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Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo
Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo si trova a Strasburgo, in Alsazia, tra i ponti dell’Ill, affluente del Reno (qui la MAPPA). È in cemento armato e vetro per fare entrare la luce del sole che qui, di solito, è avara. Dentro non si vedono crocefissi, bandiere o altri simboli. Continua
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Applausi, foto ricordo, autografi e tanti complimenti. Una giornata da star tra gli elettori, per il presidente della Camera Gianfranco Fini.
Elettori non suoi, però: Fini è stato per un lungo pomeriggio lo “special guest” alla festa nazionale del Pd, al Porto Antico di Genova. Dove è stato accolto da un’ovazione, interrotto una decina di volte da una salva di applausi e ha costringetto il suo contraddittore, l’ex presidente del Senato Franco Marini, che doveva giocare in casa, a fargli da spalla.
Il trionfo di Gianfranco
Insomma, un trionfo: un trattamento da campione, da “vecchio amico” dei Democratici. Che, per assurdo, l’ex leader di An possa diventarne il nuovo leader, si ironizza da un po’. Di fatto, le sue aperture, la sua laicità , i suoi distinguo dalle coordinate della maggioranzaa di cui fa parte, le sue prese di posizione anche aspre (frutto di una sincera, e forse anche sofferta, maturazione personale) in chiace anti leghista, lo hanno nei mesi trasformato agli occhi degli elettori Pd in “nuovo Fini”, come lo definisce L’Unità . Tanto che riesce a strapare consensi persino quando, qui a Genova, plaude alla sentenza della Corte Europea sul caso Giuliani: “So che probabilmente non sarete d’accordo. Ma io sono felice che sia stato definitivamente riconosciuto che quel carabiniere ha agito solo per legittima difesa”. E invece in tanti si sono trovati d’accordo e lo hanno applaudito.
Le altre ovazioni, più scontate, a sottolineare i passaggi più salienti delle risposte di Fini al direttore del Tg2 Mario Orfeo: l’ex leader aennino ha parlato - bacchettando la Lega - di politiche sull’immigrazione, di laicità dello Stato, di superamento delle contrapposizioni ideologiche.
Affondo anti leghista
L’affondo nei confronti del Carroccio è sull’immigrazione, ma a ben guardare l’intervento del presidente della Camera è tutto teso a ridimensionare il ruolo della Lega, perché su temi delicati il Pdl non può limitarsi a “copiare” le camicie verdi (”Mi auguro che il Pdl comprenda che se sul tema si limita a produrre una fotocopia della politica dell’originale, dove per originale si intende la Lega Nord, è naturale che l’originale sia sempre più gradito”). Il tema dell’immigrazione, afferma Fini, non va affrontato né con un approccio segnato “dall’emotività ”, né guidato solo dalla “pur necessaria” volontà di “garantire la sicurezza dei cittadini”, perché questo rappresenterebbe un “approccio parziale, miope e sbagliato”. “È positivo” dice il presidente della Camera “che la Lega abbia smentito la Padania, dicendo che il Concordato non c’entra nulla: e ci mancherebbe”. Eppure, l’attacco al Carroccio va avanti.
“Ripugna la coscienza” aggiunge poi il presidente della Camera “non considerare che chi arriva in Italia, regolare o no, è prima di tutto una persona. Se si parte dal presupposto che è una persona alcune politiche non dovevano essere inserite in un provvedimento legislativo”, ha aggiunto Fini. Anche perché il problema della Lega è “guardare con lo specchietto retrovisore” alla società italiana e non accorgersi, sostiene il presidente della Camera riferendosi alla polemica sui dialetti, che “il figlio di Balotelli parla in bresciano” e che i figli di pakistani vincitori degli europei di cricket “sono orgogliosi di essere italiani”.
Se sull’immigrazione il presidente della Camera non fa sconti a Bossi, sull’altro tema dell’estate, le gabbie salariali, sempre proposte dal Carroccio, osserva che “sono un modo antinazionale” di trovare soluzioni a una questione che invece c’è perchè bisogna “cominciare a collegare la produttività alla consistenza dello stipendio”.
Affondo anti clericale
Per Fini l’Italia non è più quella di vent’anni fa. Neanche nelle ideologie. Le “gabbie ideologiche” tra destra e sinistra non esistono più e “di una società tutta ideologica” sostiene l’ex leader di An “francamente non so che farmene”. Un proclama che spiega perchè Fini non trovi nulla di strano nel fatto che spesso le sue posizioni siano più vicine a quelle dell’opposizione che a quelle di maggioranza. Come, ancora, sul testamento biologico, che il presidente della Camera si impegna a modificare, la sua idea combacia con quella dei laici del Pd. “La polemica laici-cattolici” sostiene quasi in tono di sfida” è artefatta e chi lo fa inquina il dibattito. Non si tratta di fare crociate ma chi dice che sui temi della vita e della morte decide la Chiesa e non il Parlamento per me è un clericale e io dico no”. Mentre il Pd anche sui temi eticamente sensibili fatica a trovare una bussola, il popolo democratico applaude il presidente della Camera.
Sorpresa finale
Fine del dibatto con sorpresa: tra le strette di mano e gli autografi, dopo quasi due ore di intervista, si fa avanti il signor Gianfranco Fini, omonimo ma di dichiarata fede democratica, che ha mostrato all’ex leader di Alleanza nazionale la sua carta d’identità . Per tutta risposta Fini ha fatto notare al suo omonimo che le iniziali del numero del documento erano AN, aggiungendo, tra le risate dei presenti, che non poteva trattarsi davvero di un simpatizzante del Partito democratico.
Poi via, lasciando dietro di sé gli apprezzamenti, come racconta Il Giornale, delle signore democratiche: “Ma che portamento, ma che bell’uomo, e che belle idee…”.
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La religione resti fuori dal Parlamento. Gianfranco Fini conclude la sua parabola laicista e dice chiaro e tondo che le leggi si devono fare senza il condizionamento dei “precetti di tipo religioso”. Una presa di posizione netta che chiude il cerchio dei suoi innumerevoli strappi di questo ultimo anno sui temi eticamente sensibili (dal testamento biologico alla fecondazione assistita alle coppie di fatto); e che mette in allarme la Chiesa, e, trasversalmente, la “rappresentanza” cattolica che siede sugli scranni parlamentari. Scoppia così un nuovo caso politico con uno scontro a distanza tra il presidente della Camera e le alte sfere ecclestiastiche, spalleggiate dall’Udc ma anche dalla componente cattolica del Pdl.
Occasione per l’ennesimo distinguo di Gianfranco Fini, un incontro con gli studenti di Monopoli sulla Costituzione, durante il quale si è affrontato il tema della bioetica. Il presidente della Camera ha risposto di buon grado puntualizzando che il Parlamento “deve fare le leggi non orientate da precetti di tipo religioso. Il dibattito sulla bioetica è complesso” ha rimarcato “e mi auguro che venga affrontato senza gli eccessi propagandistici che ci sono stati da entrambe le parti perché queste sono questioni nelle quali il dubbio prevale sulle certezze”.
Affermazioni che Monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, ha voluto subito esorcizzare: “La Chiesa cattolica non ha mai pensato di imporre al Parlamento italiano ‘precetti religiosi’”, ma “non tacerà sui temi di bioetica, che riguardano i diritti umani, i dettami costituzionali, la stessa razionalità umana e il bene comune”. E poi, non si tratta di “precetti religiosi” ha protestato il vescovo “ma di “argomenti basati sulla ragione e sul diritto”, e il fatto che “vengano portati avanti dal clero o da organismi cattolici non deve consentire a nessuno di considerarli come prodotto di una razionalità minore”. Ecco perché” è stata la conclusione battagliera di monsignor Sgreccia “tanto più forte faremo sentire la nostra voce”.
Da subito ha alzato i suoi decibel l’Udc che, con Luca Volonté, ha gridato contro “l’indegno attacco laicista” di Fini; un affondo che, ha accusato: “discrimina i credenti” come “nei totalitarismi neri del ‘900” e che aggredisce “la libertà e la dignità della chiesa”. Toni durissimi stemperati poi da Pier Ferdinando Casini, che ha definito “ovvie” le parole del presidente della Camera, ma ha anche plaudito a quanti in Parlamento si fanno paladini nelle battaglie sui “valori e sui principi che”, ha osservato, “ormai non hanno diritto di cittadinanza in politica”.
Sorpresa e irritazione nel Pdl. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, ha detto che Fini “sbaglia e si pone su un piano di scontro ideologico molto lontano dalla laicità positiva da lui stesso evocata”. “Ognuno” ha tuonato “ha il diritto e il dovere di difendere ciò in cui crede. Sempre”. E Gaetano Quagliariello, vicepresidente del Pdl al Senato, ha bacchettato il presidente della Camera perché le sue affermazioni possono ingenerare “equivoci” evocando l’immagine di uno stato “teocratico” lontano dalla realtà . Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alle questioni di bioetica, ha detto che non vede leggi ispirate a precetti religiosi, e ha citato ad esempio la legge 40 che “é molto equilibrata.

Un fondo di garanzia da circa 30 milioni di euro in grado di generare prestiti bancari agevolati per 300 milioni da destinare alle famiglie in difficoltà a causa della crisi è stato istituito dalla Conferenza episcopale italiana grazie ad un accordo con l’Abi, l’associazione bancaria italiana. Potranno farne richiesta di accesso le famiglie regolari con tre figli o malati a carico che abbiano perso ogni fonte di reddito.
Ecco la risposta della Chiesa cattolica italiana illustrata questa mattina a Roma, presso la sala stampa di Radio vaticana, dal segretario generale della Conferenza episcopale, monsignor Mariano Crociata, il quale ne ha anche approfondito il significato “di comunione e solidarietà ” della Chiesa, consapevole “della gravità e dell’ampiezza della crisi finanziaria ed economica in atto”.
Dando corpo ad una iniziativa annunciata fin dal consiglio permanente dello scorso gennaio, ha spiegato Crociata, la Cei ha raggiunto un accordo con l’Associazione bancaria italiana, la quale si è fatta carico di fare da interfaccia con i singoli istituti di credito garantendo un effetto di “decuplicazione” delle erogazioni rispetto all’ammontare del fondo di garanzia messo a disposizione dai vescovi. Il fondo sarà finanziato con una colletta nazionale che si terrà in tutte le chiese italiane domenica 31 maggio, solennità di Pentecoste, ma vi si potrà contribuire anche per altre vie, per esempio attraverso conti correnti bancari da istituire ad hoc, in modo da favorire “azioni di solidarietà dentro e fuori dalla comunità ecclesiale”. La Cei conta di raggiungere così l’obiettivo di 30 milioni di euro, che si tradurrebbe in prestiti alle famiglie più bisognose per un totale di 300 milioni di euro. Potranno accedervi, attraverso i centri Caritas delle parrocchie, le famiglie regolari, anche straniere e non cattoliche, purchè con almeno tre figli o malati a carico e che abbiano perso il lavoro ed ogni fonte di reddito.
“Non è un’elemosina ai poveri” ha tenuto a sottolineare il segretario della Cei “ma un intervento nel rispetto della dignità delle persone che potranno restituire quanto percepito, a tassi contingentati da definire e nei tempi loro possibili, quanto ricevuto”. Se ciò non fosse possibile, interverrà il fondo di garanzia che, in caso di mancato utilizzo, sarà invece distribuito tra le diocesi per aiuti diretti. L’iniziativa - è stato anche chiarito - si affianca a quelle già avviate in molte diocesi italiane (a cominciare da quella di Milano dello scorso dicembre), i cui benefici non saranno cumulabili a quella nazionale, ed è tesa, fra l’altro, a sottolineare l’immagine “di una Chiesa unita impegnata nell’annuncio del Vangelo anche attraverso una costante attenzione alle necessità concrete di chi ha bisogno”.
Presentando il fondo di garanzia, monsignor Crociata è tornato anche sul bio-testamento e sui dubbi espressi dal presidente della Camera Gianfranco Fini al Congresso del Pdl. “Ognuno ha sufficiente capacità di fare sue valutazioni. Lo Stato etico mi sembrerebbe altra cosa e la Chiesa non ha mai avuto simpatia per questo tipo di situazione, che esiste dove ci sono delle costrizioni. Non mi sembra questo il caso”. Sul biotestamento, quindi: “I vescovi rispettano l’autonomia del Parlamento e non intendono ingerire nall’elaborazione e nei tempi della legge sul fine vita”.
Un accenno poi della Conferenza episcopale italiana al nodo immigrazione. I vescovi italiani infatti hanno fatto sapere di seguire “con grande pena” le notizie sugli ultimi naufragi di clandestini e hanno ribadito che “chi arriva sul territorio nazionale va accolto e accompagnato”, trattato come una persona.
Il VIDEO servizio:

“Le ragioni dell’annullamento non ci riguardano, in quanto fanno riferimento a considerazioni di ordine pubblico”: parla anche a nome dei suoi colleghi il fisico Marcello Cini, autore della prima lettera, pubblicata il 14 novembre scorso da un quotidiano, nella quale si rilevava il carattere inopportuno dell’intervento di papa Benedetto XVI nella cerimonia di apertura dell’anno accademico dell’università di Roma La Sapienza.
Per Cini è l’occasione di fare chiarezza: “Ciò che io e i miei colleghi abbiamo inteso affermare nelle due lettere è l’autonomia dell’università dall’intervento di un’autorità esterna che per sua stessa natura si proclama depositaria di una verità assoluta. Ciò contrasta con la natura stessa della comunità universitaria, che va in cerca di verità relative, contingenti e sottoposte a dibattito”. Obiettivo delle lettere, prosegue Cini, era quindi “salvaguardare le rispettive sfere di competenza, influenza e comunicazione, che sono entrambe rispettabili ma che è bene tenere separate”.
Perplessità , delusione, rammarico sono i sentimenti più diffusi tra gli oltre 60 docenti, soprattutto fisici, firmatari della seconda lettera, del 22 novembre, nata come comunicazione privata di un gruppo di docenti al rettore, ma comunque nota, tanto da essere pubblicata da tempo su un sito degli studenti. Improvvisamente quella lettera, fino a pochi giorni fa passata quasi inosservata, è diventata la miccia che ha fatto esplodere quella che si è rivelata una vera e propria bomba di polemiche proprio alla vigilia della cerimonia.
Che la lettera non avesse nessuna intenzione di censura lo ribadiscono il direttore del dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco, e il fisico Giorgio Parisi: “dicevamo che invitare il papa all’inaugurazione dell’anno accademico ci pareva una scelta incongrua. Il rettore non ci ha dato una risposta scritta ed è andato avanti. A nostro avviso il suo era un errore, ma è stato eletto e rappresenta l’università , pertanto le sue decisioni vanno rispettate”. Ciò che “stupisce”, prosegue Parisi, è che “una lettera scritta due mesi fa ricompaia alla vigilia della visita”.

Un altro dei firmatari, Carlo Cosmelli, si dice dispiaciuto per il fatto che “la rinuncia non sia dovuta a un rifiuto da parte del rettore, ma del Vaticano. Il rettore non ci ha mai risposto”. Quello che davvero dispiace e che Cosmelli definisce “molto pesante” e “assolutamente fuori luogo” è l’epiteto di “cattivi maestri” con il quale oggi qualcuno ha definito i firmatari della lettera e che ricalca quello con cui “erano definiti i brigatisti negli anni duri del terrorismo”.
Il fisico Carlo Bernardini vede l’annullamento della visita del papa come “un buon segno di responsabilita”‘ e forse di comprensione del fatto che “molta gente non sopporta indottrinamenti”. Tra le posizioni favorevoli all’intervento del papa, quella dell’immunologo Fernando Aiuti, per il quale “il diritto di parola va consentito a tutti e 67 docenti su 4.500 sono una piccola minoranza”, e quella del genetista Bruno Dallapiccola, co-presidente dell’associazione Scienza e vita. “L’annullamento della visita del papa” rileva “è la triste conclusione di un episodio del quale l’università La Sapienza non deve essere orgogliosa”.
È il rammarico il sentimento prevalente con cui la politica tutta, seppure con qualche diversità di toni, accoglie la notizia dell’annullamento della visita del Papa alla Sapienza. Anche il Presidente della repubblica ha inviato una lettera a Benedetto XVI. Un dispiacere bipartisan per una scelta che era nell’aria dalla mattina, ma che, appena divenuta ufficiale, provoca ugualmente una valanga di commenti.
La stragrande maggioranza degli interventi condanna i 67 docenti che si sono opposti alla visita, creando le condizioni per il rifiuto vaticano. Franco Marini esprime il rincrescimento di tutto il Senato, interpretando, ”aldilà delle valutazioni diverse che vanno rispettate, il sentimento di tutta l’Aula”.
L’Unione, in testa il premier Romano Prodi, critica il clima di intolleranza e di tensione creato nell’Ateneo. Compatta la condanna del centrodestra, a partire da Silvio Berlusconi, che attacca la sinistra alleata a ”frange intolleranti”.
Si distinguono dal coro Marco Pannella e il senatore Verde Giampaolo Silvestri, solidali con i docenti che hanno trovato improprio l’invito del rettore. ”Questi professori - osserva il leader radicale - ricordano quella dozzina di professori che negli anni Trenta si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista”. Più sfumato il giudizio di Enrico Boselli che pur definendo ”opportuna” la decisione del Papa, osserva che ”nessuno ha il diritto di mettere bavagli”.
Netto invece Prodi. Il presidente del Consiglio condanna ”i gesti, le dichiarazioni e gli atteggiamenti che hanno provocato una tensione inaccettabile e un clima che non fa onore alle tradizioni di civiltà e di tolleranza dell’Italia”. Ed esprime ‘’solidarietà forte e convinta” a Benedetto XVI e ”profondo rammarico” per la decisione. ”Nessuna voce - ammonisce - deve tacere nel nostro Paese, a maggior ragione quella del Papa”.
Anche Berlusconi boccia ”un certo fanatismo che nulla ha di autenticamente laico”. Poi attacca a testa bassa la sinistra, osservando che ”ancora una volta dovrebbe fare un severo esame di coscienza. L’alleanza con certe frange intolleranti, e la campagna di anticlericalismo ideologico fomentata da alcuni partiti della maggioranza hanno creato il clima nel quale é maturata questa pagina vergognosa”.
Per il leader del Pd, Walter Veltroni, ”ogni atteggiamento di intolleranza” compreso questo verso il Papa ”fa male alla democrazia e alla liberta”’. Franco Giordano (Prc) si dice ”dispiaciuto”. ”Penso che il primo principio della laicità - aggiunge - sia il libero confronto e la libertà di parola anche di esprimere contenuti diversi e distanti dall’uditorio”. Tocca a Fabio Mussi intervenire alla Camera a nome del governo. Il ministro dell’Università condanna i professori, definendo quanto avvenuto ”gravemente sbagliato per la natura dell’Università e della sua missione”.
Il centrodestra accusa il governo di danneggiare, ancora una volta, l’immagine dell’Italia nel mondo. In più l’opposizione, stavolta assieme al Pd, attacca i 67 promotori dell’appello contro Benedetto XVI riscoprendo la formula dei ‘cattivi maestri’, l’espressione con cui Indro Montanelli additò i professori che, secondo lui, negli anni ‘70 incitarono i propri studenti alla lotta armata. Un paragone usato oggi dallo stesso rettore della Sapienza, Renato Guarini, e rilanciato dagli azzurri Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto, da Gianni Alemanno e Riccardo Pedrizzi di An, da Francesco Storace (La Destra) e dal capogruppo Pd, Antonello Soro.
Durissimo anche il leader di An, Gianfranco Fini: ”È inaccettabile che qualcuno in nome della laicità abbia atteggiamenti laicisti e irrispettosi e che non hanno nulla a che vedere con la democrazia italiana”. ”Complimenti - ironizza il leader Udc, Pier Ferdinando Casini - ai 67 firmatari dell’appello. Con la loro intolleranza hanno dimostrato lo stato di desolazione dell’Università italiana e la debolezza culturale dei reduci del ‘68. Se questi sono i maestri dei nostri figli, c’è da aver paura per il nostro futuro”.
Infine, Umberto Bossi: ”Mi meraviglia che i politici non abbiano difeso il Papa prima, quelle di queste ore sono difese tardive. E’ l’uomo piu’ importante di Roma a lui guardano milioni di persone in tutto il mondo. È lui che fa vivere ancora Roma e la risposta e’ questa… Lo trovo sconcertante”.

Francesco Rutelli va all’attacco. Il vicepremier critica gli scienziati contrari alla presenza di Benedetto XVI il 17 gennaio all’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza di Roma. ”L’Università , luogo di studio, va preservata dalla diatriba politica. Ma che razza di idea di libertà hanno coloro che non vogliono il Papa alla Sapienza?” dice Rutelli, d’accordo con Giuliano Ferrara che ieri sera aveva detto: “Non vogliamo che le università italiane si riducano come la Sapienza di Roma dove si vuole negare la parola al professor Ratzinger” e anticipando le parole del ministro della Salute Livia Turco per la quale ”Il Papa va in un contesto pubblico, esprime il suo messaggio come parte, in dialogo paritario con le istituzioni”.
Sono solo alcune delle voci contro i 67 docenti che hanno firmato un appello giudicando “incongrua” la presenza del Pontefice. Nella lettera, firmata tra gli altri, dai fisici Andrea Frova, autore con Mariapiera Marenzana di un libro su Galileo e la Chiesa, Carlo Maiani, da poco nominato presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Carlo Bernardini, Giorgio Parisi, Carlo Cosmelli, si sottolinea che non c’è chiusura al dialogo con la chiesa, ma ”non si capisce perché il rappresentante di uno Stato estero debba inaugurare un’università statale” e si ricorda che ”la posizione del Papa su Galileo ci umilia e ci offende”. Gli studenti dei Collettivi si preparano invece a una contestazione dai toni goliardici.
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