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Un reparto di ginecologia (Ansa)

Annalisa Chirico
Si apre oggi a Roma il primo convegno nazionale della Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione della legge 194). Al centro del confronto lo stato di applicazione di una legge, che nel nostro Paese ha avuto un duplice effetto: dimezzare gli aborti e moltiplicare gli obiettori di coscienza. Dai dati forniti emerge l’immagine di un Paese di zeloti praticanti. Continua

Dopo cinque lunghi anni di discussione e dopo sei ore riunione, l’Agenzia del Farmaco (Aifa), ha dato l’imprimatur definitivo (a maggioranza, quindi senza l’unanimità: 4 voti a favore, uno contrario) all’immissione in commercio anche in Italia della Ru486, la pillola abortiva, cioè il farmaco per l’interruzione di gravidanza, già utilizzato in altri Paesi (è commerciabile in Francia dal 1988; nel 1990 fu autorizzata in Gran Bretagna, e un anno dopo in Svezia; dal 1999 in Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi, Svizzera, Israele, Lussemburgo, Norvegia, Tunisia, Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione russa) e dal 2005 è inserita nella lista dei farmaci dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).
Il Cda dell’Aifa si è avvalso dei pareri del Consiglio superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici “la scrupolosa osservanza della legge”. La decisione, ha voluto sottolineare l’Aifa in una nota, “rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto”. Aggiunge, al termine della lunga riunione, Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna e componente del Cda Aifa: la Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero (”fascia H”), così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha aggiunto Bissoni, c’è un “richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all’utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco” ha chiarito Bissoni “entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana”. Entro questo termine, infatti, le eventuali complicanze sono sovrapponibili a quelle dell’aborto chirurgico.
La stessa legge n.194 prevede inoltre una stretta sorveglianza da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse (emorragie, infezioni ed eventi fatali)”. Ma è proprio su questo punto, cioè sulla possibilità che il reale processo abortivo avvenga in concreto fuori dai centri sanitari, che si concentra chi sostiene l’incompatibilità della Ru486 con la legge 194.
Come agisce la Ru486
La pillola RU486 ha un verificato effetto abortivo. A base di mifepristone, è in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con l’attecchimento dell’ovulo fecondato. L’aborto farmacologico tramite Ru486 prevede l’assunzione di due farmaci: la Ru486 appunto (che interrompe lo sviluppo della gravidanza) in abbinamento a una prostaglandina che provoca le contrazioni uterine e l’espulsione dei tessuti embrionali. Ogni Paese in cui la pillola abortiva è commercializzata ha delle regole e delle scadenze precise: la pillola può infatti essere assunta entro un certo periodo di tempo, calcolato in settimane. Quindici giorni dopo l’espulsione, che avviene nel 98,5% dei casi, la paziente viene sottoposta a valutazione ecografica e ad una visita di controllo. Cosa diversa è, invece la cosiddetta “pillola del giorno dopo” Norlevo, con la quale la RU486 è spesso confusa: in questo caso si tratta di un anticoncezionale e non provoca, secondo gli esperti, l’interruzione di una gravidanza, ma impedisce l’eventuale annidamento nell’utero dell’ovulo che potrebbe essere fecondato.
Chi esulta e chi protesta
Le prime reazioni alla decisione dell’Aifa corrispondono alle posizioni degli schieramenti da tempo in campo.
Soddisfatto il ginecologo torinese Silvio Viale, ginecologo del Sant’Anna di Torino, (presidente dell’Ass. radicale Adelaide Aglietta e coordinatore del protocollo di sperimentazione del farmaco): “Finalmente! prima di tutto è una vittoria per le donne italiane, che da oggi sono più libere e hanno un’opportunità in più”. “Ma” dice ad Affaritaliani.it “la lotta continua perchè ora bisogna offrire l’aborto medico in tutta Italia”. E sulla presunta pericolosità del farmaco (sul quale grava l’ombra di 29 decessi dal 1988 anche se la casa farmaceutica produttrice francese Exelgyn ha chiarito: “Si tratta di casi in cui il nostro mifepristone è stato preso fuori delle indicazioni. Quelle donne non sono morte di aborto”), Viale taglia corto: “Non è assolutamente pericolosa. E 29 decessi sono nulla. Non sono un problema per nessun farmaco. In America ogni anno sono segnalate 50 persone morte per assunzione di aspirina“.
Plaude la decisione dell’Aifa anche l’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica): “Ci si allinea con i paesi europei, recuperando un ritardo che ha penalizzato le donne italiane”.
Chi critica
Durissimo, dall’altra parte, l’attacco del Vaticano. Sia per bocca di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell’Accademia per la vita, che auspica “un intervento da parte del governo e dei ministri competenti”. Perchè, spiega, non “è un farmaco, ma un veleno letale” che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486, afferma Mons. Sgreccia, è uguale, come la chiesa dice da tempo, all’aborto chirurgico: un “delitto e peccato in senso morale e giuridico” e quindi comporta la scomunica “latae sententiae”, ovvero automatica. Toni simili a quelli dell’arcivescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, che ribadisce il no della Chiesa alla Ru486 “perché è oggettivamente un male” e per non incorrere negli “effetti collaterali” del farmaco: “Nel mondo sono morte diverse donne“, dice l’arcivescovo al Corriere della sera. Fisichella ricorda che per il Vaticano “la soppressione dell’embrione di fatto è la soppressione di una vita umana: che ha dignità e valore dal concepimento alla fine. E il fatto che assumere una pillola possa essere meno traumatico per una donna non cambia la sostanza, sempre aborto è”.
Ancora prima che l’Aifa si pronunciasse, il Vaticano si era scagliato contro la pillola abortiva. L’Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (Pdl) che con la pillola abortiva Ru486 si possa arrivare a una “cladestinità legalizzata” degli aborti. Il metodo dell’aborto farmacologico con la Ru486, ha affermato, “intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio, proprio perché il momento dell’espulsione non è prevedibile”, in una sorta di “clandestinità legale”.
Duro anche il senatore dell’Udc, Luca Volonté: “Con la commercializzazione della pillola assassina trionfa la cultura della morte. Altro che ‘estremamente sicura’: la Ru486 non è un’aspirina per il mal di testa. Bene ha detto Monsignor Sgreccia: ricorrendo all’aborto chimico, donne e ragazze italiane che vogliono evitare una gravidanza indesiderata non faranno altro che uccidere di sicuro una vita umana mettendo in pericolo anche la propria”.
Si affida a un’interpellanza parlamentare Francesco Cossiga. Con tanto di dati della letteratura scientifica: “Il 15% delle donne sottoposte al trattamento”, ha denunciato Cossiga, “abortisce dopo il quarto giorno dalla somministrazione, mentre il 5-8% deve sottoporsi a un intervento all’utero per aborto incompleto”. Per questo il presidente emerito chiede al governo “se non ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l’Aifa”
Dall’opposizione ha risposto l’ex ministro della Sanità Livia Turco (Pd): “Questi non sono temi da crociata. La validità di un farmaco è stabilita da organismi tecnici”.
Su posizioni di apertura anche Giorgia Meloni (Pdl), ministro della Gioventù: “La mia linea è questa”, dice al Corriere, “fare tutto il possibile per prevenire ogni aborto. Se poi non si riesce a convincere una donna a evitare l’aborto, si può accettare uno strumento che rende l’intervento meno invasivo, meno doloroso, meno lacerante”. “A un patto però” precisa “che l’uso della pillola stia rigidamente dentro le modalità previste dalla legge 194. La legge prevede un percorso, controlli, cautele, l’obiezione di coscienza degli operatori…”.
Il 22 maggio 1978 nasce la legge 194/78. Prezzemolo e ferri da calza vanno in soffitta. Le mammane e i cucchiai d’oro non fanno più paura. Abortire diventa legale.
Le donne scendono in piazza per denunciare il dramma dell’aborto clandestino e impugnano l’arma dell’autodeterminazione in un’Italia che solo nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia, afferma la parità giuridica dei coniugi e la potestà di entrambi i genitori.
Sono passati trent’anni e due referendum, ma la 194 resta ancora la legge più discussa. Se per Papa Benedetto XVI, il testo non ha risolto i problemi delle donne, anzi “ha aperto un ulteriore ferita nelle nostre società”, la legge 194 continua a essere difesa da più fronti.
Il primo dei suoi 22 articoli recita: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”.
In occasione del trentennale, per conoscere la storia della legge 194 a partire dai suoi articoli, il documentario “194/78. La guerra dei trent’anni” dà la parola ai protagonisti di ieri e di oggi. Tra questi l’avvocato penalista Gianpaolo Zancan, il ginecologo Silvio Viale, la sociologa Chiara Saraceno, la cattolica progressista Adriana Zarri, gli esponenti del Movimento per la vita. Non solo testimoni ma anche dati: quelli che il Ministero della salute ha pubblicato nella relazione sull’attuazione della 194 nel 2007 e che registrano un calo delle Ivg (Interruzioni volontarie di gravidanza) del 45,9% rispetto al 1982. L’aumento degli aborti tra le straniere e le minorenni lascia però aperto il dibattito non solo sulla contraccezione ma sulla reale applicazione della legge.
Il lavoro è stato realizzato da Antonietta Demurtas e Alessia Smaniotto, due studentesse del master in giornalismo di Torino.
VIDEO 1: L’articolo 15
VIDEO 2: L’articolo 9
VIDEO 3: L’articolo 5
VIDEO 4: Gli aborti clandestini
Le donne in piazza per la legge sull’aborto
Contro Pannella, contro i radicali, contro “le frange femministe fuori dalla storia”. A urne chiuse e a governo insediato, Famiglia Cristiana continua a far discutere. E dopo aver bacchettato, nei mesi scorsi, tutto l’arco costituzionale, da Veltroni a Berlusconi passando perfino per gli ex diccì Casini e Mastella, ora lancia l’ultimo disperato appello per la modifica della legge 194, ormai divenuta secondo l’editoriale del suo direttore, “un mito intoccabile”.
”Oggi” sostiene il settimanale paolino “non è più sufficiente proporre una migliore applicazione senza toccare nulla dal punto di vista legislativo. Tutti ormai, se si escludono frange femministe fuori dalla storia, Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale (sempre più esigua), hanno abbandonato la vecchia formula che l’aborto è ‘questione di coscienza’, affare privato che non attiene alla sfera del bene comune”. L’obiettivo è quindi immediato e chiaro: cambiare la legge per evitare “l’inverno demografico”.
Di qui, l’appello del settimanale che fa proprio il pensiero di Benedetto XVI: ”La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo”.
Parole che troveranno orecchie sensibili, trasversali a tutto l’emiciclo politico, dalla teodem Paola Binetti al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi. Proprio quest’ultimo, nei giorni scorsi, si era infatti detto contrario alla modifica delle linee guida alla legge voluta dal precedente ministro della Sanità Livia Turco.

Benedetto XVI all’attacco contro la legge sull’aborto: “L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto un’ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze”. Con queste esplicite parole di condanna, il Papa è intervenuto contro la legalizzazione dell’aborto. Lo ha fatto davanti agli 800 delegati del Movimento per la vita riuniti in udienza al Vaticano in occasione dei trent’anni della legge 194. Che, appunto in tre decenni, sostiene il Pontefice, ha creato “una mentalità di progressivo svilimento del valore della vita” e “un minor rispetto per la stessa persona umana”.
“La vostra visita” sottolinea Ratzinger rivolgendosi ai membri del Movimento per la Vita “cade a trent’anni da quando in Italia venne legalizzato l’aborto ed è vostra intenzione suggerire una riflessione approfondita sugli effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo”. “Guardando ai passati tre decenni” successivi alla approvazione in Italia della legge 194 sull’aborto “e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo” ha continuato il Pontefice.
“Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno”. Ha chiesto alla fine il Papa. E le Istituzioni devono “di nuovo porre vita e famiglia al centro. Certamente” ha ricordato Bendetto XVI “molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall’altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”. Ma, ha osservato ancora Benedetto XVI, “diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro”.
![[i]14 febbraio 2008[/i] - Una donna prepara un piccolo striscione per manifestare in difesa della legge 194, in piazza Vanvitelli a Napoli. Sit-in e presidi in diverse città italiane per protestare contro l'irruzione della polizia in un ospedale di Napoli per interrogare una donna reduce da un'interruzione volontaria di gravidanza. Il blitz deciso dopo una denuncia anonima nella quale si sosteneva che l'aborto era stato praticato oltre i termini di legge. Il ministro della Salute Turco aderisce alla manifestazione.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/febbraio08/manifestazioniaborto/normal_aborto2.jpg)
Lo dicono i numeri del ministero della Salute: gli aborti in Italia sono in continua diminuzione. Nel 2007 gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza sono stati 127.038 (dati preliminari), con un calo del 3% rispetto al definitivo del 2006, anno in cui le Ivg sono state 131.018. Rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’aborto con 234.801 casi, il decremento è stato del 45,9%.
È quanto si legge nella relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978, contenente “Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza” trasmessa oggi al Parlamento dal ministro Livia Turco e che contiene i dati preliminari per l’anno 2007 e i dati definitivi per l’anno 2006.
In particolare, è in diminuzione l’interruzione volontaria di gravidanza tra le donne italiane: i dati definitivi relativi all’anno 2006 parlano infatti di 90.587 Ivg, con una riduzione del 3,7% rispetto al 2005 e di oltre il 60% rispetto al 1982. Viceversa, il ricorso all’aborto aumenta tra le donne straniere: in totale 40.431 nel 2006 (+4,5% rispetto al 2005), pari al 31,6% del totale (nel 2005 erano il 29,6%).
Quanto al tasso di abortività, cioè il numero delle Ivg per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni, che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’Ivg, nel 2007 è risultato pari a 9,1 per 1.000, con una diminuzione del 3,1 rispetto al 2006 (9,4 per 1.000) e del 47,1% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000). Permane, ma comunque in diminuzione, il fenomeno degli aborti clandestini: nella relazione di quest’anno viene presentata una nuova stima aggiornata del 2005 che si ferma ad un’ipotesi massima di 15 mila aborti effettuati al di fuori della legge 194, correggendo al ribasso le precedenti stime che indicavano tale soglia attorno ai 20 mila aborti clandestini. Il dato riguarda solo le donne italiane, in quanto non si dispone di stime affidabili degli indici riproduttivi per le donne straniere.
Rispetto all’aborto effettuato dopo i 90 giorni, la situazione è invariata. La percentuale di Ivg dopo tale periodo è stata complessivamente nel 2006 del 2,9%. Di queste, il 2,2% è relativo alle Ivg tra 13 e 20 settimane e lo 0,7% a quelle dopo 21 settimane. Nelle conclusioni alla sua relazione Livia Turco sottolinea che la legge 194/78, con la legalizzazione dell’aborto, «ha favorito la sostanziale riduzione della richiesta di Ivg, grazie alla promozione di un maggiore e più efficace ricorso a metodi di procreazione consapevoli, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge» e che «ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro paese, nonostante la sua applicazione possa essere ulteriormente migliorata».
La legge 194, che nel 2008 compie 30 anni e ancora divide gli schieramenti politici, consente alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza nei primi 90 giorni di gestazione e lascia libertà di coscienza al medico. E infatti è in forte incremento l’obiezione da parte dei ginecologi (dal 58,7% al 69,2%), degli anestesisti (dal 45,7% al 50,4%) e del personale non medico (dal 38,6% al 42,6%), arrivando a raddoppiare in Campania e Sicilia, ma con punte alte anche al Nord, come in Veneto.

Ormai è un classico di stagione. Per lo meno, di quella del voto. Ovunque vada, il candidato Giuliano Ferrara riceve dure contestazioni, a colpi di uova e insulti. Domenica 6 aprile, a Crema, i contestatori si sono spinti anche un po’ più in là: hanno dato alle fiamme una specie di spaventapasseri con l’immagine della sua faccia. Ma non che lui si fermi per questo, ci mancherebbe. Anche perché altrimenti verrebbe meno alla mission che uno tra i più importanti quotidiani internazionali gli ha, indirettamente, riconosciuto.
A incoronare il direttore del Foglio come la “personalità politica più avvincente” della campagna elettorale in corso in Italia è stato il New York Times. Le doti dialettiche e intellettuali del giornalista sono in grado quantomeno di evidenziare, scrive il Nyt, “il vuoto di potere” esistente in questo momento nel Paese, tanto quanto “uno sguardo veloce” del potere. Più dei candidati leader delle due maggiori formazioni politiche, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, liquidati come i “soliti sospetti in uno scenario politico quasi incomprensibile agli osservatori esterni, dove gli stessi politici compaiono e svaniscono in dissolvenza promettendo riforme e producendo stasi se non declino”.
Il lungo articolo che porta la data del sei aprile non appare, in realtà, come un mero applauso incondizionato alla figura del giornalista e polemista, bensì come un amaro riconoscimento che nel desolato panorama politico italiano è la sua figura a staccarsi con maggiore forza. In una corrispondenza da Roma firmata Rachel Donadio, non si esclude una possibile vittoria alle elezioni del “carismatico miliardario leader del centro destra Silvio Berlusconi” che “potrebbe ancora una volta riemergere dalle ceneri”, e questa volta “per sconfiggere Walter Veltroni, un baby boomer amante del rock’n'roll che si è appena dimesso da sindaco di Roma”.
In mezzo a tale poco luminoso contesto (”La vita politica dell’Italia è sempre stata assurda”, afferma Rachel Donadio), Giuliano Ferrara è “un provocatore e un barometro culturale, in sintonia con la disperazione dell’umore nazionale”. Oltre che “un ateo che chiede all’Italia di diventare religiosa” e un “comunista trasformato in conservatore, l’intellettuale provocatore più melodrammatico e mutevole” del Paese.
E così, conclude questo strano endorsement a stelle e strisce: “Più della real politik dei candidati principali, Ferrara, evitando il politichese, con la sua insistenza nelle idee, incide nelle ansie dell’Italia sul futuro dell’Europa, la perdita delle identità nazionale, l’aumento dell’immigrazione, il declino del credo cristiano”.
Tutte considerazioni che i feroci contestatori del leader della lista “Aborto? No grazie”, non condividono. O non le hanno lette…
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L’hanno fatta traslocare dal Senato alla Camera, per il timore (inconfessato) che a Palazzo Madama potesse (in caso di vittoria veltroniana) far “danni” al governo e alla maggioranza, come successe nel dicembre scorso sulle norme antiomofobia: un suo voto contrario e Prodi andò sotto.
Ma i guai al Pd di Walter Veltroni, Paola Binetti è riuscita a crearli. E prima ancora delle elezioni. Tema? Un classico. I Dico (o Pacs o Cus) e i gay: “Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio, esiste una dimensione che io considero più legata alla sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell’amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale. Perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando”. Così ha parlato la senatrice rutelliana, ai microfoni di Ecotv. Lei ha poi cercato di smorzare i toni delle sue dichiarazioni: “Difendo le mie idee”, precisa ma, “le mie parole sono state strumentalizzate. Ho immediatamente diffidato gli autori della trasmissione dal mandarla in onda. Vedo addirittura le anticipazioni di quell’intervista da me non autorizzata e faziosamente presentate senza rivelare né la data né il contesto in cui essa si è svolta”.
Tardi: le sue affermazioni anti coppie gay sono state per tutto il giorno al centro di un’accesa polemica. Nel Partito Democratico ci pensa Paola Concia, paladina dei diritti omosessuali in Parlamento ad invitare la collega ad attenersi al programma: “Chi si è candidato per il Partito Democratico” sottolinea “ha condiviso il programma che su questo punto è chiaro: ci dovrà essere una legge sulle unioni civili”. Stesso richiamo arriva da Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità e promotrice, insieme con Rosy Bindi, di un disegno di legge sulle coppie di fatto mai arrivato in Aula e oggetto di divisioni all’interno dell’Unione.
Insomma, un coro di proteste. Ancor più forti rispetto alle dichiarazioni del Gen. Mauro Delvecchio sugli omosessuali inadatti alla divisa. Anche perché, Paola la pasionaria del cilicio, non è la prima volta che assume toni controcorrente sui gay. Come quella volta che disse, “da dottoressa”, che l’omosessualità “è una devianza”.
Esponente di punta dei teodem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro) - inflessibile sulle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa e molto vicina all’Opus Dei, Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute, sui temi etici. Anche sulla presenza dei radicali nelle liste del suo stesso partito: non pose l’aut aut (o io o loro) ma ammise di “pregare” perché l’accordo tra Veltroni e Bonino&Co non si facesse.
Una donna di ferro, ma dall’animo gentile e dotata di grande umanità, dice chi l’ha conosciuta da vicino. E capace di resistere alle bordate e di esprimere con convinzione le sue opinioni. Anche quando sa di toccare questioni che a sinsitra solleticano nervi scoperti. Perché infatti i colpi le sono spesso venuti più dagli (ex) alleati che dagli oppositori. Da Franco Grillini (candidato sindaco a Roma, per i socialisti), per esempio: “Nel Pd il re è nudo: mai leggi sulle unioni civili. La senatrice del cilicio Paola Binetti ha detto finalmente la verità sulle politiche del Pd sui diritti delle coppie di fatto e i diritti delle famiglie omosessuali”. Stessi toni da Titti de Simone e Vladimir Luxuria, esponenti di Rifondazione in prima linea per il riconoscimento dei diritti per gli omosessuali: “Le affermazioni della rappresentante nel Pd dell’Opus Dei gettano un’ombra inquietante sul futuro del Paese”.
Ma lei va avanti imperterrita, fino alla prossima esternazione, da candidata per un seggio alla Camera in Lombardia. Senza mai uscire (o farsi cacciare), come vorrebbero alcuni, dal Pd.