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Che fine persegue Fini? La parabola di Gianfranco, che studia da leader (del Pd?)

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini da tempo studia da leader del centrodestra.
Nei palazzi della politica, ma anche nel Paese, la voce gira ormai da molto. E da quando è presidente della Camera, poco più di un anno, è anche riuscito a ritagliarsi uno spazio da uomo politico che guarda più alla strategia che alla tattica, più al ragionamento di lungo respiro che alla politica della dichiarazione quotidiana.
Certo quella dell’ex leader di Alleanza Nazionale è stata una lunga marcia. Che dalla militanza missina lo ha portato fino alla segreteria… del Partito Democratico (almeno così ironizza il popolo di sinistra, ormai orfano di grandi condottieri).

Ma la marcia finiana comincia da lontano. Con la prima “svolta”, quella del congresso di Fiuggi (si era nel gennaio ‘95) che trasforma il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Del Msi Fini aveva raccolto il testimone, direttamente da Giorgio Almirante, a soli 35 anni. Per la prima volta gli eredi dei repubblichini - o per lo meno la maggior parte di essi - rinnegano le radici fasciste. Un passaggio “storico”, da completare con l’abbandono di quel passato che ricorda la destra razzista e antisemita, che ancora pesa troppo sulle spalle di Fini.
Il 19 febbraio del 1999 Fini va nel luogo simbolo della tragedia dell’Olocausto: Auschwitz. Quindi con il secondo governo Berlusconi, nel 2001, Fini comincia ad accreditarsi anche sullo scenario internazionale, prima con la nomina alla Convenzione europea, l’organo straordinario dell’Ue che dà vita alla Costituzione europea, poi approdando alla Farnesina. Il cammino prende velocità e diventa una corsa nel 2002, quando l’attuale presidente della Camera partecipa a sorpresa alla Giornata della Memoria, dove davanti al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, afferma: “Siamo qui, perché la storia non si ripeta, perché mai più si possano compiere simili mostruosità”. E nello stesso anno, a settembre, in una intervista al quotidiano israeliano Haaretz va oltre: “Come italiano è mio dovere assumermi ogni responsabilità. E a nome degli italiani è mio dovere farlo. Gli italiani portano sulle proprie spalle la responsabilità di ciò che è accaduto dal 1938, ovvero da quando furono varate le leggi razziali. Si tratta di una responsabilità storica: quella di riconoscere i dolori causati e di chiedere perdono”. La visita a Gerusalemme il 24 novembre del 2003 è il momento certamente più significativo del cammino politico di Fini: le immagini dell’ex delfino di Almirante, con la kippà in testa che depone fiori allo Yad Vashem sanciscono lo strappo con il passato.

Ecco una “gallery” (e qualche video) di alcuni suoi pensieri negli anni. Prima e dopo. Perché come ebbe a dire lo stesso Fini alcuni anni fa “solo i paracarri restano fermi”.

Su Mussolini
Il 25 marzo di quest’anno, cioè nei giorni in cui era appena calato il sipario su Alleanza Nazionale e si andava verso la creazione del Pdl, Fini è ospite alla sede romana della Stampa estera e la domanda clou, ancora una volta, è sul suo pensiero su Mussolini. Al giornalista che gli ricorda come 15 anni ebbe a definire il dittatore il più grande statista del secolo, replica: “Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni e di cui mi ha dato atto anche lei”. Oggi, aggiunge, Fini, “la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…”.

Sugli omosessuali (maestri e non)
Nell’aprile del 1998 disse che “un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro”. Motivando il suo pensiero poi spiegava: “Un conto è affermare che non è giusto discriminare la gente per motivi religiosi, razziali, etnici o sessuali, ma cosa diversa è stabilire per legge che una coppia di gay deve avere gli stessi diritti di una coppia normale. Perché l’omosessualità non si può considerare una cosa normale”. Tornando all’esempio del maestro elementare, il leader dell’allora An era netto: “Secondo me, compiti delicati come quello dell’educatore, soprattutto dell’educatore dei più piccoli, occorre che vengano affidati a chi trasmette determinati valori e determinati principi”.
Di recente, a metà maggio 2009, il presidente della Camera ha ricevuto a Montecitorio alcune associazioni degli omosessuali. I rappresentanti di Arci Gay-Arcilesbica, Agedo e Famiglia Arcobaleno, gli hanno consegnato un dossier sulle violenze e gli omicidi a sfondo omofobico e gli hanno chiesto un impegno per calendarizzare al più presto la legge contro l’omofobia. Fini, dal canto suo, ha sottolineato il dovere del legislatore di mettere al centro della sua azione la lotta a ogni genere di pregiudizio: “Nel momento in cui si discute della dignità della persona umana, bisogna combattere tutte le tendenze al pregiudizio, alla discriminazione e alla violenza. Ma questa cosa il legislatore la deve avere al centro della sua azione legislativa”.

Legge Bossi-Fini e la questione degli immigrati
Durante la legislatura 2001-06 Fini fu, con il leader della Lega, Umberto Bossi il “padre” della legge per contrastare l’immigrazione (datata 30 luglio 2002) , che infatti porta il loro nome: la Bossi-Fini. Un provvedimento duro, che prevede l’impossibilità per i clandestini senza un permesso di lavoro in Italia di arrivare nel nostro Paese. In questo anno la terza carica dello Stato ha più volte parlato di immigrazione e rispetto dei diritti “a prescindere dal colore della pelle”. E proprio la settimana scorsa – nel discorso non pronunciato per via dell’annullamento della visita a Montecitorio a seguito del ritardo del Colonnello Gheddafi – ha chiesto alla Libia di ospitare una delegazione di parlamentari perché si possa verificare il rispetto dei diritti umani sulle coste vicine al nostro paese. E sulla Bossi-Fini nei mesi scorsi ha chiosato: “Continua ad essere valido l’impianto generale della legge Bossi-Fini, ma alla luce di alcune questioni relative all’applicazione della legge, dei correttivi si rendono necessari. In particolare” ha aggiunto “andrebbe modificato l’aspetto che chiede all’immigrato che per rinnovare il contratto di lavoro deve tornare nel paese di origine e poi rientrare in Italia”.

Le dissonanze di un “uomo solo al comando”
E quante sono, invece, le dichiarazioni in cui Fini, pur non evolvendo il suo pensiero, si è detto in dissonanza dallo schieramento di centrodestra. O almeno da buona parte di esso…

Alcuni anni fa Fini aveva appoggiato il referendum abrogativo della legge 40 e, più di recente, ha detto che alla Camera sarebbe opportuno rivedere la legge sul testamento biologico, approvata dalla maggioranza al Senato con il plauso della Chiesa e fortemente criticata dal centrosinistra. Dopo che la Consulta ha dichiarato incostituzionali due passaggi della legge sulla fecondazione assistita l’inquilino di Montecitorio ha detto, in maniera netta: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei”.

Referendum elettorale
Dal palco del congresso fondativi del Pdl alla Fiera di Roma Fini aveva riportato l’attenzione sul referendum elettorale ricordando che An aveva raccolto le firme. Una consultazione che crea evidenti problemi alla coalizione e in particolare al rapporto con la Lega. Tanto che il Cavaliere solo la settimana scorsa ha detto che non avrebbe appoggiato i quesiti referendari. Subito Fini ha invece dichiarato di voler andare a votare “convintamente. E spero che gli italiani facciano altrettanto”.

Le stoccate a Berlusconi
E che dire della sua condotta politica, che negli ultimi mesi ha preso traiettorie ben diverse (e solitarie) da quelle della maggioranza, del governo e del premier Silvio Berlusconi? Beh, al Fini di questi ultimi tempi calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione.
Fino a bacchettare più volte, a colpi di disringuo, le uscite del premier. L’ultima critica, ma solo in senso cronologico, sull’inchiesta di Bari. “Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C’è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia”, ha risposto il presidente della Camera, venerdì 19 giugno, a chi gli chiedeva dei rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni. Fini, che parlava a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, ha aggiunto: “Una democrazia impotente e inefficace alla lunga genera disillusione, scontento, alimenta la critica e il ripudio e finisce per alimentare progetti bonapartisti o cesaristi, con una delegittimazione del Parlamento inteso come luogo che rallenta le decisioni”.

Che fine persegue Fini?
A proposito di stabilità e crisi, sono tanti ad aver pensato a lui, e a Tremonti, per un eventuale governo istituzionale che avrebbe potuto sostituire un Berlusconi in difficoltà. La “scossa’ evocata da Massimo D’Alema è stata rigettata in toto dalla maggioranza, ma certamente l’inquilino di Montecitorio, che pure aspira (legittimamente) alla successione del Cavaliere (ma guai a chiamarlo “delfino”), non avrebbe accettato di salire sul gradino più alto della politica italiana senza una legittimazione popolare. La sua è una strategia lungimirante. Che per ora prevede lo “sfruttamento” della Camera dei Deputati. Attraverso la composizione di una rete di contatti bipartisan e di eventi politico-culturali che si dispiegheranno nei prossimi mesi. Se non anni. Una rete politico-culturale avrà nella fondazione Farefuturo e in Alessandro Campi il centro di una nuova politica della destra. Lo stesso Campi ha più volte spiegato: “C’è un’ambizione politica forte. Vogliamo pensare e immaginare di ‘rifare l’Italia’. Frenando le spinte disgregatrici. Inglobando i nuovi italiani. Immaginando una nuova architettura istituzionale capace di decidere”.

Probabilmente Fini (isolato nel Pdl, sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi, ai ferri corti con la Lega, ai margini con buona parte di An) non farà il leader del Pd, e – come ha recentemente scritto Giuliano Ferrara: “Fini non avrà mai lo charme demotico di Berlusconi e non potrà mai sfidarlo direttamente” ma un giorno “magari non ravvicinato la stella del presidente della Camera brillerà in una costellazione in cui a pochi astri sarà dato di emettere luce in proprio”.

VIDEO su Youtube con protagonista Gianfranco Fini:

Gianfranco Fini - MSI appello agli elettori 1992

Fini eletto Presidente della Camera dei Deputati

Messaggio del Presidente Fini sul canalae YouTube della Camera


Fini e quel tiro di marijuana

Scherzi a parte: Fini e la lotta al fumo

Le Iene su Mussolini

L’intervento di Fini alla seconda giornata del cogresso fondativo del Pdl


Fini contro il governo: “Offesa dignità del parlamento”

Fini nuovo leader della sinistra?

La doppia vita di Cofferati: l’ex leader Cgil condannato per condotta antisindacale

Sergio Cofferati

Sette anni fa, a guida della Cgil, aveva portato al Circo Massimo tre milioni di persone per difendere lo Statuto dei lavoratori. Sergio Cofferati, sindaco uscente di Bologna ed ex segretario nazionale della Cgil, lunedì è stato condannato per non aver rispettato proprio quello stesso statuto: condotta antisindacale.

I ruoli nella storia, diceva Hegel, per paradosso si invertono: il servo diventa padrone. E a Bologna, il “Cinese” si trasforma: da “girotondino” in sindaco “sceriffo” e da ex leader sindacale contrasta gli scioperi. Prima una cosa, poi il suo contrario.
Il 23 marzo del 2002, infatti, il “Cinese” era ancora il numero uno della Cgil e aveva guidato una folla di 3 milioni di persone al Circo massimo per protestare contro la riforma dell’articolo 18. Dopo sette anni, è stato condannato dal tribunale del Lavoro di Bologna per condotta “antisindacale” in qualità di rappresentante legale e presidente della Fondazione del Teatro Comunale di Bologna: non ha rispettato l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Tutto è nato durante la rappresentazione a fine marzo della Gazza ladra: i rappresentanti dei lavoratori dell’Ente lirico della Cisl e Fistel-Cisl e Fisals-Cisal presentano un esposto al tribunale del Lavoro in seguito all’affissione in bacheca di un annuncio, firmato dal direttore del personale del teatro, in cui si avvisava che, in caso di adesione allo sciopero proclamato per quattro giornate a partire dallo scorso 22 marzo (che avrebbero fatto quindi saltare la rappresentazione della Gazza ladra), non sarebbero stati pagati anche i dipendenti non aderenti allo sciopero. “Un comportamento intimidatorio per il quale abbiamo presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale del lavoro sulla base dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori”, ha detto Marica Morara, il legale della della Cisal. Lo stesso sindaco di Bologna, melomane appassionato si era presentato, la scorsa settimana, durante l’udienza per difendere il Teatro.
E all’Ansa il “Cinese” aveva sostenuto che a termini di statuto il responsabile non è il presidente della Fondazione, ma il sovrintendente, Mario Tutino. E che comunque in occasione di questi scioperi veniva violato da parte degli scioperanti uno dei principi cardine di una corretta lotta sindacale: e cioè che al danno inflitto al datore di lavoro con lo stop alle attività, corrispondesse un danno dei lavoratori, con la perdita della paga nelle ore di sciopero. Secondo Cofferati, in alcuni casi, in quel teatro era sufficiente che una sola categoria di dipendenti, magari gli addetti alle luci, alcune unità, bloccasse il lavoro di tutti. Col risultato che il danno era massimo per il teatro, mentre alle altre decine di dipendenti doveva essere riconosciuto per intero lo stipendio. In questo modo, aggiunse, diventava molto facile scioperare.
Ma non è bastato: il giudice del tribunale del Lavoro, Filippo Palladino, lunedì lo ha condannato per comportamento anti sindacale, disponendo di “astenersi da tali comportamenti” e comminando il versamento delle spese di lite di 1.300 euro. Fistel Cisl e Fisal Cisal hanno commentato duramente: “Lo dice lo Statuto” ha detto l’avvocato Cristiani della Cisl “che è Cofferati il responsabile legale”. Secondo i legali e i sindacati, la lettera era “intimidatoria” perché mirava “a condizionare la libertà di sciopero e il suo svolgimento sereno” e aveva l’effetto di dividere i lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri.

Insomma, non è davvero un buon periodo per il sindaco (agli sgoccioli) di Bologna. A ottobre, infatti, aveva dichiarato in un’affollata conferenza stampa che non si sarebbe mai candidato alle prossime amministrative e nemmeno alle europee. “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati davanti a una folla di cittadini, curiosi e giornalisti. Ma poi si è candidato lo stesso, alla faccia della promessa, e dell’epiteto, come capolista nel Nord Ovest, mandando su tutte le furie il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, che un pensierino a Bruxelles lo aveva fatto. Ma Sergio Cofferati è fatto così. Dopo aver guidato la Cgil dal 1994, nel settembre del 2002 è tornato alla Pirelli e ha iniziato a partecipare ai girotondi di Nanni Moretti. Passato un anno, ha deluso pure i girotondini accettando di essere lo sfidante di Guazzaloca per la conquista della poltrona di primo cittadino a Bologna e riportare al governo la sinistra nella città rossa per eccellenza. Vinte le elezioni, dopo un anno Cofferati ha deluso pure la sinistra: nel 2005, infatti, si fa notare come sindaco “sceriffo” per la sua battaglia per la legalità contro lavavetri e baracche abusive, che lo portano alla rottura con Rifondazione, facendogli guadagnare il nomignolo di “podestà di Bologna” (Striscia la Notizia gli consegnò un Fez, qui il VIDEO) e attirando le simpatie della Lega che gli donò la tessera di “aspirante leghista”.

Congresso a Roma, oggi nasce il Popolo della Libertà

Il presidente del Consiglio, Silvio Berluscon
Prima l’inno alla gioia, poi l’inno di Mameli. Infine quando il Cavaliere ha messo piede nel salone della Fiera (da una porta laterale, evitando l’ingresso presidiato dai cronisti), per il primo e fondativo congresso del Pdl, parte un’ovazione. Tutti in piedi ad accogliere Silvio Berlusconi che entra sulle note (ma senza parole) della canzone simbolo dell’ultima campagna elettorale del nuovo partito: “Meno male che Silvio c’è”.Comincia così il primo congresso costitutivo del Pdl che viene aperto dal saluto della deputata più giovane del partito, Anna Grazia Calabria (qui la scaletta e lo Statuto): “Siamo il futuro dell’Italia. Oggi è una delle giornate più belle della mia vita, sicuramente la più emozionante. Sono consapevole di questo momento storico. Siamo noi, siamo il Popolo della Libertà”, dice tra gli applausi della platea.

Poi è toccato al sindaco di Roma Gianni Alemanno salutare la platea congressuale: “Costruiamo intorno a Berlusconi e Fini una casa comune per lottare insieme” ha detto. “Uno strumento al servizio di una nuova Italia che abbiamo sempre sognato. Ce lo chiedono i nostri padri, lo dobbiamo ai nostri figli. Viva l’Italia, viva il Popolo della Libertà”. “Voglio ringraziare il governo Berlusconi” ha detto ancora Alemanno “per averci aiutato a realizzare in un anno piu’ di quanto la sinistra abbia realizzato in 15 anni di potere interrotto”. Il primo cittadino romano sottolinea: “il progetto che oggi nasce parte da lontano. Parte proprio qui da Roma, nel ‘93, quando Berlusconi scelse di scendere in campo a sostegno di Fini nella sfida al Campidoglio”.E da allora, cioè 15 anni fa, è iniziato quel percorso di un progetto politico che cambiera’ l’Italia”.

Il congresso fondativo del Popolo della libertà ha inviato poi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un messaggio. “Il congresso del Popolo della libertà” si legge “saluta in Lei, nella più alta istituzione della Repubblica, il garante supremo della Costituzione democratica, dell’unità della nazione, della liberta’ dei cittadini”. “La sua costante sollecitudine per la leale collaborazione fra i poteri e gli ordinamenti dello Stato, ma anche per una comune responsabilita’ delle forze politiche nei confronti del superiore interesse della nazione, per un clima politico piu’ costruttivo per l’efficacia dell’azione di governo e del ruolo di maggioranza e opposizione in Parlamento, fanno di lei un punto di riferimento al quale l’intera collettività nazionale guarda con fiducia e rispetto. Ella costituisce dunque, al di sopra delle emperie del confronto politico, il simbolo di quei valori di libertà e di democrazia sui quali e’ fondata la nostra Patria, la nazione alla quale siamo orgogliosi di appartenere. È con questi sentimenti” conclude il messaggio “i delegati del Popolo della libertà, riuniti al congresso, Le rivolgono un deferente omaggio e un rispettoso indirizzo di saluto”.

Sono numeri da grande evento, quelli dei tre giorni del congresso fondativo del Popolo della libertà, convocato dal 27 marzo, data della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi dopo la “discesa in campo”. I delegati saranno circa 6mila, moltissimi gli invitati e centinaia giornalisti, fotografi e operatori. C’è chi parla complessivamente di oltre 9mila partecipanti, che convergeranno sulla nuova Fiera di Roma. All’apertura dei cancelli del padiglione 8 della nuova fiera di Roma si è verificata una vera e propria “corsa al prato” di fan: una corsa che ricorda i migliori concerti rock. I delegati che erano assiepati, fin dalle prime ore del mattino, all’ingresso, si sono riversati nel padiglione per guadagnare i primi posti disponibili vicino al palco.

Una tale affluenza si “giustifica” anche per il fatto che il Pdl “è l’insieme di tutti i moderati italiani, ne abbiamo dato dimostrazione il 13 aprile. Il fatto del 40 per cento non è un miracolo anzi i nostri sondaggi ci danno al di sopra largamente e lo vedremo nella prova elettorale di giugno delle europee”. Ai microfoni di Panorama del giorno, intervistato da Maurizio Belpietro, il coordinatore nazionale di Forza Italia, Denis Verdini, ha lanciato il gran giorno del Pdl negando la possibilità che anche Forza Italia si sciolga e diventi una fondazione, così come ha fatto An. “È una diversa storia: Alleanza nazionale porta con sè anche un patrimonio immobiliare e che quindi giustamente deve in qualche modo gestire perchè confluisce solo il patrimonio politico dentro il Pdl. Forza Italia è un partito più giovane, poi vedremo, decideremo anche noi. Comunque” ha concluso “il patrimonio politico diventa tutto patrimonio del Pdl”.

Guarda la diretta dei lavori

Silvio e Gianfranco e quei mal di pancia prima della festa Pdl

Silvio Berlusconi con Gianfranco Fini

Naturalmente da Silvio Berlusconi è arrivata la rettifica: “I miei concetti sono stati stravolti, cado dalle nuvole”. Alla quale segue, altrettanto naturalmente, un vertice a due, “chiarificatore”. Naturalmente Gianfranco Fini, presidente della Camera ed ex leader di An, era insorto: “Il premier non può irridere il Parlamento, lo dirò chiaramente a Berlusconi”. Naturalmente Silvio Berlusconi, a Napoli per inaugurare il termovalorizzatore di Acerra, e perciò molto su di morale, con i giornalisti aveva pronunciato le consuete battute di troppo. Fra queste c’è (o secondo la versione berlusconiana, ci sarebbe stata) quel “i parlamentari stanno lì a far numero, ad approvare con due dita emendamenti di cui non conosce nulla”. Con l’aggiunta di un “pazienza se ora Fini si risentirà”.
Un breve resoconto al contrario per dire come il congresso fondativo del Popolo della Libertà si apra all’insegna di un nuovo conflitto tra capo del governo e presidente della Camera. Tra i due fondatori, Berlusconi e Fini. Sempre loro: per l’esultanza dell’opposizione, lo sconcerto dei militanti e la sostanziale alzata di spalle dell’opinione pubblica. Non basterà a guastare la festa del Pdl, eppure il problema c’è, ed è destinato a durare. Ben al di là dei summit chiarificatori, e ben oltre l’orizzonte della tre giorni della Fiera di Roma.
Alcune cose non possono essere smentite né minimizzate. Quando Fini difende l’onore del Parlamento è chiaro che fa il suo dovere. Quando Berlusconi si lamenta del ritardo delle Camere nell’approvare i provvedimenti governativi dice una cosa, dal suo punto di vista, altrettanto giusta. C’è un dettaglio indicativo del vero umore del premier nei confronti del suo co-fondatore nel Pdl: quel “stanno lì ad approvare con due dita emendamenti di cui non conoscono nulla”. Le due dita sono quelle necessarie a votare con il nuovo sistema di impronte digitali voluto da Fini per debellare i famigerati “pianisti” di Montecitorio, deputati che per oltre cinquant’anni hanno premuti pulsanti ed infilato badge in nome e per conto dei colleghi assenti.
Ebbene, quell’innovazione delle impronte a Berlusconi non è mai andata giù. Ed il motivo è semplice: tra ministri, sottosegretari e deputati impegnati in commissione, e mettiamoci un po’ di assenteismo, il centrodestra, nonostante la maggioranza amplissima di cui gode, rischia di non essere mai al completo nell’aula di Montecitorio. L’opposizione, che di impegni ne ha oggettivamente meno, si presenta ogni volta compatta. E così il governo va sotto.
Aggiungiamoci che il sistema delle impronte digitali porta via, tecnicamente, circa cinque minuti per ogni singola votazione, ed ecco che palazzo Chigi vive nell’ansia di non vedere approvate leggi e decreti a cui ha affidato la propria azione di governo, ed anche la propria immagine. Berlusconi (e non solo lui) avrebbe preferito che Fini, più che sulle impronte, si impegnasse nella modifica dei regolamenti parlamentari, dove vige tuttora la regola ereditata dalla prima repubblica per la quale il rappresentante di un singolo partito può ritardare o bloccare il calendario dei lavori.
L’iniziativa di Fini è andata a piovere sul bagnato. Cioè ad aggiungersi ad un feeling con il Cavaliere che non è mai stato brillantissimo, ma che con la nascita del Pdl è quasi sceso ai minimi storici. La competizione interna c’entra poco: nessuno mette in discussione la leadership berlusconiana né nel nuvo partito né nell’alleanza di governo. Quanto alla successione, il problema è più concreto, ma remoto. No, le incomprensioni sono più attuali e riguardano non solo i due primi attori, ma il rapporto tra Fini e il Pdl. Perché se è vero che Berlusconi va spesso sopra le righe nelle sue esternazioni, costringendo Fini a reagire, è altrettanto certo che il presidente della Camera vede ridursi un consenso, nel Popolo della Libertà, che ai tempi del patto di ferro tra Forza Italia e An era quasi pari, se non superiore, a quello di Berlusconi.
Oggi Fini appare distante dai suoi ex colonnelli della fiamma; quanto alla corrente di destra sociale di Gianni Alemanno lo è sempre stato. La sensazione è che sciolta An, la sua classe dirigente stia in qualche modo facendo a meno di Fini, e viceversa. Per questo l’ultimo congresso di Alleanza nazionale dello scorso week end è scivolato via senza incidenti, ma anche senza particolari emozioni.
Tutto ciò dall’altra parte, nella ex Forza Italia, non sarebbe neppure immaginabile. E Berlusconi lo sa benissimo.
Tuttavia l’immagine di Fini nel Paese è sempre forte, e sempre più apprezzata dall’opposizione; cosa che non piace né a Berlusconi e neppure allo stato maggiore del Pdl, compresi molti ex di An. Se del prececessore di Fini alla presidenza di Montecitorio, Pier Ferdinando Casini, Berlusconi temeva i trabocchetti come leader dell’Udc (ed infatti è finita come è finita), la diffidenza nei confronti di Fini riguarda il personaggio in sé, ed il profilo sempre più bipartisan che si sta ritagliando, in un’Italia politica molto partisan.
Perché Fini non è solo quello delle impronte digitali e della difesa del ruolo del Parlamento: è anche quello del no alle norme sugli immigrati e sulla bioetica. È il partner che Berlusconi, nei passaggi più delicati di un governo che pure continua ad avere il vento in poppa nei sondaggi, non ha mai sentito realmente al proprio fianco come alleato strategico.
I tre giorni di kermesse del Pdl cercheranno ovviamente di sotterrare, sul breve, queste divergenze e queste diffidenze. E lo faranno, da parte di Berlusconi, su un terreno che da sempre costituisce un cavallo di battaglia di Fini: la riforma dell’impianto istituzionale con l’introduzione del presidenzialismo. Fini ha messo l’argomento al centro del suo discorso di domenica scorsa. Berlusconi farà presumibilmente altrettanto. Anche se quando si parla presidenzialismo bisognerà poi vedere a quale modello tende il centrodestra: se quello americano, con l’elezione diretta del capo dello Stato, oppure francese (elezione diretta ma capo dello Stato diverso dal capo del governo), oppure i cosiddetto modello Westminster, la formula inglese per cui alle elezione politiche si scelgono contemporaneamente la maggioranza parlamentare ed il premier. Berlusconi sembra orientarsi a quest’ultima formula, che garantirebbe meglio la governabilità. E che certamente ridurrebbe gli spazi di manovra del Parlamento nei confronti di palazzo Chigi.
Berlusconi e Fini non vogliono far nascere il Pdl in mezzo ad una lite tra loro. Ad uscirne peggio, nonostante tutto, sarebbe oggi il presidente della Camera. E quindi nei prossimi tre giorni assisteremo ad uno scambio di reciproci riconoscimenti, e forse anche a qualche abbraccio. Ma non ci vuole molto a scommettere che sarà solo una tregua.

Il VIDEO servizio:

Il Pd crolla al 25%. Ma Veltroni è fiducioso: “Cresceremo, basta farci male da soli”

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

Primo: abbandonare “l’istinto distruttivo, il volersi far male da soli”, quella “sindrome di Tafazzi” tipica della sinistra. Secondo: mettersi subito a “riflettere” sui numeri. Perché cifre così Walter Veltroni non li aveva mai visti (né li avrebbe mai voluti vedere). Le tabelle, relative ai primi dieci giorni di gennaio, presentate dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli durante la puntata Ballarò sono impietose e allarmanti: il Pd si attesta solo al 25% dei consensi, rispetto al 33% delle elezioni: otto punti in otto mesi, una dieta impressionante.
“Due mesi fa” ha osservato Veltroni “dopo la manifestazione del 25 ottobre i sondaggi erano ben altri. Questa è materia su cui riflettere. La nostra gente non ama i litigi, le geremiadi interne”, cerca di giustificarsi il leader democratico.
Ma di fronte a (questi) numeri, non c’è giustificazione che tenga. Soprattuto se raffrontati con crescita di consenso degli avversari. Per quanto riguarda i partiti il Pdl sarebbe stabile al 37,5%; la Lega toccherebbe un picco storico con l’11%. Gli (ex) alleati dell’Italia dei valori avrebbero più che raddoppiato i consensi di aprile con il 10%; l’Udc salirebbe al 6,4% e la Sinistra (l’ex Arcobaleno, cioè tutti i partiti a sinistra del Pd) cumulerebbe il 5,7%. Brutte notizie dunque per l’opposizione che vede il principale partito in caduta libera, una sirena centrista che rischia di ipotecare lo stesso progetto Democratico attraendo gli ex margheriti e una Sinistra virtuale che deve dividere il suo 5,7% tra 5 o 6 partiti.
Come se non bastasse, il barometro settimanale dell’Ipsos sul gradimento dei leader politici continua ad essere guidato da Silvio Berlusconi (col 56,2%), ma Walter Veltroni (45,4%) cede il secondo posto a Pierferdinando Casini (46,7%), che dopo aver letteralmente sbattuto le porte al centrodestra, sta dimostrando una tenuta sulla quale nessuno era pronto a scommettere.
Alla domanda di Giovanni Floris quali errori ritiene di aver commesso, Veltroni ha replicato: “Anch’io ho fatto degli errori, ma non ritengo un errore la scelta di fondo. Pensare cioè che il Paese prima o poi abbia una maggioranza non contro Berlusconi ma una maggioranza riformista”. Benchè “tanti vorrebbero il fallimento del Pd” e che il progetto fallisse, Veltroni respinge questa idea: “È il più grande progetto messo in campo nella vita politica italiana, cioè un grande partito riformista”. Purché sia tale, “e non la trasformazione di uno dei partiti preesistenti, perché allora sarebbe inutile”. In ogni caso un ritorno indietro “è impensabile anche perché i due partiti da cui il Pd è nato si erano esauriti”.
Esauriti i partiti, non i leader. Se è vero che, stando a quanto riporta Repubblica, toccherà tra gli altri anche a Massimo D’Alema - che dichiarava di essere pronto a dare il proprio contributo (leggi: a mettersi in corsa per la direzione) - presiedere la conferenza programmatica dei democratici. L’incontro, inizialmente fissato a metà febbraio sull’arco di tre giorni, è stato spostato al 17-18 aprile, a ridosso delle elezioni: “Arriviamo fino alle europee il più uniti possibile”, ha infatti concluso Veltroni, invitando gli elettori “ad avere fiducia e credere in questa che è la più grande avventura politica che il centrosinistra possa avere. I leader politici durano 7-8 anni, con cadute e risalite. Noi abbiamo troppa fretta”.
Vero: la fretta di cambiare ce l’hanno molti altri colonnelli. E se Walter continua a chiedere loro di rinviare faide e discussioni a dopo le europee, ad aprile più che di un chiarimento ci sarà bisogno di un funerale.

I paletti di Rutelli: Caro Veltroni, non voglio morire socialista

Rutelli, Veltroni, Madia

di Stefano Brusadelli

“Veltroni ha una grande occasione. Deve cogliere al balzo la palla che ci offre la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti, preludio all’apertura di un nuovo ciclo democratico in tutto il mondo. Ora abbia il coraggio di portare il Pd su un percorso nuovo, iniziando dalla sua collocazione internazionale, che certo non può essere legata né all’Internazionale socialista né al Partito socialista europeo”. Già nell’aprile del 2007, ancor prima della nascita del Pd, Francesco Rutelli giurava a Panorama: mai nel Pse. Adesso, mentre sta per partire la rincorsa verso le elezioni europee di giugno 2009, l’ex capo della Margherita, leader dell’ala più centrista del partitone veltroniano, conferma e rilancia. Con buona pace di Massimo D’Alema e di Piero Fassino, che proprio mentre Rutelli rilascia questa intervista sono in Messico, al consiglio dell’Internazionale socialista, e stanno lavorando a una federazione tra il Pd e il gruppo del Pse all’Europarlamento.
Lei vuole continuare a terremotare il povero Walter Veltroni, che ha già parecchie grane in Italia…
Al contrario, gli propongo un assist vincente. La grande politica è fatta di novità, di scelte coraggiose. E, del resto, perché è nato il Pd se non per rompere i vecchi schemi novecenteschi?
Rimettere in discussione una qualche forma di collegamento con il campo socialista rischia di sfasciare il partito, dividendo gli ex della Quercia dagli ex della Margherita.
Ma non si può non registrare l’enorme novità rappresentata dalla vittoria di Obama anche nel Congresso, che apre una nuova stagione politica all’insegna di valori che non sono certo quelli socialisti. Cosa c’entra Obama con il socialismo, che è una parola impronunciabile negli Stati Uniti?
Così, senza nemmeno passare per un congresso, lei vorrebbe cambiare identità al Pd?
Un partito nuovo non definisce la sua identità come mediazione tra le identità ex. È matura un’iniziativa internazionale per dare una prima risposta sulla nostra identità: siamo una moderna forza riformista che si è liberata dalle zavorre e dalle divisioni del dopoguerra italiano.
Il socialismo è una zavorra?
L’Italia è cambiata. Non è sopravvissuto uno solo dei partiti del dopoguerra. Sono spariti la Dc, il Pci, il Psi. E anche il mondo è cambiato: oggi i partiti guida del campo progressista sono il Democratic party di Obama, l’Indian national congress di Sonia Gandhi e il Partito dei lavoratori di Luiz Inácio Lula in Brasile. Nessuno fa parte della tradizione socialista.
È un no all’ingresso del Pd nell’Internazionale socialista?
Veltroni deve iniziare da subito (un anno è già trascorso) a lavorare per la creazione di un network di forze democratiche, europee e non. Non una Internazionale, formula ormai superata. Ma un’alleanza tra forze che condividano grandi traguardi: clima, ambiente ed energia; riforma coraggiosa delle istituzioni e delle regole economiche e finanziarie; multilateralismo efficace per combattere povertà, fame, terrorismo, violazione dei diritti umani.
In Europa, tuttavia, come ripete Massimo D’Alema, i socialisti sono un riferimento imprescindibile.
Nulla contro una tradizione di grande valore. Ma è una foto di famiglia datata. Il campo socialista è fatto di partiti in grave difficoltà e a rischio di smottamenti verso la sinistra radicale. I laburisti inglesi non sono più classificabili come una forza socialista. In Francia e in Germania i socialisti hanno perso le elezioni. In Spagna José Luis Zapatero è in difficoltà. Persino in Scandinavia la socialdemocrazia è dovunque all’opposizione.
Le elezioni europee incombono: che cosa dovrebbe fare il Pd?
Anche su questo fronte occorre muoversi subito. Ci sono ancora sei-sette mesi prima del voto. Il Pd deve affrettarsi a promuovere un’alleanza di centrosinistra tra le forze riformiste ed europeiste. Con i socialisti e altre forze ambientaliste e autonomiste c’è l’Alde, l’Associazione dei liberali e democratici europei, che ha 100 europarlamentari a Strasburgo e riunisce partiti di 22 paesi Ue. È un ottimo interlocutore, se vogliamo parlare anche a forze riformiste di centro, perché i socialisti da soli sono nettamente in minoranza.
Non sarà un’idea un po’ velleitaria?
E perché mai? Il Pd rappresenta 12 milioni di voti italiani. Avremmo un numero di seggi sufficiente a cambiare in pochi anni il quadro politico continentale. Guardi cosa è riuscito a fare Silvio Berlusconi con i suoi voti: in Europa era un outsider, oggi è uno dei padroni del Ppe.
Sì, ma intanto alle elezioni di giugno il Pd come va? Collegandosi a chi?
Ci va come Pd. Anche se spero ci siano già le condizioni per promuovere un nuovo raggruppamento nel Parlamento europeo.
E la federazione tra Pd e Pse, alla quale sta lavorando la segreteria del Pd? Non sarebbe accettabile, lasciando al Pd un suo spazio di autonomia?
No, sarebbe una finta autonomia. Basta leggere gli atti e i documenti del Pse, dove viene continuamente riproposto l’orgoglio dell’appartenenza socialista.
Il gruppo del Pse sarebbe anche pronto a cambiare denominazione, a diventare il gruppo dei “socialisti e dei democratici”…
Non mi pare una grande novità. E il Pd sarebbe sempre un ospite in casa d’altri. Con un peso elettorale doppio rispetto ai vecchi Ds.
Insomma, Veltroni dovrebbe sconfessare tutta la tradizione politica alla quale appartiene…
Qui parliamo di orizzonti nuovi, non di difendere ex ds o ex Margherita. Di Obama e della crisi socialista ho già detto. Aggiungo un’altra considerazione: abbiamo visto che anche in Italia le elezioni si perdono o si vincono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. Il Pd è nato per attirare anche quei voti. E adesso vogliamo risospingerli a destra dando al Pd una connotazione europea di sinistra?
La sua proposta sarebbe uno smacco per Veltroni.
No. Veltroni è in grado di assumere un ruolo da protagonista anche in Europa. A Strasburgo la scelta del presidente dell’Europarlamento è affare tra Ppe e Pse. Un nome per uno, meglio se di basso profilo, e poi via alla staffetta: mezza legislatura per uno. Il Pd dovrebbe rompere questo schema compromissorio, proponendo a tutto lo schieramento democratico, socialista, liberaldemocratico, ambientalista, il nome di una grande personalità per la presidenza.
Ha qualche idea?
A titolo di esempio, il liberale belga Guy Verhofstadt, la socialista francese Sègoléne Royal, o l’ambientalista tedesco Joschka Fischer. Il Pd potrebbe avviare subito un giro europeo per lanciare l’iniziativa, che con il suo segno di novità e di rottura degli schemi accompagnerebbe nel modo migliore la costruzione del nuovo soggetto nel quale collocare gli europarlamentari del Pd.
E se invece Veltroni la ignora e tira dritto?
Un partito nuovo non si afferma per forza d’inerzia: prevarrebbe la difesa dello status quo. Né per decisioni prese giorno per giorno. I cicli politici ed economici sono accorciati, ma la profondità della crisi richiede ai leader decisioni impegnative. Più di quando io guidavo la Margherita, dove pure convivevano culture politiche molto diverse, da Antonio Maccanico a Rosy Bindi. Abbiamo deciso sempre insieme, fissando traguardi difficili. Fino al più ambizioso, la nascita del Pd.
Nostalgia della Margherita?
Quando abbiamo sciolto la Margherita, se c’era una cosa certa era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse.

Verso le urne: la campagna elettorale frase per frase

[i]11 aprile 2008[/i] - Walter Veltroni si è giocato nel primo pomeriggio di ieri l'effetto speciale mediatico: l'incontro con l'attore americano George Clooney. I due si sono incontrati in un bar, ad un centinaio di metri dalla sede Rai di Milano, per bere un caffè e farsi gli auguri reciproci per i rispettivi lavori e per parlare del loro impegno per i bambini dell'Africa. L'incontro, ripreso dalle telecamere e fotografato da ogni angolo, è stato l'effetto speciale di Veltroni che George Clooney ha paragonato a Barak Obama.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Impresa difficile riassumere una campagna elettorale che si è trascinata stancamente per 65 lunghi giorni, in poche righe virgolettate. Ancor più arduo estrapolare tra i toni soft, il fair play quasi imposto, la cortesia un po’ di maniera che si sono mantenuti fino a qualche giorno fa, qualche affermazione forte, degna di essere ricordata. Eppure, provandoci, ecco le frasi “simbolo” che potrebbero rappresentare la sfida tra i partiti e i personaggi della politica italiana, in vista del voto del 13-14 aprile.
6 febbraio. Napolitano: i partiti “diano prova di senso di responsabilità”.
Il Capo dello stato, appena sciolte le camere, invita le forze politiche al dialogo.
9 febbraio: Berlusconi, ogni voto non dato a Pd o Pdl è “Inutile”.
Dall’assemmblea dei circoli della libertà di Michela Vittoria Brambilla, a Milano, il candidato premier del Pdl lancia il primo dei suoi numerosi appelli al voto considerato “utile”.
10 febbraio: Veltroni: “Lasciare la paura e scegliere il nuovo”
Da Spello il segretario del Pd apre la campagna indicando nel proprio partito la sola novità offerta agli elettori.
16 febbraio: Casini, “Non tutti in Italia sono in vendita”
Il candidato dell’Unione di centro attacca Berlusconi e sancisce così la rottura con il Cavaliere: non si apparenta al Pdl e sceglie di correre da solo. L’Udc si presenta alle elezioni con la Rosa Bianca di Pezzotta, Tabacci e Baccini. La frase diventerà lo slogan della campgane elettorale dei centristi.
28 febbraio. Bertinotti: programma del Pd è “Ecumenico, il nostro è di parte”
Il presidente uscente della Camera, che guida la Sinistra arcobaleno, sottolinea la differenza di impostazione rispetto al partito di Veltroni.
6 marzo. Boselli: “Questa è una campagna elettorale con regole truccate”
Il segretario del Ps lascia Porta a Porta per protesta contro l’oscuramento delle forze minori a vantaggio di Pd e Pdl.
8 marzo. Berlusconi: “Il programma della sinistra è carta straccia”
In un comizio a Milano, Berlusconi strappa dei fogli che rappresentano il programma del partito di Veltroni e dice: “Quando la sinistra è al potere questa è la fine che fa il suo programma. “Nel 2006 ne hanno presentato uno di 281 pagine. Prima lo hanno tenuto nel cassetto e alla fine lo hanno buttato in un cestino. Di fronte alla figuraccia pubblica si sono riuniti a Caserta e ne hanno presentato uno nuovo. Dodici punti, ma non ne hanno presentato nemmeno uno in Parlamento”.
8 aprile. Veltroni scrive a Berlusconi: si impegni per “lealtà repubblicana”
Il segretario del Pd chiede, per lettera, al principale esponente dello schieramento avversario, di ipegnarsi anche a nome degli alleati, per la difesa dell’unità dello stato, il rifiuto della violenza, la fedeltà alla costituzione, alla bandiera e all’inno di Mameli.
9 aprile. Santanchè: “Berlusconi è ossessionato da me”
La candidata premier della Destra replica alle critiche del capo del Pdl e, con linguaggio colorito e piuttosto diretto, dice: “Tanto non gliela do”.
9 aprile. Berlusconi: “Senato al Pd se noi al Quirinale…”
Spiegando che si tratta di “un’ipotesi di scuola”, sulla possibilità di concedere la presidenza di una Camera al Pd in caso di vittoria elettorale, Silvio Berlusconi risponde ai cronisti che allo stato attuale non sarebbe possibile. “Al momento non si può chiedere a noi di rinunciare a una carica istituzionale quando tutte le altre sono nelle mani della sinistra” spiega il leader del Pdl.
10 aprile. Veltroni: “Il Pci? Non era un partito ideologico”
In chiusura di campagna elettorale, Veltroni sotto la pioggia di Milano, difende il Pci: “Non era un partito ideologico, nel quale c’erano da Italo Calvino a Pierpaolo Pasolini ad Alberto Moravia; tutte persone che ideologicamente non erano comuniste. Ma era li che tante persone animate dai desideri di giustizia sociale, o che come me erano affascinate dalla personalità di Berlinguer, s’incontravano”. Ecco cosa intendeva l’ex sindaco di Roma quando dicevo “che, pur iscritto alla Fgci, non ero comunista, cosa invece in quegli anni del tutto comprensibile”.
11 aprile. Berlusconi: “Il Pd usa Totti e Clooney”
“La sinistra si vergogna della propria faccia e usa testimonial al loro posto: dopo Totti anche Clooney”. Nell’ultimo giorno di campagna elettorale il candidato premier del Pdl, Silvio Berlusconi, critica duramente non solo il manifesto del campione romanista a favore di Francesco Rutelli, ma anche l’incontro di ieri tra Walter Veltroni e il noto attore americano. E poi lancia un invito ai campioni dello sport: “Certe volte c’è inconsapevolezza da parte di chi si schiera politicamente ma non lo devono fare i campioni dello sport perché devono puntare ad avere la simpatia di tutti”. Quanto a Totti, aggiunge: “È un bravissimo ragazzo, credo sia stato strumentalizzato su un fatto su cui doveva stare più attento”.

Berlusconi non ha gradito molto l'appoggio di Totti alla candidatura Rutelli per il Campidoglio ma ha tuttavia definito scherzosa la battuta sul capitano romanista.<br /> [i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]

Doppio Veltroni: duro e in ascesa in Italia, indeciso e in calo a Roma

Walter Veltroni soddisfatto del risultato delle primarie del 14 ottobre
Roma ha vissuto ieri una giornata da incubo per la serrata dei taxi. Domani il bis, con l’aggiunta dello sciopero dei mezzi pubblici. Il sindaco della capitale, per ora, usa parole dure: “Non tratto con i rivoltosi”. Ma la durezza però, è soltanto verbale: la trattativa in realtà va avanti da un anno, su un piatto 500 nuove licenze, sull’altro un aumento delle tariffe. Né finora, sempre il sindaco, ha chiesto al Prefetto o a qualche altra autorità di pubblica sicurezza di intervenire per rimuovere una situazione di disagio per centinaia di migliaia di cittadini.

Il problema è che il sindaco si chiama Walter Veltroni. Cattivissimo e decisissimo quando veste i panni di leader del Partito democratico. Incerto e zigzagante quando sta in Campidoglio. Come segretario del Pd, Veltroni si sta scontrando con i partitini alla sua sinistra, una zavorra dalla quale ha detto di volersi liberare, e anche con l’apparato della Quercia, la sua casa di provenienza. Il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, ne sa qualcosa: richiesto da Veltroni di conferire al Pd i beni del fu Partito comunista, ha tentato di opporre un rifiuto che Walter ha rispedito al mittente. Vedremo come andrà a finire: ma il precedente dei dirigenti locali Democratici che Veltroni ha imposto (ultimo esempio: Marco Follini come responsabile Informazione) dall’alto non lascia molti margini.

Anche la trattativa sulla riforma elettorale rivolta principalmente a Silvio Berlusconi fa intravvedere un Veltroni muscolare, che scavalca i rituali di partito e i vincoli di coalizione. Tanto più che Veltroni, come Berlusconi, non fa mistero di non temere il referendum. I sondaggi sono altalenanti: oggi l’Ipsos attribuisce al Pd il 35% contro il 33 del Pdl berlusconiano; altri invertono le percentuali. Ma la sensazione è che si vada verso una sfida a due.

Per accreditare l’immagine di un leader affidabile, Veltroni nell’ultimo mese ha cercato di cancellare alcuni suoi tratti buonisti. Si è scagliato contro i rom e ha preso di mira gli immigrati romeni, attirandosi le ire della Romania e dell’Unione europea; ha dichiarato più volte che la sicurezza “non è una cosa di destra” e vorrebbe dimostrarlo; ha rimosso il capo dei vigili urbani di Roma sorpreso a servirsi abusivamente di un bollo per invalidi; ha promesso di agire con il pugno di ferro contro i dipendenti dell’azienda di trasporti pubblici e di quella dei rifiuti che non trovavano di meglio, di notte, che appartarsi con una squilibrata in una cappella del cimitero del Verano.

Storie, queste, anche un po’ surreali ma che a Roma stanno tenendo banco. Il fatto però è che proprio a Roma l’indice di popolarità del Veltroni sindaco scende, mentre decolla il Veltroni leader nazionale. La città, anche grazie alle esternazioni veltroniane, ha scoperto che esiste un emergenza nomadi. Non che prima non lo sapesse: ma i più ignoravano che nella metropoli della Festa del Cinema, dei grandi eventi e della politica del buonismo sociale, ci fosse gente, anche pericolosa, che vive nelle grotte. Che le stazioni della metro e delle ferrovie extraurbane fossero luoghi bui e degradati dove si rischia una coltellata.

E se l’economia a Roma continua a tirare, un po’ meno bene va per le tasche dei contribuenti che si sono visti aumentare l’addizionale comunale e regionale. Insomma, il modello romano sul quale Walter ha costruito immagine e fortuna politica sta scricchiolando, e il sindaco lo sa benissimo. Tra un po’ sul Campidoglio rischia di abbattersi anche il contraccolpo della crisi dell’Unione: Rifondazione, che proprio dal Pd di Veltroni è sospinta ai margini della politica nazionale, potrebbe passare all’opposizione a Roma trascinandosi dietro tutta l’estrema sinistra.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni | Ansa
Tutto ciò non nuoce all’immagine di “cattivissimo”, o almeno di decisionista, che Vetroni vorrebbe cucirsi addosso in vista di uno scontro elettorale che prima o poi arriverà. Anche per questo la tentazione di mollare il Campidoglio è sempre più forte. A primavera 2008 a Roma si vota per le provinciali: lo staff veltroniano sta cercando di capire se abbinarle con lo comunali sarebbe una buona mossa per garantire continuità al kombinat politico-economico che da 15 anni governa la Capitale, o se viceversa tutto ciò potrebbe tramutarsi in una disfatta sia al comune sia alla provincia, con inevitabili ripercussioni sul Veltroni nazionale.

Certo che fare il sindaco di Roma e contemporaneamente il leader di un partito che aspira a governare l’Italia si sta rivelando sempre più difficile. Sia per il Veltroni buono sia per quello cattivo.

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