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Elezioni, Ferrara cacciato dalla dotta Bologna a colpi di uova e pomodori


Urla, fischi, lanci di monetine, pomodori e perfino fette di mortadella e anche le botte. Roba da anni ‘70. E invece siamo nel 2008, in Piazza Maggiore, a Bologna. Dove il comizio organizzato da Giuliano Ferrara e dalla sua lista “Aborto? No grazie” si è trasformato in un pomeriggio di guerriglia urbana. La contestazione annunciata da giorni è però presto degenerata in veri e propri scontri: poco dopo che Ferrara aveva preso la parola, venendo subissato dalle grida (”scemo”, “buffone”, “fascista” e altre non ripetibili) e dai fischi, un gruppo di manifestanti ha tentato di assaltare il palco. “Questa non è democrazia” ha protestato il giornalista-candidato, rilanciando alla piazza uno dei pomodori piovuti accanto a lui “non mi volete far parlare? Allora volete che vi parli di Alitalia?”.
Polizia e carabinieri in tenuta antisommossa, schierati in forze nella piazza, hanno reagito: sono volate manganellate. Ma la pressione della folla era difficile da contenere: alla fine prudenza ha consigliato di sospendere il comizio.
Così il direttore de Il Foglio è stato costretto ad abbandonare il palco ed è stato portato via. L’auto lo aspettava poco più in là, sempre nella piazza. Prima di salire a bordo Ferrara ha ammesso che non si aspettava che sarebbe finita così, con una fuga e l’impossibilità di parlare. Comunque, ha aggiunto, “è andata benissimo”. Allontanatosi Ferrara, in piazza sono rimasti un centinaio di manifestanti a fronteggiare polizia e carabinieri.
“D’ora in poi” il coro di alcune ragazze “decidiamo solo noi”. Un’attivista esultava: “Abbiamo vinto, ci siamo riappropriate di questa piazza”. Qui, insiste, “Ferrara e quelli come lui non ci passano”. E pensare che siamo nella democratica, civile e dotta Bologna…

Il VIDEO di Youtube della contestazione a Ferrara:

La Cei non prende partito: “Ma i cattolici votino per i valori”

L'ex presidente dei vescovi italiani cardinale Camillo Ruini (S) con il segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori | Ansa
I vescovi italiani non si schierano, ma chiedono “agli elettori cattolici, ai candidati cattolici e ai futuri eletti di richiamarsi ai valori fondamentali della Chiesa” e tra questi “la difesa della vita” e la tutela della famiglia tradizionale.
A ribadirlo è il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, aggiungendo che se il voto spesso si orienta sulle “urgenze del quotidiano”, per i credenti “le urgenze vanno sempre proiettate su un orizzonte di grandi valori”.
Intervento a tutto campo quello di Betori che ha parlato anche delle elezioni in vista, affermando che la a legge elettorale va cambiata: “Il sistema elettorale deve tornare a dare più democrazia a questo Paese” chiede la Conferenza episcopale italiana “È necessario che il prossimo Parlamento modifichi la legge elettorale, tornando a dare al cittadino la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti”. I vescovi italiani non vogliono imporre formule di governo ma, nel “rispetto dei ruoli della futura maggioranza e della futura minoranza”, auspicano che tra i partiti possa esserci “collaborazione per il bene della nazione” ha detto monsignor Betori. “Lungi da noi - ha detto - imporre scelte ai partiti. Quello che ci preme è svelenire il clima generale”.
A proposito di valori, “il no netto all’aborto da sempre ha fatto la differenza, per i cristiani, rispetto alla società”. Quello a favore della vita è dunque per la Cei “un valore che trascende ogni tipo di impegno”. Non penso che il problema dell’aborto, ha aggiunto Betori, possa essere risolto solo in chiave sociale, sia con una legge, sia attraverso espressioni politiche: “tutto può convergere per affermare il principio della tutela della vita, e tutto può essere d’aiuto per pronunciare un no all’aborto, in questo momento”.
Riferendosi poi al modo in cui alcuni media hanno interpretato recenti tragiche vicende di cronaca legate all’aborto, come i fatti di Genova (con il suicidio di un ginecologo e un presunto giro di aborti illegali), Betori ha commentato: “Mi ha fatto molto male leggere di chi pensa di attribuire al no all’aborto certi comportamenti, che sono l’esito di una mentalità abortista senza confini. È proprio una mentalità abortista senza confini che crede che le modalità della legge vadano travalicate”.
In merito al discusso silenzio di Benedetto XVI durante la celebrazione di domenica scorsa, monsignor Betori ha spiegato che il papa “troverà i modi e i tempi” di intervenire su quanto sta succedendo in Tibet. “Non possono essere i mass media” a decidere i suoi interventi, ha chiosato il segretario Cei.

Boselli: più facile per noi arrivare al 5% che per Veltroni andare al governo

Il leader socialista Enrico Boselli durante la manifestazione di apertura della campagna elettorale | Ansa
Enrico Boselli, leader del Partito Socialista e candidato premier, non sembra mostrare paura rispetto alla gara in solitaria che sta correndo. Anche se si lamenta per il trattamento mediatico che ritiene non sia adeguato.

Boselli, la ascoltiamo. Però ammetterà che non si gioca proprio il primo posto.
I sondaggi li prendo con le pinze. Perché due anni fa sballarono completamente. Veltroni parla di rimonta travolgente, ma ha 8 punti di distacco. Se lui parla di vittoria, anche io posso parlare di travolgente risultato che ci aspetta.
Diciamo che in termini calcistici lei si gioca il posto Uefa con la Santanchè. Ha dati diversi?
Credo che ci sia un uso politico dei sondaggi. Quello che so per certo è che c’è una gran parte di elettori che ancora non ha scelto e che noi possiamo arrivare tranquillamente al 5-6%.
I sondaggi dicono che state intorno al 2%.
Non lo considero uno scenario realistico.
Suvvia Boselli, il 5-6% è tanto.
Allora mettiamola così: è più facile che io prenda il 5% piuttosto che Veltroni vada a palazzo Chigi.
In molti si aspettavano che sarebbe andato al loft per pregare Veltroni di avere 5-6 deputati. Sarebbe stato più comodo, no?
I retroscena che disegnavano questa mia salita in ginocchio erano tutti suggeriti da Goffredo Bettini. Io vado da solo perché, come ha detto Emma Bonino, non sono un accattone.
Veltroni le aveva fatto una proposta?
La stessa umiliante proposta che ha fatto ai Radicali. Ma noi abbiamo una storia e una forza politica che non vogliamo far scomparire.
Pensa che Veltroni pagherà un prezzo con il Partito Socialista Europeo per non aver fatto l’alleanza con voi?
Veltroni non fa parte del Pse.
Però Massimo D’Alema è vicepresidente dell’Internazionale Socialista.
E la sua unica attività di vicepresidente la svolge non facendo l’accordo con i socialisti italiani.
Ha proprio il dente avvelenato con Pd…
Se per questo ne ho ancora.
Dica.
Uno che preferisce l’Idv di Antonio Di Pietro ai socialisti vuol dire che ha scelto un suo marchio di denominazione controllata.
Alcuni sostengono che voi abbiate scelto di andare da soli perché è politicamente sconveniente, ma economicamente redditizio: stando sopra l’1% incasserete diversi milioni di euro di rimborso elettorale.
Questa campagna ci costerà circa 4-5 milioni di euro. 2,4 ci arrivano direttamente dai 74mila iscritti che hanno pagato 30 euro ciascuno. Se avessimo accettato lo scioglimento che ci proponeva Veltroni, avremmo evitato queste spese.
Tre punti del programma del Partito Socialista diversi dagli altri?
Scuola pubblica. Vogliamo realizzare l’agenda di Lisbona e arrivare al 3% del Pil nella scuola e nell’università. Non è un no alla scuola privata, ma che se la paghi chi la frequenta. Le tasse, invece, devono finanziare la scuola dello Stato.
Poi?
Laicità e diritti. Noi la pensiamo come Zapatero. Vogliamo introdurre il divorzio breve, difendere la 194, approvare la legge sulle unioni civili e, soprattutto, rendere chiara la distinzione tra chiesa e Stato.
Terzo?
Applicare il libro bianco di Marco Biagi sul lavoro flessibile. Noi pensiamo che si possa fare un lavoro flessibile senza dover essere precari. Vogliamo difendere i 3,5 milioni di giovani che oggi sono precari.
La laicità sembra uno dei temi su cui spingete di più.
E non da oggi. Vogliamo vivere in un Paese dove i diritti aumentano.
E Veltroni non li aumenterebbe?
Da sindaco di Roma ha impedito il registro delle unioni civili. I suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra si vergognerebbero di lui.
A proposito di Roma: Sinistra Arcobaleno e Pd sono divisi alle politiche, ma uniti alle amministrative, mentre voi a Roma in polemica con Rutelli avete candidato Franco Grillini.
Rutelli farà peggio di Veltroni. Sulla laicità Rutelli ha un curriculum che somiglia piuttosto ad un libro nero. Con Grillini candidato ci sarà una campagna elettorale vera.
Boselli, scommetto che ne ha pure per il Papa che non ha detto nulla sul Tibet…
Stavolta la deludo: anche perché non è mai troppo tardi.

I manifesti di Ferrara: “A Genova aborto per un reality show”


Tra le donne che si sono rivolte ad Ermanno Rossi, il ginecologo morto suicida a Rapallo dopo le perquisizioni dei carabinieri del Nas di lunedì nell’ambito di un’inchiesta sulle interruzioni di gravidanza in violazione dell’articolo 19 della legge 194, c’è anche un personaggio divenuto noto dopo un clamoroso fatto di cronaca e che ha poi partecipato a un reality show e ad altre trasmissioni televisive.
La conferma della notizia, anticipata dalla Repubblica, è arrivata questa mattina da ambienti della procura di Genova. “Non immaginavo di essere indagata, l’ho saputo dai carabinieri che mi hanno convocato” ha detto la donna, intervistata in forma anonima dal quotidiano - mi sono sempre fidata di quel medico, lo conoscevo bene”. La diva definisce il dottor Rossi “una persona corretta”: “Sono andata nel suo studio unicamente perché non volevo che trapelasse la notizia. Ho fatto una scelta e non devo renderne conto a nessuno. Ma sono un personaggio pubblico, avevo il terrore che si sapesse in giro. Semplicemente, non credevo di commettere un reato”.
Ma le polemiche intorno al caso del dottor Rossi non finiscono qui. Ci pensa Giuliano Ferrara a tenere caldo il tema. Così: Sulle porte delle cliniche abortiste dovrebbe esserci lo slogan: “Abort macht frei”, così come all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau c’era scritto “Arbeit macht frei”": afferma il direttore del Foglio, criticando, nel corso di una conferenza stampa, “il collegamento tra la libertà individuale e l’aborto moralmente indifferente”.
Ferrara ha poi annunciato che domani il suo quotidiano titolerà “A Genova un bambino è stato abortito per un reality show”. E manifesti con questo slogan verranno affissi già da questa sera in diverse città italiane. “A Genova il ministro Pollastrini ha provato a insinuare che il suicidio del medico dipendesse dal clima della mia campagna, come già era avvenuto a Napoli” ha affermato Ferrara “ma non sono io, è l’aborto che crea senso di colpa”.
Secondo il giornalista, l’introduzione della pillola Ru486 peggiorerebbe questo clima: “La pillola Ru486 è il ponte tra la legge 194 e i fatti di Genova - ha affermato - non ci sarà più bisogno di andare in un consultorio, si andrà da un ginecologo, si assumerà una pillola e nel bagno verrà espulso un bambino. Questo è il futuro che preparano ministri come la Turco o la Pollastrini, e “l’anarchismo etico” che porta avanti Berlusconi. Mi aspettavo questo atteggiamento da parte del Cavaliere” ha aggiunto Ferrara “ma gli do un consiglio: lui deve andare a palazzo Chigi, non alla Casa Rosada, e con l’anarchia etica si costruiscono campagne da dittature sudamericane”.
E a proposito di elezioni Ferrara ha così chiuso il suo intervento: “Avremo due milioni di voti e 30 deputati alla Camera” afferma il promotore della lista ‘Aborto, no grazie’ “con i quali porteremo in Parlamento questioni politiche vere”.

Aborto: la battaglia di Ferrara sarà discussa alle Nazioni Unite

Un corteo negli Stati Uniti per rivendicare il diritto alla scelta delle donne
Era iniziata dopo una decisione delle Nazioni Unite, adesso proprio all’Onu dovrebbe approdare. La campagna contro l’aborto promossa da Giuliano Ferrara era nata dopo l’approvazione della moratoria sulla pena di morte da parte dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Una “battaglia di idee” come la chiama il Foglio, raccolta da alcuni ambienti cattolici italiani e presto divenuta tema di confronto e scontro politico, dopo la decisione dello stesso Ferrara di correre alle prossime elezioni politiche.

Adesso, Il Palazzo di Vetro ritorna centrale. Dopo i primi riscontri internazionali riscossi dalla campagna “pro life” del direttore del quotidiano italiano, 22 organizzazioni non governative, in testa l’Arcidonna presieduta da Valeria Ajovalasit, hanno deciso infatti di passare al contrattacco. Presentando una mozione che sarà discussa nei prossimi giorni con tutte le ong, durante la cinquantaduesima sessione della “Commissione sullo status delle donne” delle Nazioni Unite. Un documento duro, in cui si accusa Ferrara di rallentare “pericolosamente il processo di laicizzazione dell’Italia” e nella quale si chiedono maggiori garanzie di non revisionare la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Nel frattempo, il direttore del Foglio ha presentato il programma della sua lista. Tra i dodici punti, l’applicazione integrale della legge 194, specie nella parte che regolamenta le risorse per l’assistenza alle donne, e soprattutto la richiesta di “impegno del governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite”, includendo la difesa della vita sin dal suo concepimento.

Ma quella della mozione non è l’unica notizia che arriva dal Palazzo di Vetro. In queste ore, in un discorso tenuto proprio alla “Commissione sullo status delle donne”, il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon, ha rivolto una dura condanna della “pratica della selezione sessuale prenatale”, a causa della quale “un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita”.

Un netto passo in avanti, che coincide anche con un cambiamento di clima rispetto alle decisioni degli ultimi mesi: l’anno scorso lo stesso organo aveva infatti ritenuto che la pratica dell’aborto selettivo delle bambine, assai diffusa in Asia, non meritasse un’esplicita e inequivocabile condanna.

LEGGI ANCHE: L’intervista di Maurizio Belpietro a Giuliano Ferrara - Il dossier sull’aborto
Il promotore della lista Pro Life, favorevole a una moratoria sull'aborto

Sussurri e grida dei cattolici fanno fischiare le orecchie a Veltroni


Tutto poteva immaginare Walter Veltroni, tranne trovarsi tra i piedi, nel bel mezzo della campagna elettorale, la questione cattolica. Eppure il titolo di Famiglia Cristiana (settimanale tornato sotto l’osservanza delle gerarchie ecclesiastiche dopo anni di occhieggiamenti a sinistra) non lascia dubbi: l’alleanza tra Pd e radicali è “Un pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”. Un paradosso per il candidato premier, che nei sue due mandati di sindaco di Roma, pur guidando una coalizione con tutta la sinistra, è sempre stato attentissimo a non urtare il Vaticano al punto di far cadere nel dimenticatoio, tra gli ultimi atti romani, una sorta di registro amministrativo delle coppie di fatto. E che nel congegnare a tavolino la stessa architettura del Partito democratico aveva piazzato in posizioni strategiche esponenti ex Margherita del mondo cattolico, a cominciare dal suo numero due, Dario Franceschini. La stessa staffetta per il Campidoglio con Francesco Rutelli, che da anni si è spostato su posizioni filo-Chiesa, andava in questa direzione.

I ponti d’oro indubbiamente riservati a radicali hanno per ora compromesso questo feeling. È noto che chi si mette in casa i discepoli di Marco Pannella ne guadagna in principi ma anche in guai. D’altra parte i radicali sembravano indispensabili a Veltroni per guadagnare quei voti marginali che, specie nel Lazio e in Piemonte, possono illudere di un pareggio a Senato. L’arrivo della pattuglia radicale ha coinciso con un documento dell’Ordine dei medici in difesa della legge 194 sull’aborto, ma soprattutto con un’intervista decisamente hard di Silvio Viale, ginecologo radicale e ultra-abortista. Viale, tra le altre cose, ha proposto di legalizzare l’aborto anche oltre i termini di legge, fino al quinto o sesto mese, per tutelare le esigenze psichiche della donna.

Entrambi, Ordine dei medici e Viale, hanno poi chiesto l’introduzione per legge della pillola abortiva Ru486. Un po’ troppo per la Chiesa. Soprattutto per la Chiesa attuale, che dall’Italia alla Spagna ha deciso di difendere anche in politica le proprie trincee.
In particolare in Italia, sia la Cei sia il Vaticano hanno mal sopportato il ruolo minoritario cui si è condannato Pier Ferdinando Casini. Ed ora premono perché gli ex Dc diano vita almeno ad polo di centro con Rosa Bianca e Udeur. Tuttavia sanno benissimo che anche se questo conglomerato si organizzasse avrebbe poche chance di influire sui futuri equilibri parlamentari, e perfino di raggiungere il quorum per eleggere dei senatori. Un ruolo di pura testimonianza non basta alla Chiesa.

Dunque le attenzioni delle istituzioni cattoliche sono concentrate su Pdl e Pd. Dal primo non possono attendersi nessuna sorpresa negativa: Silvio Berlusconi ha detto che la 194 non sarà materia di campagna elettorale, il che coincide con la frontiera attuale della Chiesa. I timori vengono tutti dal Pd. Radicali, medici abortisti, perfino una candidatura di prestigio come quella di Umberto Veronesi, con le sue aperture alla fecondazione assistita e all’eugenetica, hanno fatto scattare l’allarme. La risposta veltroniana è per ora improntata al buon senso (”Le istituzioni sono laiche ma ognuno, anche i cattolici, ha diritto di far sentire la propria opinione”) ma nulla più: la Chiesa vuol sapere quanto il Pd è disposto a spingersi non tanto sui diritti civili ma, appunto, su terreni impervi come l’eugenetica e l’aborto. E questo il “programma snello” ma inevitabilmente vago di Veltroni non lo dice.

La pattuglia ultracattolica nel Pd, capitanata da Paola Binetti, Giorgio Tonini e Luigi Bobba, lancia l’allarme. Se vogliamo, un già visto con il governo Prodi, ai tempi della legge sui Dico. Ma ora ai teodem si uniscono ex Dc come Rosy Bindi, Pierluigi Castegnetti, Beppe Fioroni o Enzo Carra, cioè esponenti organici della sinistra antiberlusconiana. Pezzi da novanta con molti consensi sul territorio. I loro attacchi ai radicali suonano come critiche a Veltroni: e la gioiosa macchina da guerra di Walter rischia di incepparsi di fronte a questa inopinata riedizione della guerra tra guelfi e ghibellini. Qualcosa che Veltroni, che aveva organizzato tutto, non aveva previsto.

S’avanza il partito della vita. Bipartisan

Manifestazione contro l'aborto in Piazza San Pietro, in occasione della Giornata per la Vita, domenica 3 febbraio 2008
di Ignazio Ingrao

Referendum contro l’aborto promosso dal Movimento per la vita, 18 maggio 1981: i sì all’abrogazione della 194 ottengono il 32 per cento. Il fondatore del Movimento per la vita, Carlo Casini, lo ribattezza “il partito del 32 per cento” e promette che continuerà la battaglia. Trent’anni dopo sembra essere arrivata l’ora della rivincita, grazie all’iniziativa di Giuliano Ferrara. Invano Silvio Berlusconi e Walter Veltroni hanno tentato di tener fuori la 194 dalla campagna elettorale.
Il tema si impone come grande questione simbolica che attraversa gli schieramenti politici. Plaude il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che chiede una verifica sull’applicazione della legge 194 e una sua revisione alla luce dei progressi scientifici. Soddisfatto il cardinale Camillo Ruini, tra i primi a sostenere Ferrara per la moratoria contro l’aborto. Si gode la rivincita Casini, che propone di affidare al futuro Parlamento “una riforma della prima parte della legge e una radicale riorganizzazione dei consultori familiari affinché non dipendano più dal ministero della Sanità”. La senatrice Maria Burani Procaccini, responsabile nazionale famiglie e minorenni di Forza Italia, annuncia per la prossima legislatura “un pro getto di legge di modifica della legge 194, fissando una serie di misure obbligatorie e prevedendo l’Ivg solo a determinate condizioni “.
Il senatore Alfredo Mantovano di An ricorda il successo dello “schieramento trasversale di parlamentari che ha approvato la legge 40 sulla fecondazione assistita, ha detto no ai dico e alla legge sull’omofobia”. Nessuno, dice Mantovano a Panorama, “può pretendere di avere il monopolio del partito della vita: c’è una sensibilità che attraversa i poli e va valorizzata”. E fa una previsione: “Se vincerà il Popolo della libertà sarà più facile anche per i cattolici del Partito democratico difendere insieme con noi i valori della vita e della famiglia”. Il deputato di Forza Italia Maurizio Lupi, fondatore dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, insieme con Ermete Realacci, punta al medesimo obiettivo: “L’esperienza dell’Intergruppo è preziosa: sui grandi temi, patrimonio di tutti, quali la vita e la famiglia, i cattolici che militano nei diversi partiti dovranno lavorare insieme”.
Lupi trova sponda nel Partito democratico. A cominciare dal teodem Luigi Bobba che propone: “Tutti siamo convinti che 130 mila aborti l’anno in Italia sono un dramma. Verifichiamo come la legge 194 è stata attuata e cosa si può fare per prevenire il maggior numero di aborti. Investiamo sui consultori, che dovevano essere uno ogni 20 mila abitanti e invece sono quasi il 30 per cento in meno. Ma non possiamo limitarci alla 194. In questa campagna elettorale si parla solo di politica economica, dimenticando che politiche per l’infanzia, ecologia e bioetica sono altrettante emergenze. Su questi temi non si può procedere a colpi di maggioranza, occorrono piuttosto una mobilitazione trasversale e larghe intese”. Al centro, l’ex portavoce del Family day Savino Pezzotta, della Rosa bianca, fa lo stesso ragionamento di Bobba e Lupi: “Le questioni eticamente delicate non possono essere delegate a un singolo partito o coalizione. Vanno affidate al Parlamento dove andrà lasciata libertà di coscienza. L’aborto è una questione pubblica, non partitica. Occorre promuovere uno schieramento trasversale che chieda di verificare l’applicazione della legge 194 e proponga eventuali correzioni alla luce dei progressi della scienza medica”.

Scende in campo anche l’altra portavoce del Family day Eugenia Roccella, candidata nelle liste del Pdl insieme con Assuntina Morresi, entrambe schierate contro l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486. Ferrara è il convitato di pietra. I parlamentari cattolici hanno dapprima aderito alla sua proposta di moratoria, per poi ritirare ogni appoggio quando il direttore del Foglio ha trasformato la sua campagna in lista elettorale. Ferrara, forte dell’appoggio di Ruini, rischia di togliere voti anzitutto all’Udc di Pier Ferdinando Casini, sostenuto dall’insolito “endorsement” del direttore di Avvenire, Dino Boffo.
Tuttavia Domenico Delle Foglie, organizzatore del Family day e attuale portavoce del Comitato scienza e vita, non si fa illusioni: “Assistiamo a un’improvvisa e profonda ristrutturazione del sistema politico italiano che minaccia di essere condotta a scapito dei cattolici. I credenti, infatti, rischiano di scomparire o di essere irrilevanti in entrambi gli schieramenti. Il bipolarimo non può essere ridotto a un duopolio politico che soffoca la democrazia “. Per questo, spiega Delle Foglie, i vertici della Chiesa italiana sono scesi in campo. Cercano di reagire i cattolici del centrosinistra, mettendo da parte ogni rivalità. Il 27 febbraio si ritroveranno a fianco a fianco i vecchi nemici di un tempo, teodem e popolari della Margherita, per un convegno su “Educare al bene comune”. Tutti uniti contro l’ipotesi di accordo del Pd con Emma Bonino e i radicali. “Su questo punto non molleremo” scandisce Paola Binetti. Nel centrodestra Lupi rivendica la carta dei valori del Popolo della libertà: “La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna viene indicata come cardine della società”.
Ma, in realtà, anche nel Pdl la spaccatura fra laici e cattolici sui temi etici resta profonda: Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi esprimono al riguardo sensibilità opposte. I vescovi vedono con grande preoccupazione la possibilità che i cattolici siano ridotti al ruolo di comprimari nel prossimo Parlamento. Per questo rilanciano un’offensiva in grande stile che avrà il suo culmine il 10 marzo, quando il presidente della Cei Bagnasco terrà il discorso di apertura al Consiglio episcopale permanente. È atteso un forte richiamo alla responsabilità dei cattolici impegnati in politica e la raccomandazione agli elettori di valutare con attenzione programmi e qualità dei candidati.

Binetti: io sono l’ipofisi del Pd. I Radicali? Prego e aspetto

La senatrice teodem del Pd Paola Binetti
Ma l’accordo trovato nella notte tra Pd e Radicali è davvero da considerare chiuso? Che alla senatrice teodem Paola Binetti non piacesse, si sapeva. Non però che ne mettesse in dubbio la validità. Cosa manca perché Emma Bonino &C. entrino a far parte dei Democratici, la senatrice cattolica lo spiega in questa intervista.

Senatrice Binetti, accordo fatto: i Radicali si candidano nelle vostre liste.
Non hanno ancora sottoscritto la carta dei valori, il codice etico e il nostro statuto.
E quindi non vale il patto?
Dico solo che noi del Pd abbiamo messo sul piatto della bilancia molte cose e loro invece ancora nulla. Se vuole che la diciamo tutta…
Dica senatrice…
Sappiamo solo quello che gli abbiamo dato noi: 9 posti. E loro a noi?
I commentatori dicono che riequilibrano l’asse giustizialista che avete stabilito con Di Pietro. E portano i loro voti in dote.
I sondaggi dicono che il Pd sommato ai Radicali prende meno voti che senza.
Il suo suona come un attacco ai massimi vertici del Pd: se avete fatto un accordo lo avrete fatto per guadagnarci, mica per perdere.
Io leggo solo i giornali e i sondaggi. E comunque mi pare che l’atmosfera che circonda i Radicali non sia positiva.
Ammetterà che anche lei ha qualche nemico a sinistra.
Confermo: ho una posizione chiara. Raccolgo grandi simpatie e anche grandi ostilità. Il Pd è fatto di tante anime e io ne rappresento una.
Lei sarà ricandidata al Senato?
Credo di sì. Ma non dipende da me.
Ci saranno 9 radicali nelle liste elettorali. Potrebbe averne uno sopra o sotto di lei in lista. Sarebbe un problema?
Le persone per me non sono mai un problema. La persona merita sempre la massima stima e ogni apertura di credito. Certo potrei entrare in collisione con le sue idee.
E che succederebbe?
Sarà il programma a decidere. Per questo esigo che il punto di valenza sia quello definito dal programma e dal manifesto dei valori.
Ma nel Pd lei stessa su alcune scelte valoriali è in minoranza.
Ne è sicuro?
Beh, su alcune tematiche, ammetterà di non essere proprio un modello per la donna di sinistra.
Esiste un valore straordinario delle minoranze: ci sono organi in medicina piccoli piccoli che hanno una grande importanza. Pensi all’ipofisi.
Entrano i Radicali ed esce De Mita. Si sposta l’asse del Pd verso sinistra? E i Popolari?
Mi fa simpatia questo “grande vecchio” ottantenne tenace, pugnace, che forse porterà i suoi 60mila voti alla Rosa Bianca.
Senatrice, spieghi meglio, altrimenti rischia di essere fraintesa.
De Mita non vuole abbandonare la politica. Assume la sfida e se la gioca. Per essere uno che ha 80 anni mi sembra molto giovane.
Alcuni l’hanno trovato, diciamo così, “attaccato” alla poltrona.
Ma se uno la poltrona la difende con i denti e si mette in discussione, per me, è un coraggioso.
Usa un aggettivo rutelliano…
Io sono rutelliana. Sono una teodem.
Rutelli se ne va in Campidoglio, Franceschini fa il numero due di Veltroni. Rifaccio la domanda: Popolari in minoranza nel Pd?
Ma no. Siamo tanti: Beppe Fioroni, Cristina De Luca, Luigi Bobba, Emanuela Baio. E siamo molto determinati.
Che battaglie promette se tornerà a palazzo Madama nella prossima legislatura?
Mi occuperò ancora di vita e famiglia. Di ricerca e sanità. In particolare di tutte le politiche inclusive e della natalità.
Ricercherà maggioranze trasversali per cambiare la legge sull’aborto?
Non ci sarà un dibattito trasversale sull’aborto, ma su tutte le politiche di prevenzione dell’aborto. Per garantire, come recita il titolo della 194, la tutela sociale della maternità.
Senatrice guardi che così andrà allo scontro con i Radicali. Quando firmeranno programma e statuto sarete nello stesso partito.
Io prego molto…

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Gattopardi,
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