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Divisi sui temi etici della legge 40, ma concordi nell’ammettere che al Parlamento il lavoro nero è dilagante e “occorre fare una legge adeguata per risolvere il grave problema”. Gianfranco Fini, presidente della Camera, e Renato Schifani, suo omologo al Senato, si trovano su due piani diversi rispetto alla decisione della Consulta di bocciare parte della legge 40 sulla fecondazione assistita. Ieri, Fini aveva lodato la sentenza definendo la legge 40 “un provvedimento basato su dogmi di tipo etico - religioso”, oggi da Herat, in Afghanistan, la seconda carica dello stato dice apertamente che “Siamo di fronte a una buona legge, di libertà, anche perché non vi può essere alcuna ingerenza dei partiti o di altro, per cui a parlare di dogmi troverei qualche difficoltà”.
Schifani non ha dubbi sul fatto che l’Italia sia uno Stato laico, nonostante quanto osservato da Fini al congresso del Pdl a proposito della legge sul testamento biologico già approvata dal Senato. “Stato laico significa non rinunciare alle responsabilità tutte le volte che ci si rende conto che ci sono vuoti normativi da colmare”, dice il presidente del Senato. “Quindi, personalmente, non riscontro nella legge sul testamento biologico e sulla legge 40 una presenza di eticità nella vita parlamentare, in particolare in tutte quelle leggi dove ci sono voti segreti. Lì sono le coscienze che decidono e non i dogmi”. La presidenza della Camera risponde che “non è uno scandalo esprimersi sulle sentenze della Corte costituzionale. Il rispetto del Parlamento è doveroso, ma non c’entra con il caso della pronuncia dei giudici della Consulta sulla legge relativa alla fecondazione assistita”. Un botta e risposta destinato a non concludersi a breve termine, anche in previsione della discussione della legge sul testamento biologico e delle differenti posizioni che all’interno dello stesso Pdl esistono in materia
Ma se l’etica divide, le Iene uniscono, almeno per quello che riguarda il lavoro nero di tanti “portaborse” al Parlamento. E questa sera, nella nuova puntata de “Le Iene show” in onda su Italia 1, sia Fini che Schifani, intervistati nella seconda parte dell’inchiesta relativa al lavoro nero in Parlamento realizzata da Filippo Roma e Marco Occhipinti, promettono rigore. Le Iene denunciano che il 62 per cento dei portaborse sono senza contratto: i presidenti Fini e Schifani ammettono il lavoro nero in Parlamento e si impegnano a risolvere il problema. “Il Presidente e l’ufficio di presidenza hanno il dovere di verificare che chi entra alla Camera, dichiarando di essere collaboratore di quel tal deputato, abbia un contratto di lavoro, ha dichiarato Fini. E il presidente Renato Schifani aggiunge: “Faremo una legge in tempi brevissimi che prevede contratti di lavoro di tipo subordinato, orari minimi e massimi e compensi certi”. Le Iene hanno scoperto che in questa legislatura su 516 portaborse solo 194 hanno un contratto e, quindi, uno stipendio. Gli altri 322, cioè il 62 per cento, non sono legati ai deputati da alcun vincolo contrattuale, cioè risultano ufficialmente lavorare gratis.
Fini tiene botta alle domande dell’intervistatore e si dice certo che in tempi brevi la situazione cambierà. “Il mio predecessore fece nel marzo 2007 una delibera molto precisa, affermando che l’accesso alla Camera lo può avere soltanto colui che ha un contratto di lavoro a titolo oneroso, quindi dietro stipendio con regolare contratto, in capo ad un deputato”. Dice. “Poi ci fu una seconda delibera che allargò molto la norma”. Gli fa eco Schifani: “In questi giorni stiamo discutendo in commissione analoga legge, ho già dato l’autorizzazione per farla approvare senza che passi dall’aula, quindi tempi molto brevi, per regolamentare una volta per tutte questo aspetto”. E aggiunge: “In sostanza questa legge istituisce l’albo, prevede i diritti e doveri e funzioni, regole contrattuali, la retribuzione finalmente viene individuata. Sarà un contratto di tempo determinato e di lavoro subordinato, ma sarà una legge a tutela dei collaboratori parlamentari”. E alla domanda su come il Senato regolamenterà l’accesso dei portaborse in attesa della nuova legge, Schifani è categorico: “Proporrò all’Ufficio di presidenza di subordinare l’accesso al Senato a tutti quei collaboratori legati da un regolare rapporto contrattuale con i parlamentari e questo limiterà al massimo l’accesso di persone, non dico non gradite, ma senza titolo”.
Le Iene hanno, inoltre, intervistato in merito 33 deputati, ai quali è stato chiesto se con loro collaborano dei portaborse e che tipo di contratto hanno. Tra i politici interpellati, tre non rispondono alle domande, sei dicono di non avere portaborse, nove affermano di avere collaboratori con un contratto, ma non specificano di che tipo, cinque dichiarano che i portaborse a loro servizio hanno un contratto, ma affermano imbarazzati di non sapere di che tipo, cinque rivelano che i loro portaborse hanno un contratto a progetto ma nessuno spiega con precisione di che tipo di progetto si tratta, tre ammettono di avere a loro servizio portaborse senza contratto. Luigi Vitali dichiara di averli in regola con contratto di lavoro subordinato, mentre Rosy Bindi afferma che i propri collaboratori sono in regola, perchè assunti direttamente dalla Camera, essendo lei una dei vicepresidenti. E le Iene continuano a vigilare.

La Corte Costituzionale fa dividere il mondo politico. Con schieramenti più che trasversali, impensabili solo qualche mese fa.
Se il presidente della Camera, Gianfranco Fini, prende una posizione che in molti definiranno di sinistra, e quasi femminista, l’ex leader del centrosinistra, Francesco Rutelli, invece, si schiera quasi nell’altro campo.
Di ieri è la decisione della Consulta che ha dichiarato la parziale illegittimità dell’ art. 14 comma 2, della legge 18 febbraio 2004, n. 40, (la legge sulla fecondazione) dice una nota della Consulta, “limitatamente alle parole ‘ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre’ embrioni”.
L’ex leader della Margherita, a Panorama del giorno, ha invitato a “leggere le motivazioni della sentenza e rispettare la Corte Costituzionale”, prima di “dare giudizi”. E poi ha aggiunto: “Direi che l’impianto della legge è confermato” sostiene dialogando con Maurizio Belpietro, “alcune parti importanti vengono modificate. Io penso che questo si possa sistemare: in Italia abbiamo una norma che a mio avviso è positiva perché il nostro Paese punta ad evitare la selezione genetica. Credo sia giusto fare delle leggi nelle quali si stabiliscono anche dei principi fondamentali di bioetica, però se la legge può essere migliorata miglioriamola”.
Ma la vera bomba è arrivata nel pomeriggio tramite un comunicato ufficiale di Montecitorio: Fini si è infatti espresso, con parole nette, in favore della sentenza della Corte “che rende giustizia alle donne”. E ancora: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei. Fermo restando che occorrerà leggere le motivazioni della Corte” aggiunge la terza carica dello Stato “mi sembra fin d’ora evidente che quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre Istituzioni”.
Chi ha ironizzato nelle settimane scorse definendo Fini come il nuovo leader della sinistra, ora potrà aggiungere un argomento in più alla sua tesi: non solo di sinistra, ma anche neofemminista.
Cinque anni fa entrava in vigore la Legge 40. Da allora la Procreazione medicalmente assistita ha cambiato volto, almeno in Italia: sono progressivamente aumentati il numero delle coppie che si sono rivolte a tali tecniche ed il numero dei nati. È il bilancio dell’ultima relazione sull’applicazione della legge inviata al Parlamento, lo scorso marzo, dal ministero del Welfare, sulla base dei dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Dati, è la posizione più volte espressa dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, che dimostrano come la legge funzioni. Ma secondo numerosi osservatori, i limiti della legge 40 hanno prodotto effetti “devastanti”, a partire dal cosiddetto fenomeno del “turismo procreativ”.
Aumenta il numero delle coppie che si sono rivolte ai centri di fecondazione assistita: da 43.024 nel 2005 a 55.437 nel 2007, mentre i nati vivi sono passati da 4.940 a 9.137. I parti gemellari in Italia si attestano intorno ai valori delle media europea (2,7%) ma per quello che riguarda i parti trigemini la superano fortemente: 3,5% contro lo 0,8% in Europa.
Al 31 gennaio 2009 i centri iscritti al Registro Nazionale sono 341. Sul totale, il 45,7% (156) dei centri sono pubblici o privati convenzionati e offrono servizi a carico del SSN. I restanti 185 centri (54,3%) sono privati (nel Nord i centri pubblici o convenzionati sono circa il 60%).
La percentuale dei nati vivi con malformazione è dell’1.1%, con le tecniche di II e III livello, a fronte dello 0.5% con tecniche di I livello e dello 0.4% che si ha nella popolazione generale. Il tasso di complicanze da iperstimolazione ovarica per le donne è sotto la media Ue.
Anche nel 2007 si assiste ad un ulteriore aumento dell’età delle donne e ciò si riflette sui risultati delle tecniche stesse: passa da 35,4 anni del 2005 a 36 anni nel 2007. In Europa la media è di 33.8 anni.
In 4 anni dall’entrata in vigore della legge, le nascite sono diminuite del 2,78%, è quadruplicato il numero delle coppie che con la speranza di concepire un figlio si sono recate all’estero (+200%) e le gravidanze multiple sono passate da un 16% a un 23%: sono i dati più recenti diffusi dal centro Artes di Torino specializzato nella diagnosi e nel trattamento della sterilità di coppia. Nel 2006, secondo il centro, il turismo procreativo è cresciuto del 200%: prima della legge 40, il numero delle coppie che per concepire un figlio si sono recate all’estero era 1.066, mentre nel 2006 ha toccato quota 4.173. Tra le mete preferite la Spagna, la Svizzera, la Francia, ma anche Repubblica ceca, Slovenia e Grecia. Minore appeal, per la quotazione della sterlina, è l’Inghilterra, mentre per motivi opposti sono in crescita gli Usa.

Il limite massimo dei tre embrioni nella fecondazione assistita è incostituzionale. Lo ha deciso la Corte Costituzionale, che oggi era chiamata ad esaminare i ricorsi contro la legge 40 del 2004, quella sulla procreazione assistita che era stata sottoposta a referendum nel 2005 senza che venisse raggiunto il quorum per la sua abrogazione.
La Consulta ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 14 della legge ”limitatamente alle parole ‘ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre”’ embrioni. La Corte ha anche dichiarato incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo ”nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna”.
I giudici della Consulta hanno invece bocciato il ricorso sulla legittimità del comma 3 dell’art. 6 della legge, dove si stabilisce che la volontà di una coppia di accedere alle tecniche di fecondazione assistita ”può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati fino al momento della fecondazione dell’ovulo”, stabilendo quindi un divieto successivo. Ugualmente inammissibili le questioni di legittimità dei commi 1 e 4 dell’ articolo 14: il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’ interruzione volontaria dela gravidanza.
A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Poco dopo il pronunciamento della Consulta si sono registrate le dichiarazioni di molti esponenti politici, divisi sui due fronti: da una parte i movimenti per la vita e cattolici, dall’altra a favore della scienza e della laicità. Schieramenti trasversali all’interno dei due principali partiti: nel Pdl ad esempio Maurizio Gasparri dice “difenderemo sempre le ragioni della vita” ma poi ammette “bisognerà adeguare la norma”, mentre esultano i deputati Margherita Boniver che sostiene “smantellata una legge reazionaria” e Benedetto Della Vedova: “i limiti che la legislazione impone nel campo della ricerca, della sperimentazione e della pratica medica non possono essere arbitrari e stabiliti secondo criteri puramente discrezionali”. I Radicali ovviamente accolgono con favore la notizia e rilanciano, “Nella sentenza sulla legge 40 la Corte Costituzionale richiama il rispetto degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione- dice Emma Bonino- sono gli stessi che vengono violati dal ddl Calabrò sul testamento biologico”. Mentre all’interno del Pd i teodem sono critici: “Si tratta” osserva Paola Binetti, “di una correzione su una indicazione che, però, salva l’impianto complessivo della legge. Non vorrei che interpretazioni stravaganti la stravolgessero”. Esulta per la decisione della Corte tutta la sinistra, dall’Idv al Pdci. Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella che ha difeso a più riprese la legge, ha annunciato l’emanazione di “nuove linee guida” dopo la decisione dei giudici. Livia Turco, ministro della Sanità nel precedente governo, aveva già cambiato in parte l’applicazione della legge 40 consentendo la diagnosi pre-impianto degli embrioni.
Dall’entrata in vigore delle norme sulla procreazione, secondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità, è aumentato il numero di coppie che si sono rivolte a tali tecniche e anche il numero di nati. Ma un aumento esponenziale c’è stato anche nei viaggi delle coppie che con la speranza di concepire un figlio si sono recate all’estero. Un vero e proprio boom (+200% secondo il centro Artes di Torino, 4173 coppie nel 2006), con mete preferenziali le cliniche di Spagna, Francia e Svizzera.
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La legge 40 sulla fecondazione assistita arriva all’esame della Corte Costituzionale. Oggi i giudici della Consulta ascolteranno, in udienza pubblica, le ragioni a favore e contro la norma varata nel 2004 che, l’anno successivo, passò indenne il referendum abrogativo per mancato raggiungimento del quorum. Terminata l’udienza, i giudici costituzionali si ritireranno in camera di consiglio per una decisione attesa in settimana.
In attesa del pronunciamento della Consulta, arrivano le statistiche. Che dicono che più di 55mila coppie hanno fatto ricorso nel 2007 alla procreazione assistita. E i nati in “provetta” sono stati 9.137, quasi il doppio del 2005 (erano 4940). Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità trasmessi dal ministero della Salute al parlamento per fare il punto annuale sull’applicazione della legge 40 del 2004. Quindi sempre più coppie accedono alla fecondazione artificiale nei 341 centri iscritti al registro nazionale, sono aumentati anche i cicli di trattamento, passati in due anni da circa 63mila a 75mila.
La percentuale di gravidanze è del 15,5%, in aumento rispetto al 2005 (14,9). Un dato ancora basso rispetto all’Europa, ma c’è da tenere conto, spiegano al ministero, che l’età media delle donne che accedono alla procreazione assistita in Italia è di 36 anni, contro il 33,8 dell’Europa. Una donna su quattro che si presenta nei centri italiani ha inoltre più di quarant’anni. Più alta rispetto alle medie europee (ma sostanzialmente invariata rispetto alla rilevazione del 2005) la percentuale dei parti trigemellari in provetta: sono il 3,5% per le tecniche di secondo e terzo livello. Il 18,7% sono invece parti gemellari. “La legge 40 sulla procreazione medica assistita funziona, lo dimostrano i dati”, ha spiegato il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Che ha annunciato: “entro 2 anni il Ministero vuole istituire una certificazione tramite criteri di qualità dei vari centri sul territorio nazionale, con informazioni dettagliate, controlli, tracciabilità e percentuali su gravidanze gemellari e trigemine”. Per il cattolico Movimento per la vita, infine, “i dati sono di conforto per chi, nonostante le non poche riserve più volte espresse sulla fecondazione artificiale in quanto tale, ha sostenuto e difeso la legge 40: di fronte all`evidenza dei numeri, sarebbe lecito attendersi qualche mea culpa da parte di chi ha osteggiato ed osteggia la legge per semplice pregiudizio ideologico”, afferma in una nota Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita ed eurodeputato dell’Udc. Non è ello stesso parere Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Amica Cicogna e vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni: la legge 40 “dal 2004 ad oggi fa vedere i suoi effetti dannosi”. Senza dimenticare che: “La stessa legge” prosegue Gallo “si contraddice: se da un lato vuole tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, predisponendo questi soggetti a rischi non ne tutela alcun diritto. Non risolve quello che è il fine per cui una coppia si rivolge alla fecondazione assistita, e cioè per rimuovere lo stato di infertilità, e per di più entra in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione”. Ecco perché, si augura Gallo: “La Corte Costituzionale rilevi gli effetti pregiudizievoli diretti sul diritto fondamentale alla salute della donna e del concepito”.
Appunto, la Corte. Vi hanno fatto ricorso, con tre distinte ordinanze, il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l’articolo 14 (commi 1,2,3 e 4) che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate. Davanti alla Consulta è stato impugnato anche l’art.6 (comma 3) della legge 40 nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all’impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso.
Queste norme - secondo i giudici del Tribunale di Firenze e del Tar del Lazio - sono in contrasto con diversi principi tutelati dalla Costituzione. In particolare con l’art.3, sotto il profilo della ragionevolezza per il mancato bilanciamento tra la tutela dell’embrione e la tutela della esigenza di procreazione visti la “mancata valutazione della concreta possibilità di successo della pratica da effettuare” e il “mancato riconoscimento al medico curante di ogni discrezionalità nella valutazione del singolo caso”. La legge 40, secondo i ricorsi, realizzerebbe una “irragionevole disparità di trattamento” tra le donne in condizioni fisiche diverse che si sottopongo alla fecondazione assistita. E ancora: il diritto alla salute verrebbe leso in caso di insuccesso del primo impianto, in quanto la donna è costretta a sottoporsi a un successivo trattamento ovarico, ad “alto tasso di pericolosità per la salute fisica e psichica”.
Dinanzi alla Corte si sono costituiti, oltre alla Warm, numerose associazioni favorevoli a una pronuncia di illegittimità (Hera onlus, associazione Luca Coscioni, Cecos Italia, Sos infertilità, Amica Cicogna, Madre provetta e, tra le altre, Cittadinanzattiva), mentre a chiedere che la legge non si tocchi, e che dunque la Corte si pronunci per l’infondatezza o l’inammissibilità, sono il Comitato per la tutela della salute della donna, la Federazione nazionale dei centri e dei movimenti per la vita. Ma anche il governo, attraverso l’avvocatura generale dello Stato, chiede ai giudici costituzionali che la legge 40 rimanga tale e quale perchè “il legislatore ha effettuato una ragionevole comparazione tra l’interesse della donna al buon esito della procedura di procreazione medicalmente assistita e la tutela dell’embrione”.
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