Un boss del litorale romano, sorvegliato speciale, se n’è andato a spasso nella capitale invece di restare a Ostia. Un altro si è finto depresso e anoressico ed è riuscito a ottenere gli arresti domiciliari. Erano otto i criminali che giravano indisturbati per Roma grazie a certificati medici fasulli che li attestavano finti depressi, tossicodipendenti o alcolizzati. A certificare il cattivo stato di salute dei malviventi era un medico, Colombo Armando Taranto, in servizio al day hospital di psichiatria e tossicodipendenze nel Policlinico Gemelli di Roma, ora accusato di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e falso. Accanto a lui Paola Di Masci, assistente sociale nello stesso reparto. È accusata di avere indirizzato i detenuti da Taranto, occupandosi di riscuotere le parcelle. Le tariffe andavano da 500 euro, per un’attestazione, a 3mila euro, per una pratica completa.
La compravendita di carte incriminate è finita sotto la lente del pm di Roma Diana De Martino e degli investigatori della squadra mobile, che hanno disposto 12 arresti. Dalle intercettazioni contenute nell’ordinanza di arresto emerge un mercato organizzato: se il detenuto era sano, i due s’ingegnavano per renderlo malato, anche prima del carcere. Un uomo di 46 anni va da Taranto con sua moglie: su di lui pende una condanna che scatterà presto, spera nel certificato medico. “Dovrei fare la cartella da tossicodipendente” spiega l’uomo “ma io non sono mai stato tossico”. E il dottore risponde: “Ma se lei avesse usato due o tre volte cocaina, faremmo l’esame del capello”. Il 46enne è rammaricato. La moglie allora propone: “Metti caso che lui inizia a drogarsi e ogni giorno ne prende un po’”. Il medico la ferma subito: “Ma così diventa drogato!”. Poi consiglia la scusa dell’alcolismo e suggerisce di bere per tutta la notte prima di fare le analisi. Ciliegina sulla torta: “Butta un po’ di cocaina nelle urine”.
Un altro finto malato a cui vengono concessi gli arresti domiciliari non sa recitare. “Devi fare il depresso, fare la parte” raccomanda il dottore.
Dei compensi si occupava Di Masci. Un detenuto restio a pagare viene tampinato per giorni e quando incontra l’assistente sociale invece che il denaro le dà un cesto di Natale. Lei aspettando i soldi sbotta con un amico: “Sono imbestialita per questo cesto di m…”. Il medico è anche accusato di aver permesso a detenuti di girare liberi certificando la loro presenza nel day hospital.
Le visite fasulle ai detenuti erano diventate una prassi. Al punto che quando un condannato finto alcolizzato e farmacodipendente va sul serio da loro, Taranto e Di Masci si stupiscono: “Perché devi sta’ qua, ma va’ a farti dei servizi, va’ a farti le cose tue”. Oppure: “Si legga il giornale e alle 11.30 vada via”. Uno dei personaggi coinvolti in questa vicenda è Giorgio Lago, camorrista condannato a 7 mesi di carcere dalla Corte d’appello di Napoli. Gli investigatori ipotizzano che, su consiglio di Paola Di Masci, Lago abbia deciso di costituirsi nel carcere di Rebibbia a Roma. Il suo avvocato dopo 10 giorni ha chiesto il differimento della pena per depressione certificata da Taranto.
- Sabato 12 Luglio 2008
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