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Di Carlo Puca
Lo Statuto, la costituente, la leadership. Ma i soldi, la vile pecunia? Ufficialmente la questione è marginale. Eppure se ne parla, eccome, tra i fondatori del Popolo delle libertà, il nascente partito unico composto dai due giganti Forza Italia e Alleanza nazionale e da nanetti vari (quel che resta di democristiani, socialisti, repubblicani, radicali e liberali di centrodestra, più il movimento di Alessandra Mussolini). E però, per dirla alla Shakespeare, “nulla può andare male se viene insieme ai soldi”. Già, ma i denari chi ce li mette?
Arriviamo così al paradossale. Secondo la bibbia del lusso, la rivista americana Forbes, Silvio Berlusconi è l’uomo più ricco d’Italia e il 51esimo nel mondo con un patrimonio pari a 11,8 miliardi di dollari. Ma con circa 110 milioni di euro di saldo negativo, il suo partito, Forza Italia, è il più indebitato d’Italia (se si escludono i 180 milioni dei Ds, partito ormai virtuale, perché confluito nel Pd). Al punto che il Cavaliere, per evitare il default, ha garantito al tesoriere Rocco Crimi fideiussioni personali per 75 milioni di euro. Inoltre, Forza Italia è priva di un quotidiano di partito, mentre la brambilliana Tv delle libertà ha chiuso i battenti da poco più di un mese. Né il partito possiede immobili: tutte le sedi dei 4 mila circoli sono in affitto. Nessuna esclusa.
Gianfranco Fini, invece, ha dichiarato per il 2007 un reddito di 147.814 euro, inferiore, per dire, a quello del leader comunista Fausto Bertinotti (233.195 euro). Eppure la sua creatura, Alleanza nazionale, non ha debiti. Anzi, ha chiuso il bilancio in pareggio e vanta proprietà immobiliari invidiabili: circa il 30 per cento delle 14 mila sezioni, più case e palazzi, talvolta di lusso, sparsi in tutta Italia. Stando al racconto del senatore Franco Pontone, segretario amministrativo di An, “le sedi sono nostre perché fino agli anni Novanta nessuno affittava locali al Movimento sociale ed eravamo costretti ad acquistare per poterci diffondere in modo capillare in tutta Italia”. Il risultato? An ha costituito una immobiliare che proprio a causa della fusione con Forza Italia sta catalogando le proprietà del partito. Sul mercato immobiliare, quello vero, non segnato a bilancio secondo i parametri del catasto, i beni di An valgono almeno mezzo miliardo di euro. Un tesoretto niente male.
Poi c’è il Secolo d’Italia, il quotidiano di partito. Il deputato bolognese Enzo Raisi ne ha rimesso a posto i conti su mandato di Fini. A Panorama dice: “Con la fusione, il giornale ha la grande occasione di diventare il quotidiano di opinione del centrodestra, sulla falsariga dello stile di Foglio e Riformista”. Non solo: “Vogliamo affiancare al giornale una casa editrice per produrre libri e dvd di area”. Ma il Secolo rimarrà in mano ad Alleanza nazionale? “In queste settimane stiamo ragionando su una struttura societaria capace di allargare l’area degli azionisti. Sia chiaro però: a nuovi azionisti devono corrispondere soldi freschi”. Soldi azzurri, s’intende.
Dunque, è vero che sulla carta il Pdl sembra cosa fatta e finita, con numeri da paura: un potenziale elettorale superiore al 40 per cento, un capitale umano di 400 mila iscritti, una forza parlamentare di 273 deputati e 147 senatori. Ma non tutto è risolto. Nella riunione del 9 settembre si metteranno nero su bianco le decisioni prese il 18 agosto, anzitutto il rapporto percentuale tra Forza Italia (70) e An (30) nella dirigenza del nuovo partito. Ma restano aperte questioni vitali come quella del reggente o del comitato di reggenti e del tesseramento. Secondo Fi basta il reggente, secondo Alleanza nazionale ci vuole il comitato. E ancora: se non c’è il tesseramento, non ci sarà mai congresso vero. An, Fini e tutti gli altri sarebbero così condannati alla subalternità, vita natural durante. Magari rimettendoci pure gli immobili.
Una ipotesi che fa sobbalzare la vedova di Giorgio Almirante, padre fondatore della destra italiana. Donna Assunta, dall’alto del suo piglio di proprietaria terriera, così commenta il prossimo matrimonio, del quale non vorrebbe essere “né sensale né madrina”. Dice: “Forza Italia arriva a mani nude, le uniche proprietà sono personali di Berlusconi. An invece porta tante belle proprietà ereditate dal Msi. Proprio bella questa: per una volta faremo noi la figura dei ricchi dinanzi al Cavaliere”.
E invece no, An si sta cautelando. O Berlusconi mette mano al portafogli secondo il criterio del 70-30 (70 euro Fi, 30 An) oppure, in vista della fusione dei bilanci, prevista per atto notarile nel 2011, Fini punta sulla strada già intrapresa dai Ds al momento di confluire nel Pd. Riparare, cioè, il patrimonio del partito in una fondazione. Manca soltanto un dettaglio non secondario: quale fondazione?
Fini già presiede Farefuturo. I più audaci tra i suoi collaboratori vorrebbero piazzare qui i beni postmissini; altri, più romantici, in una fondazione ex novo di vago sapore almirantiano. Si vedrà.
Certo è che la manovra economica ha sottinteso un valore politico. Quando Italo Bocchino, Ignazio La Russa e compagnia chiedono, fin da ora, che il successore di Berlusconi sia Fini, recitano un discorso di chiarezza ai vari aspiranti leader: o comandiamo noi o dopo Berlusconi rifacciamo Alleanza nazionale. I soldi ci sono, insieme a giornali e casa editrice. Libro e tesoretto, partito perfetto.
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Tra rose e cose, hai voglia a dire che la politica italiana si stia semplificando. Ricordate la “scheda-lenzuolo” presentata nel 2006 da Beppe Pisanu? Era un foglio di 65×23 centimetri. Bene, il 13 e 14 aprile 2008 è molto probabile che non avremo una scheda così lunga. Più larga sì, però.
Per colpa della proliferazione dei partiti in Parlamento (se n’è avuto un chiaro esempio durante le consultazioni al Quirinale, nei giorni del dopo-Prodi). E a causa della moltiplicazione degli aspiranti premier: dai due del 2006 ai quattro (almeno per ora) per il 2008.
E per la moltiplicazione di runners, un “responsabile” c’è: Walter Veltroni, che a Orvieto disse: “Quale che sia il sistema elettorale, il Partito democratico si presenterà con le liste del Pd”, cioè solo. Frase che, se per alcuni ha accelerato la crisi del governo Prodi, per tutti ha significato ridefinizione delle alleanze, delle candidature e delle premiership. A destra, a sinistra e al centro.
Infatti: i primi ad accorgersi che l’alleanza di centrosinistra (la fu Unione di Prodi) era ormai finita sono stati i quattro partiti della Cosa Rossa (Verdi, Pdci, Prc e Sd: La Sinistra-Arcobaleno) che per un po’ hanno tentato di sedurre il Pd per scendere a patti (tecnici, di desistenza, di non belligeranza) e poi, sconsolati, hanno dovuto costatare l’esistenza di due sinistre concorrenziali. E, quindi, di due candidati premier: il sindaco di Roma per quella riformista, il subcomandante Fausto Bertinotti per quella radicale. Attenzione, però: “Non un divorzio ma una separazione consensuale”, ha commentato Dario Franceschini dopo l’incontro nella sede dei democratici. Chi era nel loft del Pd, racconta di un clima di euforia dei presenti all’annuncio di Silvio Berlusconi di un listone Pdl che unisca Fi e An. E fa solo parte delle schermaglie pre-elettorali, il giudizio del sindaco di Roma che bolla come operazione di “maquillage” l’accorpamento tra Alleanza Nazionale e Forza Italia. Perché in questo “supervenerdì” di nuove alleanze, la novità sta tutta in quest’accordo. Per il Cavaliere un sogno che si realizza. Un desiderio, espresso una domenica di novembre a Piazza San Babila, che trova concretezza, per ora, con Gianfranco Fini: “Il Popolo delle Libertà avrà un’unica voce in Parlamento e mi auguro che anche gli amici dell’Udc vogliano contribuire a scrivere questa importante pagina della storia politica italiana”. Le incomprensioni di dicembre tra il Cavaliere e il presidente di An sono solo un ricordo. Proprio come tra ricordi andranno a finire i loghi dei due partiti ormai fusi. Ma l’appello di Fini agli “amici dell’Udc” potrebbe cadere nel vuoto. Raccolto dalla Dc per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, dall’ex Udc Carlo Giovanardi, dai Liberaldemocratici di Dini, non pare interessare per ora Pier Ferdinando Casini: “L’imposizione di un partito unico rispondente ad una estemporanea operazione elettorale non ci interessa”, precisa il leader centrista. Anche se: “Non escludiamo affatto la federazione” col Pdl. Cioè un modello di alleanza che Berlusconi ha concesso alla Lega, ma solo perché il Carroccio è “un partito territoriale” (che si presenterà solo al Nord). E infatti il Cavaliere continua a invitare l’Udc ad aderire: “Se non entrano, noi andiamo avanti. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione”.
Si stanno invece muovendo, al centro, Mario Baccini e Bruno Tabacci. Che con Savino Pezzotta hanno fatto debuttare la già annunciata Rosa Bianca (il nome è da decidere, ma a completare il simbolo: lo stelo verde e due foglie blu che incorniciano le parole libertà e solidarietà). Strana palingenesi la loro, pur perdendo i pezzi, la Cosa ha messo i petali ed è rinata Rosa: senza Montezemolo che non intende scendere in politica; senza Di Pietro (orientato alla condivisione di “un percorso comune” tra IdV e Rosa bianca, ma alle fusioni); senza Udeur e Ld sempre più vicini al centrodestra. Eppure: il candidato premier è Tabacci, la speranza è di strappare voti ai delusi dell’Udc (e a quelli di Forza Italia) e l’unica certezza è che il nuovo soggetto sta “non a destra né a sinistra, ma in alto”.
Cioè: se son rose fioriranno…

La scheda elettorale del 2006 per il Senato
Guarda il VIDEO servizio:
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E meno male che in autunno si sposa Pierferdy: allora sulle nozze tra il leader dell’Udc e Azzurra Caltagirone non potrà più gravare lo strascico della storiaccia di Cosimo Mele, il deputato del più cattolico dei partiti italiani che si è fatto beccare con due squillo (forse anche droga) nell’hotel Flora di via Veneto.
Così come saranno dimenticate le spassose dichiarazioni con cui Lorenzo Cesa, segretario Udc e fedelissimo di Pier Ferdinando Casini, ha accolto le dimissioni di Mele: “La solitudine dei parlamentari è una cosa seria, bisognerebbe incentivare i ricongiungimenti familiari”. Un’esternazione che non solo ha mandato fuori dai gangheri lo stesso Casini, ma che può, in tempi di antipolitica, far precipitare il gradimento dell’Udc (in calo secondo tutti i sondaggi) e costituire l’ideale coronamento di un annus horribilis.
Già, perché il caso Mele avrebbe potuto essere archiviato come un normale episodio di sesso e potere, All’onorevole piacciono le donne, un classico della commedia sexy all’italiana , se non venisse dopo una lunga serie di disavventure giudiziarie e delusioni politiche. L’indagine del pm John Woodcock sugli intrecci tra affari, massoneria e Udc a Livorno. Quella, probabilmente più grave, del procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris sull’uso di finanziamenti comunitari, che vedrebbe coinvolti, oltre a collaboratori di Romano Prodi e politici di sinistra, lo stesso Cesa ed esponenti dell’Udc calabrese. Gli strascichi delle vecchie indagini sull’Udc siciliana. E, su un diverso terreno, il fallimento della candidatura di Alfredo Meocci a sindaco di Verona (dove ha poi trionfato il leghista Flavio Tosi). Nonché le disgrazie dello stesso Meocci quale ex direttore generale Rai: degradazione a caporedattore e rinvio a giudizio per i consiglieri di viale Mazzini che ne approvarono la nomina.
L’elenco potrebbe continuare: per esempio con il commissariamento del segretario veneto Settimio Gottardo, fautore di una secessione ai danni di Forza Italia, e forse si risalirebbe a quel 2 dicembre 2006, quando la Cdl portò in piazza a Roma 1 milione di persone e Casini riuscì a radunarne al Palasport di Palermo poco più di 10 mila.
Tutte cose che da tempo alimentano una fronda interna a sua volta insufflata, sostengono nello staff dell’ex presidente della Camera, da Silvio Berlusconi e dintorni. Fatto sta che anche il caso Mele fa dire a Carlo Giovanardi, capo della minoranza filo Forza Italia: “È tempo che nell’Udc si apra una riflessione molto seria, al centro e in periferia, sui metodi di selezione della classe dirigente e sui suoi comportamenti”.
In realtà, non c’è in ballo solo qualche bravata notturna o qualche intrallazzo di periferia. C’è una scelta strategica, quella di restare all’opposizione ma puntando a un terzo polo centrista, che finora si è rivelata deludente. I tempi in cui sembrava dover nascere un nuovo illuminato partito moderato, con Casini, Mario Monti e Luca di Montezemolo, sembrano davvero lontani. Ne ha preso atto amaramente anche Bruno Tabacci, l’esponente Udc che con più lucidità e onestà ci aveva puntato: “Non c’è nulla da fare, gli italiani vogliono Berlusconi e Walter Veltroni”.
Anche in Francia l’esperimento centrista di François Bayrou non è andato molto meglio. E ora nel centrodestra attendono con fredda benevolenza il ritorno a Canossa di Casini e dei suoi: “L’Udc? Non ha senso farne a meno” dice il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto “tra noi e loro ci sono in comune dei valori”.
Insomma, meno male che si sposa Casini. Nonostante i propositi di una cerimonia riservata, sarà probabilmente un evento politico e mediatico. La lista degli aspiranti invitati comprende già Montezemolo, Berlusconi, potrebbe esserci pure Veltroni. Una festa: ci voleva.
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Gli hanno sbarrato la strada del Pd ma Antonio Di Pietro non ci sta e minaccia via web propositi di battaglia poco rassicuranti per la maggioranza.
Escluso perché “leader di una forza politica che non si è sciolta” nell’ancora inesistente partito democratico (la stessa motivazione che ha tenuto fuori dalla corsa anche il leader radicale Marco Pannella), il ministro delle Infrastrutture, intuendo che il no dell’ufficio tecnico-amministrativo del Pd nasconda anche motivazioni politiche, s’irrigidisce e dal suo blog rilancia e picchia duro. Prima otto punti di riflessione per coloro che “tanto sbrigativamente si sono voluti disfare della mia candidatura”; poi la stoccata conclusiva: “Il Partito Democratico ha perso un’ottima occasione: per potersi definire davvero democratico deve essere aperto e pluralista altrimenti semplicemente non esiste”. E infine: “Gli attuali promotori del costituendo Partito Democratico non vogliono né la presenza mia né quella dell’Italia dei Valori. A mente serena bisognerà riflettere sulle reali motivazioni di questo diniego e trarne le inevitabili conseguenze (anche sulla opportunità di restare o meno in una coalizione che di fatto ci respinge!). Chi non ci vuole non ci merita! Né io né l’Italia dei Valori faremo ricorso. La politica è sì partecipazione ma anche dignità da difendere”.
Chi deve preoccuparsi di più del Tonino furioso: i vertici del nascente Pd o quelli del governo?
Il VIDEO servizio:
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Rotto il tabù degli anni ‘80 Enrico Letta rompe anche la riserva e oggi, almeno ufficialmente, si lancia nella corsa delle primarie del 14 ottobre (accanto agli altri candidati: il quotatissimo Walter Veltroni, il ministro Rosy Bindi, il senatore Furio Colombo, il giovane Mario Adinolfi, Lucio Cangini e Jacopo Gavazzoli Schettini e la “new entry” Marco Pannella, che però ha avuto un secco stop dall’Ufficio di presidenza del Pd).
Il giovin Enrico, quarantenne sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che si dichiara senza vergogna figlio degli “Eighties”, ha trovato un modo innovativo per comunicare la sua scelta : nessuna conferenza stampa, niente kermesse, nessuna intervista ai quotidiani, ma un video diffuso via web (qui).
Quindi dopo il blogger Adinolfi, dopo il sito appositamente aperto dal ministro della Famiglia Rosy Bindi, pare che il tratto distintivo del centrosinistra italiano sia la scelta di internet come mezzo per annunciare idee, impegni, agende e raccogliere consensi. Una tendenza già esplosa, lo scorso marzo, nella campagna elettorale Usa, dove i candidati per la nomination democratica alla Casa Bianca rispondo alle domande poste dagli americani su YouTube.
Da questo punto di vista, la scelta di Letta (nato a Pisa il 20 agosto 1966) è assolutamente diversa da quella fatta da Veltroni, il candidato ecellente per la guida del Pd. Che si presenta come politico “nuovo” ma vorrebbe incarnare il mito di John Fitzgerald Kennedy e di Giovanni XXIII: due figure enormi, però datate anni ‘60.
Qui il VIDEO con l’annuncio di Letta :
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Crescono gli sfidanti di Veltroni nella corsa delle primarie del prossimo 14 ottobre. E Walter non si sente più il candidato unico alla segreteria del Pd. Sicuramente il più indicato per vincere, ma non il solo a correre.
Dopo Furio Colombo, anche Rosy Bindi rompe gli indugi e si candida alla segreteria del Pd, alle primarie del 14 ottobre. Lo ha annunciato lo stesso ministro della Famiglia attraverso una nota sul suo sito.
“Ho riflettuto a lungo e sono ormai convinta che la scelta più giusta e più utile sia quella di presentare la mia autonoma candidatura alla segreteria del nuovo partito”, afferma la Bindi. E ancora: “L’appuntamento del 14 ottobre ha risvegliato nel popolo dell’Ulivo, nuove attese e una grande speranza nel partito democratico. Queste attese e queste speranze non possono andare deluse. Anch’io, come tanti, sento la responsabilità di un impegno in prima persona”. “Con questa candidatura” sottolinea ancora quella che fu la pasionaria degli ultimi anni della Dc “assumo una responsabilità nuova ma non solitaria. È un percorso che richiederà molte energie, passione e dedizione. Sarà un impegno quotidiano, a tempo pieno”.
Essendo nota come “Sorella coraggio”, ed avendo cominciato a rompere le scatole a chi predica bene e razzola male già un bel po’ d’anni fa, nella sua Dc, quando segretario era un certo De Mita, il ministro della Famiglia non ha perso l’occasione di polemizzare con il Comitato dei saggi del Pd: “I 45 hanno approvato un regolamento elettorale che favorisce chi può contare su una forte organizzazione. Ds e Margherita, attraverso i loro più autorevoli esponenti, hanno già dichiarato di appoggiare la candidatura di Walter Veltroni”. “Nonostante questi limiti” ha continuato “sono convinta che in tantissimi, donne e uomini e soprattutto giovani e giovanissimi si aspettano e vogliono essere protagonisti di questa nuova stagione”.
Infine cinque ragioni e una sparata. Le prime sono le motivazioni per le quali la Bindi ha scelto di correre. Uno: perché il 14 ottobre “serve una vera competizione”; due: perché questo “è il momento delle donne”; tre: perché vuole “un partito per il bipolarismo e la laicità”; quattro: perché vuole “un’Italia più libera e giusta”; cinque: per dispetto ai saggi, perché “le persone sono più forti delle regole”.
La sparata? Eccola, alla faccia della scaramanzia: “Se sarò eletta rinuncerò a qualunque altro incarico”. L’importante è crederci.
LEGGI ANCHE: Colombo, uno sgambetto a Rutelli, contro Berlusconi
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Passato l’effetto mediatico Veltroni-Lingotto, è passata anche quella sorta di timore reverenziale nei confronti del candidato principe da (quasi) tutti sognato, aspettato e investito. Da giorni, si accavallano - nel centrosinistra - voci, volti e nomi nuovi nella corsa agli scranni alti del Pd.
Dopo quello dell’imprenditore Antonio Angelucci, smentito dal diretto interessato; dopo la vociferata candidatura di Anna Serafini, moglie di Piero Fassino e senatrice Ds; mentre il quarantenne Enrico Letta parla ai giovani del valore della competizione ma non si decide a metterla in pratica; mentre la pasionaria Rosy Bindi nicchia sulla sua campagna elettorale, annunciandola più nelle interviste sui quotidiani che ufficialmente… qualcuno concretamente si è deciso a giocare le proprie carte per le primarie del 14 ottobre.
Furio Colombo, classe 1931, giornalista di lungo corso, maestro di tutta una generazione di editorialisti, uomo Fiat in America e professore alla Columbia University. E, dalla scorsa legislatura, senatore ulivista (nella precedente era stato eletto ala Camera con i Ds).
“Intendo candidarmi alla segreteria del nascente Partito democratico. Questo, è chiaro, non è l’annuncio del giornale L’Unità, che resta libero e aperto a tutte le candidature (spero molte). È l’annuncio di un candidato”. Questo è chiaro non è un “endorsement (cioè quando i grandi quotidiani americani, sotto elezioni, dichiarano le loro scelte politiche ai lettori)”, ma un vero e proprio farsi avanti. Che l’ex direttore fa proprio dalla prima pagina del giornale diessino. E spiega: “Lo spirito della mia candidatura indipendente e laica è far sapere ai cittadini che in queste elezioni primarie si apprestano a scegliere tra veri candidati e vere proposte alternative”.
A pochi giorni dalla chiusura delle liste, e dopo la clamorosa rinuncia di Pierluigi Bersani, la candidatura di Colombo, affatto debole e scontata, rischia di accendere una lotta interna al movimento. Battaglia sana e naturale, necessaria per traghettare il nuovo partito verso i lidi del consenso. Ma soprattutto una sfida, par di capire, che l’ex direttore è pronto a lanciare, non certo contro l’amico Walter, al quale si sente vicino: i due hanno in comune molte cose (oltre all’esperienza da direttore del giornale dei Ds), a cominciare dall’attrazione nei confronti dell’America, del suo sistema politico e delle sue libertà. Il 66enne Colombo è deciso a incrociare la spada contro la cosiddetta “lista dei coraggiosi” di Rutelli-Chiamparino-Cacciari-Follini, ai quali dedica ben due quarti del proprio manifesto: “Userò il ‘manifesto’ Rutelli per indicare la diversità (e anche, se volete, l’estraneità) della mia candidatura”. E ancora: “Trovo strana e un po’ minacciosa, la frase finale (dunque, in senso retorico, la più importante) del manifesto: ‘La maggioranza che ha vinto deve governare i cambiamenti…’”. Perché, per Colombo è un errore sostenere. come hanno fatto i coraggiosi di Rutelli, che in Italia “è finita la lunga stagione in cui la coesione del centrosinistra è stata garantita dall’antagonismo verso Berlusconi”.
E via di questo tono. Ma a cosa punta l’ex direttore? “Propongo di battermi per un Partito Democratico meno gassoso e più fondato sulle cose”. E ancora: “Il mio modello sono i town meeting (assemblea di città o di villaggio) di Bill Clinton. S’intende che la decisione finale era responsabilità del presidente”.
Tra le cose da fare, per il Pd, il senatore mette dunque come priorità la lotta senza esclusione di colpi al Cavaliere: “In Italia Berlusconi è tutt’ora in grado di stare, come vuole e quando vuole, al centro della scena. È in grado di prendersi la ‘diretta’ e di incitare il Paese alla rivolta”.
Quindi: mettendosi a fianco di Veltroni e di traverso a Rutelli, la posizione dell’ex direttore dell’Unità è più o meno riassumibile così: “Antiberlusconiani di tutto il mondo uniamoci”.
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Dopo un mese di pressioni, di tentennamenti, di sondaggi segreti (ma non troppo), condotti non solo tra il popolo dei Ds ma anche in quell’elettorato nordista che con il centrosinistra attuale sembra aver definitivamente divorziato, Pier Luigi Bersani ha deciso che il 14 ottobre non parteciperà alle primarie per la leadership del Partito democratico. Un po’ come se Hillary Clinton rinunciasse a correre contro Barak Obama e viceversa…
Al di là del paragone, il ministro dello Sviluppo ha scelto di non mettersi contro Walter Veltroni. E non per paura della sfida con il sindaco di Roma, s’intende. Ma perché la sua candidatura invece di arricchire “avrebbe disorientato”, come lui stesso ha scritto a chi lo ha sostenuto in queste settimane per spiegare la sua scelta di non presentarsi come candidato: “Carissima, carissimo, insieme con molti altri, che ricevono questa lettera, mi hai invitato a candidarmi alla segreteria del Partito Democratico. Dopo aver riflettuto a fondo voglio dirti che non lo farò”. “Per come si sono svolte le cose” spiega Bersani “quello che avrebbe potuto essere un arricchimento del nostro percorso rischierebbe oggi di diventare un elemento di disorientamento di una parte importante del mondo a cui ci rivolgiamo”. E dunque, conclude il ministro: “Appoggerò con le mie convinzioni - scrive Bersani - la candidatura di Walter Veltroni che ho sempre ritenuto un possibile e autorevole punto di sintesi delle forze che dovremo raccogliere il 14 ottobre e che è già stato in grado di suscitare un importante risveglio di fiducia”.
Tutto qui? No, anzi. A rileggere la lettera qualcosa che non convince il pragmatico ministro c’è: parlando ai sui sostenitori, Bersani ha voluto mandare messaggi ai suoi “frenatori”. E a uno sopra tutti: Piero Fassino. Che con una frase, il giorno dopo il manifesto Veltroniano del Lingotto, di fatto tagliò fuori qualsiasi alternativa al sindaco di Roma: “Se Veltroni sarà candidato tutti i Ds saranno con lui”.
Una battuta che, pur nel suo intento unitario, apre a sinistra una nuova era, quella del “pensiero unico”. L’appello a non dividere le forze, l’invito del segretario Ds a serrare le fila affinché il primo segretario del Pd sia - e per plebiscito - un uomo proveniente dalle file dei Ds, è importante. Lo è anche per Bersani: ma non certo sufficiente. Anche perché il ministro sa bene che, passato l’effetto mediatico del discorso di Torino, Veltroni potrebbe incontrare serie difficoltà al Nord. “Velina Rossa”, la nota politica indicata come specchio degli umori dalemiani, riferisce che, in Emilia, Bersani sarebbe gradito ad oltre il 50% degli elettori del Pd, in Lombardia arriverebbe al 40 senza Letta, mentre Bersani-Letta sfiorerebbero in Veneto quasi il 50%.
Andando poi oltre i confini nazionali, sbarcando in quell’America che tanto cara sta proprio a Veltroni, Hillary Clinton, Barak Obama, John Edwards e gli altri concorrenti democratici alla Casa Bianca sono a loro modo uniti, ma lo diventano solo dopo (mai prima) essersi sfidati, Stato per Stato, colpo su colpo e a suon di milioni di dollari. Lo diventano per battere il candidato repubblicano, attraverso una leadership scelta dagli elettori, in oceaniche convention.
Nella sinistra italiana di oggi pare invece di assistere a un inedito gioco, più virtuale che reale, dove dietro l’alibi dello “spirito unitario”, i candidati sono scelti dalle segreterie. Il che è legittimo, ma seppellisce la filosofia delle primarie.
Allora tanto vale cancellare l’appuntamento del 14 ottobre, quando questo partito, che ancora non c’è, si doterà come per incanto di un leader, di un programma, di una mission. Tanto vale dire che Veltroni è già il segretario, risparmiando logoramenti, scontri e denari.
Allora c’è poco da stupirsi se Arturo Parisi non si dà pace per la mancanza di concorrenza interna: il “partito americano” di cui ci si compiace a parole è molto lontano nei fatti. O se il leader dello Sdi, Enrico Boselli apostrofa la rinuncia di Bersani come “la prova che a comandare” tutto “sono Ds e Dl”.
Due partiti, tra l’altro, in via d’estinzione, almeno stando a quanto deciso nei loro ultimi rispettivi congressi.