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Legge-Biagi

Pezzotta: Così la legge 30 ha “tradito” Marco Biagi

Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta è stao segretario della Cisl dal 2000 al 2006. Recentemente è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007
Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà, lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità. Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà. Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già. Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.

Welfare: in rete e nei blog i precari si dividono

Un manifestante travestito da fantasma con un cartello con la scritta
di Monica Vignale

Il protocollo sul welfare non divide solo il centrosinistra. Sui blog e nei forum di discussione i lavoratori, specie precari, dibattono da settimane, arroccati su posizioni diverse e ugualmente ferree. “Se leggete bene questo protocollo, vedrete che sono state migliorate parecchie cose: ammorbidimento dello scalone, più fondi per il prepensionamento dei lavori usuranti, innalzamento contributi per cocopro. Per i giovani, onestamente, mi sembra un passo in avanti”. Ma dall’altra parte della barricata la critica è drastica: “Invito i lavoratori come me a non farsi incantare dalle sirene sindacali e a chiedersi: ‘Mi conviene?’. La risposta è ‘no’”. C’è chi va oltre: “In fondo la riforma Maroni e questo protocollo sono identici, no? Allora lasciamo le cose come stanno”.

La blogosfera ripropone la stessa frattura che spacca la maggioranza parlamentare: sinistra radicale da un lato, moderati dall’altro. “Votare no per poi ottenere che torni lo scalone Maroni, magari peggiorato? L’accordo non risolve tutto, ma migliora parecchio”. Ma i rifondaroli ribattono: “Ragionare significa smettere di cadere nella trappola per cui se uno (Prodi) è anti Berlusconi automaticamente è di sinistra”. Le accuse al decreto si moltiplicano e non salvano nulla, neppure la defiscalizzazione degli straordinari: “Così il dipendente diventa una bestia da soma”.
Nascono siti contro la firma dell’accordo del 23 luglio. Si legge su www.consultazioneprecaria.org: “Siamo movimenti, centri sociali, precari, migranti, senza casa, lavavetri, writer, senza diritti, invisibili. Ci aspettavamo che questo governo mantenesse le promesse: cancellare la precarietà, garantire tutele e nuovi diritti. Ma l’accordo non argina la precarietà dilagante”.
Molti soffiano sul dissenso che pervade la rete. “Un bel modo per mettere la generazione dei giovani contro quella dei vecchi. Un bel modo per far sì che i giovani augurino una rapida dipartita ai vecchi”.

Sul blog dei contrattisti a termine scontenti si lamenta la poca chiarezza del protocollo: “A me sembra che ci siano le solite buone intenzioni, ma campate in aria come sempre: per esempio, se un’azienda rinnova un contratto temporaneo per 30 mesi e poi lascia a casa il lavoratore, questo deve ricominciare da zero il conteggio nell’azienda successiva? E poi cosa significa incentivare e potenziare il lavoro part-time e i servizi per l’infanzia? È un concetto interessante, ma nei fatti?”. Nel mirino della rete anche la manifestazione del 20 ottobre: “Possibile che non abbiamo il coraggio di dire che la nostra sinistra sbaglia, che i lavoratori sono tutti delusi da questo accordo?”.

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Finanziaria leggera e poi alle urne? Intanto ci sono da superare queste trappole

Il presidente del Consiglio Romano Prodi con il ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa sull'aereo di Stato
La Finanziaria, che oggi verrà discussa a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria, e che soprattutto Romano Prodi intende blindare in un summit con la maggioranza, sembra improvvisamente divenuta una sorta di preavviso di sfratto per il premier. Gli umori prevalenti nell’Unione, infatti, concedono a Prodi la possibilità, anzi il dovere di far passare la legge di bilancio. Dopodiché, all’inizio 2008, dovrebbe togliere le tende per lasciare spazio alle elezioni anticipate da lì a tre mesi, o al massimo ad un governo diverso che faccia durare la legislatura fino al 2009. La novità è che queste voci si alzano non più dall’opposizione, ma dalla maggioranza, ed in particolare dal futuro Pd di Walter Veltroni, che teme di essere trascinato a fondo dall’impopolarità del governo certificata da sondaggi sempre più disastrosi.

Prodi cerca di giocare d’anticipo, proponendo sì un governo diverso dopo la Finanziaria, ma in questo caso una sorta di rimpasto, un dimagrimento della squadra di ministri e sottosegretari, sempre però sotto la sua regia. In attesa di capire ciò che avverrà da qui a tre mesi, cerchiamo di vedere che cosa c’è nella Finanziaria e se davvero si tratterà di una manovrina leggera da mandar giù come un bicchier d’acqua.

10,7 miliardi è l’entità dell’operazione (circa 6 di entrate - grazie al maggior gettito fiscale - e 4,6 di risparmi), una bazzecola rispetto ai 70 di un anno fa. La riduzione delle tasse si concentrerà soprattutto sugli sgravi per le imprese, o diminuendo l’Irap al di sotto del 4% o abbassando dal 33 al 28% l’Ires; il tutto al posto degli attuali incentivi. L’altro obiettivo è la casa, con un taglio dell’Ici pari a un miliardo di euro; taglio però che prevede due ipotesi: o beneficiare solo i contribuenti fino ad un certo reddito (40 mila euro) e con famiglie numerose; oppure concederlo a tutti, indipendentemente dal reddito, ma solo nelle grandi città. Il capitolo casa proseguirebbe con la possibilità per i meno abbienti di detrarre dal reddito una quota dell’affitto e con il rilancio dell’edilizia popolare.

A parte, in un decreto collegato da 7 miliardi, verrebbe inserito il pacchetto Welfare: riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali, ma niente modifiche alla legge Biagi. E niente aumento della tassa (al 20%) sulle rendite finanziarie. In questo modo Prodi spera di varare una Finanziaria “di equità”, di lanciare un primo segnale di riduzione delle tasse, ma soprattutto di accontentare un po’ entrambe le anime della maggioranza, l’estrema sinistra e i moderati. È possibile che gli alleati si accontentino, ma i rischi non mancano.

La manovra sulle tasse, attraverso l’Ici, appare abbastanza ridotta rispetto a quanto chiesto dalla Margherita e dai Ds: un miliardo in luogo di 3-4. Il rinvio a tempi migliori della tassa sulle rendite indispettisce l’estrema sinistra, che ripete che l’impegno fa parte del programma dell’Unione. L’ostacolo maggiore viene però dal decreto sul Welfare. Le misure contro il precariato non ci sono: se non in forma indiretta, perché gli sgravi alle imprese presuppongono che queste si impegnino a fare più contratti a tempo indeterminato. E anche la riforma delle pensioni è stata bocciata dalla Fiom. Non solo. Il ministero dell’Economia sta studiando una misura per mandare in pensione di vecchiaia alcune categorie di dipendenti pubblici. Il pensionamento avverrebbe a 65 anni, anziché a 67; o addirittura a 70 e 75 anni come adesso è consentito per esempio a magistrati e docenti universitari. Certo, si tratta di una misura che contraddice la richiesta del governo di aumentare l’età pensionabile, ma che farebbe risparmiare dei soldi allo Stato. Scontentando però molti interessati: magistrati, cattedratici e dirigenti del settore pubblico.

Se davvero la Finanziaria passerà liscia per poi aprire la strada a nuovi scenari, lo si capirà da tre cose cose: il 3 ottobre dal voto al Senato sull’affaire Visco, chiesto da Antonio Di Pietro contro il viceministro; dalla condotta, sempre a palazzo Madama, del drappello di Lamberto Dini, in marcia verso il centrodestra; e dalla manifestazione del 20 ottobre indetta dall’estrema sinistra contro il piano Welfare. Manifestazione alla quale, nonostante promesse e divieti, sembrano voler partecipare anche segretari di partito e forse ministri in carica. E nel frattempo si terrà il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil dopo la ribellione della Fiom: un vittoria del no metterebbe in crisi il sindacato, e probabilmente anche il governo. Che in questo caso non arriverebbe a Natale.

Legge Biagi: la quarta volta del governo contro se stesso

Francesco Caruso, deputato no global, autosospeso dal Prc
Hai voglia a chiamarla Unione. E non è solo una battuta buona per l’opposizione di centrodestra. È un dato di fatto, noto anche al popolo che il 28 aprile 2006 ha portato al governo Romano Prodi. Che da allora ha dovuto più volte scontrarsi con la difficoltà di governare una coalizione così composita e variopinta, con l’ala radicale della sinistra che gli ha sfilato contro almeno tre volte. E che per l’autunno (il 20 ottobre prossimo) si prepara a una quarta mobilitazione. Niente male per una coalizione che governa da poco più di un anno. Il 17 febbraio scorso, a Vicenza, migliaia di persone sfilarono per dire no all’ampliamento della base americana. Quando il premier invitò ministri e sottosegretari della sinistra massimalista a non manifestare “contro il governo”, ebbe, come per ripicca, la piazza invasa dal mare magnum del popolo della base: la Cgil, i No Tav, l’associazionismo cattolico e laico, pax Christi, Emergency, i boy scout, gli ambientalisti, i centri sociali, i Disobbedienti. I partiti della sinistra radicale erano defilati, per una volta non protagonisti, ma c’erano eccome. Soprattutto dopo che Fausto Bertinotti, presidente della Camera ma vero leader di Prc, buttò lì: “Se non avessi responsabilità istituzionali andrei senz’altro al corteo”.
Poi venne il 12 maggio 2007. Quello del Family Day fu un successo per Savino Pezzotta e tutti i cattolici italiani (soprattutto quelli al governo). Allora in piazza, a urlare la loro idea di famiglia “normale” e ad affossare i Dico, c’erano i ministri Clemente Mastella, Giuseppe Fioroni e un nutrito gruppo di onorevoli della maggioranza. Le 700 mila persone di piazza San Giovanni fecero impressione soprattutto di fronte ai piccoli numeri di Piazza Navona, dove radicali, socialisti, laici ed esponenti della sinistra radicale si erano dati appuntamento per la giornata del Coraggio Laico. Insomma, una vera e propria crisi di famiglia tra i ministri di Prodi…
Neanche un mese dopo, il 9 giugno, mentre il Professore stringeva la mano al presidente Usa George Bush, per le strade di Roma andava in scena il No Bush No War day, con ben due manifestazioni diverse. In piazza del Popolo c’erano “quattro gatti” per l’happening di Fiom, Arci, Libera, Un ponte per, Rifondazione e Pdci. Da piazza della Repubblica a piazza Navona sfilava invece un corteo più numeroso fatto dai “duri e puri”: un pezzo di Rifondazione, Sinistra critica, i centri sociali, i Cobas, i trotzkisti. “Non è un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense”, si giustificò allora il Prc. Come a dire: questa è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.
Una bella lotta è prevista anche per il prossimo 20 ottobre, quando sostenitori e denigratori della legge Biagi si divideranno nelle piazze con due manifestazioni contrapposte. Tradotto? L’ennesima divisione tra membri dello stesso esecutivo. Da una parte la sinistra radicale, che chiede a gran voce (ora che sta cadendo nell’Unione il paravento della condanna al deputato no-global Francesco Caruso per le sue accuse a Marco Biagi e Tiziano Treu, definiti “assassino”) di cambiare radicalmente la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle br. Dall’altra chi la difende dagli attacchi, con i radicali in prima fila. L’iniziativa è partita dall’economista Giuliano Cazzola (qui il suo intervento su Panorama.it), presidente del comitato di difesa della legge Biagi, e ha ricevuto il plauso di Emma Bonino, ministro per le Politiche Europee che già per la questione delle pensioni aveva rimesso nelle mani di Romano Prodi il proprio mandato. In realtà, lei non ci sarà, ma Marco Pannella e gli esponenti della rosa nel pugno sì. E così il centrosinistra si ritroverà ancora spaccato nella guerra delle piazze.
Il 20 ottobre anche buona parte dell’opposizione manifesterà in favore della legge Biagi. Ci saranno Forza Italia, Lega e l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Ma a rimettere di nuovo in agitazione il Professore è l’ennesima divisione tra riformisti e radicali della propria squadra: “Questa maggioranza ha una sola ragione per stare insieme ed è il rispetto del programma”, sostiene il capogruppo del Prc al senato Giovanni Russo Spena, che detta così l’avvio dell’offensiva dell’ala radicale dell’Unione per spostare a sinistra il programma della coalizione nella speranza di riconquistare la base delusa dell’elettorato. I Ds e i Dl, zitti e in imbarazzo, assistono al dibattito e non muovono un dito. Anche se dietro i riflettori, si sta già mettendo mano a una modifica della legge. Ad annunciarlo è proprio il ministro del lavoro Damiano in un’intervista a Radio popolare: sullo staff leasing, uno dei punti più criticati dalla sinistra, “una commissione esaminerà questa forma di lavoro nell’ambito di quello che dice il programma dell’Unione”. Il tentativo del ministro è quello di disinnescare la miccia del 20 ottobre: “Non si può stare al governo e manifestare contro il governo di cui si fa parte: è una grave contraddizione”.
Frasi che per ora non sembrano nemmeno scalfire chi da sinistra scenderà in piazza. E che oggi ha una sola grande preoccupazione. Come è meglio chiudere la mobilitazione? Classico corteo con comizio in un tripudio di bandiere rosse e striscioni (come vorrebbe Prc) o “un happening, un concerto”, uno ‘Young day’ (come lo definisce Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi) per provare a parlare un linguaggio diverso, a comunicare coi giovani sul modello del 1° maggio sindacale?

LEGGI ANCHE: L’intervento di Cazzola, perché la Legge Biagi va difesa

Legge Biagi: la sparata di Caruso rischia di azzopare il governo

In un'immagine d'archivio il deputato indipendente del Prc, Francesco Caruso, alla Camera. ''In attesa della riunione a settembre del gruppo parlamentare, mi autosospendo dal Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea'', ha detto Francesco Caruso, in un comunicato
Il fatto di aver riaggiustato il tiro (con un intervento dul Manifesto) ed essersi autosospeso dal gruppo di Rifondazione già gli sembra un grande passo. E di dimettersi da onorevole non ci pensa proprio, Francesco Caruso (qui il suo blog). Anche perché al leader dei “Disobbedienti” napoletani, pare piaccia essere al centro delle polemiche. Quindi non molla: da più parti gli chiedono di farsi da parte ma lui rilancia: “Dimettermi io? Prima dovrebbero farlo i 25 deputati condannati in via definitiva per reati di mafia, corruzione o tangenti che stanno in Parlamento per fare gli affari propri”. Parole che stanno facendo breccia a sinistra. O almeno in quella più radicale e soprattutto nei movimenti, che pure fanno parte dell’elettorato (o dell’ex elettorato) di Rifondazione. “Sapete che c’è? Due tre molti Francesco Caruso”, ha scritto ieri il portavoce dei “Disobbedienti” romani, Anubi D’Avossa Lussurgiu, su Liberazione, foglio del Prc (nella stessa pagina in cui c’era il fondo del direttore Piero Sansonetti che spiegava come “l’offensiva dei conservatori sul caso-Caruso, ha un obiettivo molto semplice: difendere il nuovo modello di società costruito dal liberismo. E cioè il precariato come mediazione tra lo schiavismo e l’orgia dei diritti degli anni ‘70″).
Il caso Caruso quindi sembra stia diventando insomma l’ennesima scintilla tra il Prc e la base movimentista, sempre più distante dal partito, ma anche, naturalmente, tra Prc e il governo Prodi. Lo sa bene il ministro del Lavoro, Cesare Damiano che al Corriere ha rilasciato domenica un’intervista dura: “Le dichiarazioni di Caruso non preparano un autunno caldo, ma di odio”. È una situazione pericolosa, ammette Damiano, che “va sconfitta prima sul piano etico e culturale per ripristinare una normale dialettica politica basata sui fatti”. Per il ministro c’è ambiguità nella sinistra radicale. “Io ho scritto il programma dell’Unione con Treu e Ferrero. Vorrei suggerire a chi fa cattiva propaganda che la cancellazione della Treu non è assolutamente contemplata”.
Ma che la polemica su Caruso non possa mettere in dubbio la manifestazione d’autunno sul precariato e contro il welfare del governo Prodi, è stata l’immediata risposta del partito di Fausto Bertinotti. Un messaggio ribadito in modo chiaro sia Gennaro Migliore, capogruppo Prc alla Camera, sia il suo omologo al Senato, Giovanni Russo Spena. E soprattutto il segretario Franco Giordano, in un’intervista al Corriere: “Le parole di Caruso sono incompatibili con la nostra cultura politica. Lo ha compreso anche lui, tant’è vero che ha cercato di rettificare, si è scusato e si è autosospeso dal gruppo parlamentare. Detto questo… ci sono state delle prese di posizione strumentali, inclusa quella di Damiano, che puntano a delegittimare la manifestazione del 20 ottobre. È inutile che Damiano e altri tentino di dire che il giudizio sulla legge Biagi era un altro. Basta con la politica dei piccoli aggiustamenti. Quella legge va cambiata, e cambiata radicalmente”.
A rispondere a Giordano, dal governo, ci pensa Emma Bonino. “Se il presidente del Consiglio accettasse le richieste di Rifondazione di modificare il protocollo sul welfare” e la Legge Biagi, “si aprirebbe una grave crisi politica”, afferma il ministro delle politiche europee. “La posizione di Giordano sulla legge Biagi - prosegue il ministro radicale - oltre ad essere dannosa per i lavoratori, è solamente ideologica e coincide nei contenuti, a prescindere dai toni, con quella di Caruso”.
Vuoi vedere che sarà Prodi a rimanere sotto i colpi della sparata dell’ex indipendente del Prc, l’onorevole Francesco Caruso?

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