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Lamberto-Dini

Elaborazione grafica: Claudio Laurenti - ANSA
Nichi Vendola, Marco Travaglio, Luigi De Magistris, Beppe Grillo: quindici anni dopo la nascita del governo Dini, c’è chi a sinistra non ne vuole sapere di baciare l’ennesimo rospo, benché non racconti barzellette e vesta in modo molto british. Chi rischia di più, tra mal di pancia, distinguo e barricate a sinistra contro il «governo delle banche», è il Partito Democratico che, pur avendo il vento dei sondaggi in poppa, ha scelto la strada irta di ostacoli del governo delle responsabilità condivise. Se Monti dura, e ci propinerà l’amara e impopolare medicina, Bersani potrebbe rischiare insomma un’emorragia elettorale alla sua sinistra come risulta anche da questa sintetica rassegna web. Continua
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Dal Pd al Pdl e viceversa, senza colpo ferire. Mai come in questa vigilia di voto, tra aspiranti deputati e senatori uscenti, la pattuglia di chi ha cambiato casacca è stata così folta e composita. E soprattutto trasversale, formando nel Parlamento un gruppo che, quanto a numeri, ha ben poco da invidiare a quelli dei partiti in gara per la tornata di aprile.
Nelle liste del Popolo della Libertà hanno ad esempio trovato spazio alcuni dei moderati scontenti del ruolo (e della visibilità) lasciatagli dai democratici guidati da Veltroni. A partire da Lamberto Dini, che al Pd a dire il vero non aveva aderito mai. Ministro del Tesoro nel primo governo Berlusconi, poi premier di transizione voluto dal Presidente Scalfaro, poi segretario di Rinnovamento italiano (confluì nella Margherita nel 2001), già sostenitore dei governi Prodi (’96), D’Alema (’98) e Amato (di cui è stato ministro degli Esteri, fino al 2001). Da ultimo, dopo la creazione del nuovo gruppo, i Liberaldemocratici e dopo la caduta del secondo esecutivo Prodi, rieccolo nel centrodestra, sciolto nel nuovo progetto di Silvio Berlusconi.
La trasmigrazione ha riguardato, tra gli altri, anche Carlo Giovanardi, ex ministro dei Rapporti con il Parlamento, che ha abbandonato l’Udc per approdare, con i suoi Popolari Liberali, al Pdl. Percorso contrario di Ferdinando Adornato che ha fatto la scelta opposta: dalle fila dei liberal (con tanto di fondazione e quotidiano) di FI ai centristi di Pier Ferdinando Casini.
Ma il centrosinistra non è messo meglio. La reception del loft di Veltroni ha accolto tra le sue larghe braccia il dissidente dell’Udeur Nuccio Cusumano che tentò di salvare il governo Prodi dissociandosi dalla linea di Mastella e compagni. Per quella scelta ricevette insulti e oltraggi, ma adesso incassa un posto abbastanza sicuro per il Senato (è candidato al decimo posto in Sicilia). Il più feroce dei suoi oppositori, Tommaso Barbato, anche lui ex Udeur, colpevole di un’aggresione (con sputo vero o presunto che fosse) nei confronti dell’ex compagno di partito, ha trovato ora asilo nell’Mpa di Raffaele Lombardo, in lista anche lui per uno scranno a Palazzo Madama.

Sempre tra gli autonomisti siciliani è passato anche il deputato uscente Ferdinando Latteri (foto sopra), chirurgo e già rettore dell’Università di Catania . Dopo un trascorso “azzurro” nel partito di Berlusconi, qualche anno fa era approdato alla Margherita, candidandosi anche alle primarie per la presidenza della Regione Sicilia (perdendo, contro Rita Borsellino). Ha aderito al Partito Democratico (di cui è stato Presidente della Commissione Statuto nell’isola) ed ora, dopo il “niet” di Veltroni , è finito sotto le insegne di Lombardo: correrà candidato alla Camera in entrambe le circoscrizioni isolane.
Ma il punto più significativo l’ha forse raggiunto Mimmo Russo, consigliere comunale palermtiano in corsa alle prossime elezioni regionali. In alcuni manifesti il suo volto compare con il simbolo di An, in altri con quello dell’Mpa. Un errore di un tipografo distratto? Niente affatto. Semplicemente, il passaggio da un partito all’altro è stato così repentino da cogliere di sorpresa tutti, stamperia compresa. Così, il poco tempo a disposizione non è stato sufficiente a coprire coi nuovi simboli i vecchi manifesti.

Per festeggiare il nuovo anno, dopo i patimenti in Parlamento, Romano Prodi ha deciso di dedicarsi allo sci. E con un nuovo look: via quel giaccone beige, tema lo scorso anno del dibattito mediatico perché considerato un po’ antiquato, ecco una tuta da sci tecnologica, verde - “ulivo”, ha precisato lui - e nera. Con quella addosso Prodi si è lanciato sulle piste di Campolongo (Belluno). La cosa può avere anche un significato simbolico: il Professore è tenace, non lo spaventano gli sforzi, né le difficoltà. Come ama definirsi, è un diesel: ad andatura costante gli è - finora - riuscito lo slalom tra i paletti degli alleati, zigzagando con il programma tra il centro e la sinistra. Capacità cui dovrà appellarsi anche in questo gelido gennaio. Insomma il premier non è da sottovalutare, anche se le possibilità di sopravvivenza del suo governo sembrano stavolta davvero ridotte al minimo.
Anche per prepararsi alle prove d’inizio anno, il premier ha scelto di scrivere una lettera all’Ansa per ribadire il primato italiano sulla Spagna. Le minacce per il governo, però, sono altre, e non provengono dall’esterno. Sono anzi tutte interne alla maggioranza. A cominciare dai sette punti che il senatore Lamberto Dini ha messo per iscritto e in base all’accettazione dei quali deciderà, insieme con la sua pattuglia, se continuare a sostenere l’esecutivo o invece sfiduciarlo. Per il 10 gennaio è previsto un vertice di maggioranza sulla legge elettorale (la cosiddetta verifica): non si sa però se si terrà o meno, date le divisioni nel centrosinistra. A chiederla a gran voce sono i ministri della Sinistra-Arcobaleno, Prodi vorrebbe evitarla. Dopo pochi giorni la decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum. Le previsioni sono che i giudici - vista anche la pioggia di indiscrezioni e sospetti per un eventuale “no” - diano un sostanziale via libera alla consultazione.

Se ciò accadesse la maggioranza non terrebbe un minuto: o si va al referendum, o si va a una nuova legge elettorale. Unica via d’uscita, appunto, le lezioni anticipate.Come se non bastasse ci sono gli strascichi del 2007. Il pacchetto sicurezza deve essere riapprovato, ora che è stato riscritto. La legge di riforma sulla Rai entra ed esce dal calendario. Il viceministro Vincenzo Visco non ha goduto dell’archiviazione chiesta dal pm sul caso Speciale: il gip di Roma ha disposto un supplemento d’indagine per possibile abuso di ufficio. Le misure economiche promesse per il prossimo anno, a cominciare dalla riduzione delle tasse, dovranno fare i conti con il rallentamento dell’economia e con la fine dei tesoretti. Incombono gli scioperi, a cominciare da quello generale del trasporto pubblico già indetto per fine gennaio. Incombe la decisione sulla vendita dell’Alitalia, con Padoa-Schioppa, che in qualità di ministro delle Finanze detentore della quota in vendita, che si è detto favorevole al piano Air France, mettendosi contro tutto l’asse del Nord. Ma soprattutto gli alleati hanno dato a Prodi l’ultimatum. Ai già citati senatori diniani che, approvata per spirito di responsabilità la Finanziaria, hanno annunciato la poltica delle mani libere, vanno aggiunti Domenico Fisichella, un ex di An finito nell’Unione, e, all’estrema sinistra, Franco Turigliatto. Voti che difficilmente potranno essere bilanciati dai senatori a vita.
Al punto che interi partiti, da quello di Mastella a Rifondazione, chiedono già di andare a votare nel 2008. Pare che della stessa opinione sia Walter Veltroni, il quale ovviamente non ha nulla da guadagnare da questo stato di cose. Su tutto vigila, sempre più critico (ma lo descrivono estremamente irritato), il presidente della Repubblica. Nel messaggio di fine anno, Giorgio Napolitano non ha potuto che insistere sulla necessità di fare riforme condivise. D’ora in avanti il premier potrebbe perdere la sua ciambella di salvataggio: la contrarietà di Napolitano ad un voto anticipato senza una nuova legge elettorale.

Un avvio 2008 terribile per il Professore. Tanto che, se nell’altro campo Silvio Berlusconi se ne fosse stato tranquillo ad attendere, senza perdersi in manovre e chiacchiere tutte intercettate sulla campagna acquisti in Parlamento, ora il centrodestra avrebbe già la vittoria in tasca.
Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il VIDEO servizio:
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“Un governo si abbatte con un voto di sfiducia, non con le dichiarazioni. E per votare contro un governo occorrono (o meglio, occorrerebbero) delle motivazioni. E, vista l’opera di risanamento dei conti pubblici, queste motivazioni non ci sono. Per questo non capisco l’atteggiamento di Dini: siamo stati eletti con un mandato, una coalizione, un compito e questo il governo lo sta perseguendo”. Va all’attacco il presidente del Consiglio Romano Prodi nella consueta conferenza stampa di fine anno, a Villa Madama (qui il video dal sito del governo). Completo blu e cravatta regimental, il premier appare riposato e disteso. Il tono è pacato, incespica meno del solito, e si interrompe solo un paio di volte per bere un po’ d’acqua e schiarirsi la voce. Ma le unghie sono ben affilate e servono al premier per difendere il suo operato dagli ultimi affondi del senatore liberaldemocratico.
Anche perché, dice Prodi: “Il nostro è un Paese che si è rimesso a camminare ed è uscito dalle emergenze: lo dicono tutti i numeri e tutti i dati macroeconomici. Abbiamo ripristinato l’avanzo primario e il debito sta calando. Chiuderemo l’anno con un rapporto deficit/Pil molto più basso del previsto, e cioè intorno al 2%”. E poi: “Il tasso di disoccupazione in Italia è il più basso da 25 anni a questa parte e l’Italia vanta la migliore situazione in Europa”.
Il premier, tuttavia, ha confermato la preoccupazione per il fatto che l’azione di risanamento dei conti pubblici completata nel 2007 non ha rimosso “una mancanza di fiducia molto diffusa e un clima di insicurezza che appesantisce e non permette di alzare il passo, camminare spediti e alla fine di correre”.
Ed è proprio questa diffusa percezione di insicurezza - che resiste ad ogni cambiamento - a frenare il Paese e a oscurare i miglioramenti ottenuti dalla squadra dell’Unione in questi primi 589 giorni di governo. La preoccupazione di Prodi insomma non sembra quella che è sulla punta della lingua di tutti i cronisti che attendono il loro momento per rivolgergli una domanda, cioè come terrà a bada l’ex premier Dini e se pensa di avere ancora una maggioranza. A questo il premier risponde indirettamente, con una prolusione di numeri, percentuali e cifre tutta incentrata sul divario tra quel che il Paese, con qualche fondamento, percepisce dell’azione di governo e quel che ha fatto di positivo l’esecutivo nell’affrontare i problemi che attraversano le famiglie, i giovani, le imprese: oggi “abbiamo aggredito i debiti come si fa nelle buone famiglie e abbiamo speso meglio” ma l’incertezza verso il futuro, dice il presidente del Consiglio, è ancora alimentata dalla paura, dalla diffidenza verso lo straniero, dal degrado ambientale, dalla criminalità. “Noi ci siamo dati il compito di guardare in faccia questa emergenza e di affrontarla” assicura Prodi, ma il problema è ancora la “percezione”.

Prodi è deciso inoltre nel difendere l’impronta riformista dell’operato suo e del governo, come aveva fatto in passato. Per lui non si cambia il mondo in un solo giorno ma si misura il successo di un esecutivo sul metro del miglioramento: “Se prima eravamo il malato d’Europa stiamo superando la convalescenza”, rileva il presidente del Consiglio e se il 2007 è stato l’anno degli incendi e dei rifiuti, dell’antipolitica, della casta, di una crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche, il 2008 dovrà essere l’anno “in cui proiettiamo l’Italia nel futuro”.
L’asso nella manica per risollevare l’immagine del suo governo davanti all’opinione pubblica è ora restituire “in modo sostanziale” potere d’acquisto ai salari, a cominciare da quelli medio-bassi, attraverso l’abbattimento dell’imposizione fiscale sulle buste paga e poi indirizzare nuove risorse verso le famiglie con figli. Per quanto riguarda la precarietà nel lavoro Prodi punta al dispiegarsi durante il 2008 delle misure contenute nel protocollo sul Welfare e sull’ordine pubblico il premier conta sull’efficienza dimostrata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura con importanti risultati registrati nel contrasto alla criminalità organizzata, pensa a una riedizione del decreto sicurezza. Secondo Prodi le “erbe infestanti” che minacciano l’albero di 2500 anni che è il nostro Paese, per dirla con l’ambasciatore americano a Roma, esistono, ammette: malavita, criminalità diffusa, pubblica amministrazione e una giustizia che non funziona.
“Ma”, conclude il premier, più ottimista del solito: “pochi alberi resistono 2500 anni rigogliosi come l’Italia”, per la quale lui spera che ritrovi un ruolo di leadership nel mondo in tempi veramente brevi, “ma non illudendo i cittadini italiani”.

E infatti il primo a non illudersi è proprio il leader dei Liberal Democratici, che replica così: “Prodi ha fatto una serie di promesse, ma ne erano state fatte anche in passato. Vedremo se avrà la capacità di realizzarle. Servono fatti non annunci”.
Il VIDEO servizio:

Nella maggioranza sapevano che il presidente era arrabbiato, ma non che avrebbe lanciato una vera a propria bomba. Erano tutti al Quirinale questa mattina. L’intera classe politica italiana riunita per il tradizionale scambio di auguri con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che non ha perso l’occasione per richiamare duramente il governo contro l’uso della fiducia nella finanziaria, e contro gli errori sul decreto sicurezza: “Abbiamo avuto nei giorni scorsi esempi clamorosi delle distorsioni che un esame concitato, da posizioni contrapposte, di leggi delicate può provocare. Anche quest’anno l’approvazione della legge Finanziaria è stata in ultima istanza affidata a congegni di abnorme accorpamento - con conseguenti voti di fiducia - di norme accresciutesi senza misura nel corso del dibattito parlamentare. Un sistema che deve essere cambiato superando la difficoltà di intese efficaci sulle procedure e sui tempi in Parlamento, il persistente ed ingiustificabile ritardo nell’affrontare una riforma razionalizzatrice delle normative vigenti in materia di contabilità e di bilancio dello Stato nel suo insieme”. Dopo queste durissime parole pronunciate nella Sala degli arazzi del Quirinale non pochi sono stati i tremiti tra i politici (erano presenti tutti): da chi, nell’opposizione gongolava, a chi, nella maggioranza, tremava. La botta è stata così grande che il premier Romano Prodi, prima del cocktail con il presidente (che è stato l’occasione per ampi conciliaboli tra politici e che ha visto un dialogo fitto e appartato tra Napolitano e Walter Veltroni per alcuni minuti), circondato dai cronisti, ha subito replicato mettendo le mani avanti: “Il presidente ha ragione ma se non cambiamo procedure, regolamenti e modo di lavorare nel Parlamento, è difficile evitare questo aspetto. Ci sono vincoli regolamentari che spingono verso una finanziaria di troppo ampia portata”.
Nei corridoi del Quirinale questa mattina veniva più volte sottolineato che il presidente non tollererà più errori come quello sul decreto sicurezza. E che la fiducia va razionalizzata, magari cambiando proprio la legge che regola il suo utilizzo (in effetti Prodi ha già fatto un record: l’ha chiesta 30 volte in diciannove mesi di governo, contro i 29 voti di fiducia in tre anni e 10 mesi del Berlusconi bis della scorsa legislatura). Chissà che non ritorni in auge quel progetto di riforma della legge finanziaria che giace ormai da mesi - non per colpa sua, ma per i veti incrociati di tutti - sulla scrivania del presidente della commissione Bilancio del Senato, Enrico Morando (tra l’altro persona molto vicina a Napolitano).
Sulle dure parole di Napolitano è netto il commento che il presidente dei deputati di Alleanza Nazionale, Ignazio La Russa, rilascia al volo Panorama.it: “Napolitano ha fatto bene”.
Alla luce delle parole del presidente della Repubblica e con Lamberto Dini che fa le bizze questi tre giorni conclusivi della finanziaria al Senato fanno tremare il governo? No. Il numero due dell’Udeur, il capogruppo al Senato, Stefano Cusumano spiega: “Non credo assolutamente che ci saranno ripercussioni sul voto al Senato. La maggioranza è coesa e ce la farà. È a gennaio che dobbiamo ripartire. Da lì si vedrà”.

Prima pubblicamente durante la conferenza stampa insieme con Lamberto Dini, Roberto Manzione, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera: “Si apre oggi un’offerta pubblica di sottoscrizione”. Poi in privato parlando con Panorama.it: “Io e Dini siamo due vecchie volpi, due esperti del palazzo, ma ci sono tanti altri che se non vedono che rompiamo e facciamo qualcosa di davvero organizzato non ci seguono. Adesso vedrete come correranno da noi. Si creerà un effetto valanga: arriveranno da 1 a 10 senatori. Sono certo”. Firmato Willer Bordon, detto Tex.
Insomma, appare chiaro che nel lasciare ufficialmente il gruppo del Pd, Dini, Bordon e i loro senatori abbiamo anche aperto un banchetto in cui sono pronti ad accogliere altri senatori. Anche Dini, solitamente molto freddo, è stato piuttosto esplicito: “Apriamo un processo e offriamo un percorso unitario a quanti pensano sia venuto il momento di prendere una comune iniziativa politica, con l’obiettivo di superare un quadro politico che non appare in grado di produrre risposte efficaci e attui politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese”. E, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, ha ribadito: “Il governo è appeso ad un filo. Non so quanto potrà durare. Vedremo quello che succederà da qui alla fine dell’anno”.
Il tutto nel giorno in cui proprio lo stesso Dini ha trovato l’accordo con Romano Prodi sul welfare. E allora se cedi sull’economia, tratti e tiri la corda sul quadro del teatrino della politica. E il teatrino è quello che vuole che presto i due organizzeranno un gruppo autonomo: per farlo a palazzo Madama sono necessari dieci senatori. Negli ovattati corridoi senatoriali sono in molti pronti a scommettere che entro Natale li avranno trovati. E non è un caso che nell’incontro dell’altro giorno tra Walter Veltroni e Gianfranco Fini uno dei punti trovati nell’intesa sia stato proprio quello di modificare i regolamenti parlamentari per vietare che si possano formare gruppi diversi da quelli che sono andati alle urne.
E nel centrodestra? Beh, anche nella ex Cdl sono alle viste possibili cambi di casacca che potrebbero sconvolgere la geografia dei gruppi parlamentari. Ormai digerito il salto di Marco Follini (da vicepremier nel governo Berlusconi a responsabile della comunicazione del Pd di Veltroni) e dopo la svolta del predellino di Silvio Berlusconi, il nuovo partito sta prendendo forma e sono in arrivo dall’Udc Carlo Giovanardi e altri “amici” a lui vicini. Quindi un posto di rilievo nel nuovo Pdl sarà previsto per il giovane Daniele Capezzone, si parla del ruolo di portavoce.
E come il Pd ha perso per scissione Sinistra Democratica, anche la nuova formazione del Cav rischia di poter non vedere aderire Maria Burani Procaccini (importante perché senatrice), Angelo Sanza e Ferdinando Adornato.
Il tutto al netto dell’ancora fantomatica Cosa Bianca sognata da Bruno Tabacci con Savino Pezzotta e Luca Cordero di Montezemolo. Che ancora non è partita, ma di cui tutti parlano nei palazzi della politica.

Silvio Berlusconi prepara il piano B per buttare giù Romano Prodi: crisi di governo a gennaio, o forse anche prima, quando la Finanziaria, dopo essere passata per la Camera, dovrebbe tornare al Senato corredata del protocollo welfare.
Niente spallata stavolta, termine che evidentemente porta jella, ma “implosione” della maggioranza ad opera di Lamberto Dini e degli altri che non vogliono più stare con il Professore e l’hanno annunciato ieri sera, prima del voto (sofferto) sulla manovra economica. Il Cavaliere squaderna anche i sondaggi, che continuano ad essergli favorevoli ed ostili a Prodi, nonostante il varo della Finanziaria e nonostante la nascita del Pd. E infine si augura che “milioni di italiani” in questo weekend accolgano l’appello a firmare per mandare a casa il governo.
Tutto vero, ma con un dettaglio non trascurabile: da oggi questa è la strategia di Berlusconi, non più (almeno per ora) dell’intera Cdl. Compatta fino a ieri sera, fin quando ha sostenuto il tentativo e la promessa berlusconiana della spallata, sin quando ha creduto alla campagna acquisti del Cavaliere tra i senatori dissidenti del centrosinistra, da oggi l’opposizione si è messa marciare in ordine sparso. Gianfranco Fini è stato il primo a smarcarsi inviando al Corriere della Sera una lettera (evidentemente non scritta alle 22,30 di ieri) nella quale annuncia che si terrà le mani libere e tratterà sulla riforma elettorale. “Per il centrodestra è doveroso cambiare strategia” dice Fini, aggiungendo comunque “che dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”. Il capo di An non manca di definire “roboanti” gli annunci di Berlusconi, così come quelli di Prodi, di fatto bollando di poca credibilità tanto il Cavaliere quanto il Professore. Se non è un caso, si tratta del preannuncio da parte di Fini del superamento dell’era dei grandi duellanti, Prodi e Berlusconi appunto. Pier Ferdinando Casini non mancherà, anche lui, di far sentire la propria voce, anche se Berlusconi sta tentando di recuperarlo. I rapporti personali tra i due, infatti, sarebbero migliori di quelli tra Berlusconi e Fini. Di fatto il Cavaliere può contare ancora sulla fedeltà della Lega (anche lei però interessata alla riforma elettorale), nonché sulle frange minori della Cdl.
Ovviamente non è che nel campo prodiano le cose vadano benissimo. Anzi, vanno decisamente male visto che Lamberto Dini ed i suoi hanno dato al premier una sorta di preavviso di sfratto probabilmente per l’inizio del 2008, e visto soprattutto che Walter Veltroni continua a trattare con centrosinistra e centrodestra sulla legge elettorale, prefigurando scenari politici diversi.
Però Prodi ha vinto sulla Finanziaria. Che sia una vittoria di Pirro, stavolta, dovranno dimostrarlo i fatti, non gli annunci prematuri o le promesse. Il centrosinistra, pur turandosi il naso, ha rivelato una volta di più una capacità rara di resistenza, anche se la fedeltà di questo o quel senatore è costata alle casse pubbliche qualcosa come un miliardo di euro, tra aiuti al Sud, agli italiani all’estero, alle imprese cinematografiche, agli altoatesini e via distribuendo. Ma è la regola del potere: disponendo delle casse pubbliche Prodi è stato più convincente di Berlusconi, che dispone della propria parola.
È chiaro che questi metodi di governo e questa maggioranza eternamente appesa al chiodo dell’ultimo ricatto non fanno bene a nessuno. Fanno però - per ora - bene a Prodi, e male a Berlusconi.
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È attorniato da Willer Bordon e Natale D’Amico, quando parla, il presidente Lamberto Dini.
E non sembra casuale, anzi: è il simbolico suggello della nascita di una nuova formazione politica all’insegna dello slogan: “mani libere”.
Un gruppetto di 5 senatori sicuri (i tre Liberaldemocratici e il duo dell’Ud) che punta a diventare l’ago della bilancia dei fragili equilibri dell’Unione. Pochi? Niente affatto, visto a Palazzo Madama la maggioranza si è retta finora su una manciata di voti. Agguerriti? Di sicuro, e vogliosi di smarcarsi.
E infatti Lambertow, pur non abbandonando Prodi (”Ho votato la Finanziaria per senso di responsabilità”, ha commentato), da oggi lavora ufficialmente per “superare rapidamente l’attuale quadro politico perché il governo non appare adatto a realizzare le politiche necessarie ad invertire la tendenza al declino economico e civile del paese”, ha detto l’ex premier subito dopo la maratona senatoriale sulla manovra. Un concetto ribadito anche nella mattina di venerdì: “Io non sono interessato ad un posto di governo. Anche se me lo offrissero, rifiuterei” dice, fugando così le voci, maligne, che lo davano per interessato a uno scambio: i suoi voti per un ruolo di rilievo in una ipotetica nuova compagine governativa.
Guardato a vista dall’Unione, temuto dal premier Romano Prodi, corteggiato fino all’ultimo dal Silvio Berlusconi, è da settimane che Lamberto Dini che sta tessendo la sua tela, con le “mani libere” e una serie infinita di contatti.
Che stanno già dando i frutti sperati dall’ex Presidente del Consiglio: Dini non sarà più, al Senato, alla guida di una pattuglia formata solo da Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, ma al suo fianco ci saranno Willer Bordon, Roberto Manzione e il “Senador” Luigi Pallaro (l’italo-argentino eletto per la circoscrizione estera). In prospettiva, a questa nuova formazione potrebbe anche aderire l’Udeur nonché - stando ai rumors del Senato - alcuni pezzi di Cdl se, come si vocifera a Palazzo Madama, il senatore Udc Mario Baccini guarda alla nuova formazione. “Decideremo volta per volta” è la linea di Dini “e voteremo i provvedimenti se rispettano i principi liberaldemocratici”. In particolare l’imminente minaccia è il voto sul protocollo sul welfare: “Se va oltre quanto concordato con i sindacati il nostro voto sarebbe negativo”.
E così le alleanze di nuovo conio, già ipotizzate dal ministro Rutelli durante la campagna elettorale del Pd, adesso sembrano ben avviate: non da Veltroni ma da chi sta alla destra del Pd e della maggioranza.
Seppur critico verso Prodi, Lamberto Dini infatti non intende passare all’opposizione ma in molti nell’Unione sono convinti che ora il leader Ld con i nuovi alleati detterà le condizioni al governo, prima tra tutti una rappresentanza in un eventuale rimpasto di governo. Un nuovo equilibrio temuto soprattutto dall’ala sinistra della coalizione, che teme tanto la caduta del governo quanto uno spostamento a destra.
Problemi che non riguardano l’ex uomo di Bankitalia: durante il lungo tutto l’iter della finanziaria, Dini si è trovato a suo agio nel ruolo di ago della bilancia. Tocca al governo ora farlo pendere, di volta in volta, dalla propria parte.