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Lavoro nero ed immigrazione: boom di irregolari

Lavoratori immigrati in presidio per richiedere un permesso di soggiorno

Lavoratori immigrati in presidio per richiedere un permesso di soggiorno

In Italia la disoccupazione continua ad aumentare, ma per gli immigrati presenti nel nostro paese il lavoro non manca, specie se in nero. Gli stranieri irregolari (422mila, dati Ismu), quelli senza un permesso di soggiorno, lavorano di più e guadagnano di meno rispetto a chi ha i documenti in regola. E’ più facile per loro trovare un impiego sottopagato, magari senza contratto e contributi e con turni più pesanti. Lavorano di sabato (80%), di domenica (31,8%), di notte (38%) e guadagnano meno di 5 euro l’ora (il 40% ), in media il 12,4% in meno di chi è in regola (il 17% se donne). Sono questi i dati riportati nell’indagine “sicurezza, lavoro nero, immigrazione” condotta dall’economista Tito Boeri per la Fondazione Debenedetti e l’Università Bocconi di Milano. A dare il buon esempio di integrazione è invece il capoluogo lombardo, dove un’azienda su cinque aiuta i dipendenti stranieri.

Continua

Il governo vara la stretta anti-cosche. I 10 punti di Berlusconi contro i boss

Silvio Berlusconi, durante il Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria | (AP Photo/Adriana Sapone)

Silvio Berlusconi, durante il Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria | (AP Photo/Adriana Sapone)

Urge una cura da cavallo. Visto che, come da metafora del premier Silvio Berlusconi, Mafia, camorra e ‘ndrangheta sono una “terribile patologia per il Paese” contro cui, dice, “abbiamo già ottenuto risultati straordinari”. Una cura forte, decisa, costante. E infatti da oggi la pressione aumenta con un piano in dieci punti approvato dal Consiglio dei ministri (qui il .Pdf), proprio in quella che è una delle capitali dei clan, Reggio Calabria. Continua

Dopo Rosarno: Castelvolturno, l’altra polveriera

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Rosarno, Castelvolturno, San Marcellino, San Nicola Varco. E poi ancora Foggia, Pachino, Latina.
Dalla Calabria alla Puglia, dalla Campania alla Sicilia passando persino per l’Alto Adige. I luoghi dell’immigrazione, del lavoro nero, i “non luoghi” dell’immigrazione in Italia sono tanti. Che cosa li accomuna? Campi, su cui spezzarsi la schiena, caporali, che organizzano il lavoro per pochi euro al giorno. Caste fatiscenti o baracche che accolgano i migranti. Continua

  • giamp
  • Lunedì 11 Gennaio 2010

Rosarno, ma c’è un modello di integrazione vincente?

Calabria
Guarda la GALLERY della rivolta

Gian Carlo Blangiardo, demografo e professore all’Università Bicocca di Milano e collaboratore della Fondazione Ismu di Milano, ha da poco coordinato una ricerca sull’integrazione degli immigrati in Italia, il “XV rapporto sulle migrazioni 2009″. Continua

  • giamp
  • Venerdì 8 Gennaio 2010

Fini e Schifani: divisi sulla legge 40. Le Iene li mettono d’accordo sui portaborse

Renato Schifani e Gianfranco Fini

Divisi sui temi etici della legge 40, ma concordi nell’ammettere che al Parlamento il lavoro nero è dilagante e “occorre fare una legge adeguata per risolvere il grave problema”. Gianfranco Fini, presidente della Camera, e Renato Schifani, suo omologo al Senato, si trovano su due piani diversi rispetto alla decisione della Consulta di bocciare parte della legge 40 sulla fecondazione assistita. Ieri, Fini aveva lodato la sentenza definendo la legge 40 “un provvedimento basato su dogmi di tipo etico - religioso”, oggi da Herat, in Afghanistan, la seconda carica dello stato dice apertamente che “Siamo di fronte a una buona legge, di libertà, anche perché non vi può essere alcuna ingerenza dei partiti o di altro, per cui a parlare di dogmi troverei qualche difficoltà”.
Schifani non ha dubbi sul fatto che l’Italia sia uno Stato laico, nonostante quanto osservato da Fini al congresso del Pdl a proposito della legge sul testamento biologico già approvata dal Senato. “Stato laico significa non rinunciare alle responsabilità tutte le volte che ci si rende conto che ci sono vuoti normativi da colmare”, dice il presidente del Senato. “Quindi, personalmente, non riscontro nella legge sul testamento biologico e sulla legge 40 una presenza di eticità nella vita parlamentare, in particolare in tutte quelle leggi dove ci sono voti segreti. Lì sono le coscienze che decidono e non i dogmi”. La presidenza della Camera risponde che “non è uno scandalo esprimersi sulle sentenze della Corte costituzionale. Il rispetto del Parlamento è doveroso, ma non c’entra con il caso della pronuncia dei giudici della Consulta sulla legge relativa alla fecondazione assistita”. Un botta e risposta destinato a non concludersi a breve termine, anche in previsione della discussione della legge sul testamento biologico e delle differenti posizioni che all’interno dello stesso Pdl esistono in materia
Ma se l’etica divide, le Iene uniscono, almeno per quello che riguarda il lavoro nero di tanti “portaborse” al Parlamento. E questa sera, nella nuova puntata de “Le Iene show” in onda su Italia 1, sia Fini che Schifani, intervistati nella seconda parte dell’inchiesta relativa al lavoro nero in Parlamento realizzata da Filippo Roma e Marco Occhipinti, promettono rigore. Le Iene denunciano che il 62 per cento dei portaborse sono senza contratto: i presidenti Fini e Schifani ammettono il lavoro nero in Parlamento e si impegnano a risolvere il problema. “Il Presidente e l’ufficio di presidenza hanno il dovere di verificare che chi entra alla Camera, dichiarando di essere collaboratore di quel tal deputato, abbia un contratto di lavoro, ha dichiarato Fini. E il presidente Renato Schifani aggiunge: “Faremo una legge in tempi brevissimi che prevede contratti di lavoro di tipo subordinato, orari minimi e massimi e compensi certi”. Le Iene hanno scoperto che in questa legislatura su 516 portaborse solo 194 hanno un contratto e, quindi, uno stipendio. Gli altri 322, cioè il 62 per cento, non sono legati ai deputati da alcun vincolo contrattuale, cioè risultano ufficialmente lavorare gratis.
Fini tiene botta alle domande dell’intervistatore e si dice certo che in tempi brevi la situazione cambierà. “Il mio predecessore fece nel marzo 2007 una delibera molto precisa, affermando che l’accesso alla Camera lo può avere soltanto colui che ha un contratto di lavoro a titolo oneroso, quindi dietro stipendio con regolare contratto, in capo ad un deputato”. Dice. “Poi ci fu una seconda delibera che allargò molto la norma”. Gli fa eco Schifani: “In questi giorni stiamo discutendo in commissione analoga legge, ho già dato l’autorizzazione per farla approvare senza che passi dall’aula, quindi tempi molto brevi, per regolamentare una volta per tutte questo aspetto”. E aggiunge: “In sostanza questa legge istituisce l’albo, prevede i diritti e doveri e funzioni, regole contrattuali, la retribuzione finalmente viene individuata. Sarà un contratto di tempo determinato e di lavoro subordinato, ma sarà una legge a tutela dei collaboratori parlamentari”. E alla domanda su come il Senato regolamenterà l’accesso dei portaborse in attesa della nuova legge, Schifani è categorico: “Proporrò all’Ufficio di presidenza di subordinare l’accesso al Senato a tutti quei collaboratori legati da un regolare rapporto contrattuale con i parlamentari e questo limiterà al massimo l’accesso di persone, non dico non gradite, ma senza titolo”.
Le Iene hanno, inoltre, intervistato in merito 33 deputati, ai quali è stato chiesto se con loro collaborano dei portaborse e che tipo di contratto hanno. Tra i politici interpellati, tre non rispondono alle domande, sei dicono di non avere portaborse, nove affermano di avere collaboratori con un contratto, ma non specificano di che tipo, cinque dichiarano che i portaborse a loro servizio hanno un contratto, ma affermano imbarazzati di non sapere di che tipo, cinque rivelano che i loro portaborse hanno un contratto a progetto ma nessuno spiega con precisione di che tipo di progetto si tratta, tre ammettono di avere a loro servizio portaborse senza contratto. Luigi Vitali dichiara di averli in regola con contratto di lavoro subordinato, mentre Rosy Bindi afferma che i propri collaboratori sono in regola, perchè assunti direttamente dalla Camera, essendo lei una dei vicepresidenti. E le Iene continuano a vigilare.

Maroni a Bruxelles: “Punire chi sfrutta il lavoro nero dei clandestini”

Roberto Maroni

Colpire gli sfruttatori dei clandestini. L’idea è rimasta fuori dal decreto sicurezza approvato ieri al senato (che prevede invece la confisca dell’immobile per chi affitta a irregolari). Ma il ministro dell’Interno Roberto Maroni la rilancia per l’Europa. “L’Italia è favorevole a prevedere a livello europeo sanzioni penali contro i datori di lavoro che assumono in nero immigrati clandestini e propone di istituire anche sanzioni patrimoniali” ha detto il ministro a Bruxelles, durante la deliberazione pubblica al Consiglio giustizia e interni Ue sulla proposta di direttiva europea per punire chi sfrutta il lavoro nero e l’irregolarità degli immigrati.
Maroni ha espresso il parere favorevole dell’Italia anche alla proposta della direttiva francese che prevede un target minimo di ispezioni nelle aziende per colpire chi sfrutta il lavoro degli immigrati irregolari. Purtroppo però, ha dovuto riconoscere il ministro leghista, “L’Italia ha un primato negativo per quanto riguarda il lavoro nero, soprattutto nei settori dell’agricoltura e delle costruzioni”.
Dai cantieri edili del nord ai campi di pomodori campani e pugliesi, il ricorso all’immigrato irregolare sfruttato è tutt’altro che un’eccezione. Secondo Maroni, nel nostro ordinamento esiste “un sistema di sanzioni penali che colpisce gli imprenditori che assumono in nero ha dato qualche risultato positivo, ma non così efficace come avremmo sperato”, ha detto. ”Abbiamo anche messo in atto un sistema di ispezioni che si è rivelato più efficace rispetto alle sanzioni”. Meglio le misure dissuasive piuttosto che le punitive, secondo il responsabile del Viminale. Per Maroni nella direttiva Ue vanno inserite “sanzioni patrimoniali insieme a quelle finanziarie e amministrative”. Sul secondo punto previsto dal progetto, un target per le ispezioni nelle imprese, sul quale la presidenza francese ha interrogato tutti i ministri, Maroni ha detto che l’Italia è favorevole. ”La definizione di un sistema comune europeo può aiutare Paesi come l’Italia che hanno un’esperienza di lavoro nero molto significativa”. Arrivare a regole comuni su un tema delicato, che coinvolge le norme sul lavoro e sulla clandestinità dei vari paesi non sarà facile. A guidare il fronte dei paesi contrari a imporre sanzioni penali e a fissare target minimi di ispezioni nei posti di lavoro è il paese che accoglie più immigrati (regolari): la Germania. ”Ci sono altri modi per combattere il fenomeno delle assunzioni in nero degli immigrati clandestini”, ha detto il ministro tedesco dell’interno Wolfgang Schauble. Ancora più esplicito il doppio no della Svezia: ”non esiste una competenza comunitaria in materia di diritto penale”, ha detto il ministro Tobias Billstrom. “Quanto alle ispezioni, non ci opponiamo, ma la competenza deve essere lasciata a ciascun Stato membro”. Su questa linea anche l’Olanda, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia. La proposta francese invece (che prevede sanzioni penali e una quota minima di ispezioni del 5per cento nelle imprese per i datori di lavoro che assumono clandestini) ha ottenuto un appoggio dalla Commissione Ue e di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. D’accordo su alcuni punti anche Estonia, Lettonia, Lituania, Austria, Slovenia, Bulgaria, Malta, Cipro e Belgio. ”I colpevoli del fenomeno dell’immigrazione clandestina sono gli sfruttatori” ha detto il ministro dell’Interno spagnolo Celestino Corbacho. Sulle ispezioni, tutti i ministri favorevoli al target hanno precisato l’importanza di fare controlli qualitativi, colpendo in particolare i settori più a rischio in ciascun paese.

In Italia più della metà dei cantieri edili è fuori legge. E in 5 mila lavorano in nero

Ispezione dei carabinieri in un cantiere edile
Dodici mesi di ispezioni, trentamila cantieri passati al setaccio, cinquemila lavoratori irregolari scoperti. A un anno dall’applicazione del “pacchetto sicurezza” sul lavoro, lanciato alla fine dell’agosto scorso dal ministro Cesare Damiano, ecco il bilancio. Un bilancio che ha portato non solamente a scoprire numerose irregolarità nella gestione del personale e delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro, ma che ha anche fatto entrare nelle casse dello Stato circa cento milioni di euro: una parte sotto forma di sanzioni, un’altra di contributi previdenziali pagati a Inail e Inps e mai versati prima.
Dal 31 agosto 2006 a oggi, dunque, i cantieri edili ispezionati in tutta Italia, in cui lavoravano complessivamente 43.076 aziende e oltre centomila dipendenti, sono stati 27.571. Un numero enorme rispetto a quelli degli anni scorsi, come enorme è stato il numero delle irregolarità riscontrate: oltre il 57 per cento delle imprese (che tradotto in valori assoluti significa 24.517) che avevano avuto i lavori in appalto è risultato fuori dalla legge. Tanto che in 2.224 casi gli ispettori del ministero del Lavoro hanno anche provveduto a chiudere i cantieri, perché oltre il 20 per cento dei lavoratori impiegati è risultato essere senza un contratto. Irregolarità che hanno fatto scattare le sanzioni previste dalla legge. Così nei dodici mesi presi in esame, quelle amministrative sono state 37.006, per un importo complessivo che supera i quaranta milioni di euro, mentre quelle penali si sono fermate a quota 26.854 con ammende pari a poco più di sedici milioni di euro.
Ma non di sole ispezioni e sanzioni è stata fatta la campagna di sicurezza lanciata dal ministero: importanti risultati sono arrivati anche dal punto di vista dei livelli occupazionali e da quelli contributivi. Dall’agosto 2006 i nuovi assunti nel settore edile sono stati 71.822, che hanno portato anche a un incremento di 43 milioni di euro di contributi previdenziali riscossi. “È stato un anno di lavoro proficuo” ha detto il ministro Damiano “che ha permesso di dimostrare che è positivo investire nel settore della lotta al lavoro nero perché permette di recuperare risorse e aumentare la legalità e la trasparenza”.

Il VIDEO servizio:

Universo badanti: la metà lavora in nero. Una su quattro vuol tornare a casa

La signora Demetria Orense, filippina di 52 anni, badante della mamma del ministro della Salute Girolamo Sirchia
Un solo desiderio: tornare nei loro Paesi.
Perché qui sono costrette a vivere lontane da mariti e figli e a prendersi cura di anziani e bambini di altre famiglie, di cui comunque si sentono parte. Ma solo perché ci lavorano.
A fare questa foto delle colf è l’indagine nazionale delle Acli Il Welfare fatto in casa, realizzata dall’Iref. Solo il 25% è intenzionato a restare in Italia, un paese in cui il 24% del totale arriva senza permesso di soggiorno
I ricercatori dell’Iref tra marzo e aprile di quest’anno hanno interrogato un campione rappresentativo di 1000 collaboratrici familiari straniere (66 nazionalità diverse), con un questionario somministrato “faccia a faccia”.
Per capire chi sono e da dove vengono, che famiglie hanno lasciato e che progetti hanno. La ricerca è stata illustrata al ministro della Famiglia Rosy Bindi. Ne è venuto fuori che sei colf su 10 vivono separate dai figli o dal marito. Quattro su 10 mandano in patria almeno la metà di quanto guadagnano (in media 880 euro mensili, lavorando 42 ore a settimana).
Il 24% è in Italia senza documenti di soggiorno. Il 57% lavora del tutto o in parte in nero. Il 61% concorda col datore di lavoro le irregolarità nei versamenti. Il salario medio è di 880 mensili. Più della metà (51%) assiste persone anziane e il 17% si prende cura dei bambini. Si sentono membri di famiglia (60%) ma chi vive nella casa in cui presta servizio (33%) lavora fino a 59 ore settimanali e pensa di andare avanti ancora per poco (70%). Anche se esiste ed è palese la differenza di stipendio tra le collaboratrici regolari e quelle che non lo sono. Le prime godono di maggiori garanzia economiche e guadagnano anche 1.000 euro al mese; le colf irregolari o che si sono in Italia da meno di 2 anni hanno un guadagno medio di 750 euro.
L’età media è 40 anni. Le più giovani vengono dall’Europa dell’Est. Le più istruite dall’ex Russia. Le colf filippine sono sempre di meno: erano il 31% prima del 1997, scendono al 19% nel 2000 e arrivano appena al 10% di ingressi nel 2006.
Al di là dei numeri, va infine notato che la quotidianità tra le mura domestiche ha permesso a molte di loro di crearsi un’idea della situazione: il 51% ritiene che i figli siano viziati dai genitori; il 49% ritiene che gli anziani non siano trattati con particolare attenzione.

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