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Arrestato Martone, superlatitante e tassista a Santo Domingo

 Mariano Martone

Faceva il tassista il latitante Mariano Martone, inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, arrestato nella Repubblica Dominicana nel corso di un’operazione congiunta del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, dell’Interpol e della Squadra Mobile della Questura di Novara. Martone è stato consegnato ieri dalla Polizia domenicana alla Polizia italiana.
L’uomo, irreperibile dal 2003, destinatario di provvedimento di condanna definitivo, deve espiare la pena di oltre 25 anni di carcere perché responsabile di numerose rapine aggravate a mano armata in danno di istituti bancari, ricettazione, porto abusivo di arma ed altro. Per effettuare l’operazione, la Polizia di Stato, si è avvalsa di intercettazioni telefoniche che hanno condotto le indagini nella Repubblica Domenicana dove l’uomo, conservando le sue reali generalità, si era ricostruito un nuovo nucleo familiare e svolgeva l’attività di conducente di taxi.

Arrestato Strangio, superlatitante della strage di Duisburg

giovanni_strangio
Il superlatitante Giovanni Strangio, 30 anni, è stato arrestato ieri sera ad Amsterdam dalla polizia insieme al cognato, Francesco Romeo: è accusato di essere stato l’organizzatore e l’esecutore materiale della strage di Duisburg, in cui furono assassinate sei persone.
Le vittime della strage, avvenuta davanti il ristorante da Bruno il giorno di Ferragosto del 2007, erano tutte appartenenti alla cosca Pelle-Vottari, contrapposta a quella dei Nistra-Strangio nella faida di San Luca (Reggio Calabria): Sebastiano Strangio, di 39 anni, titolare del ristorante “da Bruno”; i fratelli Francesco e Mario Pergola, di 20 e 22 anni, che lavoravano nel ristorante; Marco Marmo, di 25, Tommaso Venturi, di 18, e Francesco Giorgi, di 17. Ad agire fu un commando della ‘ndrangheta arrivato da San Luca composto da almeno quattro persone. I complici di Giovanni Strangio nell’esecuzione della strage non sono stati ancora identificati, ma la polizia sarebbe da tempo sulle loro tracce. I due arresti sono stati compiuti “grazie all’impegno dei ragazzi della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco di Roma”, ha commentato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, tributando agli investigatori “un plauso particolare”. Strangio, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, è stato bloccato dalla polizia nella città olandese mentre era in compagnia della moglie e del figlio. Secondo l’accusa, compì la strage per vendicare l’assassinio della cugina, Maria Strangio, uccisa a San Luca il giorno di Natale del 2006. Una delle vittime della strage, Marco Marmo, infatti, era sospettato di essere il responsabile dell’uccisione di Maria Strangio nell’agguato in cui restò ferito anche il nipote di cinque anni della donna.
Secondo quanto è emerso dalle indagini, obiettivo dell’agguato in cui morì Maria Strangio sarebbe stato, in realtà, il marito della donna, Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca Nirta-Strangio.
Gli investigatori, dopo la strage di Duisburg, grazie alla collaborazione di una testimone, tracciarono l’identikit di uno dei possibili responsabili della strage. E alla fine di agosto identificarono in Giovanni Strangio uno dei presunti esecutori.Strangio era stato scarcerato pochi mesi prima della strage dopo essere stato arrestato perche’ trovato in possesso di una pistola ai funerali di Maria Strangio. Era stato lui ad esprimere i maggiori propositi di vendetta per l’agguato contro Giovanni Nirta costato la vita alla moglie di quest’ultimo.
Giovanni Strangio, in Germania, era titolare di due pizzerie considerate dagli investigatori basi logistiche per gli affari della ‘ndrangheta in Germania. Lo stesso ristorante da Bruno, davanti al quale avvenne la strage di Duisburg, sarebbe stato utilizzato dalla cosca Pelle-Vottari per nascondere armi. Romeo, arrestato insieme Strangio, era ricercato dal 1997 con l’accusa di traffico internazionale di droga.

LEGGI ANCHE: I due Strangio: San Luca-Duisburg a mano armata - La ‘ndrangheta colpisce a Ferragosto, strage in Germania

Blitz nella Locride: arrestato il boss Antonio Pelle, detto “la mamma”

Il boss della 'ndrangheta Antonio Pelle al momento dell'arresto.

Per il capo della squadra mobile di Reggio Calabria, Renato Cortese che lo ha arrestato: “Antonio Pelle è il vero capo della consorteria omonima”. Quindi, ha aggiunto Cortese, durante la conferenza stampa per illustrare il blitz: “È il capo di quello schieramento che ha portato all’omicidio di Maria Strangio nel Natale del 2007 e che ha suscitato la reazione delle cosche opposte culminata con la strage di Duisburg. Possiamo dire che Pelle è un capo in piena attività di comando”. La cosca Pelle-Vottari è contrapposta da anni al gruppo Nirta-Strangio nella cosiddetta “faida di San Luca”. Scontro che è culminato il giorno di Ferragosto del 2007 nella strage di Duisburg, in Germania, con l’uccisione di sei presunti affiliati della cosca Pelle-Vottari.
Pelle era nascosto in un bunker, nelle campagne di Ardore (un centro della Locride), dotato di tutti i comfort, la cui apertura era accessibile azionando un braccio meccanico posto all’interno della struttura. Quando ha capito che la polizia aveva scoperto il nascondiglio ha aperto la botola ed è uscito con le mani alzate e senza opporre resistenza.
Agli agenti che lo stavano arrestando ha detto “non sparate, mi chiamo Bellantoni”. Ma per gli altri componenti della cosca - come emerge dalle conversazioni telefoniche ed ambientali intercettate dagli investigatori nelle indagini sulla faida di San Luca - era “la mamma” ed era anche detto “Ntoni Gambazza”.
Pelle è stato condannato nel 1998, in primo grado, alla pena di 19 anni di reclusione ed alla misura di sicurezza delle libertà vigilata per il periodo di 3 anni, ma fu assolto in appello. Nell’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti, emessa dal Gip di Reggio Calabria, si evidenzia “la caratura criminale dell’indagato, il suo rango in ambito mafioso, la devozione nutrita nei suoi confronti dagli affiliati, pronti ad eseguire senza indugio ogni suo suggerimento o richiesta”.

Pelle era latitante dall’agosto del 2007, quando si sottrasse all’arresto nell’ambito dell’operazione Fehida, fatta dalla polizia nell’ambito delle indagini sulla faida di San Luca e sulla strage di Duisburg. Secondo gli investigatori, Pelle, comunque, era già irreperibile per sottrarsi ad un’eventuale vendetta da parte della cosca avversaria.
Nella cavità sotterranea gli agenti hanno trovato diverse schede per telefoni cellulari e una mini piantagione di marijuana. Altra documentazione è stata sequestrata ed è adesso al vaglio degli investigatori della squadra mobile di Reggio Calabria e del servizio centrale operativo della polizia. Con lui è finito in manette il proprietario del capannone all’interno del quale c’era il bunker. Per Giuseppe Varacalli, 55 anni, di Ardore Marina, l’accusa è favoreggiamento.
“L’arresto del latitante Antonio Pelle, pericoloso capo della cosca Pelle-Vottari di San Luca, può portare a rafforzare i rapporti con i colleghi tedeschi impegnati anche loro nella lotta alla ’ndrangheta”, dice soddisfatto il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, commentando la cattura del latitante Antonio Pelle da parte degli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco. Il capo dell’antimafia ha quindi chiamato il capo della Polizia, Antonio Manganelli, per complimentarsi dell’operazione. Congratulazioni ha poi rivolto anche al questore di Reggio Calabria, Santi Giuffrè, e al capo della squadra mobile, Renato Cortese.
In effetti quello messo a segno oggi è un colpo piuttosto duro per le cosche della ‘ndrangheta: con l’arresto di Pelle si va assottigliando la lista dei latitanti coinvolti nella faida di San Luca. Il 17 settembre scorso, infatti, i carabinieri hanno arrestato Francesco Pelle, detto “Ciccio Pakistan”, mentre era ricoverato in una clinica a Pavia.

Attualmente tra gli elementi di spicco che compaiono nella lista dei latitanti per la faida ci sono anche i cugini Giovanni e Sebastiano Strangio, rispettivamente di 29 e 33 anni.
Entrambi sono considerati dagli investigatori come gli elementi di spicco della cosca Strangio detta “Iancu”, tra le più radicate e pericolose di San Luca. Giovanni Strangio è, in particolare, ritenuto l’autore della strage di Duisburg nella quale furono uccise sei persone considerate dagli inquirenti vicini ai Pelle-Vottari.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: Strangio, un cognome traccia la linea di sangue che divide San Luca - Guarda la GALLERY della strage di Duisburg

‘Ndrangheta: arrestato Francesco Pelle, il latitante sulla sedia a rotelle

L'ingresso del paese di San Luca (Reggio Calabria)

Ricoverato sotto falso nome in una clinica di Pavia. Ma i carabinieri l’hanno trovato, mentre navigava in Rete con un computer portatile, e l’hanno arrestato. Si tratta di Francesco Pelle, considerato il boss della cosca calabrese ritenuta responsabile della faida che ha portato alle stragi di San Luca e di Duisburg 32 anni, detto “Ciccio Pakistan”, Pelle era latitante dal 30 agosto dello scorso anno perche’ ritenuto il mandante della strage di Natale a San Luca.
Nell’agguato, compiuto il 25 dicembre 2006, rimase uccisa Maria Strangio, moglie di Giovanni Luca Nirta, ritenuto uno dei capi dell’omonima cosca, e tre persone, tra le quali un bambino di cinque anni, rimasero ferite. Il delitto, secondo l’accusa, fu deciso da Francesco Pelle per vendicare un tentativo di omicidio subito il 31 luglio 2006 nel quale perse l’uso delle gambe.
Il boss, per il ricovero alla Fondazione Maugeri, istituto a carattere scientifico ubicato appena fuori la città, aveva presentato la fotocopia di una carta d’identità intestata a un uomo di origine calabrese, realmente esistente, e anch’egli paraplegico dopo un incidente stradale. Era ricoverato nel reparto di neuroriabilitazione in una stanza spaziosa, singola con bagno, televisione e un divanetto. Qui lo hanno prelevato i carabinieri che poi lo hanno accompagnato fuori dalla clinica su una carrozzella e portato nel centro clinico del carcere di Opera (Milano).
Il suo arresti, per molti pazienti, è stata una sorpresa. Questa mattina, al primo piano, dove Pelle era degente, c’era un gran trambusto e molte delle persone che sono presenti per fare la riabilitazione quasi non ci credevano. “Si faceva chiamare Pasqualino” ha raccontato un signore su una sedia a rotelle “ed era una persona normale, gentile. Si parlava del più e del meno, soprattutto di musica, film, computer e naturalmente dei nostri malanni”.
Un altro ricoverato, un signore anziano, alla domanda del perché l’accesso al reparto fosse vietato se non ai parenti più stretti, ha spiegato: “Questa notte hanno arrestato un boss. Noi non lo sapevamo ma era qui tra noi. Non ci si può più fidare di nessuno, falso nome, documenti falsi… Chissà dove andremo a finire”.

Colpo alla ‘Ndrangheta: preso Nirta, cognato del killer di Duisburg

L'ingresso del paese di San Luca (Reggio Calabria)

Arrestato dai carabinieri il latitante Paolo Nirta, di 31 anni, considerato il reggente dell’omonima cosca di San Luca, da anni contrapposta in una faida ai Pelle-Vottari. Nirta è stato bloccato dai carabinieri del gruppo di Locri e dai militari dello squadrone cacciatori in un’abitazione di San Luca. Era ricercato nell’ambito di una delle due operazioni condotte contro le cosche di San Luca dopo la strage di Duisburg. È accusato di associazione mafiosa.
L’operazione dei carabinieri che ha portato all’arresto di Nirta è scattata all’alba. Un centinaio di militari del Gruppo di Locri e dello squadrone eliportato cacciatori hanno iniziato una serie di perquisizioni in alcuni obiettivi considerati possibili rifugi di latitanti.
Giunti davanti al portone di una vecchia casa, nella parte antica del paese, i militari hanno bussato e non ricevendo risposta hanno sfondato la porta. Appena entrati, hanno visto Paolo Nirta che tentava la fuga gettandosi da un balcone che si affaccia sui vicoli sottostanti. L’uomo è stato però bloccato immediatamente. Nella casa i carabinieri hanno trovato anche una botola che consente l’accesso ad uno stretto cunicolo che conduce nella strada sottostante l’abitazione. Nirta, al momento dell’arresto, non era armato ma la perquisizione dei carabinieri nell’abitazione è ancora in corso. La casa, secondo gli accertamenti dei militari sarebbe intestata ad un parente domiciliato da un’altra parte e la cui residenza non era evidenziabile all’anagrafe.
Nei confronti di Nirta, la Dda di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio per associazione mafiosa, nell’ambito di varie inchieste sulla faida di San Luca. Nirta, nei prossimi giorni, potrebbe comparire in aula davanti al gup di Reggio Calabria che deve valutare la richiesta. L’udienza preliminare è cominciata il 30 luglio scorso ed è ancora in corso.
L’operazione Zaleuco, nell’ambito delle indagini sulla faida di San Luca, secondo gli investigatori è stata particolarmente significativa perché è stata contestata l’aggravante dei reati di mafia commessi all’estero, a dimostrazione del carattere transnazionale dell’attività delle cosche di San Luca.
Nirta è il cognato di Giovanni Strangio, il giovane di 29 anni ricercato da quasi un anno perchè accusato di essere uno degli autori della strage di Duisburg (Germania), dove, a Ferragosto dello scorso anno, sei persone furono uccise nell’ambito della faida di San Luca. Nirta è anche fratello di Giovanni Luca Nirta, considerato dagli investigatori uno dei capi della cosca Nirta-Strangio, al quale, nel dicembre 2006, fu uccisa la moglie, Maria Strangio, in un agguato compiuto il giorno di Natale e nel quale rimasero ferite tre persone, tra le quali un bambino di cinque anni. Giovanni Luca Nirta è stato arrestato il 30 agosto dello scorso anno nell’operazione Fehida condotta contro capi e affiliati alle cosche Nirta-Strangio e Pelle-Vottari.
In carcere si trova anche il padre di Paolo e Giovanni Luca, Giuseppe, arrestato dai carabinieri il 23 maggio scorso e ritenuto il boss della cosca. Dopo l’arresto di Giuseppe e Giovanni Luca, Paolo Nirta, per gli investigatori aveva assunto il ruolo di reggente della cosca.

Su Panorama si confessa il superlatitante John Paul Spinelli

Ombre su Telecom

È indagato a Milano nell’inchiesta sui dossier illegali raccolti dalla security di Telecom con l’accusa di associazione per delinquere, appropriazione indebita, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Per la procura è una delle menti dell’organizzazione ed è latitante. È Giampaolo (John Paul) Spinelli, 61 anni, che anticipa a Panorama, in un articolo pubblicato sul numero in edicola da venerdì 1 agosto, la propria linea difensiva.
Spinelli, ex agente della Cia (nel 1998 è diventato capo del Secret service di Bill Clinton e si è congedato con il grado di Gs 15, corrispondente a generale), dice a Panorama: “Sono sempre stato convinto di agire nel rispetto della legge e mai avrei pensato di essere al vertice di una cospirazione. D’altra parte io stavo abitualmente negli Stati uniti e mi occupavo di quell’area e dei paesi del Far East”. E aggiunge: “Se vuole sapere se l’ex Presidente Marco Tronchetti Provera o persone del suo staff erano al corrente dei metodi illegali di raccolta delle informazioni, rispondo che questo non mi pare argomento da intervista. Ne parlerò con il giudice”.
L’ex 007, nel frattempo, ha quasi terminato un libro di memorie. Fra le pagine, scrive Panorama, si scopre che i guai di Spinelli in Italia iniziano nel 1986 quando, durante un’operazione antiterrorismo, conosce il “giovane brigadiere” Giuliano Tavaroli che dieci anni dopo lo ingaggia come consulente di Pirelli.
Nel racconto, Spinelli descrive uno per uno gli uomini della squadra accusata di aver prodotto i dossier incriminati, dal mago dell’informatica Fabio Ghioni (il “prete”) all’ex colonnello dei carabinieri del Ros Angelo Jannone, dall’investigatore fiorentino Emanuele Cipriani all’ex collaboratore del Sisde Marco Bernardini. Ritratti ironici, a volte dissacranti, con una sola eccezione: il vecchio amico Tavaroli, colpevole soprattutto di non saper scegliere i collaboratori (”Non avrei preso con me nemmeno la metà delle persone che aveva al suo fianco”).

Fuga finita per Cesare Battisti. Arrestato a Copacabana

La foto segnaletica di Cesare Battisti, arrestato questa mattina in un albergo a Copacabana, Rio De Janeiro
“Sono convinto che un sistema che, a distanza di trenta anni, cerca ancora qualcuno abbia qualcosa di malato. Che io chiamo ‘tossicomania punitiva’”. Commenta così, all’Adnkronos, Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, l’arresto del terrorista rosso Cesare Battisti, latitante dal 2004, in un albergo di Copacabana, a Rio de Janeiro in Brasile. L’ex leader del Proletari armati per il comunismo (Pac), era stato arrestato a Parigi tre anni fa su richiesta del ministero della Giustizia italiano, perché condannato definitivamente due volte all’ergastolo e perchè imputato di altri due omicidi. Era stato però scarcerato con obbligo di firma, in attesa che si compisse l’iter dell’estradizione richiesta dal nostro governo.
Per evitare di essere individuato, cambiava spesso residenza e tessera del cellulare, ma lo ha tradito l’incontro con una donna che avrebbe dovuto consegnargli il denaro raccolto dal comitato creato in Francia per aiutare la latitanza. Battisti è stato catturato, insieme all’intermediaria, dalla polizia brasiliana, su indicazione della polizia giudiziaria francese e italiana, in Brasile da ottobre. Soddisfazione per l’operazione è stata espressa dal presidente del Consiglio Romano Prodi, dal ministro dell’Interno Giuliano Amato e dal ministro della Giustizia Clemente Mastella che si sono congratulati con le forze dell’ordine.
Cinquantaquattro anni, Battisti è stato uno dei superlatitanti degli anni di piombo fuggito dall’Italia e rifugiato in Francia. Qui, protetto dalla cosiddetta dottrina “Mitterrand” (la non estradizione per personaggi condannati per reati con motivazioni politiche), si era rifatto una vita: abbandonata la lotta armata, si era dato con successo alla scrittura di libri gialli e pubblicando opere in cui proponeva alcune analisi sull’esperienza dell’antagonismo radicale, tra cui L’orma rossa, edito da Einaudi.
A far cambiare l’aria ci ha pensato il parere favorevole all’estradizione dato dalla Corte d’appello di Parigi il 30 giugno del 2004. Da allora Battisti viveva braccato e ora, dopo il breve arresto parigino, per lui sono di nuovo scattate le manette: “È giusto che paghi tutto, fino in fondo”, dice Alberto Torregiani, 42 anni, inchiodato su una sedia a rotelle perché colpito dai proiettili mentre usciva dalla gioielleria di suo padre, Pierluigi (rimasto ucciso), a Milano 28 anni fa. Nella sua voce, però, non c’è odio: solo desiderio di giustizia.

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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