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Massimo Giannini che si arenò sul Delta


Massimo Giannini che si arenò sul Delta

di Andrea Marcenaro

Undici febbraio 2011, su La Repubblica, e dove, se no?, il vicedirettore Massimo Giannini ha scritto una bugia. Vale la pena di riportarla per intero: «Ieri, per la prima volta, si è riunita in chiaro, alla luce del sole, la “struttura Delta”. Le “guardie armate” del presidente del Consiglio nella carta stampata e nella televisione. Continua

Giornali scatenati, a colpi di firme. In Italia scoppia la battaglia di carta

berlusconi, la repubblica e il giornale

Altro che libertà di stampa. In Italia i quotidiani esercitano da un po’ la “libertà” di petizione (legittima, s’intende). E non è una metafora. Ormai alcuni dei principali fogli nazionali si stanno trasformando in “comitati” contro qualcosa o qualcuno. Guelfi e Ghibellini: il solito e annoso duello italico. In salsa web 2.0, però, dati i tempi.
Continua

Caso Noemi: lo scivolone sul teste. Ecco il vero Gino Flaminio

Gino e Noemi

di Fabrizio Paladini e Renzo Rosati
Era la sera del 6 luglio 2005, un mercoledì di mezza estate napoletana. Due ragazzi vengono arrestati in pieno centro, lungo via Duomo, sul lato che scende verso il porto. Hanno appena strappato a un uomo il cellulare, con il quale stava parlando, e sono fuggiti su un motorino. Su di loro piombano i “falchi”, la squadra antiscippo che gira in borghese, su motociclette senza insegne e senza casco, per confondersi con le gang locali. Quella sera i falchi sono pieni di lavoro: hanno già preso altri due scippatori, del classico Rolex. L’inseguimento è breve, ma i due giovani reagiscono con botte e spinte: un agente deve farsi medicare in ospedale. Uno dei due scippatori è un minorenne, S.M., di 17 anni. L’altro ha 18 anni compiuti da poco più di due mesi e si chiama Luigi Flaminio. Entrambi hanno precedenti per “rapina impropria” (cioè per violenza successiva al furto), e anche lo scooter è già sottoposto a fermo amministrativo.

L’arresto in flagranza frutta a Flaminio, detto Gino, un processo per direttissima che si celebra il giorno dopo. I precedenti penali portano a una pena severa: condanna a due anni e mezzo, con la condizionale. Il ragazzo non finisce in galera ma deve tenersi alla larga da altri reati. Cosa che non gli impedisce, nel frattempo, di guadagnarsi su Facebook e dintorni qualche centinaio di ammiratori e il soprannome di “Gino ’o boss”; oltre a farsi tatuare sul ventre un pugnale. Come tanti ragazzi.

Col pugnale che sbuca sopra il costume Flaminio ricompare quattro anni dopo, domenica 24 maggio, sulla prima pagina della Repubblica. Una lunga intervista che si snoda all’interno, nella quale Gino viene presentato come “un operaio, una passione per la kick boxing”. Per parlargli gli inviati del quotidiano diretto da Ezio Mauro raccontano di aver raggiunto “una piccola fabbrica di corso San Giovanni, e poi un appartamento allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto”. Flaminio, secondo La Repubblica, dovrebbe essere il teste chiave per incastrare Silvio Berlusconi, il più adatto a raccontare la vera natura del rapporto tra il premier e Noemi Letizia. Lei, racconta, è stata infatti la sua ragazza per 16 mesi. “Gino e Noemi si sono divisi per quel breve, intenso, felice periodo, le ore, i sogni, il fiato e le promesse”. Ma soprattutto “Gino Flaminio è in grado di dire come e quando Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel miracolo ha cambiato, di Noemi, la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi. In una parola, dice Gino, “i valori””.

Già, i valori. Flaminio infatti parla di tutto, ma a quanto pare non fa cenno a quella condanna a due anni e mezzo. Né, stando a quanto affermano ora, direttore e inviati della Repubblica (che pure da giorni setacciano Napoli e dintorni) si informano per valutare i precedenti, e magari l’attendibilità, di un teste la cui intervista viene divulgata alla stampa di mezzo mondo. Eppure, bastava consultare il casellario giudiziario. O anche l’Ansa. O magari farsi un giro su internet. E dire che Gino, con lei, con Noemi, dei suoi trascorsi con la giustizia aveva parlato, eccome.

Sempre stando alla sua versione: una nuova, l’ultima, fornita stavolta “in esclusiva” a Novella 2000. Gino, “che si dichiara fedelissimo elettore di Berlusconi, chiarisce la propria posizione giudiziaria”. La chiarisce così: “Quattro anni fa avevo 18 anni o poco più quando, con un amico, tornavo in motorino da un allenamento di calcio. Siamo andati a fare un giro sul Rettifilo di Napoli. Quando abbiamo visto un uomo che parlava al telefonino e all’improvviso ci siamo detti: “Pigliamocelo”. Intendendo il cellulare. Dieci metri dopo, i falchi ci hanno fermato. Ho passato una notte in questura. Mi hanno condannato per direttissima a due anni e sei mesi con la condizionale. Non ho fatto un giorno di galera. Quando sono tornato a casa, i miei genitori non mi hanno rivolto la parola per sette mesi. Ho passato quei sette mesi a piangere e a giocare a calcio nel San Giorgio, di San Giorgio a Cremano, categoria eccellenza. Quando ho conosciuto Noemi le ho detto che avevo la fedina penale sporca, ma non le ho detto perché. I genitori di Noemi non ne sapevano nulla. Non so se lei glielo abbia mai detto”.

Aggiunge che il suo vero soprannome sarebbe “’o cinese”, per via degli occhi a mandorla. E giura di non frequentare ambienti malavitosi. Guai però a chi lo chiama “Gino l’operaio”. Perché “chi lo afferma dovrà vedersela in tribunale”. Come fonte, niente male.

Editoria, morto Carlo Caracciolo. Fondò “La Repubblica”

Carlo Caracciolo

L’editore Carlo Caracciolo, è morto all’età di 83 anni nella sua casa a Roma. Era nato a Firenze il 23 ottobre 1925. Appartenente alla nobile famiglia dei Principi di Castagneto e Duchi di Melito, Caracciolo è stato un editore italiano tra i più importanti. Presidente del Gruppo L’Espresso, con Eugenio Scalfari nel 1976 fondò il quotidiano La Repubblica. Figlio di Filippo Caracciolo e di Margaret Clarke, fratello maggiore di Marella, vedova di Gianni Agnelli, cominciò la sua imprenditoria editoriale nel 1951 fondando a Milano la Etas Kompass, dedita alla pubblicazione di riviste tecniche, di cui restò amministratore delegato fino al 1975. Nel 1976, da una joint venture tra Editoriale L’Espresso (di cui era diventato azionista di maggioranza) e Arnoldo Mondadori Editore, nacque la Società Editoriale La Repubblica, della quale Caracciolo è stato presidente e amministratore delegato: il 14 gennaio 1976 cominciano le pubblicazioni del quotidiano, diretto da Eugenio Scalfari.

Nel 1988 il pacchetto di maggioranza de L’Espresso e la sua quota di La Repubblica venne ceduta alla Mondadori, di cui Caracciolo venne nominato presidente (1989 - 1990). Quando Silvio Berlusconi assunse il controllo della Mondadori, ne scaturì un contenzioso giudiziario - la cosiddetta guerra di Segrate - che si concluse nel 1991 con la separazione fra il settore libri e periodici (al gruppo Fininvest) e quello di Repubblica ed Espresso, che andò a formare il Gruppo Editoriale L’Espresso con azionista di maggioranza la Cir di Carlo De Benedetti e di cui Carlo Caracciolo diventò presidente.

Caracciolo è stato presidente della Finegil Editoriale spa, la società che detiene gran parte delle partecipazioni del Gruppo nei quotidiani locali, della A. Manzoni & C. spa, la concessionaria di pubblicità del gruppo, e presidente del Consiglio di amministrazione dell’Internet company Kataweb spa. Il 26 aprile 2006 Caracciolo aveva abbandonato la guida effettiva delle sue società, passata a Carlo De Benedetti, mantenendo la presidenza onoraria del Gruppo Editoriale L’Espresso. Il 2 gennaio 2007 Caracciolo aveva acquistato il 30 per cento del quotidiano francese Libération.

Rivoluzione d’ottobre per Unità e Riformista

 Il nuovo direttore de l'Unità Concita De Gregorio
di Carlo Puca
Al Riformista due nuovi vicedirettori, Stefano Cappellini e Ubaldo Casotto, e nel domenicale curato da Guia Soncini lo storico “Bestiario” di Giampaolo Pansa. All’Unità, un solo vice entrante (Giovanni Maria Bellu) ma un secondo caporedattore centrale, Daniela Amenta.

Sono queste le principali novità nelle squadre di Antonio Polito e Concita De Gregorio, entrambi in procinto di sbarcare sul mercato con i loro quotidiani rivoluzionati. Lunedì 20 ottobre, da giornale di nicchia a otto pagine, Il Riformista si farà generalista, a 32 pagine. La linea editoriale di Polito è semplice: “Contro il gigantismo dei grandi giornali, in un mondo già saturo di notizie via tv e internet, il quotidiano deve informare di più e meglio”.

La settimana dopo toccherà all’Unità in formato tabloid, 64 pagine. Scommessa rischiosa: abdicando alla tradizione, De Gregorio ha intenzione di ridurre al minimo la politica per puntare “sul racconto del paese reale”. La sfida è aperta e non solo tra l’arancione del Riformista e il rosso dell’Unità. La partita è anzitutto contro il grigio della Repubblica, dove tutti e due i direttori hanno trascorso la loro meglio gioventù.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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