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La pagina di facebook contro il tricolore
Siamo alle solite. Pensavamo che la Lega fosse cambiata, che fosse diventata come la Dc degli anni Cinquanta. E invece no. Manca ancora qualcosina. Continua


Il figlio del leader della Lega Nord Umberto Bossi, Renzo, il 29 marzo 2010 nella sala stampa allestita nella sede della Lega Nord in via Bellerio a Milano (Ansa/Daniel Dal Zennaro)
Che fosse una “trota” e non un “delfino“, lo sapevano già tutti. E che a scuola non fosse un fulmine, pure: pare l’abbiano bocciato due volte, una all’esame di maturità (per colpa dei professori). Continua

Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd
Solo un po’ di pazienza. Quanta? Più o meno una cinquantina di anni. Tutti da passare all’opposizione.
Quindi, che sia Dario Franceschini o Pier Luigi Bersani o Ignazio Marino a vincere congresso, primarie e guidare il Pd, la strada ce l’hanno segnata: alla fine del percorso, di circa mezzo secolo, il Pd potrà finalmente governare. Una battuta? Macchè, anzi: è in’estrema sintesi di ciò che Romano Prodi ha detto ieri sera ai microfoni del Tg3. Argomento della conversazione, la storica vittoria dei democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama (amico di vecchia data del professore bolognese), dopo 54 anni di governo, quasi ininterrotto, dei liberaldemocratici.
A dirla tutta, non è la prima volta che i Democratici si esaltano per un successo altrui, sperando che il “vento nuovo” porti in alto anche loro. Basti ricordare cosa successe con la vittoria di Obama in Usa. Ora, appunto tocca, alla prima volta del Pd nipponico. Che, ormai da due giorni, ha completamente assorbito le attenzioni del Pd italiano: “il successo dei Democratici in Giappone, dopo 54 anni di successi liberali, è un bel segnale, che indica che anche in Italia ci si deve preparare al cambio di maggioranza”, die convinto il segretario del Pd, Dario Franceschini, commentando l’esito del voto in Giappone da Piacenza. “Dopo l’India, dopo gli Usa, anche in Giappone vincono i progressisti, dopo che è scoppiata la crisi”. Non basta: “Anche l’Europa deve trovare un percorso di rinnovamento delle politiche. L’insegnamento che ci viene da quel che è successo in altri continenti è che la riscossa dei riformisti può avvenire solo a partire dai grandi temi economici e sociali, abbandonando conservatorismi e subalternità a ricette altrui”, pensa invece Pier Luigi Bersani.
Ma non basta: a rivendicare con orgoglio il modello italiano, ci pensa Europa, quotidiano democrats: “L’Italia, all’estero, è ancora il paese dell’Ulivo e delle primarie. In Germania si parla di ‘Olivenbaum’, dopo l’esito del voto di domenica in Turingia, in Sassonia e soprattutto nella Saar. In Giappone la vittoria del Partito democratico fa riemergere l’epoca di Romano Prodi, che è indicato come l’antesignano e il modello di Yukio Hatoyana. In Francia, l’università estiva dei socialisti è stata dominata dal dibattito ‘primarie sì-primarie no’, e più che a quelle americane si è fatto riferimento a quelle che incoronarono Prodi. Si direbbe che il centrosinistra italiano continua a fare scuola al di là dei nostri confini. Romano Prodi è interpellato come una sorta di guru che ha il know how per guarire una sinistra in crisi e senza prospettive”.
Già, Prodi. Lui, che in Italia è ormai fuori dai giochi (più interessato a fare il nonno e “l’inviato” Onu in Africa) commenta la vittoria a Tokyo, partendo da lontano, per andare ancora più lontano. Con i giapponesi, racconta al Tg3: “Abbiamo cominciato a lavorare assieme nel ‘96 quando vennero a ispirarsi a quello che chiamavano l’Ulivo italiano”. Il Professore rivela di aver parlato al telefono con il nuovo premier giapponese già domenica: “Gli ho fatto le congratulazioni, lui ha ricordato quando nel ‘98 dopo la caduta del mio governo ci siamo visti. Gli ho detto ‘guarda che non basta vincere le elezioni, bisogna avere un margine tale per durare l’intera legislatura‘. E lui il margine oggi ce l’ha”. Anche per questo Prodi non ha dubbi: il vero insegnamento, secondo l’ex premier, è che “un’opposizione si costruisce con molta pazienza. Hanno lavorato tantissimi anni…”.
E in effetti, prima di riuscire a vincere le elezioni, i democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama, ci hanno messo “solo” mezzo secolo. Non male come prospettiva. Sempre che il Pd esista ancora.
Nel caso, fra cinquant’anni, quando la battaglia di opposizione sarà finita, qualcuno avvisi il buon vecchio Prodi, l’ultimo dei giapponesi: può essere che il Pd abbia ancora bisogno di lui…
- Tags: aggressione, diritto, episodi, extracomuniari, Italia, media, nero, Randa-Ghazy, razzismo, scrittrice, violenza, voto
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Randa Ghazy è una scrittrice italiana di ventidue anni. Nata a Saronno da genitori di origini egiziane, ha esordito quindicenne con Sognando Palestina e la sua ultima pubblicazione è Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista. Panorama.it l’aveva già incontrata parlando di integrazione lo scorso anno. Alcune settimane fa suo padre è stato aggredito a Limbiate (MI), per un parcheggio, da una famiglia brianzola che gli ha urlato “tornatene al tuo paese”. Con l’amarezza ancora in corpo, Randa sottolinea la preoccupante deriva xenofoba verso cui l’Italia sembra andare.
di Randa Ghazy
31 maggio 2009. Mohamed Ba, artista senegalese a Milano da molti anni, viene accoltellato senza motivo da un uomo mentre è alla fermata dell’autobus. Prima al collo, poi all’addome. Prima di andarsene l’aggressore gli sputa addosso.
22 giugno 2009. Mio padre viene aggredito da una famiglia brianzola, padre madre nonna nonno e giovane figlio, che lo prende a calci e a bastonate per un parcheggio, urlandogli “tornatene al tuo paese”, rompendogli due costole e fratturandogli una vertebra.
30 giugno 2009. Alla fermata dell’autobus, a Bari, Mohamed Abdi Nasir, un rifugiato politico somalo e presidente dell’associazione Comunità Somalia, viene selvaggiamente picchiato da un autista dell’Amtab, non identificato. L’aggressore lo apostrofa con epiteti razzisti e gli nega l’accesso all’autobus, colpendolo con una sequela di pugni al volto, provocandogli varie e gravi lesioni facciali, con fratture allo zigomo sinistro, al setto nasale e al seno mascellare.
2 luglio 2009. Un uomo congolese, rifugiato politico, viene aggredito a Roma da tre uomini, colpito alla testa con una bottiglia, mentre fa volantinaggio. “Sporco negro, dovete tornare a casa vostra, noi facciamo la volontà del governo”.
Ma volete sapere la cosa peggiore? Gli abitanti della zona hanno visto l’aggressione al ragazzo congolese, eppure nessuno parla. Gli aggressori rimangono ignoti. Mohammad Ba non è stato soccorso. È rimasto a terra, sanguinante e quasi in fin di vita, e le persone ferme ad aspettare il bus con lui non solo non l’hanno soccorso, ma sono anche scappate, facilitando la fuga dell’aggressore, anche lui ignoto. Mohammad ha aspettato un’ora prima di riuscire a fermare il traffico strisciando in mezzo alla strada e a farsi soccorrere.
C’erano testimoni mentre mio padre veniva picchiato. Nessuno parla.
Testimoni sul caso di Bari, zero. Abdi Nasir è stato soccorso solo dopo un po’, da due passanti.
Ci sarebbero molti altri casi. Quasi tutti ignorati dalle televisioni e dai giornali perché il sangue di uno straniero, si sa, vale meno di quello di un italiano. È un po’ come la vecchia legge di McLurg.
Questo non toglie agli stranieri, agli immigrati, agli italiani come mio padre la voglia, la dignità e l’orgoglio di vivere qui e lavorare sodo per garantire a se stessi e alla propria famiglia una vita decorosa.
Questo toglie civiltà all’Italia. Le toglie umanità. Le toglie amor proprio, la deforma, la rende mostruosa, pericolosa, indegna.
È giunto il momento che quegli italiani che non sono sensibili a pulsioni razziste, xenofobe, reazionarie, alzino la mano, si contino, si oppongano alla barbarie, si rifiutino di essere presi per omertosi, indifferenti, insensibili, lobotomizzati dalla televisione.
Se questi sono la maggioranza, come credo, come spero, la loro protesta condizionerà, per forza di cose, l’agenda politica.
Sarà un segnale a chi detiene il potere, un po’ come dire “non tirate troppo la corda. Ci rifiutiamo di diventare dei mostri. Risolvete la crisi. Offriteci servizi dignitosi. Non scaricate le colpe sui deboli, sugli stranieri, sugli indifesi”.
Se non accadrà, continuerà a succedere quello che succede ora.
Passa un decreto legge che massifica e umilia migliaia di lavoratori tenaci catalogandoli tutti come criminali, lavoratori che, pur entrati irregolarmente sul suolo italiano, lavorano alacremente nella speranza di essere regolarizzati, contribuendo alla produttività del paese.
Passa un linguaggio politico involgarito, barbaro, con ministri che si permettono di dire “Con i clandestini bisogna essere cattivi“. Non severi. Non rigidi. Cattivi.
Passa un europarlamentare che spruzza disinfettante nei treni quando vede salire delle ragazze nigeriane, e passa un altro ex ministro che riferendosi al diritto di voto affermò “Ma per favore. Dare diritto di voto a dei bingo-bongo che fino a ieri stavano sugli alberi”.
Non perdonerò mai gli aggressori di mio padre. Ma non perdonerò mai nemmeno i miei concittadini, se continueranno ad accettare la deriva razzista in cui sta languendo il nostro paese.
Visualizza La mappa delle raccomandazioni - Panorama.it in una mappa di dimensioni maggioriUn italiano su quattro (cioè il 25%) si rivolge a un politico per ottenere la soluzione di un problema. È quanto emerge da un’indagine sulla Pubblica amministrazione condotta dal Censis in collaborazione con Trentino School of Management e presentata al Festival dell’Economia di Trento.
La motivazione più frequente per chiedere una “spintarella”? Soprattutto per evitare le liste di attesa o per ottenere un ricovero in ospedale (6,1%). Poi, per trovare un lavoro a un figlio o a un parente (5,2%), soprattutto nel Nord Est e nel Centro. Ci si rivolge a un politico anche per accelerare la pratica della pensione (3,5%), nel Centro Sud, o addirittura per iscrivere il figlio a scuola (3,2%).
E se nelle grandi città il fenomeno appare più contenuto, nei centri più piccoli la conoscenza diretta di politici e funzionari favorisce le logiche clientelari (27,7%). Nei paesi sotto i 5 mila abitanti, per garantire i diritti sul posto di lavoro spesso non si va dal sindacato, ma dal politico di turno (8,4%); lo stesso accade per ottenere un ricovero. Nelle grandi città la “spintarella” in generale risulta meno efficace, mentre in quelli medi, fino a 100 mila abitanti, può aiutare a trovare un impiego (7,7%).
Nord Ovest
Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia e Liguria, sono le regioni più virtuose con il più basso numero di raccomandazioni, almeno secondo le dichiarazioni fornite al Censis (l’87,1% dei residenti ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta). E se si deve chiedere un favore proprio a un politico, lo si fa per risolvere soprattutto le emergenze sanitarie (5,6%) o per garantire i propri diritti sul posto di lavoro (3,6%).
Nord Est
Il primato delle raccomandazioni in Italia per trovare un posto di lavoro, a sorpresa, si registra proprio nella cosiddetta “locomotiva”: lo ha fatto il 7,7% degli intervistati in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. In generale il ricorso alle raccomandazioni è basso (il 78,1% ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta), ma non ai livelli virtuosi del Nord Ovest. Oltre al lavoro per i figli, qui si chiede una “spintarella” anche per evitare le liste d’attesa (5,9%) o per ottenere un servizio pubblico nel proprio quartiere (5,2%).
Centro
I residenti in Toscana, Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo chiedono una “spintarella” per trovare un impiego a un figlio o a un parente (7,5%) o per tutelare i propri diritti sul lavoro. Il favore di un politico nelle regioni del Centro, (al penultimo posto con il 70% dei residenti che ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta), si chiede anche per risolvere le emergenze sanitarie (6%) o per accelerare la pratica della pensione (5,2%).
Sud e Isole
Al penultimo posto dopo il Nord Ovest per numero di raccomandazioni finalizzate a trovare un impiego (6,7%), i residenti di Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia ricorrono tuttavia alla “spintarella” quasi per tutto (solo il 67,6% ha dichiarato di non aver mai chiesto una raccomandazione). Qui amicizie influenti e conoscenze in politica diventano una manna dal cielo per ottenere un ricovero all’ospedale o evitare le liste d’attesa (7%), per accelerare la pratica della pensione (7%) o una procedura amministrativa (6,4%) e, addirittura, per iscrivere i figli a scuola (6,2%).


Il mondo siede sopra una bomba a orologeria, la crisi dei diritti umani, che può esplodere in ogni momento.
Per evitare la deflagrazione e la conseguente catastrofe basta una nuova leadership internazionale che s’impegni a contrastare un cammino che sembra inarrestabile.
Questo l’avvertimento che Amnesty International ha lanciato alla presentazione del rapporto 2009 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Si tratta di un dossier che documenta il livello del rispetto dei diritti umani in 157 Paesi del mondo. Il quadro che ne emerge “ci preoccupa molto” ha detto Christine Weise, neopresidente della sezione italiana di Amnesty “perché i diritti umani sono passati in secondo piano se non addirittura traditi”. E questo è avvenuto proprio nell’anno in cui si è festeggiato il 60/mo anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani (il dossier si riferisce al 2008), un anno che invece “si è aperto con la crisi in Kenya dove sono morte un migliaio di persone” ha sottolineato Weise “e si é concluso con un analogo tributo di sangue di civili palestinesi, uccisi a Gaza”.
Volgendo poi lo sgurado entro i confini italiani, è un bocciatura su tutti i fronti quella di Amnesty Italia del pacchetto sicurezza del governo “che” denuncia l’organizzazione nel Rapporto 2009 “non fa altro che aumentare l’insicurezza delle persone che già sono in grandissime difficoltà “. Nel mirino dell’associazione leader nella difesa dei diritti umani sono finite soprattutto le ultime misure in materia di immigrazione varate dal governo che, una volta applicate, hanno dato prova di un “disprezzo dei diritti umani” a danno di chi, “fuggendo da situazioni molto critiche cerca riparo nel nostro Paese”.
Ma Weise non si limita ad attaccare i respingimenti, ma parla più apertamente di “un clima di razzismo crescente” in Italia verso le minoranze, come “dimostrano gli sgomberi dei campi rom - ha detto - popolazioni in molte occasioni al centro del disprezzo e di una spirale di violazioni dei diritti umani”. In occasione della presentazione dell’ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo, l’attacco di Amnesty al governo è frontale: “La politica dell’immigrazione italiana e i respingimenti dei rifugiati che arrivano con le barche in alto mare” ha detto Weise “è espressione di un disprezzo dei diritti umani e delle persone veramente disperate che qui cercano solo aiuto”. “L’Italia sarà inoltre ritenuta responsabile di quanto accadrà ai migranti e richiedenti asilo riportati in Libia”, si legge poi in una scheda allegata al dossier, dedicata al paese africano. Dove, ricorda Amnesty, non esiste “una procedura d’asilo” e non viene offerta “protezione a migranti e rifugiati”. Pertanto “considerato l’effettivo controllo che l’Italia ha potuto esercitare, seppur in zona extraterritoriale sulle persone soccorse l’Italia sarà ritenuta responsabile di quanto accadrà ai migranti e ai richiedenti asilo riportati in Libia”.
Paese in cui, secondo lo stesso rapporto, si praticano “tortura e altri maltrattamenti nei confronti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in stato di detenzione”, mentre “a questi ultimi non è stata data protezione, come richiesto dal diritto internazionale sui migranti”. Sempre nella sezione dedicata al Paese “amico” dell’Italia si legge che “il 15 gennaio le autorità hanno annunciato l’intenzione di espellere tutti i migranti illegali e hanno conseguentemente condotto espulsioni di massa di ghanesi, maliani, nigeriani e cittadini di altri Paesi”. Inoltre “700 eritrei, uomini, donne e bambini che sono stati detenuti, sono ora a rischio di rimpatrio forzato malgrado i timori che li avrebbero visti esposti a gravi violazioni dei diritti umani in Eritrea”. Netta infine la condanna di Weise anche della norma che “fa distinzione fra i reati commessi da italiani o da immigrati irregolari” e che s’inserisce in un trend di “criminalizzazione dei gruppi minoritari, elemento tipico di ogni campagna elettorale”. Weise non tralascia di contestare il governo per la vicenda della nave cargo Pinar dell’aprile scorso quando “sia le istituzioni italiane che maltesi hanno disatteso - ha denunciato - una delle regole nota a tutta la gente di mare: salvare vite umane è un imperativo assoluto e deve avere priorità su tutto”.
Anche l’Italia entra nel gruppo dei paesi raggiunti dal virus dell’influenza A, l’H1N1 noto come “febbre suina”. Il primo caso confermato ieri a Massa. Oggi un altro caso a Roma. Il paziente toscano, di Aulla, è ricoverato nell’ospedale locale di Massa. La conferma è arrivata questa mattina dalle analisi dell’Istituto superiore di Sanità. Ma l’uomo, secondo quanto dichiarato all’Ansa dal direttore della Asl, sarebbe già guarito. Era stato ricoverato dopo essere tornato da un viaggio in Messico. ”Il paziente non presenta più nessuna sintomatologia, è guarito” ha detto il direttore generale dell’Asl 1 di Massa, Antonio Delvino.
Il direttore generale ha spiegato che ‘’sono stati sottoposti a profilassi antivirale i suoi parenti più stretti e le persone che hanno avuto contatto con lui”. La conferma telefonica, ha spiegato Delvino, è stata data al professor Luca Ceccherini Nelli, virologo dell’Università di Pisa. Il paziente è un cinquantenne della provincia di Massa arrivato dal Messico il 23 di aprile e poi ricoverato nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Massa. “Andava spesso in Messico per trovare il figlio che vive lì” ha detto il sindaco di Aulla, città in cui risiede l’uomo. “L’ultimo viaggio era durato sei mesi”.
Anche il caso romano riguarda una persona di ritorno dal paese centroamericano. Si tratta di un ragazzo di 25 anni. Il giovane è stato curato dall’Istituto Spallanzani ma non è mai stato sottoposto a ricovero. La sua cocompagna è stata trattata in via precauzionale con antivirali. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha scritto una direttiva che prevede che tutti gli studenti italiani che facciano ritorno da viaggi in zone a rischio per l’influenza da suini o che siano stati a stretto contatto con casi confermati di questo tipo di influenza non saranno ammessi a scuola e dovranno restare a casa, dove saranno sottoposti a sorveglianza sanitaria per sette giorni “anche qualora non presentino alcun sintomo di influenza”. Il sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio in conferenza stampa ha spiegato che in Italia ”abbiamo avuto 21 casi sospetti, di questi tredici sono ancora sotto osservazione”. Le tredici persone ”dovranno rimanere sette giorni a casa”. Secondo Fazio si registrerà ”una ”progressiva diffusione del virus fino all’estate” ed è ”destinato a crescere il numero dei contagi” ma rassicura spiegando che ”non c’è nessuna preoccupazione”. L’Organizzazione mondiale della sanità continua intanto il monitoraggio costante della diffusione della nuova influenza: i casi sono saliti a 787 (rispetto all’ultimo bollettino di ieri che ne contava 658, ben 40 in Spagna, il paese europeo più esposto) 20 quelli mortali, in 17 Paesi.
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Due giorni fa, il mercantile Pinar, una nave turca porta container, ha soccorso 152 persone, salvate da una morte più che probabile nel Mediterraneo. Da due giorni naviga tra le coste italiane di Lampedusa e quelle di Malta. Oggi come ieri una squadra di medici è partita da Catania per controllare le condizioni delle persone sulla nave. “Abbiamo bisogno urgente di coperte e di acqua” ha fatto sapere l’armatore della nave, “i migranti sono ospitati sul ponte perchè le stive sono piene di grano”. Ma la loro destinazione finale è tutt’altro che certa: l’Italia e Malta si rimpallano la responsabilità: la nave si trova a 25 km dalle acque italiane.
Ieri l’Unhcr aveva chiesto che fosse consentito il loro sbarco. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si legge in una nota della Farnesina, “ha impartito già ieri istruzioni all’ Ambasciatore italiano a Malta, Andrea Trabalza, di compiere passi al massimo livello per sollecitare un adeguato intervento da parte delle Autorità della Valletta”. Frattini, prosegue la nota, ha “allo stesso tempo rivolto all’ Unione Europea un pressante appello affinchè l’ Agenzia Europea per la gestione ed il controllo delle frontiere esterne (Frontex) assolva con la necessaria rapidità ed efficacia agli impegni che le sono propri, ed assicuri una soluzione urgente ad una dolorosa questione che non può che travalicare l’ambito bilaterale italo-maltese, e piuttosto investe in pieno le competenze e le responsabilità dell’ intera Unione”.
Intanto un’altra imbarcazione, carica all’inverosimile con 300 persone, è stata intercettata a 30 miglia dalle coste Ragusane. Il barcone è stato scortato verso il porto di Pozzallo da quattro motovedette, due dalla Guardia Costiera e due dalla Guardia di Finanza. A segnalare la presenza della carretta è stata la centrale operativa della marina maltese.
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