
L’epoca di Gianfranco Fini alla guida di An è finita. Vent’anni guidando la destra, 14 guidando la trasformazione dell’Msi in Pdl. E infatti rivendica la scleta e la lungimiranza: “Non siamo più figli di un dio minore. Abbiamo visto giusto. E abbiamo davvero vinto”. Può dirlo Gianfranco Fini, ora che è ciò che nessun uomo di destra è mai stato: terza carica dello Stato, presidente della Camera.
“Alleanza nazionale, nata nel ‘94, altro non è che il Pdl del 2008″ si spinge a dire orgoglioso, con una rivendicazione doppia: interna alla destra e rivolta agli alleati. A Berlusconi e Bossi il leader di An riconosce infatti, “con serena consapevolezza, di aver avuto grande capacità e lungimiranza politica, di aver capito che era il momento di dar vita al Pdl per offrire un’opportunità all’Italia”.
Quando si avvicina al microfono per il suo ultimo intervento da presidente, Fini ha davanti a se tutto il suo popolo. Tutta la sua gente. Colonnelli, assessori, deputati, senatori, ministri e un sindaco di Roma. “Questa è la mia ultima relazione da presidente del partito. Lo dico con emozione non solo personale per i risultati elettorali e per quello che il partito si accinge a fare nei prossimi mesi”.
Dopo 21 anni, Fini dunque passa la mano al “reggente” Ignazio La Russa che affiancato dall’ufficio politico e da un nuovo esecutivo, dovrà traghettare An nel Pdl. Per il leader di An viene da lontano il progetto politico che ha portato lui e il partito a occupare le posizioni più importanti nel governo del Paese. La ricchezza di oggi viene da Fiuggi, dall’energia spesa nell’abbattere steccati intorno al recinto della destra. Una determinazione non sempre compresa dal partito. “E oggi” si sfoga il leader di An “c’è un unico sassolino che mi tolgo dalle scarpe, un’unica puntura di spillo, un unico piccolo lusso che mi prendo: dire che la nostra gente ha capito la grande sfida del Pdl ben prima di una classe politica che ha compreso l’importanza del nuovo partito solo dopo aver avuto la certezza di un posto in lista o di un ruolo al governo”.
Ma Fini non vuole guastare un giorno di festa. Quello che conta è che la destra abbia “vinto davvero”. Che l’ultimo segretario missino sieda nel più alto scranno di Montecitorio. “E questo non significa solo che è finito il dopoguerra” rivendica “significa soprattutto che abbiamo ricomposto una frattura, superato un fossato. Abbiamo riportato la destra al centro del dibattito politico e delle istituzioni”.
Tutto questo Fini offre alla memoria di chi non può partecipare alla gioia di oggi: Giorgio Almirante (nel ventennale della sua scomparsa), Pinuccio Tatarella e gli altri amici scomparsi nel tempo, che sono nel cuore di tutti.
Tocca a Ignazio La Russa (ministro della Difesa) raccogliere il testimone, guidare da reggente (primus inter pares) la transizione nel Popolo della libertà , affiancato dall’ufficio politico e da un nuovo esecutivo. “Non saremo liquidatori, ma levatrici di un partito nuovo e non saremo ospiti in casa d’altri. È bene che tutti se lo mettano in testa”.
La fusione definitiva con gli azzurri di Silvio Berlusconi è a un passo. Fini fissa l’obiettivo dell’ultimo congresso di An entro i primi mesi del 2009 al massimo. Poi le porte vetrate dell’hotel si aprono al suo passaggio. Se ne va commosso, in silenzio. Da leader, non prima di aver spronato i suoi a “non fermarsi in corso d’opera nella costruzione del Pdl”.
“Sono convinto che le condizioni per la nascita del nuovo partito ci siano tutte. Chiedo a voi di lavorare con convinzione” prosegue Fini “perché il Pdl è il compimento della strategia di Fiuggi. Quello di oggi per noi è l’ultimo atto e dobbiamo camminare perché, attraverso la nascita del Pdl, si compia l’ultimo tratto di strada e si crei un grande punto di riferimento nel Paese maggioritario e fondato sui nostri valori. La nascita del Pdl non può essere una fusione a freddo, come è stato per il Pd”.
- Lunedì 12 Maggio 2008
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