano Di Pietro riguardavano anche ambiti al di fuori delle sue competenze, per esempio le raccomandò un ingegnere di Bologna. Può fare qualche altro esempio?
L’episodio a cui si fa riferimento è relativo a un ingegnere meccanico del Molise, trasferitosi a Bologna per motivi di lavoro, per il quale il mio intervento, nel rispetto della legittimità delle mie funzioni, non andò a buon fine. Non ricordo altri episodi simili.
Nelle carte si parla soprattutto di chiese, impianti elettrici e caserme. Sembrano piccoli affari. Un suo collega liquida Cristiano Di Pietro come una persona di “basso profilo”. Si accontentava di poco?
Non so se per lui fosse poco o molto, ma queste sono le richieste che mi ha fatto.
Chi sono gli architetti che le vengono raccomandati da Di Pietro junior?
Erano architetti o ingegneri molisani, che avevano lui come referente e quindi si cercava di accontentarli.
È vero che in loro favore è intervenuto anche Nello Di Nardo, all’epoca segretario di Di Pietro al ministero?
Sì.
Cristiano le ha chiesto altri favori che non risultano nell’inchiesta?
Non ricordo.
Perché è stato trasferito a Roma? Di Pietro ha detto che non si fidava più di lei. L’aveva messa in un angolo?
No, tanto che mi fu affidata una delle direzioni più importanti del ministero, ovvero quella dell’edilizia statale e degli interventi speciali.
Sua moglie, per evitare il trasferimento a Roma, le avrebbe detto di “buttarla sul ricatto del figlio” di Di Pietro.
Mia moglie intendeva dire che, data la massima disponibilità dimostrata nell’assecondare le richieste del giovane Di Pietro, anche con continui sopralluoghi e incontri con enti locali, non era giusto subire un torto del genere.
Di Pietro ha preso le distanze da lei e dal figlio, anche se dice che non c’era niente di illegale nelle richieste di Cristiano. È d’accordo?
Ricordo che a un incontro con il ministro mi fu detto che Cristiano doveva «stare buono, si agita troppo». Comunque, se ci fossero state, a mio avviso, delle richieste illegali, non mi sarei adoperato per soddisfarle.
Veniamo ad Antonio Di Pietro: che rapporti aveva con lui?
Quelli di un dirigente con il proprio ministro.
Che genere di politico è?
Non essendo dello stesso partito, non esprimo giudizi.
E a livello umano?
Arrogante e presuntuoso.
Le risulta che Di Pietro la volesse far nominare assessore in regione, come hanno scritto alcuni giornali?
Non mi risulta. Anzi mi sono molto seccato, in quella circostanza, per essere stato inserito tra i candidati per la regione, dato che non ho mai espresso alcun interesse per l’attività politica.
Lei in un’intercettazione definisce l’ex ministro «un mezzo pazzo».
Ribadisco quello che ho detto in merito al carattere dell’uomo.
Quando era con lui, raccomandava qualcuno?
Eventuali segnalazioni mi arrivarono attraverso la sua segreteria.
Di Pietro ha mai chiesto personalmente favori?
Non mi risulta.
I suoi comportamenti sono in linea con i valori del suo partito?
In base alla mia esperienza, posso dire che i rapporti anche con altri esponenti del partito non sono sempre trasparenti.
E gli altri dipietristi campani hanno mai fatto pressioni?
Il responsabile regionale Nicola Marrazzo talvolta sottolineava che la mia permanenza a Napoli dipendeva dalla mia disponibilità.
L’ingegnere Donato Carlea, l’uomo con cui Di Pietro l’ha sostituita al provveditorato, ha rapporti con l’Italia dei valori?
Ritengo che sia un uomo di sinistra, vicino all’Idv.
Nei suoi interrogatori che cosa le hanno chiesto i pm su Di Pietro?
Non mi è stata fatta alcuna domanda sull’argomento.
Secondo lei perché?
Non so rispondere.

Il rancore originato dal suo attivismo politico. Qualche sgarro alla malavita locale. Più banali ragioni di soldi. O ancora un movente sentimentale. Gli inquirenti non escludono “nessuna ipotesi”: è un omicidio ancora da decifrare, quello di Giuseppe Basile, il consigliere provinciale dell’Italia dei Valori ucciso a Ugento, in provincia di Lecce, all’una e mezza di notte tra sabato e domenica. Per ora si sa solo che Basile è stato accoltellato sotto casa. Sei colpi al torace, inferti probabilmente con un coltello da cucina da due o più persone. Forse qualcuno conosciuto, che lui stesso aveva fatto entrare nel giardino di casa.
Oggi l’autopsia potrebbe dare nuovi elementi agli investigatori. Le indagini sono dirette dal procuratore aggiunto di Lecce Cataldo Motta e dal Pm della stessa procura Giovanni De Palma. I carabinieri del comando provinciale di Lecce continuano a sentire amici e parenti della vittima per cercare di individuare un possibile movente del delitto.
Basile aveva sessantuno anni e da quasi trenta era impegnato in politica, prima nel Msi, poi nell’Italia dei Valori. Il suo carattere irruento ne faceva uno dei protagonisti della scena politica locale. Consigliere comunale a Ugento e da un paio d’anni anche consigliere provinciale a Lecce, Basile (sesto nella lista alla Camera per l’Idv) era impegnato in battaglie per la legalità e contro il clientelismo: nell’ultimo consiglio comunale aveva fatto ritirare l’ordine del giorno che assegnava le consulenze per il Comune. Si era anche opposto, da solo, al progetto di un maxi villaggio turistico sulla costa, secondo lui all’interno di un parco naturale.
“Era uno che dava fastidio, per molti un rompiscatole. Non aveva paura di dire le cose in faccia” lo ricordano i suoi colleghi. La sua attività politica potrebbe avergli procurato più di uno screzio. Ma il suo omicidio potrebbe avere anche un altro movente: Basile era un ex imprenditore edile. La sua azienda era fallita da anni e lui aveva molti creditori nella zona. Recentemente, secondo Carlo Madaro, esponente salentino del suo partito, aveva ricevuto dei proiettili a casa e aveva trovato una testa di cane nel giardino della sua villetta. Episodi che però non aveva denunciato. La sera della sua morte Basile l’aveva passata a Ugento in un ristorante balera della zona, Le Volier. Aveva cenato e ballato con una donna che frequentava (era separato e senza figli) sino all’una. “Sembrava inquieto, agitato” racconta uno degli amici con lui quella sera. Poi aveva pagato il conto, per tutto il tavolo. Era andato a casa sulla sua Panda nera. Lì lo aspettavano i suoi assassini.
Una pista sola sembra meno plausibile, quella della criminalità organizzata, per le modalità del delitto. Il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, da ex magistrato concorda: “La Sacra Corona Unita spara, non accoltella. Mi sembra improbabile anche la rapina improvvisata. Evidente che c’è stata una colluttazione”.
“La notizia dell’uccisione di Giuseppe Basile ci lascia scioccati”, scrive il partito sul sito internet, sotto una foto del consigliere comunale “Energico e determinato. Così vogliamo ricordare Peppino che per anni ha portato la bandiera dell’Italia dei Valori nel Salento”.

Un esponente dell’Italia dei valori è stato ucciso la scorsa notte a Ugento, dove viveva, con varie coltellate al torace. Si chiamava Giuseppe Basile ed era consigliere provinciale di Lecce e consigliere comunale di Ugento. Aveva 61 anni. Le indagini vengono condotte dai carabinieri che sono al lavoro e per ora non escludono alcuna ipotesi.
Secondo quanto riferito da Carlo Madaro, ex magistrato ed esponente salentino dell’Italia dei valori, Basile aveva di recente subito un’intimidazione: gli era stata fatta trovare dinanzi a casa la testa mozzata di un animale qualche mese fa. Madaro - che è assessore provinciale a Lecce per la tutela dei dirittti e dei consumatori e per la lotta all’usura e al racket - riferisce di aver consigliato a Basile in quella circostanza di denunciare l’accaduto ma aggiunge di non sapere se poi Basile lo avesse fatto. Circa tre anni fa - sempre secondo Madaro - a Basile era stata fatta arrivare una busta con un proiettile. “Aveva capitalizzato inimicizie”, sottolinea Madaro, “per la sua irruenza e la sua combattività”. L’assessore racconta ancora di aver visto Basile per l’ultima volta il 12 giugno scorso in una riunione di partito fatta a Lecce e di averlo atteso invano ieri alla messa celebrata dal Papa a Santa Maria di Leuca, dove riteneva che si sarebbe recato.
Giuseppe Basile era entrato nel consiglio provinciale di Lecce nel giugno 2005 e nel consiglio comunale di Ugento nel maggio dell’anno successivo. Le sue iniziative di consigliere di opposizione a Ugento spesso in paese suscitavano scalpore. Nel marzo scorso, durante la campagna elettorale per le elezioni parlamentari, aveva vivacemente protestato, e preannunciato esposti alla magistratura, perchè la polizia municipale gli aveva rimosso uno striscione per propaganda elettorale di circa tre metri di lunghezza che aveva posto su un balcone sul Comitato elettorale dell’Italia dei valori.
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Gli episodi di cronaca nera degli ultimi giorni, con gli stupri di Milano e di Roma, hanno riportato in primo piano nel dibattito politico il tema della sicurezza. Silvio Berlusconi ne è consapevole e, proprio in questi giorni in cui si sta discutendo della composizione del nuovo esecutivo, torna a ribadire che “uno dei primi provvedimenti del governo sarà incentrato sulla sicurezza”. Il Cavaliere precisa poi che “immediatamente dopo, sarà posto all’ordine del giorno il problema dell’art. 119 della Costituzione (federalismo fiscale) e dell’art. 116 della Costituzione (ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia)”.
Ma il tema della sicurezza scuote il Pd. E mentre i democratici discutono, dal Pdl arrivano le prime proposte. Così dopo le ultime aggressioni di Milano e Roma, è la proposta leghista di utilizzare le ronde per tutelare i cittadini a tenere banco. Il sì a una forma di vigilanza di volontari contro la criminalità “già legale, con poteri di prevenzione” da Roberto Maroni, indicato da Bossi quale ministro dell’Interno del governo Berlusconi, parlando di sicurezza prima in un’intervista al Corriere della Sera e poi collegato telefonicamente a RadioUno.
L’esponente del Carroccio annuncia “più rigore contro l’immigrazione clandestina, serve più pulizia e polizia”. Maroni parla, da ministro dell’Interno in pectore, di una “emergenza criminalità collegata all’immigrazione, spesso clandestina. Prodi ha perso le elezioni su questo e sulle tasse. Noi le abbiamo vinte sulla sicurezza e sul federalismo fiscale”. E sui patti per la sicurezza nelle città dice che “non hanno funzionato bene dappertutto e sono insufficienti, anche se bisogna proseguire su questa via”. Maroni, già ministro del welfare nel governo Berlusconi dal 2001 al 2006 e titolare del Viminale nel primo esecutivo del Cavaliere nel 1994, chiarisce: “Non vogliamo militarizzare il territorio, ma controllarlo. Coinvolgendo le autonomie locali. Se la sinistra ci sta, bene. Altrimenti abbiamo i numeri per fare da soli”. E sulla Bossi-Fini chiede “di attuarla con rigore, è un problema di applicazione ma la legge ha tutti gli strumenti adeguati per contrastare l’immigrazione clandestina”. “La sicurezza dei cittadini” ha detto ancora Maroni “è una priorità dello Stato, se no che ci sta a fare il governo”. E per garantire la sicurezza dei cittadini è importante “intervenire per ristabilire le condizioni che permettano alle forze di polizia di operare al meglio, dunque mezzi e risorse”. “Polizia, carabinieri e guardia di Finanza stanno facendo più del loro dovere”, ha sottolineato Maroni, ma “troppo spesso è successo di vedere criminali rimessi in libertà per dei cavilli e questo crea sconcerto nelle forze dell’ordine e minore efficienza”.
A bocciare però le ronde, ci pensa l’ex pm Antonio Di Pietro. E senza appello: “È un atto incostituzionale prevedere una polizia privata che si sostituisca al dovere pubblico di tutelare i cittadini da parte delle istituzioni pubbliche”, specie se “vuol dire che si imbracciano fucili o mitra e quindi farsi giustizia da sé. Questo in uno stato di diritto non è possibile”. Di Pietro, ministro delle Infrastrutture, ha poi rivendicato al suo partito il merito di aver sempre parlato di sicurezza e legalità: “Ma per questo” sottolinea “siamo stati chiamati in questi anni nei modi più spregiativi possibili, da ‘quello mi fa orrore’ fino a definirci ‘giustizialisti e forcaioli’. Comunque, oggi è il tempo del fare e non del recriminare”.
Il ministro uscente ha quindi fatto le sue proposte: “Noi chiediamo che si aumentino del 30 per cento le risorse finanziarie per le forze dell’ordine, che si aumenti del 30 per cento il personale che assiste i magistrati, che polizia e carabinieri ritornino sulle strade e non restino dietro una scrivania, che si riduca il processo da tre a due gradi, che si dia la possibilità di applicazione della pena in via anticipata dopo la sentenza di primo grado, e che si faccia in modo che chi delinque resti in galera e che ci sia certezza della pena, anche aumentando e migliorando il sistema carcerario”. Infine, Di Pietro ha accusato “il centrodestra e la politica di Berlusconi di essere colpevoli dello sfacelo della giustizia”.
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È sui temi della sicurezza che si infiamma il dibattito politico. Soprattuto a Roma, in vista del ballottaggio. Secondo voi servono di più:
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Per le elezioni del 2006, partiti, movimenti, liste e gruppi di candidati hanno sborsato oltre 122 milioni di euro. Ma dal totale sono escluse le spese affrontate dai singoli candidati. Non solo. I contributi da parte dello Stato in base ai voti ottenuti ammontano a poco più di 91 milioni di euro e saranno erogati fino al 2010. Così la Corte dei Conti passa ai raggi x gli esborsi della passata tornata elettorale e pubblica oggi il documento trasmesso ai presidenti delle Camere sui consuntivi delle spese e dei relativi finanziamenti. Sotto le lente della magistratura contabile sono finite in tutto 71 formazioni politiche che si sono presentate alle elezioni del 2006.
Con i suoi 50 milioni di euro è stata sicuramente Forza Italia la formazione che ha speso di più. Praticamente oltre un terzo del totale. Lo schieramento guidato da Silvio Berlusconi, evidenzia la Corte, ha ricevuto come contributo statale 12.343.500,77 di euro per la Camera e 13.413.965,84 per il Senato. Al secondo posto si piazza l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Nel 2006 il suo partito ha speso per le elezioni 12.389.160, 58 euro. In cambio ha ricevuto rimborsi pari a 7,3 milioni di euro. Seguono, quasi a pari merito, la Margherita del vicepremier Francesco Rutelli che per le elezioni del 2006 ha speso 10,6 milioni di euro e i Democratici di Sinistra con 10,4 milioni di euro. Quasi 8 milioni ha sborsato Alleanza Nazionale, poco più di 7 l’Ulivo. La Lega Nord di Umberto Bossi ha speso invece circa 5 milioni di euro mentre i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio 4,3 milioni, un po’ meno la Rosa nel Pugno. Si attestano sui due milioni di euro gli esborsi dell’Italia dei Valori, del Partito dei comunisti italiani, di Rifondazione Comunista e dell’Udeur di Clemente Mastella.
Tra le liste che dichiarano di non aver speso un euro ma che hanno beneficiato dei rimborsi elettorali ci sono Forza Italia-An che si sono presentate insieme in Valle d’Aosta (poco più di 33mila euro) e la Lista dei consumatori (113.676,43 euro). Tra i rendiconti delle formazioni in cui si sono riscontrate irregolarità il più noto dei simboli è quello di Rifondazione Comunista. In particolare, osserva la Corte, “non è stata data la dimostrazione documentale delle spese sostenute dalle circoscrizioni regionali per la Direzione nazionale, per un importo di euro 502.072,15″. Per il resto, concludono i magistrati contabili, “l’analisi non ha riscontrato rilevanti profili di difformità né irregolarità”. E fra dieci giorni si ricomincia.