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Legambiente

Comuni ricicloni: sono 1081 e 39 stanno in Campania

Rifiuti di vetro

Sono in tutto 1.081 i Comuni ricicloni d’Italia. La stragrande maggioranza (968) sono al Nord, ma ce ne sono anche al centro (42) e al Sud (71: 39 in Campania, 31 in Sardegna - che nel 2007 ha raggiunto una percentuale regionale di raccolta differenziata del 27% - e uno in Calabria). Eccoli i numeri del riconoscimento annuale Comuni Ricicloni di Legambiente assegnato questa mattina a Roma ai centri con le migliori performance sul fronte gestione rifiuti. In valore assoluto è ancora la Lombardia a farla da padrona, con 364 comuni virtuosi, davanti al Veneto, con 326 e al Piemonte. Ma analizzando i dati relativi, è il Veneto a svettare in cima alla classifica, con il 56% dei comuni ricicloni.

Il Veneto si conferma la regione più virtuosa nella classifica dei comuni sopra i 10mila abitanti al Nord: i primi posti sono occupati da Sommacampagna (Verona), Valdobbiadene (Treviso), San Biagio Della Callalta (Treviso). Al centro, tra i comuni over 10mila, si mantiene in prima posizione (come nel 2007) il comune marchigiano di Porto Sant’Elpidio (Ascoli Piceno), seguito da Potenza Picena (Macerata) e Capannori (Lucca).
Al sud, a dispetto dell’emergenza rifiuti, è la Campania a farla da padrona con Bellizzi (Salerno) al primo posto, seguita da Montecorvino Rovella (Salerno) e Mercato San Severino (Salerno); al sesto e settimo posto ci sono invece due città sarde: Guspini (Medio Campidano) e Villacidro (Medio Campidano).
In termini assoluti, però, è Costigliole d’Asti, comune piemontese di circa 6.000 abitanti, a vincere il premio di “Comune Riciclone 2008″, facendo registrare, oltre al 73,09% di percentuale di raccolta differenziata, anche un indice di gestione dei rifiuti dell’86,09%. Al secondo posto della top ten si piazza Bozzolo, piccolo comune del mantovano, seguito da Ziano di Fiemme in provincia di Trento.
Il piccolo comune piemontese ha un sistema basato, fra l’altro, su 60 isole ecologiche dislocate sul territorio per la raccolta di carta, vetro, alluminio e plastica; mentre per il ritiro della frazione indifferenziata i cittadini di Costigliole pagano in funzione della quantità di rifiuti prodotta. Tra i servizi messi a disposizione ci sono la raccolta a domicilio dei rifiuti ingombranti (a pagamento) e dei pannolini (gratuito).
Brutte notizie invece dalle grandi centri urbani: nessuno è riciclone. Nemmeno Torino (unica classificata nel 2007), che viene esclusa, fermandosi al 38,8% di raccolta differenziata. Nessuna traccia di Milano che, nonostante una provincia assai virtuosa, resta al 33,7% di differenziata. Per quanto riguarda i capoluoghi di provincia, al nord vince Verbania, seguita da Belluno e Asti. Al centro Lucca è l’unico capoluogo di provincia ad essere riciclone (43,43% di raccolta differenziata).
Al Sud invece nessun capoluogo di provincia supera il 40% di raccolta differenziata. E le immagini delle strade napoletane invase dai rifiuti sono lì a dimostrarlo.

Il VIDEO servizio:

Scuole d’Italia: pericolo, caduta classi

Istituto d'arte Pascali (Bari)
Come stanno le scuole italiane? Non bene, lamentano da anni studenti e insegnanti. Pareti scrostate, bagni fatiscenti e cortili trasformati in palestre in molti edifici, che risalgono al dopoguerra e sono messi assai male. Talvolta cadono pezzi: l’ultimo incidente è avvenuto a Milano, il 2 aprile sono caduti calcinacci sui bambini di una seconda classe della scuola Martin Luther King. Uno scolaro di 7 anni ha sentito il soffitto scricchiolare e d’istinto si è alzato evitando per poco pezzi di gesso.
Ogni giorno nelle scuole pubbliche italiane, secondo i dati Inail, circa 240 studenti sono vittime di infortuni, 89 mila ogni anno. Parte degli incidenti è da attribuire a strutture vecchie. L’età media dell’edilizia scolastica italiana si aggira intorno ai 70 anni. E la vetustà porta crepe e danni: molte scuole non hanno l’agibilità statica (in Abruzzo, considerata zona ad alto rischio sismico, solo l’8,5 per cento del totale è a norma), altre hanno impianti elettrici non in regola (il 14 per cento in tutta Italia), per altre mancano i certificati igienico-sanitari (il 28).
Una fotografia delle scuole italiane viene dal rapporto Ecosistema scuola 2008 di Legambiente, che ha raccolto dati forniti dalle amministrazioni locali. Dallo studio emerge una situazione poco tranquillizzante. Gli edifici che hanno bisogno di interventi urgenti di manutenzione sono 9.920 su un totale di 42 mila. Questi ammodernamenti costerebbero centinaia di milioni di euro e i fondi scarseggiano. Dal 2002 al 2005, ricorda il rapporto, non ci sono state risorse specificamente stanziate per l’edilizia scolastica. Nel 2006 è stata iscritta in bilancio una spesa di 250 milioni di euro. Ma i soldi sembrano non bastare mai, specialmente in Campania, dove si stima che il 95 per cento delle scuole avrebbe bisogno di interventi urgenti.
Nella regione dal 2003 a oggi sono arrivati poco meno di 10 milioni 600 mila euro, tra fondi erogati dal governo e dalla Regione Campania. Il Comune di Napoli, in particolare, ha ricevuto 5,5 milioni di euro in 5 anni. Le risorse sono state impiegate per mettere a norma scuole inagibili, ma secondo Giuseppe Gambale, ex assessore all’Edilizia scolastica, sono insufficienti. «Per rimettere a posto le scuole napoletane servirebbero milioni di euro» afferma Gambale «invece ultimamente i soldi sono sempre meno».
C’è da provvedere anche alla costruzione di nuovi edifici scolastici. Il fiore all’occhiello dei nuovi progetti campani si trova a Chiaiano, periferia napoletana individuata per la discarica. Nell’area il comune sta costruendo una scuola, ironia della sorte, «ecocompatibile». «Lì andranno scuole che oggi sono in edifici in affitto» fanno sapere dal Comune.
Mentre si costruiscono nuove strutture il degrado delle vecchie aumenta. Secondo l’Unione degli studenti, a Napoli sono almeno cinque gli istituti in cui la situazione è grave, decine in tutta la Campania: muri sbrecciati, strutture fragili e lastre di amianto, problema diffuso in tutta Italia.
In Liguria è stata certificata la presenza di amianto nel 77,02 per cento delle scuole. «Un dato così elevato» avverte però Vanessa Pallucchi, responsabile di Legambiente scuola, «mostra in compenso una presa di coscienza da parte dei comuni che finalmente effettuano monitoraggi su questo tipo di inquinamento».
A maggio il Comune di Genova è stato citato in giudizio per pagare i danni dovuti all’amianto in un liceo. La famiglia di una bidella morta di tumore al polmone ha chiesto un risarcimento sostenendo che la donna avrebbe lavorato per 26 anni in stanze infestate dalle polveri di amianto. Secondo i parenti, la scuola sarebbe colpevole di non averle fornito una mascherina e di non aver predisposto nei locali sistemi di depurazione dell’aria.
Mentre quel liceo è stato bonificato anni fa, altri no, tanto che Genova è una delle città italiane con il maggior numero di scuole inquinate dall’ amianto, accanto a Torino, Milano e Pesaro.
Il rapporto di Legambiente analizza anche la situazione delle palestre nelle scuole. Uno dei bollini neri italiani per lo sport a scuola tocca alla Sicilia, dove il 53,21 per cento degli istituti è sprovvisto di palestre.
Uno di questi si trova a Balestrate, in provincia di Palermo. Gli studenti della scuola media Evola fino all’anno scorso andavano nel piazzale di un istituto vicino a fare ginnastica. Adesso c’è una struttura polisportiva. Unico disagio: dista 800 metri dalla scuola. Per non rubare troppo tempo alle altre materie, le ore di ginnastica sono state organizzate in modo che i ragazzi abbiano lezione all’inizio o alla fine della giornata.
«Per i viaggi dalla scuola nessun problema» spiega il preside «ci sono genitori volontari che a turno fanno la spola in auto. Oppure se c’è il sole fanno una passeggiata a piedi». Dopotutto è sempre una lezione di educazione fisica. l

Lo smog non cala. E per Legambiente una città su due è già fuorilegge

Un immagine di archivio di Milano avvolta nello smog e polveri sottili | Ansa
L’allarme smog non cambia né diminuisce: anche nel 2008. E per quasi la metà delle 82 città italiane monitorate da Legambiente. Maglia nera per Torino e Frosinone, che da gennaio a fine marzo hanno superato la soglia di legge ben 61 volte.
Secondo la classifica di Legambiente “Pm10 ti tengo d’occhio”, che ogni settimana mette a confronto i livelli di polveri sottili (Pm10) nelle principali città italiane sulla base dei dati registrati dalle centraline di monitoraggio della qualità dell’aria, non brilla nemmeno Lucca a quota 59 giorni di superamenti, Vicenza a 56 e Modena a 54. Considerando che per essere in regola in materia di polveri sottili non bisogna oltrepassare 35 giorni all’anno con valori giornalieri di 50 microgrammi per metro cubo, dai dati Legambiente sono già 35, cioé il 43% degli 82 centri urbani monitorati, ad aver esaurito il bonus consentito dalla legge per il 2008, con almeno 9 capoluoghi prossimi ai 35 superamenti.
Tra le grandi città, spiega Legambiente, Venezia è a quota 52 sforamenti, Milano a 46, Napoli tocca 43, Roma 37, Firenze 35, Bologna 33, Bari 30, Palermo 23 e Taranto 18. Fra le regioni, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto sono quelle in cui mediamente si sono registrati dall’inizio dell’anno ad oggi i valori più elevati di Pm10. Chiudono la classifica Ascoli Piceno e Siena con 2 superamenti e Reggio Calabria con 1. “Il quadro è preoccupante” afferma Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente “anche nel 2008, come negli anni scorsi, i livelli di Pm10 in molte città sono decisamente troppo elevati. Il numero di auto circolanti ne è il principale responsabile ma anche con questa consapevolezza, confermata da più parti, non sono state ancora adottate dalle amministrazioni soluzioni alternative valide al mezzo privato”.
Per il presidente del Legambiente “occorrono più mezzi pubblici, dall’autobus al tram, al treno metropolitano, sistemi di car sharing, taxi collettivi, piste ciclabili, e sistemi di penalità come il road pricing che incentivino il trasporto pubblico a scapito di quello privato”.

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Torino la città a misura di bambino. Ma quella ideale non esiste

Quattro bambini su un carrello da supermercato in un immagine d'archivio | Ansa
È cambiato poco o nulla. Nel bene e nel male. Il rapporto di Legambiente “Ecosistema bambino 2008″, l’annuale fotografia sulla vivibilità delle città dal punto di vista dei più piccoli, è praticamente identica a quella, con molte ombre e poche luci, scattata lo scorso anno. Classifica compresa: in testa di nuovo Torino (per aver dimostrato di essere dotata di uffici comunali competenti), seguita da Ravenna (la migliore tra le città dell’Emilia Romagna alle politiche sociali), Roma (per la ricca offerta di stimoli e iniziative culturali, per i tanti progetti, in periferia e in centro città, dentro e fuori dalla scuola) e Modena. Maglia nera a Lecco, Enna, Agrigento e Crotone, posizionate agli ultimi quattro posti dei 61 centri urbani che hanno risposto al questionario.
La top list cambia invece quando il bilancio vien fatto su dieci anni di indagine e valutando tutti i 103 capoluoghi italiani. Ecco allora che al primo posto sale Modena, con Pistoia al secondo, Torino al terzo, quindi Pesaro, Siena, Piacenza, Belluno, Reggio Emilia, La Spezia e Firenze. Pochi lampi di sensibilità in un panorama tutto sommato poco stimolante che nell’ultimo decennio, cioè da quando è partita la ricerca di Legambiente, risulta praticamente fermo.
Insomma, i comuni, dopo un iniziale entusiasmo che in molti posti, per esempio, ha portato alla nascita dei consigli comunali dei ragazzi, non sono seguiti relativi fatti. “Da molti anni purtroppo non si vedono esperienze interessanti” dice Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente. E invece servirebbe “che le città italiane e i loro sindaci in prima fila si rendessero protagoniste di una riscossa culturale che metta al centro le generazioni più giovani, puntando su loro coinvolgimento e sulla loro partecipazione”.
La pagella di “Ecosistema Bambino 2008″ tiene conto di diversi parametri indicatori dell’attenzione al benessere dei minori. Si va dagli strumenti di coinvolgimento (consulte giovanili, consigli comunali dei ragazzi, incontri con le istituzioni), alle forme di partecipazione, alla presenza e al funzionamento di strutture e uffici dedicati ai giovani, alla quantità e qualità dell’offerta culturale (musei, aree riservate, eventi, teatri, ludoteche, biblioteche), fino alle iniziative di promozione culturale e sociale ad hoc per i piùpiccoli (pubblicazioni e riviste per ragazzi, rassegne, soggiorni in città e fuori, corsi, laboratori).
E il quadro, sconfortante, si chiude con una riflessione ancor più amara da parte degli esperti di Legambiente. Quale sarebbe la città ideale per i bambini? Una vera città a misura di bimbo, in Italia, non esiste. A meno che, osservano, non siano i bambini stessi a inventarla.
Gli stessi bambini, ha concluso Rossella Muroni, di cui “tv e giornali parlano solo quando sono vittime di fatti violenti, a scuola, in famiglia o per strada. Senza che l’attenzione dei media si sposti sia al ruolo attivo che i più piccoli possono esercitare, sia alla loro capacità di essere i primi suggeritori nelle scelte a loro destinate”.

Il VIDEO servizio:

Salvalarte: quando anche il museo respira smog


Particolato, ozono, gas acidi: li misuriamo per le strade e ne vediamo gli effetti su statue e monumenti. Ma non solo i pedoni e le fontane subiscono il loro attacco. Anche i capolavori conservati all’interno dei nostri musei sono malati di inquinamento: rigonfiamenti del legno, marmi anneriti, superfici sbriciolate. “Le opere d’arte custodite nelle nostre gallerie sono esposte tutti giorni al rischio di degrado dovuto all’azione dello smog che soffoca l’aria dei centri urbani, perché le strutture museali non sempre riescono a sottrarsi alla pressione dell’inquinamento atmosferico, che penetra all’interno alterandone la qualità degli ambienti” ha spiegato Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente, alla presentazione del programma di monitoraggio Salvailmuseo: 15 pinacoteche italiane “visitate”, è proprio il termine giusto, per valutarne lo stato di salute.
Tra i più colpiti da sostanze inquinanti il Museo della navigazione fluviale di Battaglia Terme, in provincia di Padova, dove i livelli di ozono, che scolora le tele con lo stesso effetto dell’acqua ossigenata, sono stati di 20 volte superiori ai limiti di legge, anche a causa della vicinanza a una strada statale ad alta percorrenza.
L’ozono è alto anche al Museo delle arti orientali di Roma (18,55 volte oltre il limite di 2 µg/mc) e al Galata di Genova.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (nella foto qui sopra) è il biossido di azoto (5 µg/mc) che preoccupa, perché è stato superato di quasi 15 volte il livello-limite, mentre all’Istituto del Risorgimento italiano di Roma il livello è superiore di 10,60 volte, al Pac di Milano (foto in alto) di 9,3 volte e alla Pinacoteca nazionale di Bologna di 8, 46 volte.
L’indagine va al di là dell’arte: se l’inquinamento penetra nei musei, riesce a fare lo stesso con le case, gli ospedali, gli asili. Insomma potremmo metterci a guardare un quadro annerito un po’ come fosse la radiografia dei nostri polmoni e non sbaglieremmo più di tanto.
L’iniziativa Salvailmuseo, promossa nell’ambito di Salavalarte, la campagna nazionale di Legambiente per la salvaguardia del patrimonio artistico minore del Belpaese, realizzata con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività culturali e il contributo di Bialetti Industrie, ha permesso di misurare le concentrazioni di alcuni tra i principali inquinanti in 15 musei italiani

Il paradosso del vento: tutti per l’ambiente, divisi sull’eolico

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/anikki/367262781/]anikki6[/url] by Flickr)[/i]
L’eolico in Italia continua a dividere. E in modo del tutto trasversale. Il Ministero dell’Ambiente è strattonato e criticato da tutte le parti. Riceve da Legambiente e da Greenpeace una lettera di protesta per due provvedimenti “contro le fonti rinnovabili”: il decreto legge 16 agosto 2006, n. 251 che, per la conservazione della fauna selvatica, vieta la realizzazione di impianti nelle ZPS (zone a protezione speciale) e il Decreto Legislativo approvato il 12 Settembre 2007, che istituisce la Valutazione di impatto ambientale nazionale per gli impianti eolici di potenza superiore ai 20MW. Le due associazioni ambientaliste non criticano tanto il primo decreto, che trovano più che altro inutile in quanto gli impianti eolici già devono superare numerose barriere come e più di altre opere meno impattanti, quanto il secondo. La valutazione d’impatto ambientale finora doveva essere realizzata dalle regioni, e diventava responsabilità statale solo per gli impianti superiori ai 300 Mw. Greenpeace e Legambiente considerano l’introduzione della valutazione nazionale per impianti eolici sopra i 20 Mw una novità preoccupante senza eguali in Europa, che esautorerebbe le Regioni da una procedura che le era stata affidata per Legge nella valutazione di tutti gli impianti da fonti rinnovabili. E soprattutto che porterebbe a un allungamento dei tempi di approvazione per i campi eolici che potrebbe anche farci bacchettare dall’Unione Europea. Altri ambientalisti si schierano nel campo diametralmente opposto: Italia Nostra, Amici della Terra, Comitato nazionale del paesaggio continuano a ricordare che l’eolico è un business che è stato aperto dall’incentivo dei certificati verdi a fine anni ’90, piatto ricco cui potevano aspirare soprattutto le imprese che erano già allenate, cioè quelle straniere. Del resto anche Prodi lo ha detto a chiare lettere un mese fa, al momento della conferenza sul clima alla Fao, che è ovvio che il mix energetico italiano deve cambiare e prevedere anche una risposta produttiva nazionale, ma molta della tecnologia necessaria non è italiana, per questo c’è una forte resistenza del mondo industriale all’eolico. Fuori dal dibattito si pone il Wwf, che si compiace degli interventi legislativi: per Michele Candotti, segretario generale, “Tutti questi atti servono a dare certezze, ad evitare proprio quel far west normativo che ha alimentato finora gravi conflitti locali sulla gestione delle aree protette e sulla localizzazione degli impianti energetici. E queste norme non possono essere viste come anti - eolico, non possono essere viste come un ostacolo agli investimenti in energie alternative, delle quali l’Italia ha assoluto bisogno”. Per il resto, gli ambientalisti sono tutti d’accordo: l’Italia ha promesso all’Unione Europea che entro il 2020 avrebbe portato la sua potenza eolica dagli attuali 2.123 Mw (alla fine del 2006, dati Enea) a 15.000 Mw. Urge una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici che comprenda un piano energetico nazionale, che non lasci alle Regioni il potere di agire senza punti di riferimento e senza raccordo.

Video pro-eolico realizzato dal regista Francesco Cabras e prodotto da Greenpeace in collaborazione con Ganga Film

LEGGI ANCHE: Dossier ENERGIA EOLICA

Ecosistema urbano 2008, il regno delle contraddizioni. La città ideale non esiste

Pubblicata la ricerca annuale sulla qualità ecologica dei capoluoghi di provincia. Situazione sconsolante per trasporti, energia, rifiuti, inquinamento
Dobbiamo dirlo. Ecosistema 2008, l’indagine sulla sostenibilità delle città italiane di Legambiente e del Sole 24 ore, non è rassicurante. I miglioramenti, quando ci sono, vanno lenti e le zone critiche non sono poche. “Più delle altre, le città italiane sono insostenibili, caotiche, inquinate” lamenta Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente, “le nostre politiche ambientali urbane spesso non tengono il passo con l’Europa”. Il rapporto (qui in .pdf) fa una vera e propria classifica di vivibilità, basata sulle politiche delle amministrazioni, e quello che emerge con forza sono le contraddizioni.
Isernia avrà pure poco smog, ma è anche la città italiana che ricicla di meno. Milano brilla nel firmamento del trasporto pubblico ma ha un’aria irrespirabile, come Torino che però è l’unica a produrre energia con quattro fonti rinnovabili: solare termico, solare fotovoltaico, biomasse e teleriscaldamento.
Bergamo possiede la più grande estensione di zone a traffico limitato per abitante ma è addirittura al di sotto dello standard urbanistico di 9 metri quadrati a testa in quanto ad aree verdi (rispettato, per la verità, solo da 40 città italiane sulle 103 che sono state prese in considerazione).
E Belluno si piazza in vetta alla classifica generale senza primeggiare in nessuno degli indicatori, con una qualità dell’aria non proprio buona, soprattutto per la quantità di ozono che supera la media per 61 giorni all’anno e senza una forte politica energetica. Le prestazioni sono ottime, invece, sui rifiuti: ogni abitante ne produce 381 kg, contro i 481 dello scorso anno, e la raccolta differenziata raddoppia: i rifiuti differenziati sono il 55% della spazzatura totale, mentre nel 2006 erano il 27%.
Quest’ultimo dato è particolarmente significativo perché in genere quello dei rifiuti è un ambito che si muove a passo di lumaca. Ci sono città che non riescono a differenziare neanche il 5% dei rifiuti; su queste Isernia ha il triste primato dell’1,8 %.
Un parco di Milano
Altri record negativi sono incassati dagli abitanti di Messina che non hanno neanche mezzo metro quadro a testa di verde urbano, dalle polveri sottili di Torino, da Cosenza che disperde il 70% della sua acqua a causa della rete idrica che non funziona. E poi a 19 capoluoghi di centro-sud che non hanno piste ciclabili, a quelli che non hanno isole pedonali (Bergamo, Viterbo, Rovigo, Trapani) o Ztl (Crotone, Messina, Latina, Sassari).
Se c’è un valore incontestabilmente eccellente è quello delle certificazioni ambientali Iso 14001 che continuano a crescere, facendo salire l’Italia al quarto posto nel mondo per numero di imprese certificate. “Tornare a scommettere sulle nostre città è il vero motore di una crescita intelligente”, ribadisce Della Seta, che dà anche suggerimenti sui tre grandi cantieri che vanno aperti urgentemente: la mobilità, e in particolare il potenziamento del trasporto pubblico, una nuova politica energetica e infine la casa, per la quale dare un nuovo impulso al mercato degli affitti è una necessità inderogabile sul piano sociale e ambientale.

Le primarie atipiche degli ogm: sfidano quelle del Pd ma non sciolgono i dubbi

Realizzata da  Emanuele Vezzaro
Ogm sì, ogm no, il made in Italy si interroga.
Dal 15 settembre al 15 novembre le strade d’Italia saranno occupate dai banchetti per la raccolta di firme. Anzi, per il voto, con tanto di scheda referendaria. E la domanda è: “Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?”
Una consultazione del tutto inedita (la Gran Bretagna organizzò un grande dibattito sugli Ogm nel 2001, ma l’iniziativa in quel caso fu governativa). E coraggiosa: i promotori sperano di portare al voto almeno tre milioni di italiani, nonostante la concomitanza delle primarie del Pd. Ma qui i promotori non sono veri e propri politici (benché il leader, Mario Capanna, abbia un passato da contestatore, da europarlamentare e un presente da presidente della Fondazione dei Diritti Genetici) ma una coalizione di 29 organizzazioni (dalla Coldiretti alle Acli, dalla Lega Coop al WWF, con quella strana comunione di intenti che poche volte ha raggruppato la destra e la sinistra italiane) che operano negli ambiti più disparati: dei consumatori, degli agricoltori, della scienza, dell’artigianato e della piccola e media impresa, della cultura, delle autonomie locali e ambientaliste. La consultazione nazionale durerà due mesi, fino al 15 novembre, e i promotori sperano di arrivare a tre milioni di firme.
Referendum o primarie, il problema di sempre è la chiarezza. Ci si capisce ancor meno che con la legge sulla procreazione assistita. Perché gli argomenti (e la posta) in gioco sono seri e vasti e perché tra favorevoli e contrari ai prodotti modificati geneticamente, spesso, la partita si incaglia alle accuse reciproche. Il partito del sì accusa il partito del no di essere a servizio della lobby che vuole fermare la scienza e questi ultimi rispondono che non vogliono limitare la ricerca, ma mettere dei vincoli fino a che non sia chiaro se i prodotti manipolati facciano male o meno. Va detto anche che in Italia la produzione agricola è sempre più orientata al biologico. E con 153 prodotti tra Dop (denominazione d’origine protetta) e Igp (indicazione geografica protetta) siamo leader in Europa per prodotti certificati e leader indiscussi del biologico (un terzo delle imprese biologiche europee sono italiane). E allora il dibatto da noi riguarda un altro capitolo.

Per Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm di Greenpeace, “in Italia la produzione animale è rimasto l’unico vero ricettacolo degli ogm, perché qui i consumatori ne perdono le tracce, dato che su prodotti quali latte, carne, uova e formaggio, le etichette non specificano se sono stati usati Ogm nell’alimentazione dell’animale di provenienza”.
Domenica 7 ottobre sarà l’occasione per vederci più chiaro: in oltre 50 piazze d’Italia sarà la Biodomenica di Legambiente, Coldiretti e Aiab.
Altre info sul sito della coalizione. E per le domande più frequenti sull’argomento, ecco le risposte di Greenpeace. Qui, invece, la campagna e l’ informazione pro Ogm.

Guarda la GALLERY della coalizione Ogm free

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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