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Attentato a Kabul, morti 6 soldati italiani: la reazione del Web

Il dolore dei conoscenti delle vittimeSei morti. Sei soldati. Sei nostri ragazzi. È questo il bilancio dell’attentato che questa mattina ha visto vittima un convoglio militare italiano a Kabul.

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La Rete si è ovviamente messa subito in moto nel segnalare e commentare la notizia. Tristezza, rabbia, solidarietà ma anche orgoglio per questi italiani che mettono a rischio la loro vita per portare pace e democrazia in territori ad alto rischio. Ecco alcuni stralci dai blog. Continua

Afghanistan, soldato italiano morto in un attentato

Un soldato italiano, Daniele Paladini, è morto in un attentato a 15 chilometri da Kabul, 24 novembre 2007 |foto Ansa

In un attentato che, secondo il ministero della Difesa italiano, aveva come obiettivo la popolazione civile è rimasto ucciso un maresciallo capo dell’esercito, del secondo reggimento pontieri di Piacenza, Daniele Paladini di 35 anni. Altri tre militari del contingente italiano in Afghanistan sono feriti, ma non in modo grave. Ci sono inoltre nove vittime civili afghane, tra cui quattro bambini, e una dozzina di altri feriti.

I quattro militari italiani si trovavano a Pagman, a circa 15 chilometri a ovest di Kabul, per l’inaugurazione di un ponte. L’attentatore suicida si è fatto esplodere alle 9.52 locali (le 6.22 in Italia). Era stato notato dagli stessi soldati mentre cercava di risalire a piedi il greto del fiume su cui sorge il nuovo ponte ed è stato intercettato prima che raggiungesse il punto in cui si concentrava il grosso della folla. Alla vista dei militari, da quanto si è appreso, si sarebbe fatto esplodere coinvolgendo nella deflagrazione le persone più vicine a lui in quel momento.

L’intervento dei militari italiani, che hanno impedito al terrorista di raggiungere il centro del ponte, ha evitato che l’attacco avesse un bilancio ancora più grave. Tutti i feriti sono stati evacuati con gli elicotteri dell’Isaf e sono stati trasportati negli ospedali della zona. Daniele Paladini è morto durante il trasferimento all’ospedale militare di Kabul. Era originario di Lecce, sposato, con una bambina di 6 anni.

Sono attualmente 2.290 i militari italiani dislocati in Afghanistan, di cui 2.160 impegnati proprio nella missione Isaf (International security assistance force). Il nostro è il secondo contingente per numero di soldati impiegati, dopo quello operativo in Libano, nella missione Unifil, che vede coinvolti 2.450 unità, mentre in Iraq la presenza italiana si limita oggi ad un’ottantina di elementi specializzati che hanno compiti di consulenza, formazione e addestramento.

Guarda il VIDEO servizio su Skylife.

Sequestri: perché Berlusconi dà una mano a Prodi

L'arrivo di Giuliana Sgrena a Ciampino.
Nel momento di massima debolezza, stretto tra l’uccisione per mano dei
talebani di AdiJimal Nashkabandi, collega e interprete di Daniele Mastrogiacomo, e le debordanti accuse di Gino Strada per la mancata liberazione di Rahmatullah Hanefi, prigioniero dei servizi segreti afghani, Romano Prodi riceve un aiuto inatteso, almeno per l’opinione pubblica: quello di Silvio Berlusconi, che fischia l’alt alle polemiche politiche da parte del centrodestra, dove qualcuno si era spinto a chiedere l’impeachment del premier.
Perché? Un mistero nei misteri? Si può prendere per buona la versione berlusconiana (”Le ragioni umanitarie, il prestigio e il buon nome del Paese vengono prima di tutto”), oppure, contemporaneamente vedere quale scomodo scenario politico, e non solo, questo drammatico strascico del sequestro Mastrogiacomo rischia di aprire non solo per il governo, ma anche per l’opposizione.
Prodi, nella vicenda Afghana, rapimento compreso, ha scelto il metodo suggerito dalla sinistra massimalista: delegare tutto, o quasi, a Gino Strada e ad Emergency, che di quella parte è un’icona e un modello.
Modello anche politico, se Fausto Bertinotti, dopo il rilascio del reporter di Repubblica al prezzo della liberazione di cinque capi talebani si era detto “orgoglioso di vivere in un Paese che segue comportamenti simili. E se Massimo D’Alema e Piero Fassino avevano ipotizzato di coinvolgere i “talebani buoni” in una conferenza di pace per ora proposta solo dall’Italia.
La piega presa dagli avvenimenti minaccia non solo di mandare a gambe all’aria quel modello, ma di far definitivamente franare “la diplomazia alla Gino Strada” alla quale l’Unione sembrava essersi affidata, e che era già finita pesantemente nel mirino degli americani, e poi degli inglesi, dei tedeschi.
Ma anche i governi precedenti, quelli di Berlusconi, hanno evidentemente qualche coda di paglia. Si tratta del ruolo del Sismi nella liberazione degli ostaggi, a cominciare da quello di Giuliana Sgrena in Iraq. Se si osservano le immagini dell’arrivo della Sgrena a Ciampino si nota subito chi c’è a spalancarle il portello dell’aereo di Stato: Marco Mancini, numero due del servizio e braccio operativo dell’allora capo, Nicolò Pollari.
Certo, una differenza c’è, e sostanziale: il Sismi è una branca dello Stato, Emergency no, anzi agisce spesso in antitesi dello Stato. Ma sia attraverso Emergency sia attraverso il Sismi è evidente che molto l’Italia deve aver dato, ai terroristi iracheni ed ai killer afghani, per ottenere il rilascio dei suoi cittadini. Milioni di dollari allora, rilascio di prigionieri ora. Più gli aspetti ancora oscuri che queste trattative hanno sempre con sé.
Come lo stesso Gino Strada ha rivelato, c’è anzi stato un momento nel quale il metodo del centrodestra è andato a braccetto con quello del centrosinistra: per la liberazione di Gabriele Torsello il Sismi avrebbe consegnato due milioni di dollari al mediatore di Emergency, Hanefi. È certo che non conviene né a Prodi, e neppure a Berlusconi, che se ne parli più di tanto. Men che meno in qualche commissione d’inchiesta: qualche altra imbarazzante verità potrebbe venire anche dall’estero, in aggiunta alle accuse già piovute in abbondanza dai governi Nato.

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