
A Treviso il termometro spacca lo zero. Per Lino Pizzolato, trevigiano di Villorba, è la prima volta. Si fa coraggio ed entra, lasciandosi alle spalle una scia di fiocchi di neve. Gli occhi azzurri infossati in un viso grinzoso si guardano intorno imbarazzati, forse perché non è più uno sbarbato. Eppure, è la prima volta che bussa a un centro per l’impiego, il vecchio ufficio di collocamento. Ogni mese, da quando è scoppiata la crisi, qui si registrano 300-400 nuovi nomi. Lino ha 61 anni e 48 li ha passati in tipografia.
I biglietti da visita se li è stampati da solo e al posto di “Dott.” o “Ing.” ha scritto, con ironia, “Q.e.”: “Quinta elementare”. “Avevo quattro dipendenti e non ce la facevo più. Ho pagato 100 mila euro per fornitori e liquidazioni, quindi ho chiuso la baracca. Ma ho preferito rimanere senza ’sghei’ piuttosto che fallire”. E ora eccolo qui, a un mese da Natale, a cercare un lavoretto qualsiasi: “In attesa della pensione di anzianità ”. Gli extracomunitari? “Gli imprenditori li hanno chiamati quando c’era lavoro, ma adesso non li possono spedire indietro come pacchi. Così non c’è posto per tutti”. È d’accordo con lui Gabriele Rubinato, 53 anni, ex vetraio, che ha in corpo un pacemaker con defibrillatore ed è in coda per provare a tornare a lavorare: “Sono pronto a fare il camionista o il magazziniere, ma non so se ci sia spazio per un italiano invalido e ultracinquantenne”.
Ketty Ermacora, elegante trentottenne friulana, separata con figlio a carico, sogna di continuare a fare il lavoro che ama: la fioraia, ma “non in nero come fanno gli extracomunitari”. “Queste tre storie rappresentano bene la razza Piave” sottolinea Elena Donazzan, assessore alla Formazione della Regione Veneto (Pdl). “Gente dignitosa, che non si arrende e non vuole lasciar debiti, ma che ora, con la crisi, è un soggetto debole”. Sebbene il Veneto sia un motore economico del Paese (è secondo per pil solo alla Lombardia), secondo l’assessore c’è il pericolo di una specie di darwinismo sociale, una fase in cui donne e over 50 italiani potrebbero essere soppiantati sul mercato del lavoro dai più vigorosi immigrati. Ma anche su questi ultimi si addensano nubi scure: “Temo sia alle porte una guerra tra poveri. Gli ultimi dati dicono che il 20 per cento dei licenziati sono extracomunitari, spesso senza tutele o rete familiare” aggiunge Donazzan.
Il segretario veneto della Uil, Gerardo Colamarco, ha paventato problemi di ordine pubblico. Altrettanto allarmato il segretario regionale dei Comunisti italiani, Nicola Atalmi: “Il Nord-Est era cattivo quando le cose andavano bene, figuriamoci che cosa può succedere ora”. È finita la pace sociale del “se ti te lavori a me va ben”. Sarà per questo che il segretario trevigiano della Cgil, Paolino Barbiero, dando voce agli umori della base, ha chiesto il blocco temporaneo degli ingressi per gli extracomunitari. È stato subito colpito da fuoco amico, scheggiato da accuse di razzismo. Ma c’è chi lo difende, anche perché una ricerca interna della Cgil locale dimostra che il 25-30 per cento degli iscritti del sindacato “rosso” ha votato Lega. “A chi serve un esercito di lavoratori disperati, ricattabili, clandestini?” domanda Atalmi. “La sinistra dei salotti deve iniziare a rendersi conto di come sia la vita reale e il Pd non può dare la colpa di questo disastro alla legge Bossi-Fini visto che quando ha governato non l’ha cambiata”. Ogni giorno, da queste parti, è un bollettino di guerra: “Asolo, Montebelluna, Castelfranco Veneto, Varago di Maserada, la crisi arriva dappertutto” sottolineano alla Cigl di Treviso. Aziende importanti come Osram, Monti, Pagnossin, Electrolux, De Longhi annunciano chiusure o licenziamenti. Persino a Spresiano, dove si costruiscono bare, c’è chi si arrende. Le difficoltà non risparmiano le 94 mila piccole imprese iscritte alla Camera di commercio (510 mila in tutto il Veneto), di cui più del 50 per cento a carattere individuale: il popolo delle partite iva. “In realtà non è giusto parlare di crisi” puntualizza Federico Tessari, presidente di Unioncamere, “visto che il saldo tra imprese aperte e chiuse è ancora positivo. È più corretto dire che c’è un rallentamento, soprattutto nel settore edilizio”. Uno di quelli in cui la mano d’opera è meno qualificata e spesso di origine straniera.
Gli ammortizzatori sociali. Manovali che rischiano di trovarsi sulla strada senza protezione. Infatti gli ammortizzatori sociali, mobilità e disoccupazione, soccorrono solo chi lavora regolarmente da almeno due anni e anche chi è tutelato non naviga nell’oro. “L’assegno più staccato è quello da 808 euro lordi al mese e può durare al massimo sino a tre anni per i lavoratori con più di 50 anni” calcola Roger De Pieri, responsabile del patronato Inca della Cgil trevigiana. La crisi è una livella: “In comune cominciano ad arrivare coppie in cui hanno perso il lavoro entrambi. La settimana scorsa sono venuti a chiedere un’occupazione sia due italiani sia due extracomunitari” nota l’assessore trevigiano alle Politiche sociali Mauro Michelon, figlio di emigrati. E la competizione tra autoctoni e “foresti” tocca pure le altre zone del Veneto.
Nei sei centri per l’impiego della provincia di Vicenza a ottobre ci sono state 1.600 iscrizioni (300, in media, nei mesi scorsi) e il messaggio è chiaro: “Gli italiani sono di nuovo disponibili a fare lavori umili” sottolinea Morena Martini, assessore provinciale al Lavoro. Esempi? Molti accettano di trattare e scarnificare le pelli nelle concerie. “Le donne italiane tornano nelle imprese di pulizie” aggiunge Martini. Mansioni che in passato erano appannaggio delle maestranze straniere. Sui banchi del mercato di Mestre i clienti si confessano: una signora ha visto licenziare figlia e genero, mentre il marito, camionista, da gennaio finirà in cassa integrazione. Luca M., 29 anni, ex magazziniere, un figlio e qualche problema d’alcol alle spalle, chiede ai passanti una moneta: “Anche perché il lavoro lo danno prima agli immigrati” protesta. Luca Padoan, 42 anni, vende scarpe: “Da me un paio di stivali costa 10 euro, ma per la prima volta in vent’anni la gente mi chiede di pagarli a rate, 5 euro oggi e 5 la settimana successiva, al momento del ritiro”.
Una guerra tra poveri. Chi richiede questa formula? “Gli extracomunitari: hanno la faccia più tosta”. Una tesi confermata da una ricerca realizzata tra gli operatori dei servizi sociali dall’Università Ca’ Foscari. Ferruccio Bresolin, docente di politica economica, sintetizza: “Abbiamo verificato che i nostri lavoratori anziani, abituati a tutele che non esistono più, quando perdono l’occupazione non osano chiedere una mano, mentre gli stranieri, quando sono in difficoltà , ricorrono agli aiuti più volte. Quindi esiste una sorta di competizione tra chi è più sfacciato e chi lo è meno”.
Per esempio, in Veneto il 50 per cento dei fondi per gli affitti è andato agli immigrati, che sono circa il 10 per cento della popolazione. Ma nella gara tra furbi a volte vincono i nostri connazionali. Come sottolinea, un po’ a sorpresa, Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, ideatore del tavolo anticrisi: “Alcuni italiani prendono il sussidio di disoccupazione, ma quando gli viene offerto un lavoro lo rifiutano: nel frattempo hanno trovato un impiego in nero”. Di questa presunta guerra tra poveri che cosa pensano gli stranieri? All’ufficio immigrazione della questura di Treviso, sabato 22 novembre, molte decine di persone attendono il permesso di soggiorno. Nella Marca trevigiana gli immigrati regolari sono 93 mila su 870 mila abitanti, circa il 12 per cento. Quasi 10 mila lavorano in proprio. La comunità più numerosa è quella marocchina, seguita da romeni e albanesi. Sotto la copertura di plexiglas fa un freddo cane e i bambini in braccio ai genitori strillano. Un poliziotto ogni 10 minuti fa “la chiama”. Quando vengono urlati i nomi, non vola una mosca. Mani e facce fanno capire che questa è gente che sgobba. Quasi tutti quelli che Panorama ha intervistato (una ventina di cittadini stranieri) sono d’accordo con il blocco dei flussi.
La stessa opinione dell’imam locale. Solo un paio dissentono: una trentaduenne kosovara, con tre figli e un salario di 400 euro mensili, e un operaio nigeriano, con cappotto e valigetta griffati. “Nel mio paese si rischia la vita tutti i giorni” è la spiegazione. Gli altri, per dirla con Francesco Guccini, pensano al magro giorno della loro gente attorno. Mohammed, 28 anni, occhi verdi e passaporto marocchino, lavora per una cooperativa di servizi di Ponzano Veneto: “Siamo soci, ma ad alcuni di noi hanno chiesto di andare via. Fanno firmare delle carte a chi non capisce l’italiano”. Kamal, 32 anni, connazionale, laurea breve in economia, protesta: “Non abbiamo alcun diritto. E a fine del mese bisogna chiederci non quanto abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo perso”. Un gruppo fa i conti: 500 euro in media di affitto, 200 per mangiare, 150 per luce, gas, senza contare vestiti, benzina e assicurazione per l’auto: gli stipendi dei manovali, tra i 1.000 e i 1.200 euro, non bastano neppure a sopravvivere. Kalid, 34 anni, fa lo scaricatore e mostra il permesso di soggiorno: l’ha preso oggi e gli scade il 14 febbraio 2009. Un ventenne del Burkina Faso lavorava in nero: un muletto gli ha spaccato un piede e lo hanno messo alla porta. Merah, 39 anni: “I padroni ci spremono come limoni, ci vogliono pagare fuori busta e i lavori più duri li facciamo sempre noi”.
Gli effetti della crisi. “Sicuramente le imprese del Nord-Est” dice Giampaolo Pedron, vicedirettore degli industriali veneti, “in passato hanno fatto largo uso di operai non qualificati, spesso stranieri. Però le cose stanno cambiando, ora puntiamo su manodopera specializzata e siamo contrari a nuovi ingressi di immigrati. Eventuali nuove assunzioni vanno fatte tra chi è in cassa integrazione o in mobilità ”. E nel vicino Friuli è appena stata approvata una legge, anche con il voto del centrosinistra, per cui bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni (e da almeno 5 in Regione) per fare domanda per un alloggio pubblico: gli immigrati sono di fatto tagliati fuori. Alla fine del viaggio non è chiaro quale sia la fascia più debole tra quelle colpite dalla crisi. Per trovare una risposta può essere utile bussare alla Caritas di Venezia. Il direttore, monsignor Dino Pistolato, evidenzia: “I cinquantenni italiani sono probabilmente i più svantaggiati, visto che conoscono poco le reti di aiuto. Per esempio oggi è venuto da me un operaio appena licenziato da una ditta del porto di Marghera. Aveva un bigliettino in mano e mi ha detto sottovoce: ‘Mi hanno suggerito di venire da lei, ma non so bene che cosa chiederle’. Doveva pagare la bolletta del gas”. Nei tre dormitori gli italiani dal 40 per cento sono passati al 60. Alcuni domandano aiuto per pagare microdebiti, magari la spesa del supermercato. Una condizione di disagio che molti in Veneto vivono con vergogna: “Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra”.
- Domenica 30 Novembre 2008
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