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Lamberto-Dini

La Finanziaria passa a Palazzo Madama con 161 voti contro 157. Ma il duello a distanza tra il Professore ed il Cavaliere, tra punzecchiature e sciabolate, sembra non riprendere mai fiato.
Il via libera parlamentare alla manovra dà la carica al presidente del Consiglio che ha come primo pensiero, appena incrocia i giornalisti, quello di chiedere al suo eterno rivale di riconoscere pubblicamente di ”avere sbagliato” profetizzando una ‘’spallata” che alla prova dei fatti non c’è stata. Anzi, il voto a Palazzo Madama consegna ”intatta” la maggioranza, rivendica il presidente del Consiglio, come il giorno dopo le elezioni.
Ma l’ex premier proprio non ci sta e replica immediatamente: ”L’attesa e prevista implosione del centrosinistra si è verificata. Le dichiarazioni del presidente Dini e del senatore Willer Bordon hanno sancito la fine di questa maggioranza e di questo governo”. E non va dimenticato il terzo “malpancista”: Franco Turigliatto di Sinistra Critica, che a caldo e in perfetto politichese, butta lì: “In questa maggioranza manca un’opposizione di sinistra”.
Sia come sia, quasi in un virtuale ping pong, Prodi reagisce in tempo reale non solo garantendo che i frutti del buon governo arriveranno presto ma anche avvertendo che i ”conti si fanno a fine legislatura”.
Berlusconi ribatte confermando la ”chiamata alle armi” di tutti i cittadini per esprimere, con una forma, la sfiducia e la loro ”indignazione” verso l’esecutivo. E il Professore chiude questo gioco a distanza nella notte invitando la destra a ”fare un esame di coscienza, a fare i conti con una strategia sbagliata, tutta puntata sulla spallata, su conti sbagliati e senza dare risposte sui contenuti”.
Ma che la partita, non solo tra i due sia ancora aperta, si è visto stamattina.
”Ieri l’implosione c’è stata perché due formazioni politiche hanno annunciato di non fare più parte della maggioranza”, ricomincia Silvio Berlusconi in diretta telefonica alla trasmissione Panorama del giorno su Canale 5, ribadendo alle domande di Maurizio Belpietro che ”la caduta di questo governo è assolutamente solo rinviata”. Secondo il Cavaliere, infatti, ”la prossima volta che un provvedimento passerà al Senato non ci sarà una maggioranza che lo voti e il presidente del Consiglio dovrà dare le dimissioni”.
Berlusconi si fa trovare agguerrito anche nei confronti dei suoi alleati. Alla lettera di Fini oggi pubblicata dal Corriere della sera il Cavaliere ha risposto che “un governo istituzionale sarebbe soltanto un espediente per rinviare il giudizio degli elettori’”. Di più: ”Direi che nel centrodestra non deve cambiare niente: l’unità della coalizione è necessaria e credo che tutte le forze del centrodestra siano impegnate in questo. Se ci sono delle nuove idee che finora sono mancate io sono pronto a prenderle in considerazione: mi sono impegnato a cercare di fare implodere questa maggioranza e credo di esserci riuscito, e finora l’unico che si è mobilitato per dare voce alla volontà degli italiani sono proprio io”.
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In Senato ieri è stata battaglia. Più che sugli articoli e sul voto finale, sui tempi. Il voto finale, che era atteso per il pomeriggio, è slittato a oggi o addirittura a domani mattina. Nonostante le difficoltà a palazzo Madama è comunque probabile, al netto di acquisti notturni non impossibili e di curiosi giochetti della politica nostrana, che la Finanziaria passi nei prossimi giorni. A spiegarlo a Panorama.it è il senatore di Forza Italia, Maurizio Sacconi: “Il governo non cadrà ora perché tra un mese, sotto Natale, la finanziaria torna qui e sarà ben diversa”. In pratica, la manovra andrà alla Camera, dove verrà modificata dalla maggioranza e soprattutto dall’ala radicale, sostiene l’ex sottosegretario al Welfare del governo Berlusconi, che aggiunge: “La manovra che tornerà in Senato sarà molto più di sinistra di quella di adesso”. E quindi i centristi, Lamberto Dini in particolare, avranno parecchie difficoltà a digerirla: “L’accordo del 23 luglio ha iniziato il suo iter alla Camera” prosegue Sacconi “e ora entrerà nella Finanziaria: ed è la pura negazione della riforma pensionistica Dini. C’è un buco non coperto di 15 miliardi di euro. Dini non potrà votarla”.
Alle considerazioni tecnico-sociali di Sacconi si aggiungono quelle dei corridoi rossi, ma ovattati, di palazzo Madama dove ieri più di un senatore spiegava: “Perché mai dovremmo far cadere il governo oggi, quando possiamo tenerlo sulle spine ancora un mese?”. Considerazione a cui dalla maggioranza veniva replicato: “Non fate cadere il governo, perché sapete che se andiamo ad elezioni a voi dissidenti non vi ricandida nessuno”.

Il senatore Maurizio Sacconi
Dunque ieri è stata battaglia a palazzo Madama perché l’opposizione ha chiesto l’allungamento dei tempi per valutare nuovi emendamenti. In realtà, spiegano dalla maggioranza, solo per fare ostruzionismo. All’inizio della giornata sembrava poter filare tutto liscio per l’approvazione della manovra da parte del Senato. Anche perché il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, aveva raggiunto l’intesa con il resto dell’Unione e i malpancisti sembravano poter essere ricondotti nell’alveo del voto favorevole. Ma la Cdl ha fatto le barricate e dopo ben due capigruppo si è arrivati alla decisione dello slittamento dei tempi. Per uno strano miracolo della politica italiana cantano vittoria sia la maggioranza che l’opposizione. Il capogruppo Ulivo, Anna Finocchiaro, sottolinea “la proposta di slittamento del voto con la possibilità di arrivare a venerdì mattina è stata avanzata dall’Unione”, mentre il capo dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani vanta:”Abbiamo vinto la nostra battaglia”.
E che la maggioranza possa farcela ne è convinto, non si sa se per scaramanzia o per certezza, anche il Cavaliere, che alla vigilia del voto finale sulla manovra nell’assemblea di Palazzo Madama, ha detto che l’implosione ci sarà, prima o poi. Per Berlusconi la crisi di governo incombe sempre come una spada di Damocle su Romano Prodi, ma la sua formalizzazione potrebbe avvenire “non necessariamente domani o in questi giorni, ma certo non possono durare a lungo”. E per questo il capo dell’opposizione ha messo alla frusta il suo partito mobilitando circa 10mila gazebo per raccogliere in questo fine settimana 5 milioni di firme per andare a votare. Un modo soft per tirare la giacchetta a Napolitano. Ma tanto, per ora, Prodi sopravvive.
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Finalmente il 14 novembre è arrivato. È il giorno della verità, della prova finale. Non solo e non tanto per la Finanziaria, ma soprattutto per il presidente del Consiglio e per il leader della Casa delle Libertà.
Il voto finale sulla manovra economica è atteso nel tardo pomeriggio: la cautela è d’obbligo perché in gioco c’è la sorte del governo e perché da mesi il Cavaliere indica nel 14 il ‘big bang’ di Prodi. Ma la maggioranza è convinta di avere i numeri per passare la prova dopo una trattativa estenuante fatta di lusinghe ed incontri con i senatori dissidenti e incerti.
L’umore del centrosinistra è andato migliorando nel corso della giornata di martedì, forte del sì del senatore a vita Giulio Andreotti e del rientro in carreggiata dei mastelliani, che sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici avevano creato tensioni. L’Udeur, dopo i tuoni lanciati in aula da Mastella, è pronta a votare sì alla norma.
In realtà ad agitare Romano Prodi non è certo il Guardasigilli, che, anzi, “in questa fase è il principale alleato del premier”. Il vero nodo dal quale dipende l’intero assetto politico è l’atteggiamento dei LiberalDemocratici di Dini. Sul voto finale alla Finanziaria “il giudizio è ancora aperto, ci sono importanti emendamenti da valutare”, afferma l’ex premier che ancora tiene Prodi sulle spine: “Parlerò in Aula”. E lì si vedrà se a esultare sarà Silvio Berlusconi, convinto di aver portato dalla sua parte Lambertow, o l’Unione che ostenta ottimismo sulla fedeltà dell’ex governatore della Banca d’Italia e sulla sua consapevolezza di quali conseguenze deriverebbero dall’esercizio provvisorio delle finanze pubbliche, nel caso la Finanziaria non passasse.
Ma ci sono anche altri senatori capaci di far pendere il pallottoliere del Senato da una parte o dall’altra. E dall’Unione è partita da giorni la conta, aggiornata di ora in ora: secondo i calcoli della maggioranza, a favore sono 157 senatori più 4 senatori a vita (Montalcini, Colombo, Scalfaro, Andreotti) contro i 156 della Cdl.
Nell’opera di tessitura, assicurano gli ulivisti a Palazzo Madama, un ruolo cruciale lo avrebbero avuto sia il premier stesso sia quello ombra, il leader del Pd Walter Veltroni. E le trattative sotterranee sembrano aver portato i loro frutti. Questi: sul fronte dei dissidenti della sinistra radicale, salvo colpi di scena, il governo recupera definitivamente Fernando Rossi: “Se non ci sono sorprese sono orientato a votare a favore”, annuncia l’ex senatore del Pdci. Mentre Franco Turigliatto resta orientato per il no alla manovra, anche se l’Unione cercherà fino all’ultimo di convincerlo almeno a uscire dall’Aula.
Il duo Bordon-Manzione, già dato per acquisito nei giorni scorsi, non sembra destare preoccupazione al di là delle frasi sibilline a sicuro effetto mediatico: “È vero che si vota oggi, ma ricordo a tutti che c’e’ un voto finale previsto per dicembre, ha fatto saper Tex Willer, consigliando a Prodi di dare, a gennaio, le dimissioni e di presentare una nuova lista di governo, possibilmente applicando la Costituzione e cioé scegliendo lui tra i partiti e non lottizzando”. E se Dini ripete che si tiene “le mani libere”, segnali incoraggianti per il governo arrivano dai suoi, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, che riconoscono: “Il governo ha fatto un lavoro positivo per accettare larga parte dei nostri emendamenti”. Nessun problema per il governo da Domenico Fisichella. “Ho votato 90 articoli, volete che sugli ultimi 5 e sul voto finale mi comporti diversamente? La politica è una cosa seria”, ha detto il senatore ex Margherita ed ex An. Poi c’è il capitolo senatori a vita. Giulio Andreotti si è aggiunto a Scalfaro, Montalcini e Colombo: quattro sì sono praticamente certi. Mentre l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non dovrebbe essere in aula a maggior ragione dopo che anche Francesco Cossiga ha fatto sapere che non parteciperà al voto.
E così, con le dita incrociate ed il ‘fantasma’ di imboscate dell’ultima ora, l’Unione aggiorna al ritmo di ogni due ore i conti.
In cotanta incertezza, politica ed aritmetica, resta sicuro che, così come Prodi è convinto di superare l’ostacolo della manovra in Senato, è altrettanto convinto che qualora ci fosse veramente il colpo di scena, ovvero la spallata evocata dal leader di Forza Italia, l’unica strada possibile sarebbe il ritorno alle urne. Subito, già a marzo. Un aut-aut che serve al premier per mostrarsi risoluto nel giorno del redde rationem ma anche come estremo richiamo all’ordine ai vari senatori scontenti, alla sinistra e a destra dell’Unione.
Ma in ogni caso, pure superata la Finanziaria, i fari puntati restano sul protocollo per il welfare che dovrebbe essere approvato alla Camera entro il 28 novembre, per poi approdare al Senato. E anche qui, i dubbi di Dini ricominceranno a pesare. Le incertezze di Prodi, insomma, non sono finite, sono solo prolungate.

Nel centrodestra si sprecano i sondaggi su quanto durerà il governo Prodi dopo Capodanno: il che la dice lunga sull’ottimismo che regna in merito alla spallata promessa da Silvio Berlusconi sulla Finanziaria. Per la cronaca l’ipotesi più gettonata, anche dentro Forza Italia, è che si vada sì al voto anticipato, ma nel 2009. Con un anno di ritardo rispetto ai progetti del Cavaliere.
Le sorprese sono ancora possibili ovviamente, ma i margini si riducono di ora in ora. Un emendamento di An che aumenta i fondi per la ricerca è stato infatti votato da Lamberto Dini e Giuseppe Scalera, oltre che da Domenico Fisichella (ex An e Margherita, ora al gruppo misto). Ai tre si sono aggiunti i dissidenti di sinistra Fernando Rossi e Franco Turigliatto. Tre astenuti e un assente hanno completato le defezioni dell’Unione: il primo successo, finora, solo d’immagine. Ma il fatto che i diniani e Fisichella si siano mossi per così dire in blocco ha risollevato qualche speranza nella Cdl e qualche timore nella maggioranza.
Il gruppetto di Dini, che conta anche il senatore Manzione, resta al centro delle chiacchiere. Con lui Fisichella ed il senatore “estero” Luigi Pallaro. Il suo collega italo-australiano Nino Randazzo ha raccontato con dovizia di particolari dei pranzi e delle promesse offertigli da Berlusconi per convincerlo a mollare l’Unione. Ma anche per Dini i margini di manovra si riducono: gli argomenti sui quali c’erano contrasti con il governo (copertura dell’abolizione dei ticket farmaceutici, assunzione dei precari nello Stato, persino le ricette sui farmaci generici) vengono via via risolti grazie alle elargizioni di Prodi. La sensazione è che Dini sia ancora alla ricerca di un motivo o di un pretesto per sfilarsi almeno da voto finale. Ma per ora c’è solo, appunto, qualche segnale. Salvo sorprese la Finanziaria verrà dunque votata domani sera, in anticipo sulla tabella di marcia. Giovedì infatti non potranno essere presenti i senatori a vita Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro. È in atto un pressing su Carlo Azeglio Ciampi per convincerlo a tornare a palazzo Madama. L’ex presidente è alquanto titubante. Se la Finanziaria passa dovrà andare alla Camera, dove subirà qualche emendamento e dove si incrocerà con il protocollo sul welfare, altro terreno a rischio.
Ma la sensazione è che domai o giovedì Prodi potrebbe cantare vittoria. La manifestazione indetta da Berlusconi per metà novembre per chiedere il ritorno alle urne si ridurrebbe ad un fatto simbolico e soprattutto a un’occasione di divisione con gli alleati. E subito dopo partirebbe nella Cdl una resa dei conti dal risultato ancora incerto. Sicuramente la compattezza mostrata fin qui dal centrodestra verrebbe meno. Lega, An e Udc si sentirebbero le mani libere di perseguire i rispettivi obiettivi al di là degli ordini di scuderia. A cominciare dalla legge elettorale iper-proporzionale proposta a sorpresa da Walter Veltroni, che sta dividendo anche l’Unione, e sulla quale si potrebbero tentare alleanze inedite. Tutte a danno del Cavaliere.
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Non deve ingannare il fatto che la Finanziaria abbia superato (dopo una maratona di 18 ore e con l’assenza dei rappresentanti dell’opposizione) il primo scoglio in Parlamento: l’approvazione da parte della commissione Bilancio del Senato nella notte tra giovedì e venerdì. Lo stesso Romano Prodi, soddisfatto dopo il primo ok incassato, sa bene che da lunedì 5 novembre in Aula, a Palazzo Madama, dove la maggioranza conta su un pugno di senatori in più ma è parecchio sensibile alle trappole, sarà battaglia: o la va o la spacca. Prendere o lasciare. Il premier si gioca tutto proprio sulla manovra economica e sul protocollo welfare-pensioni.
E il gioco sarà duro fin dal fischio d’inizio, quando si voteranno le pregiudiziali di costituzionalità sulla manovra e le sospensive presentate dall’opposizione. Una vittoria della Casa delle Libertà farebbe immediatamente decadere l’intero pacchetto, provocando la crisi di governo e le dimissioni di Prodi. Che ancora non sa quale posizione adotteranno i due dissidenti di sinistra, Ferdinando Rossi e Franco Turigliatto. Senza dimenticare la presenza (o l’assenza) spesso decisiva dei senatori a vita.
Superato il primo scoglio, sono comunque diversi i nodi da sciogliere, su tutti il piano per la stabilizzazione dei precari del pubblico impiego, passato in Commissione, ma sul quale Lamberto Dini, che con la sua pattuglia di LiberalDemocratici è la vera “mina vagante”, ha già annunciato di volersi tenere le mani libere. Su questo tema, così come sugli altri capitoli portanti del disegno di legge della manovra, si giocherà quindi la compattezza della maggioranza, la tenuta del Governo e il destino politico di Prodi. E considerato che i segnali accumulati durante l’iter, a partire dai sette schiaffi presi la settimana scorsa, durante l’approvazione del documento collegato, non sembrano incoraggianti, è ipotizzabile che alla fine si scelga la strada (ormai un classico della stagione prodiana), di blindare parte del provvedimento in un maxiemendamento e chiedere la fiducia.
Ed è per questo che il premier si sta concentrando per recuperare i dissidenti dell’Unione. Appena riconquistata la coppia di Unione Democratica, Willer Bordon e Roberto Manzione, accontentati in Commissione grazie all’emendamento che abbassa a 60 il numero di ministri, viceministri e sottosegretari (ma dal prossimo governo), ha fatto scoppiare un’altra grana sulla “class action”. Manzione aveva presentato un emendamento per introdurre anche in Italia l’azione legale collettiva. Ma il governo gli ha chiesto di ritirarlo e trasformarlo in ordine del giorno. E lui: “Sono profondamente deluso dal mio governo e dalla mia maggioranza, che vorrei vedere impegnati nel mettere in campo scelte coraggiose che cambiano il Paese”. Sul piede di guerra anche i deputati dell’Italia dei Valori: “Se come denuncia Manzione, Bersani intende rifilare di soppiatto il suo modello di class action in Finanziaria, blindandone in maniera dirigista il testo, sappia che abbiamo già raccolto un milione di firme per questa proposta e siamo pronti a mobilitarci per raccoglierne anche cinque milioni”, ha detto Stefano Pedica.
Nubi da diradare, per il premier, anche sul versante di sinistra. Sia perché i “signor No” della sinistra radicale sono sempre più incontrollabili: sicuro il no di Turigliatto, in forte dubbio Rossi. Sia perché la “veltronizzazione” del governo avvenuta durante il ponte di Ognissanti, sull’onda dell’indignazione popolare dopo i gravi fatti di Roma, non è per niente piaciuta a Prc. E ci ha pensato Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori rifondaroli in Senato, a farlo capire: l’interventismo di Walter Veltroni, nel trasformare il ddl sulle espulsioni in decreto, è da considerarsi come il primo atto di un “premier-ombra” che condiziona Prodi, lo stringe sulle scelte, e finisce per destabilizzare la coalizione: una sensazione che nel centrosinistra hanno ormai tutti. E sarà anche per questo che la provocazione del direttore Piero Sansonetti, che su Liberazione, organo di Prc, ha formulato la “domanda proibita” che invece di creare imbarazzo ha aperto un vero e appassionato dibattito: “Perché restiamo in questo governo?”
Gli elementi che alimentano le perplessità della sinistra sono molti, ma Sansonetti elenca solo gli ultimi in ordine di tempo: il no al provvedimento pro-precari e le leggi di “sceriffo Veltroni” sulla sicurezza. Senza contare il no alla commissione d’inchiesta su Genova.
Ma Prc non è la sola a non volersi più sacrificare per il bene dell’esecutivo. E siccome per far cadere Prodi bastano tre assenze in Aula e due no, l’impressione è che da lunedì il ruolo di vittima sacrificale pende più che mai sul capo del governo.
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Le prime reazioni non portano bene. “Ci lascino governare”, dice Romano Prodi. “Ci lascino lavorare” gli fa da spalla Piero Fassino, ancora per poco segretario Ds. Ricorda qualcosa? Ma sì, il famoso “non ci hanno lasciato governare” di Silvio Berlusconi nel ‘95, dopo il ribaltone della Lega, il governo Dini e poco prima della sconfitta del 1996.
Stavolta a non “far lavorare” Prodi & Co. non è però l’opposizione né qualche manovra di palazzo (anche se il premier le teme), ma la Commissione europea, la Banca d’Italia, la Corte dei conti. Tre bocciature della Finanziaria in rapida successione. Ieri il commissario Ue all’Economia, Joaquín Almunia: “L’Italia non fa nulla per il suo debito pubblico, che è insostenibile e il più alto d’Europa”. Oggi Mario Draghi, governatore di Bankitalia: “La Finanziaria è modesta, non frena la spesa pubblica, e crea molti problemi anche con lo sconto sull’Ici, che mette in discussione l’autonomia dei comuni. Sarebbe stato meglio agire direttamente sulle imposte dirette, cominciando ad eliminare il fiscal drag, ciò che si paga di più di tasse per il solo effetto dell’inflazione”. A stretto giro la Corte dei conti: “Siamo perplessi e preoccupati, la manovra non affronta i problemi veri, anzi rischia di complicarli”. Proprio nel giorno in cui Prodi effettua il forcing finale sull’estrema sinistra per convincerla a non votare, nel consiglio dei ministri di venerdì 12, contro il protocollo sul welfare (”Almeno astenetevi”), e mentre sta per nascere il Partito democratico, il governo vede evaporare anzitempo gli effetti di una manovra che doveva essere di rilancio, anche sul piano elettorale. Già, il Pd.
I due “soci fondatori”, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, difendono la Finanziaria con poca o nulla convinzione. Soprattutto Veltroni, che sposa sempre più la linea del rigore, dei tagli alla spesa e della riduzione fiscale, anche a costo di rompere con l’estrema sinistra. Prodi è sempre più insospettitto dalla sterzata veltroniana, teme che nei prossimi mesi diventi una spina nel fianco del governo. E d’altra parte l’unica direzione nella quale il futuro segretario del Pd può andare, se vuole tentare di riconquistare un po’ di consensi al centro, è quella opposta rispetto a Romano Prodi: staccarsi dal vincolo e dalle eterne mediazioni con la sinistra radicale. Non saranno settimane facili, le prossime, per il governo. Probabilmente la manovra economica passerà, ma dopo la maxistangata del 2007 perfino la “Finanziaria leggera e di equità” del 2008 rischia di far perdere altri consensi. Altro che “lasciateci lavorare”.
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La rottura sulla Finanziaria tra estrema sinistra e Romano Prodi ha messo in moto il conto alla rovescia per il premier. La domanda è: cadrà subito, entro fine anno, quindi prima dell’approvazione della legge di bilancio, oppure dopo, all’inizio 2008? Benché siano stati Rifondazione, Pdci e Verdi ad andare all’attacco del testo predisposto da Tommaso Padoa-Schioppa, chiedendo che venga riscritto di sana pianta, non è detto che le vere insidie si annidino davvero nell’ala radicale. Anche se incombono la manifestazione del 20 ottobre e il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil.
In questo momento il malumore principale, anche se meno vistoso, è nell’area del Partito democratico. Ds e Margherita, ma soprattutto i primi, in particolare Walter Veltroni, diffidano sia di Prodi sia di Padoa-Schioppa. Al ministro dell’Economia i Ds addebitano di aver complicato una manovra già pronta, alla quale avevano contribuito non poco due loro uomini: Vincenzo Visco, con i maxi introiti fiscali, e Cesare Damiano, con gli accordi su Welfare e pensioni. E la posizione di TPS si fa ora dopo ora più difficile. Quanto a Prodi, Veltroni e alleati temono che il capo del governo, notoriamente vendicativo, prima di affondare trascini con sé anche il candidato alla guida del Pd. Mentre Veltroni, a sua volta, ha sempre più paura di essere infettato dall’impopolarità del governo.
A palazzo Chigi ha fatto scalpore un’intervista di Marco Follini, ex Udc transitato alla corte di Veltroni. Follini chiede a Prodi di varare la Finanziaria e subito dopo chiudere bottega “agevolando” le elezioni nel 2008. Si può star certi che all’opinione pubblica queste iniziative non dicono nulla, o quasi, ma nello staff di Prodi tutto ciò è stato letto come un messaggio veltroniano affidato a un postino compiacente.
Tornando invece a ciò che più incide sulla vita quotidiana della gente, cioè ai provvedimento economici, ciò che chiede la sinistra massimalista è di tassare subito le rendite finanziarie, in primo luogo Bot e azioni, aumentando l’aliquota dal 12,5 al 20%. In linea di principio non hanno torto, visto che un’armonizzazione a livelli europei sarebbe logica. Ma non ha torto neppure Prodi quando ribatte che con le attuali tempeste di borsa è meglio attendere. Inoltre il capo del governo non vuole aggiungere un altro prelievo ai molti già attuati nel 2007.

Il secondo cavallo di battaglia di Rifondazione e Pdci è il Welfare. Chiedono modifiche consistenti alla legge Biagi, in particolare l’abolizione di alcune forme di flessibilità. Qui Prodi è più disponibile: ma il tutto è già stato inserito nel pacchetto sul Welfare che comprende anche la riforma delle pensioni. Il capitolo è stralciato dalla Finanziaria, ma se si riapre la trattativa e non si approva in Parlamento l’accordo sul Welfare entro poche setimane, dal primo gennaio entra in vigore lo scalone Maroni.
A livello politico sono Ds e Margherita a chiedere di blindare l’accordo sul Welfare: per questo Piero Fassino, segretario uscente dei Ds, chiede di infilare nella Finanziaria anche queste misure. Nella destra della maggioranza i transfughi di Lamberto Dini, l’Udeur di Clemente Mastella, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro attendono al varco soprattutto al Senato. Non marciano compatti - soprattutto Mastella e Di Pietro - ma al Senato i loro voti, sommati, sono più che sufficienti per far cadere il governo. E tutti quanti hanno una gran voglia di scendere da un treno che a loro avviso non li porta più da nessuna parte. Magari per prenderne un altro che li conduca in qualche stazione più sicura: capotreno, Silvio Berlusconi.
Qual è la differenza se Prodi riesce a fare o non fare la Finanziaria? Nella prima ipotesi, con crisi di governo all’inizio 2008, è quasi scontato il voto nella prossima primavera. Nel secondo occorre un governo-ponte che faccia approvare la legge di bilancio. Paradossalmente se il Professore cade prima, si vota dopo.
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Chi nella maggioranza, secondo voi, farà cadere Prodi? La sinistra radicale, gli scalpitanti del Pd, i moderati tentati dal grande centro?
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Nomen omen. Forse stavolta hanno rinunciato alla botanica (Quercia, Margherita, Ulivo) per scongiurare il rischio che, nascendo in piena stagione autunnale, il Pd venga su già spoglio di molte delle sue fronde. Premura vana: l’albero democratico, dopo aver perso le foglie rosse di Mussi e della Sinistra democratica, ora perde anche quelle liberal di Lamberto Dini. E anche il governo Prodi rischia di scivolarci sopra.
Già, perché Dini ha fatto tante cose nella sua lunga carriera politica, cominciata al Fondo Monetario Internazionale: il direttore della Banca d’Italia (ai tempi di Ciampi governatore); il premier (nel ‘95, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, di cui era ministro del Tesoro); il ministro degli Esteri nel governo Prodi del ‘96 (al quale aveva consegnato il milione e mezzo di voti di Rinnovamento Italiano); il senatore della Margherita, dopo aver sciolto il suo partito nel 2001; il saggio del Comitato dei 45 per la costituzione del Partito Democratico.
Ma quest’ultima cosa, Lambertow non ce la fa proprio a farla: aderire al Partito democratico, così come si sta delineando. Una scelta condivisa dalla sottosegretaria alla Giustizia, Daniela Melchiorre, e dai due senatori Natale D’Amico e Giuseppe Scalera (già di Rinnovamento italiano e animatori della corrente liberale del partito di Rutelli).
Motivo: quello che nascerà dopo il 14 ottobre sarà un partito egemonizzato dai Ds e dai Popolari, dice il senatore, con poco spazio per le idee liberali. In particolar modo, le sue.
Il divorzio, tra l’ex presidente del Consiglio e il sindaco di Roma - e leader in pectore del nuovo soggetto di centrosinistra - sembra una separazione consensuale: niente rancori, nessun litigio. Anzi, per Dini, Veltroni è l’uomo giusto per guidare il Pd. Anzi, la nuova formazione del senatore, i Liberaldemocratici (debutto in pubblico il prossimo 7 ottobre, a Roma), resterà nel centrosinistra. O almeno così assicura il saggio, salutando. Perché lui sul carro del Pd non sale. Dal momento che, dice, il nuovo partito “guarderà a sindacati e cooperative, mentre noi guardiamo al lavoro autonomo, ai professionisti, al lavoro non sindacalizzato”. E visto che il Pd, a livello europeo, avrà come punti di riferimento l’eurosocialismo, “mentre noi ci rifacciamo al liberalismo europeo”. Musica buona per le orecchie dei centristi, anche quelli dell’altra sponda. Parecchio stonata per i massimalisti della squadra prodiana.
Il programma di Dini è fatto di 12 punti: un dodecalogo “per fermare il declino, per rilanciare lo sviluppo”. “L’Italia” secondo il presidente “è indietro perché le politiche adottate non sono adatte. Non siamo disponibili ad avallare ulteriori slittamenti a sinistra, che sono alla base del baratro in cui il paese si trova oggi”. Dodici idee, anzi dodici spine, per la già ballerina compagine di governo, dove ha un certo peso l’ala sinistra di Prc, Sd, Pdci e Verdi, che di questi punti non vogliono proprio sentir parlare.
Così sarà interessante vedere come si comporteranno Dini e i suoi già nella discussione della finanziaria, che inizia l’iter parlamentare proprio dal Senato, dove Rinnovamento Italiano può contare su due voti sicuri, necessari perché la maggioranza tenga: “Attendiamo il governo al varco. Non voteremo nulla a scatola chiusa”. L’ex saggio del Pd insomma non firma assegni in bianco: se il protocollo sul welfare (del 23 luglio) viene modificato, i diniani non voteranno a favore, nemmeno se venisse messa la fiducia.
Forse per dissimulare la paura, da Palazzo Chigi si applaude comunque alla scelta di Dini di restare nell’attuale maggioranza. Per quanto tempo, però, è tutto da valutare. Come sta facendo Silvio Berlusconi: d’altra parte, l’ex direttore generale della banca d’Italia, un governo tecnico l’ha già guidato una volta.