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Kakà
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Quando firma un autografo prima scrive “Dio è grande” e poi Kakà: giusto per chiarire per chi tifa e a chi sta sotto in linea diretta. È evangelico Ricardo Izecson dos Santos Leite (qui la scheda sul sito del Milan), è cioè un ultrà del Cristianesimo, uno da curva sud della Bibbia: Cristo al centro, no alla Chiesa istituzione, verginità prematrimoniale, niente alcol, mai una canna, neanche per sbaglio, molta beneficenza e il comandamento interiore di allenarsi alla bontà più che al dribbling.
È pure in debito con il Padreterno, Kakà, per quella volta che lo ha salvato da una brutta caduta in piscina; e per quei gol così belli, improbabili e perfetti da sospettare lo zampino divino. Ci sta la pubblicità gratis. Senza contare che il ventottenne trequartista del Milan si è ritrovato con una faccia d’angelo e natali brasiliani, ma non in una favela: famiglia bene i Leite, padre ex manager, madre insegnante.
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Bello e buono, sempre. Mai stufo?
Non è che davanti alle telecamere sono in un modo e nella realtà in un altro. Non mento.
Però una volta ammise che in campo qualche bestemmia le è scappata…
Per noi brasiliani non esiste la bestemmia. Proprio non la conosciamo. Ho ammesso di dire “cazzo”, “merda”, parole che scappano quando si è sotto pressione, per noi quello è bestemmiare.
E come la mette con i suoi colleghi, serial killer verbali del Padreterno?
“Cosa c’entra Dio? Cerca un’altra parola!” dico loro. Mi limito a questo rimprovero.
A se stesso cosa rimprovera, invece?
Di essere impaziente, di non saper stare tranquillo. Anche a casa devo trovarmi qualcosa da fare.
Non è che ha creato una mistica intorno al mancato incidente mortale?
È successo nel 2000, una brutta botta al collo, la morte sfiorata. Io credo che Dio mi abbia aiutato, ma è solo una delle tante esperienze che ho avuto con lui da quando sono nato.
Si sente protetto?
No, benedetto.
Si è sposato il 23 dicembre, data simbolica, da presepe.
Erano gli unici giorni liberi che avevamo mia moglie e io, intorno a Natale.
E siete arrivati entrambi illibati.
C’era chi mi prendeva in giro, chi compiangeva la mia castità: “Oh, poverino!”. E battute da spogliatoio. Arrivare vergini al matrimonio per noi era importante, il celibato è un valore di Dio.
Soddisfatti o rimborsati? Ne è valsa la pena, per dirla in soldoni?
Sicuramente. Oggi ho una moglie e un figlio meravigliosi. Una benedizione di Dio. Non mi sono mai pentito.
E adesso come la mette con i rapporti? Secondo i sacri testi dovrebbero essere solo procreativi, più che ricreativi…
No, va bene.
Va bene come? Metodi anticoncezionali?
Controlliamo.
Tentazioni?
Mi piace mia moglie.
E la signora Kakà non si irrita per la scritta “I belong to Jesus”, “Appartengo a Gesù”, stampata sulla maglietta e mostrata a ogni gol?
Condivide. Forse dovrei correggere la scritta: “We belong to Jesus”, tutti e tre, Caroline, Luca e io.
Marcello Lippi ha detto che non ci sono gay nel mondo del calcio.
Mai trovati.
Oltre alle donne, piace anche agli uomini. Si sente un’icona?
Non lo so. Non mi interessa essere un sex symbol, non cerco nulla di ciò. Mi interessano i valori familiari, sono quelli che voglio comunicare.
Casa, chiesa e bottega Milan. Ciclicamente girano voci che sia in trattativa con altre squadre. La religione ha pesato nel no al Manchester City, il cui proprietario è un musulmano?
No, per nulla.
Da uno a dieci, quanto contano i soldi nella sua vita?
Sono importanti, ma non è il mio primo valore.
Sarebbe disposto ad autoridursi l’ingaggio, come ha proposto Gennaro Gattuso?
Dipende. È da valutare.
Sembra un no. È suo padre, che le fa da procuratore, a decidere?
Per fortuna non è un dittatore. Non mi dice “fa’ questo o fa’ quello”. Discutiamo.
Non crede che fra supercontratti, sponsor e diritti tv, il sistema calcio sia drogato?
Si parla sempre di quello che non funziona e mai della parte buona, che invece c’è. E che io tento di comunicare.
Mai un’espulsione, pochi cartellini gialli: dà il buon esempio, insomma.
Ci provo.
Paolo Maldini lascia la fascia di capitano: la vorrebbe?
Un giorno, magari.
Sempre perbene.
È che ci sono altri prima di me.
I leader dello spogliatoio?
Gattuso, Nesta, Ronaldinho. E anch’io.
Il più bello della squadra: lei?
Adesso c’è anche David Beckham.
Il più dotato: una volta si è lasciato scappare che è Clarence Seedorf…
Gli sto facendo pubblicità: mi dà dei soldi.
I più donnaioli?
Ronaldinho, Borriello, Flamini.
I più pronti a fare casino?
Gattuso, Nesta, Pato, Inzaghi.
Pelè o Diego Armando Maradona?
Pelè.
Doccia o bagno?
Doccia.
Bionde o brune?
Guardi chi ho scelto. Brune, brune.
Suv o Cinquecento?
La Q7 della Audi: è uno sponsor.
È vero che fa pubblicità solo a marchi “puliti”?
Non potrei mai fare da testimonial a sigarette o bevande alcoliche.
Un integralista dello spot: dicono che abbia accettato i Ringo perché erano metà bianchi, metà neri.
Mi piaceva quel messaggio.

George W. Bush o Barack Obama?
Sono contento che ci sia un nero alla presidenza. Un’altra barriera abbattuta.
Lo sa che è talmente politically correct da spezzare le gambe a un intervistatore?
Gliel’ho detto, non fingo.
Ci riprovo: perché ha vinto sempre l’Inter dopo Calciopoli?
Non è vero, noi abbiamo portato a casa la Coppa dei campioni.
E degli arbitri cosa dice, è cambiato qualcosa da quando c’è Pierluigi Collina al vertice?
Di solito non parlo mai degli arbitri, in pochi secondi devono valutare un’azione che noi rivediamo alla moviola cinque o sei volte. Non è semplice.
Insomma, è meglio o peggio adesso?
Gli arbitri stanno migliorando, ma la preparazione è fondamentale, si può fare di più.
Quanto ha pesato Leonardo nella sua carriera?
Tantissimo. È stato sei mesi in Brasile e quando è tornato ha fatto il mio nome ai dirigenti del Milan, ha spiegato loro chi ero e come giocavo. Era il 2002, ero un ragazzino, mi conoscevano in pochi.
E ora se lo ritrova allenatore…
È un carissimo amico, per me questo conta.
Il suo maestro calcistico?
Raì, centrocampista, brasiliano. Era più lento di me, ma più tecnico. L’ho sempre considerato il mio modello.
Se le dico Ancona-Milan, anno 2003, cosa mi risponde?
La mia prima partita con la maglia rossonera. E da titolare. Mi ritrovavo in campo con alcuni dei miei miti.
E poche settimane dopo il derby.
Gol di testa su cross di Gattuso. La mia prima rete milanista. Da raccontare ai nipoti.
Il gol più bello, invece?
Alla semifinale della Champions, aprile 2007, contro il Manchester in Inghilterra: lancio di Dida e colpo mio di testa.
E dire che da ragazzino era partito con un handicap di costituzione.
Fino a 15 anni sono stato sempre il più piccolo. A scuola, a calcio. Il più basso. In una parola: uno sfigato. Ero in ritardo nella calcificazione delle ossa. Loro, allenatori e presidenti, non hanno tempo per aspettarti.
E allora?
Giocavo nel San Paolo. Per fortuna qualcuno ha detto: “È un talento, non perdiamolo”. Così mi hanno portato da uno specialista: facevo una cura a base di creatina e aminoacidi, ogni tre-quattro mesi. A poco a poco le ossa si sono messe a posto e intanto io avevo potenziato la massa muscolare. Anche stavolta mi ha aiutato Dio.
Niente libero arbitrio, si direbbe a sentirla parlare.
Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità. Io cerco di stare vicino a lui il più possibile. Prego parecchie ore al giorno, quando cammino, quando faccio la doccia, guido. Ogni volta che posso.
È per pietas che ha difeso Adriano?
Non condivido le sue scelte, ma le rispetto. Non giudico. So capire quello che sta attraversando.
Che cosa le manca in bacheca?
Il secondo pallone d’oro, il secondo Mondiale, la seconda Champion. Il bis di tutto.
Nel 2000 le chiesero di scrivere i suoi dieci desiderata: erano tutti calcistici. Oggi?
Cento gol con la maglia del Milan, giocare bene nella nazionale brasiliana ai Mondiali, e alla Confederation cup in Sud Africa a giugno. E trasmettere valori sani a mio figlio.
Ha la bacchetta magica: cosa fa?
Elimino la fame nel mondo: se hai la pancia vuota, non ragioni.
E per il calcio?
Tolgo la violenza dagli stadi

Alla fine (in zona Cesarini, è il caso di dire), Ricardo Izecson dos Santos Leite ha fatto prevalere le ragioni del cuore. Il brasiliano in questione fa il calciatore e gioca nel Milan: tutti lo conoscono semplicemente come Kaka. E da ieri sera continuerà a vestire la maglia rossonera, dopo aver rinunciato alla strabiliante offerta di 18 milioni di euro a stagione da parte dello sceicco Mansour bin Zayed, proprietario del Manchester City.
Al termine di una giornata ricca di colpi di scena, quando ormai l’accordo sembrava fatto tra le due squadre (al Milan sarebbero andati oltre 120 milioni di euro, al giocatore 15 più diritti di immagine e particolari bonus legati agli sponsor), Silvio Berlusconi annuncia poco prima delle 23 che “Kakà continuerà ad essere un giocatore del Milan. Hanno prevalso il cuore e il buon senso. Non potevamo dire di no a quell’offerta, ma lui non ha voluto che si perfezionasse. Ha detto di no e basta. Resta con noi, ci sono delle cose che sono più importanti dei soldi”.
Il giocatore per ore se ne è rimasto chiuso nella sua casa in via Saffi, forse leggendo le centinaia di lettere che il suo portiere gli ha recapitando, segnali di affetto dei suoi tifosi che mai lo vorrebbero vedere andare via. Poi, nella piovosa notte milanese, ha deciso di uscire dalla finestra dell’ultimo piano, battersi più volte la mano sul cuore e baciare la maglietta numero 22 con il suo nome. “Il Milan è casa mia, nemmeno per trenta secondi ho pensato di andare al Manchester City dirà il brasiliano poco dopo la mezzanotte ai microfoni di Milan Channel. Aggiungendo che “tutti i messaggi che mi arrivavano mi dicevano di scegliere con il cuore. E io cosi’ ho fatto. Non è una stata una scelta economica. E’ sempre stato il Milan ad accontentarmi. Devo ringraziare Galliani, Berlusconi, Leonardo che è più di un amico”.
Eppure l’affare era sul tavolo e, secondo qualcuno, anche le firme: 120 milioni di euro al Milan e 15 milioni a stagione per il giocatore. 120 milioni: esattamente il fondo varato con l’ultima Finanziaria per la scuola, dopo le proteste sui tagli soprattutto sollevate dalle scuole paritarie. La cifra vale sei volte la dotazione data con il decreto anti-crisi, varato dalla Camera e ora all’esame del Senato, al fondo affitti per aiutare le famiglie in difficoltà a pagare il canone di locazione. Se fosse stato perfezionato il trasferimento, sarebbe stato il più costoso nella storia calcio: un record storico. Di storico, ora, resta solo il “gran rifiuto”.
Il precedente primato venne stabilito nel 2001 dal Real Madrid, che pagò 75 milioni di euro alla Juventus per avere Zinedine Zidane.
L’affare è sfumato, dunque, ma Kakà vale 130 milioni di euro: lo dice lo sceicco Bin Zayed. Un’offerta del genere apre adesso scenari impensabili. Fino a quanto si potranno spingere le offerte per i più grandi calciatori del mondo? Chissà quanto può valere allora Cristiano Ronaldo, vincitore con lo United (l’altra squadra di Manchester) del campionato inglese, della Champions league, della Coppa intercontinentale e del Pallone d’oro nel 2008 e oggetto di un’altra furiosa trattativa che lo vorrebbe al Real Madrid. Oppure Fernando Torres, che ha trascinato la Spagna alla vittoria del campionato europeo e che nel Liverpool è cresciuto in modo impressionante.
Gli altri fuoriclasse del suo stesso valore andranno presto a battere o dal loro attuale presidente o da qualcun altro, smuovendo un mercato che propone già cifre spaventose. Ibrahimovic sfiora gli undici milioni di euro all’Inter, Kakà al Milan ne guadagna nove, ma è da pensare che andrà dritto dritto a chiedere un aumento dell’ingaggio, il quinto ritocco contrattuale da quando è al Milan. E di conseguenza provocherebbe una scossa tra chi, come Ronaldinho, di milioni ne guadagna “appena” quattro. Bin Zayed è, quindi, l’innesco del mercato di oggi e dei prossimi mesi per tutti.
Oggi tocca allo sceicco, ieri è stato il turno di Abramovic, Moratti, Berlusconi o di società che amministrano una quantità di denaro talmente esponenziale (Manchester United, Liverpool, Real Madrid, Barcellona) che incidono in modo significativo in qualsiasi stagione di mercato: anche se alle spalle di questi club non ci sono appassionati di calcio, ma multinazionali americane o amministratori e società di investimento. Che trattano i giocatori, e di conseguenza le passioni della gente, come semplice merce di scambio.
Gli arabi, comunque, sono pronti a tutto e perso Kakà la campagna acquisti non si è certo fermata. Secondo la stampa inglese, ci sono anche due allenatori che lavorano in Italia nelle mire dei “Citizens”. Il club sarebbe, infatti, pronto a dare la caccia a Josè Mourinho, obiettivo numero uno per la successione sulla panchina del deludente Marc Hughes. Se non si dovesse arrivare al portoghese, la seconda alternativa sarebbe Carlo Ancelotti, attuale tecnico del Milan. Tra i calciatori sarebbe stato messo nel mirino anche un italiano di valore: il centrocampista della Roma Daniele De Rossi. Per lui si parla di una spesa di 50 milioni di euro. Se De Rossi fosse d’accordo, Rossella Sensi non potrebbe dire di no, anzi sarebbe quasi costretta, viste le condizioni economiche non proprio floride della società giallorossa. E poi Adriano o Nilmar, il forte attaccante dell’International di Porto Alegre: un altro angolo di Brasile nell’Inghilterra industriale per un investimento globale di quasi 300 milioni di euro. Nel frattempo si sta perfezionando l’acquisto dell’attaccante del West Ham, Craig Bellamy, prelevato per 14 milioni di euro. Tanto per non perdere l’abitudine a spendere altri quattrini.
Ma con tuti questi nomi, le vittorie sono assicurate? Questa è un’altra storia: non tutti i soldi del mondo costruiscono trofei e leggende.
Il VIDEO servizio:

In Serie A succede di tutto: la prima in classifica si schianta a Bergamo e ne incassa tre, l’ultima in classifica, il Chievo, ferma la corsa del Napoli. Il Genoa è quarto, zona Champions League: non succedeva dal 1991, gli anni di Branco e Aguilera.
Ma tutto passa in secondo piano nel pianeta-pallone di fronte alla telenovela che fa palpitare i cuori milanisti: Kakà se ne andrà alla corte dell’emiro Mansour, il ricchissimo padrone del Manchester City e membro della famiglia reale di Abu Dhabi?
Secondo il quotidiano inglese Daily Star, l’affare è già cosa fatta. Mancherebbe solo la firma del giocatore, ma il padre-procuratore Bosco avrebbe già definito i termini del munifico contratto. Le cifre sono clamorose: 110 milioni di euro al Milan e 15 all’anno al brasiliano.
Per l’Observer, però, una fonte vicina all’emiro avrebbe smentito: “Cifre irrealistiche” e si sarebbe rifatto sotto il Real Madrid con un’offerta da 80 milioni di euro più il gocatore Sergio Ramos.
Da Milano non arrivano conferme. Ieri Kakà ha giocato quello che potrebbe essere stato il suo ultimo match in rossonero, in uno stadio Meazza che non ha smesso di cantare il suo nome per tutti i 90 minuti. Numerosi gli striscioni dedicati al campione brasiliano e critici verso la società, Galliani e Berlusconi, come “Pensavo che il diavolo non potesse vendere l’anima. Mi sbagliavo”. Oggi il giocatore non era presente alle sfilate di Armani, marchio di cui è testimonial come il compagno di squadra David Beckham, il quale si è detto “speranzoso” che Kakà rimanga a Milano.
Il campionato, comunque, va avanti e sorprende: l’Inter di Mourinho finora aveva perso solo nel derby. Oggi è stata sconfitta dall’Atalanta, incassando due gol da Doni e uno da Floccari.
La Juventus ha avuto l’opportunità di ridurre le distanze a un punto, ma l’ha sprecata, fermandosi sull’1 a 1 nel posticipo contro la Lazio (prima rete di Ledesma grazie a un errore di Manninger e pareggio bianconero con una zuccata di Mellberg) . I biancocelesti di Delio Rossi restano un punto sopra la Roma priva di Totti ma in grande ripresa grazie a Baptista, autore del gol della vittoria al 92′ con una spettacolare rovesciata.
La quarta forza del campionato è il sorprendente Genoa di Gasperini, vittorioso in trasferta a Lecce anche senza il “principe” Milito.
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Due prodezze (anzi, una prodezza e un colpo di fortuna) di super Pippo Inzaghi e il Milan vola sull’Olimpo del calcio europeo. Vincendo contro il Liverpool (per 2 a 1) per la settima volta nella sua storia la Champions League, nel campo neutro di Atene, e cancellando gli spauracchi di Instanbul 2005 (qui il video di Youtube).
A dire il vero il gol all’88° di Kuyt ha ricordato l’incredibile rimonta del Liverpool di due anni prima, ammutolendo le strade di Milano, fino ad allora festanti sin dai primi minuti. Ma i Reds questa volta non si sono ripetuti ed è stato lo storico capitan Maldini a sollevare la coppa panciuta dai manici arcuati. Per Paolo è record: sono 135 le sue presenze nella Coppa dei campioni, otto le finali disputate, cinque i trofei alzati al cielo. E ha già detto che, nonostante i suoi 39 anni, vuole restare ancora un anno, per vivere in campo un nuovo all’assalto alla Coppa Intercontinentale a Tokio.
Con la vittoria rossonera si chiudono i giochi ai vertici in casa italiana. A ciascuno il suo. Al Milan l’Europa, all’Inter il campionato con cinque giornate d’anticipo, alla Roma la Coppa Italia, e alla Juventus… il campionato di serie B. Basta sapersi accontentare. E vissero tutti felici e contenti.
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Il fischio finale e la gioia rossonera
Gli highlights della partita
La festa a Milano
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E adesso, come tante gaffe che compaiono on line, anche questa foto sta viaggiando di mail in mail: il sito ufficiale del Liverpool Football Club, per sbaglio, ha mandato per qualche minuto online la pagina preparata in caso di vittoria nella finale di Champion’s League.
Titolo a caratteri cubitali “I Reds vincono ad Atene”, poi il paragrafo del trionfo: “Nell’Antica Grecia… l’abbiamo vinta per la Sesta Volta!!! Gli eroi Rossi di Rafa (Benitez, l’allenatore, ndr) celebrano un altro memorabile trionfo europeo, dopo che la vittoria sul Milan ha portato a casa uno dei più scintillanti trofei calcistici per la seconda volta nelle ultime tre stagioni. Rimanete su Liverpoolfc.tv per seguire al meglio ogni possibile reazione di quella che è l’ennesima storica notte nella lunga e gloriosa storia del club”.
Alla faccia della scaramanzia! Che nel mondo del calcio, si sa, la fa da padrona: festeggiare prima del tempo ha spesso riservato sorprese poco gradite: nel ‘94, prima dell’altra finale giocata proprio ad Atene dal Milan, il tecnico del Barcellona, Johan Cruyff posò per le foto con la Coppa in mano. Finì 4-0 per i rossoneri (qui il video).
O come non pensare alle bandiere che sventolavano e ai clacson che strombazzavano a Milano, dopo il primo tempo della finale di Istanbul di due anni fa (con il Milan già sul 3 a 0). Tutti sanno poi come è andata a finire. Ora i tifosi milanisti sono liberi di fare tutti gli scongiuri del caso, (anche perché i loro eroi scenderanno in campo con la maglia bianca la stessa di Istanbul). Sperando che questa volta siano gli inglesi a maledire questa clamorosa gaffe.
Per altro, stando ai bookmakers di Snai, Betandwin ed Eurobet, sarà il Milan ad aggiudicarsi la Champion’s. Per 1-0, con gol di Pippo Inzaghi. E se qualche tifoso scaramantico ha ancora gli incubi per il 3-3? Sappia che il risultato maledetto viene pagato 65 volte la giocata iniziale…
Qui sotto un video che sta girando da alcuni giorni sul web: Kakà che palleggia niente meno che con un cellulare: destro, sinistro e persino controllo di tacco. Tutto vero? Guardate il filmato e fatevi un’idea: