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laureati

Michel Martone
#martone è diventato, suo malgrado, uno dei trend twitter, a seguito della discutibile esternazione del sottosegretario di ieri, secondo il quale “laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati”. Ecco un commento sul tema, numeri alla mano, pubblicato sul numero 28 del 2011 di Panorama, di Luca Ricolfi
Tutti proclamano che scuola, università , cultura, ricerca sono il motore del progresso, e che senza grandi investimenti in istruzione l’Italia non ce la può fare. Però la storia dell’università sembra andare nella direzione opposta: fra i paesi avanzati siamo al penultimo posto (prima dell’Austria) in fatto di percentuale di laureati, e negli ultimi anni, anziché cercare di colmare il gap che ci separa dagli altri paesi, sembriamo avere risolutamente imboccato la retromarcia. Continua

La spintarella? Vecchio stile. I corsi a pagamento? Uno spreco.
Adesso, per entrare all’Università , va di moda il “do ut sess”. Cioè, sesso in cambio dell’ammissione.
Per superare i temutissimi test di ingresso, gran parte delle aspiranti matricole si sono dette disposte a tutto: a pagare (il 22%) o a prendere la tessera di partito (il 18%). Ma soprattutto, per una buona parte di loro (il 29%), non sarebbe un problema fare sesso in cambio dell’accesso alla facoltà la.
A squarciare il velo su come siano davvero cambiate le abitudini sessuali dei giovani freschi di maturità è un’inchiesta svolta da UniversiNet.it, da anni portale di riferimento per la preparazione gratuita ai test di ammissione, consultato ogni anno da più di 250 mila ragazzi.
I risultati della ricerca, che ha coinvolto 12.160 studenti, sono davvero poco confortanti vista l’età di riferimento e cioè, in media, ragazzi di 19 anni.
Per il 78% di quelli che hanno partecipato al sondaggio, per superare l’esame di accesso è più importante trovare una raccomandazione che studiare. Solo il 15% (l’anno scorso il dato era al 20%) ritiene invece molto più utile trovare sui libri le risposte dei quiz.
Qual è la raccomandazione più forte? Per 4 su 10 quella di un politico di livello nazionale, poi quella di un professore (per il 23%) e quella che automaticamente si otterrebbe frequentando un corso di preparazione a pagamento (21%). E circa 1 su 3 (appunto il 29% degli intervistati), per avere una raccomandazione sarebbero pronte anche ad andare a letto con il potente di turno. Secondo i risultati dell’indagine, il 9% dei ragazzi e il 38% delle ragazze è disposto a metterci il sesso pur di riuscire a discriversi in un Ateneo.
“I dati del 2009 mostrano una incredibile perdita di fiducia nel sistema di valutazione universitaria, forse acuito dagli ultimi scandali sulla valutazione della maturità ” dice Renato Reggiani, direttore editoriale di universinet.it. “Ma la nostra inchiesta si limita a fotografare una situazione, dai nostri dati emerge un degrado morale dell’università italiana o almeno della sua percezione da parte degli studenti che ritengono quasi inutile la preparazione e optano per scorciatoie classiche come la raccomandazione del politico o del professore o sessuali”.
Contro i test d’ammissione e il numero chiuso nelle facoltà si è fatta sentire anche l’Unione degli Universitari. “Il numero chiuso” sostiene l’Udu “è e rimane uno strumento aprioristico che nega l’accesso al sapere. Ogni anno i test sono caratterizzati da errori nella loro stesura, errori nelle correzioni, domande assurde, ricorsi ai Tar che durano anni”. “I test d’ingresso” insiste il sindacato degli studenti “sono la lotteria del nostro futuro. Non chiediamo il diritto alla laurea, chiediamo di essere seriamente valutati durante il corso degli studi, chiediamo una valutazione sulla base del nostro impegno accademico e delle nostre capacita’, non sulla base di 120 minuti di domande a crocette”.
- Tags: Anvur, concorsi, corsi, Crui, esami, laureati, Mariastella-Gelmini, meritocrazia, Miur, professori, università , valutazione
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Più risorse agli atenei virtuosi, fondo premiale del 7% e tagli al 20% dei corsi inutili.
Si chiedeva, da più parti, nei mesi scorsi (mesi caldi, di proteste e manifestazioni, come raccontano queste GALLERY: qui, qui e qui) che il sistema universiatario venisse radicalmente cambiato, rivoltato, rivoluzionato (come diceva un sondaggio di Panorama della fine del 2008)? Si invocava la meritocrazia (a tutti i livelli: tra i professori, tra i ricercatori, tra gli studenti) come criterio di valutazione degli istituti italiani? Si pretendeva, legittimamente, più effcienza e meno sprechi?
Meritocarzia ed efficienza grazie all’Anvur
A queste richieste risponde il pacchetto Università varato dal Cdm. Che dà via libera alla nuova e super partes Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur, che sostituisce e unifica Cnvsu e Civr, i due comitati di valutazione attualmente esistenti, e sarà composto da un presidente, un Collegio dei revisori dei conti e un Consiglio direttivo, i cui membri saranno nominati dal presidente della Repubblica e resteranno in carica per 4 anni non rinnovabili).
“Se vogliamo rispondere alla crisi” puntualizza il ministro Mariastella Gelmini, presentando il provvedimento “si parte dalla scuola, dall’università con la capacità di difendere ciò che funziona ma anche di mettere mano ai problemi, che non mancano e che hanno bisogno di soluzioni rapide ed efficaci”.
Le rilevazioni prodotte dall’Anvur (fatte sulla base di standard qualitativi di livello internazionale, anche con riferimento ai livelli d’apprendimento degli studenti e del loro inserimento nel mondo del lavoro) saranno determinanti per distribuire una parte del Fondo di finanziamento ordinario alle università e agli enti di ricerca che raggiungeranno i risultati migliori (sulla base di criteri riconosciuti e valutati positivamente dalla CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) riceveranno più fondi.
Con il nuovo provvedimento il 7% del Fondo di finanziamento ordinario (525 milioni di euro) è distribuito in base alla qualità della Ricerca e della didattica. In particolare i due terzi sono stati assegnati in base alla qualità della ricerca, mentre un terzo in base alla qualità della didattica.
Con le nuove misure del pacchetto università verrà inoltre “avviata una più coerente razionalizzazione dei corsi di laurea”, che prevede “il taglio di quelli inutili”. Misura che metterà un freno alla “proliferazione di insegnamenti” avuta negli ultimi anni, che “non rispondono alle reali richieste del mercato del lavoro”.
Una sforbiciata che negli ultimi mesi ha già prodotto la chiusura del 20% dei corsi inutili, ma “con questo provvedimento sarà possibile ridurli ulteriormente”, dice soddisfatta gelmini.
L’eccellenza negli atenei
Ma già da quest’anno, ed è la prima volta in Italia, il Miur ha assegnato una parte dei fondi destinati alle università sulla base di nuovi criteri di valutazione della qualità . Da una prima analisi della situazione emerge che l’Università di Trento, i Politecnici di Milano e di Torino sono tra le università migliori in base ai nuovi parametri. Trento, secondo il ministero, “pur essendo un piccolo ateneo, è riuscito meglio di ogni altro a intercettare, attraverso propri progetti, i finanziamenti europei. I politecnici di Milano e Torino hanno conseguito risultati importanti su didattica, ricerca, capacità di autofinanziarsi, buone valutazioni degli studenti, presenza di molti progetti assegnati dal programma nazionale di ricerca”. Quindi si meritano i premi monetari: in arrivo a Trento 6 milioni di euro in più, al politecnico di Milano 8 milioni.
Ma è andata bene anche ad altri atenei: Bologna segna un più 5 milioni di euro, Padova un più 4. Mentre per Trieste, Firenze e Siena l’erogazione della quota di fondi vincolata alla qualità (pari al 7% del totale) è stata sospesa in attesa della presentazione di un piano finanziario di risanamento dei bilanci che attualmente risultano in rosso. Meno finanziamenti, invece, sono destinati ad altre 27 università (quasi tutte nel Mezzogiorno) che non hanno raggiunto gli standard qualitativi previsti. A Foggia viene tolto 1 milione di euro, a Macerata 1,13 milioni.
Ma è quasi tutto il sud a soffrire: tra i centri formativi “negativi” c’è tutto il panorama dell’Università meridionale: nessun ateneo è considerato degno di un aumento dei fondi, anzi è previsto un taglio che arriva anche al 3% dei fondi del 2009. Solo l’Università del Sannio (+0,76%), il Politecnico di Bari (+0,26%) e l’Università della Calabria si salvano.
Reclutamento di professori e ricercatori
Con la direttiva firmata oggi dal ministro Gelmini si avviano le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori universitari e dei ricercatori. Riguardo ai concorsi per ricercatore “ogni titolo scientifico dovrà essere valutato separatamente e specificamente, per evitare giudizi sommari e approssimativi. Viene inoltre richiesto, per i settori scientifici, il ricorso a valutazioni di indici oggettivi e a sistemi di valutazione internazionali, come il Peer review: la valutazione anonima di illustri accademici internazionali. “In questo modo, si dovrebbero ridurre i margini di arbitrio delle commissioni”.
Infine, sono stati sbloccati 1.800 concorsi per professore e ricercatore. La direttiva sottoscritta poche ore fa avvia le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori dei ricercatori, dove prevale il sorteggio. I membri delle commissioni verranno sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. E la valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.
Il VIDEO: irruzione Idv in sala stampa e la Gelmini lascia:
LEGGI ANCHE: O in banca o in Google: il posto di lavoro che sognano i laureandi

di Raffaella Galvani
Imprenditori e clienti le mettono sempre più spesso sotto accusa, il governo le marca strette, l’opinione pubblica non le ama. Ma le banche italiane hanno fan insospettati: i laureandi in economia. Al primo posto tra le aziende dove vorrebbero essere assunti, 2.600 universitari interpellati via internet dal Trendence Institut di Berlino indicano infatti l’Intesa Sanpaolo, seguita dalla Banca d’Italia, dall’Unicredit e dal Monte dei Paschi.
Lo rivela il Graduate barometer, il più grande sondaggio mondiale sulle attese dei giovani universitari, che nell’edizione 2009 ha coinvolto 196 mila studenti di oltre 779 università di 22 paesi europei, Russia compresa.
I risultati dell’Italia, che Panorama pubblica in esclusiva (qui le tabelle ), con quattro piazzamenti ai vertici della classifica incoronano le banche protagoniste delle aspirazioni dei futuri dottori in economia a caccia di impiego. Un poker d’assi sorprendente nell’epoca dei grandi crac finanziari mondiali, ma che si spiega con il fatto che, portatesi avanti con forti tagli di personale all’epoca delle fusioni, oggi le banche sono tra le poche imprese che reclutano giovani.
E se i laureati economici in tempi difficili sembrano cercare soprattutto solidità e sicurezza, al punto da inserire fra i datori di lavoro preferiti anche le Poste italiane, settime in classifica a pari merito con Fiat e Bnl, tra i 2.800 laureandi in ingegneria che hanno partecipato al sondaggio, ancora a sorpresa, il made in Italy batte il fascino delle multinazionali del web e dell’hi-tech. L’Enel e l’Eni si piazzano infatti rispettivamente al primo e al secondo posto, scalzando Google e Apple, prime classificate dell’edizione italiana del 2008. Una retrocessione che non trova conferma a livello europeo: nella euroclassifica di ingegneria Google, Microsoft e Apple sono la terna vincente della hit parade dei datori di lavoro ideali, e relegano al ventinovesimo posto le nostre Enel, Eni e Ferrari, le prime aziende italiane a comparire nell’elenco europeo dei futuri ingegneri. La Banca d’Italia e l’Intesa Sanpaolo sono, al quarantunesimo posto a pari merito, le prime citate dai giovani iscritti alle facoltà di economia dell’eurozona.
Un fatto è certo: la crisi sta condizionando pesantemente i sogni e i progetti della futura classe dirigente. “Aziende che per anni erano state considerate noiose sono diventate attraenti per la sicurezza del posto che si pensa possano garantire” commenta Mariana Rajic, account manager del Trendence Institut.
Così la PricewaterhouseCoopers è riuscita a strappare lo scettro di impresa più amata nelle facoltà di economia d’Europa all’Oréal, che lo deteneva dal 2002, e in generale in svariati paesi si è registrato un buon piazzamento delle società di revisione contabile. “Anche i gruppi del lusso, meno toccati per ora dalla crisi, compaiono per la prima volta in diverse classifiche nazionali del segmento economico” fanno notare i ricercatori tedeschi. E se la Gucci è risultata tredicesima in Italia, dopo le Assicurazioni Generali, la Lvmh (che ha capitalizzato la notorietà di marchi come Vuitton, Dior, Hennessy, Sephora) è entrata nelle prime dieci d’Europa.
L’effetto più evidente della recessione mondiale emerge, in questa edizione del sondaggio, quando si tocca l’argomento quattrini, ovvero il primo stipendio atteso. Perché se è vero, come spiegano i ricercatori del Trendence Institut, che il dato medio europeo è stato condizionato al ribasso nel 2009 dall’ingresso di due nuovi paesi a minor reddito come la Romania e la Russia, è altrettanto vero che i risultati nazionali dei paesi più significativi, esaminati singolarmente, danno tutti pesanti segni meno, con perdite del salario atteso tra i 2 e i 4 mila euro all’anno.
Le società preferite dai laureandi europei. Fonte: il Trendence Institut di Berlino con il Graduate barometer, il più grande sondaggio mondiale sulle attese dei giovani universitari
Tra i futuri dottori in economia per esempio tiene la posizione solo la Francia, mentre la Gran Bretagna passa dai 41.332 euro annui lordi attesi del 2008 agli attuali 30.819. Né va diversamente per gli ingegneri, che in Spagna scendono da 25.041 a 21.017, mentre in Gran Bretagna crollano da 38.141 a 30.664.
E l’Italia? Arretra come tutti (meno 4.672 euro annui lordi per le facoltà economiche e meno 2.779 per ingegneria) e, con la Spagna, si conferma in coda, ben al di sotto delle medie europee.
Di certo gli universitari italiani sono, dopo gli spagnoli, i più preoccupati per il loro futuro di lavoro, sebbene abbiano scelto due delle facoltà ritenute migliori ai fini dell’occupazione. È in ansia l’88 per cento degli iscritti a economia e l’83 di quelli di ingegneria (le medie europee sono di 58 e 50). Così, più di uno su tre dichiara che dopo la laurea andrà all’estero a cercarsi un’occupazione. Una voglia (necessità ?) di varcare i confini in cui, sui 22 paesi europei del campione, ci battono solo i francesi, i greci e gli svizzeri.
Il primo stipendio lordo che i laureandi si aspettano. Fonte: il Trendence Institut di Berlino con il Graduate barometer, il più grande sondaggio mondiale sulle attese dei giovani universitari
E l’Italia continua a “perdere le teste”. Quasi definitivamente: già , perché i cervelli in fuga, non ne vogliono sapere di tornare a casa: più di metà dei laureati italiani che vivono e lavorano con successo all’estero non considerano come probabilità concreta quella di tornare nel Belpaese. Con il trascorrere del tempo, infatti, l’ipotesi di un rientro diventa sempre meno probabile. Anzi, a 5 anni dalla laurea sono 52 su 100 i laureati occupati all’estero che considerano questa possibilità “molto improbabile”.
È, questo, uno dei dati contenuti nel rapporto “Italiani nel mondo 2008″ (qui il documento .doc) curato dalla Fondazione Migrantes, secondo il quale si conferma il fenomeno della “fuga dei cervelli”, dovuta al fatto che “l’Italia, a seguito di carenze ben note, non è in grado di esercitare una forte attrattiva per il loro ritorno, né di utilizzare a un livello più elevato i laureati italiani e gli immigrati presenti sul suo territorio”.
Le lauree più ricorrenti tra quanti lavorano all’estero sono quelle del ramo letterario, linguistico, ingegneristico ed economico-statistico. La laurea in giurisprudenza, invece, sottolinea il dossier, è maggiormente finalizzata alle esigenze del contesto italiano.
Si tratta insomma di una “emigrazione d’élite”, la fuga all’estero cioè di migliaia di laureati, che riescono a trovare oltre confine un lavoro qualificato e ben retribuito. Queste persone - ha spiegato Delfina Licata, che ha coordinato il lavoro dei 60 autori che hanno contribuito alla stesura del rapporto - partono nella maggior parte dei casi con l’idea di rimpatriare presto, ma finiscono per stabilirsi nel paese d’arrivo.
Va meno bene, in realtà , per le italiane laureate. Che, sottolinea poi il rapporto, hanno una situazione “sensibilmente peggiore perché sono sottorappresentate a livello dirigenziale e percepiscono retribuzioni inferiori, anche se comunque più soddisfacenti rispetto agli standard italiani”.
Di fatto, sbaglia chi ancora pensa all’emigrante italiano con i capelli bianchi, in una condizione lavorativa e sociale di ripiego ed emarginata. Non è così: più della metà dei connazionali residenti all’estero - si parla di oltre due milioni di persone - ha meno di 35 anni, una vita lavorativa e relazioni sociali gratificanti. Gli ultrasessantacinquenni sono circa un quinto del totale dei residenti italiani all’estero (quasi 4 milioni): appena il 18,4%, 700 mila persone. Una categoria che sta aumentando - oltre 200 mila in più rispetto all’anno scorso - e che conta 3.734.428 persone. Almeno 60 milioni sono gli oriundi italiani. Il rapporto segnala un nuovo tipo di emigrato all’estero: ha rotto con l’assistenzialismo del passato e “reclama” prospettive innovative.
I connazionali all’estero solitamente sono riunisci a migliorare la propria condizione: hanno la casa di proprietà e non pochi ce l’hanno anche in Italia; trascorrono gran parte delle vacanze nel nostro Paese; rimangono religiosi anche se tendono a frequentare la chiesa locale più della missione cattolica italiana.
Andando più nel dettaglio.
Gli emigrati sono giovani. Fra chi ha meno di 35 anni, 3 su 10 sono minorenni (606 mila), oltre 2 su 5 hanno fra i 18 e 24 anni. La maggior parte dei giovani è concentrata in Europa (1,2 milioni, il 60,6% del totale, circa 3 su 5).
Dove vanno gli italiani. Nei paesi europei (56,7%), in America (37,9%), in Oceania (3,4%), in Africa (1,3%), in Asia (0,8%). In due casi su tre, l’emigrato è proveniente da una regione del sud (36,2%), mentre il 19,4% dalle isole, il 15,4% dal nord est, il 14,6% dal nord ovest, il 14,4% dal centro. Il 52,8% sono celibi e nubili; il 39% è coniugato e il 2,7% vedovo. Il 45% (1.774.677) sono donne.
Rimesse in aumento. In tre anni, dal 2004 al 2007, le rimesse degli italiani all’estero sono cresciute del 10,4%. Gli Usa mantengono il primato: sono un quinto del totale (22,6%). A seguire, il Regno Unito (16,3%), la Francia (12,1%), la Germania (9,8%).
Il VIDEO servizio:
Ingegneri, dentisti e infermieri non conoscono crisi. Come dimostra un’analisi condotta dall’Istat sulla capacità delle università di garantire un’occupazione, il mondo del lavoro premia le facoltà tecniche e le professioni sanitarie. Per esempio, il 75,3 per cento dei laureati in odontoiatria ha un’occupazione stabile dopo tre anni dalla tesi. La percentuale di occupati elaborata dall’Istat si riferisce ai laureati del 2004 che a tre anni dal conseguimento del titolo svolgono un lavoro continuativo (sia a tempo indeterminato sia determinato, ma non occasionale). Un dato rilevato nel 2007 e depurato da quegli studenti che hanno trovato un impiego prima di terminare il corso di studi. L’indagine dell’istituto di statistica è rappresentativa di tutta la popolazione dei laureati italiani, di tutti gli atenei e di tutti i corsi di laurea quinquennali e triennali post riforma. Si basa su dati forniti dal Miur, approfonditi attraverso 47mila e 300 interviste di cui 20mila e 700 riferite alle classi di laurea breve.
La TABELLA (in .pdf), facoltà per facoltà : clicca qui