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Sarà viale Mazzini la prima prova a ostacoli del Cavaliere dialogante? A sentire gli umori dell’opposizione non ci sono dubbi: è la riorganizzazione della Rai il primo percorso da completare. In modo netto, senza penalità. Non sarà facile, ma dopo le dichiarazioni programmatiche di Silvio Berlusconi in Parlamento (”Basta alla guerra ventennale sulla Rai”) il terreno sembra meno accidentato. È vero che una parte del centrosinistra pensa che la legge Gasparri debba essere superata e chiede il congelamento delle nomine, è vero che tale richiesta difficilmente potrà essere accolta dalla maggioranza, ma sul rinnovo del consiglio d’amministrazione molto dipende da come andranno gli accordi per la composizione della commissione di vigilanza e dai nomi che usciranno dal cilindro per il nuovo cda Rai.
Più di una voce nell’opposizione si è levata per chiedere una proroga del consiglio, in attesa di un confronto sulla riforma Rai, ma sul punto non sembrano esserci margini di mediazione: i vertici della Rai scadono il 31 maggio e la maggioranza non ritiene percorribile la via indicata a suo tempo dal disegno di legge dell’ex ministro Paolo Gentiloni, che conferiva la proprietà, le strategie e la scelta dei vertici del servizio pubblico radiotelevisivo a una fondazione. Una soluzione che garantiva l’indipendenza o un escamotage per far rientrare dalla finestra scelte che uscivano formalmente dalla porta della politica? Paolo Romani, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle comunicazioni, non ha mai creduto alla soluzione proposta da Gentiloni: “Il dibattito sul futuro della Rai si è concentrato su un tema: dobbiamo togliere la Rai ai partiti. Ma per farlo il centrosinistra si è inventato lo strumento di una fondazione che, vista l’egemonia della sinistra sulle istituzioni culturali, non assicura affatto un equilibrio dei poteri”.
Romani pensa che la legge Gasparri sia ancora un buon compromesso per un’azienda dal dna particolare (una società per azioni con una governance pubblica) e un settore in cui la Rai assolve il compito di servizio pubblico. “Lo scenario della Gasparri è sostanzialmente positivo e non faccio una difesa del passato” spiega Romani. “La Rai non è l’Alitalia, è una spa che va gestita bene, non ha debiti e ha il bilancio in pareggio. Piuttosto, è carente sul piano degli investimenti e in questi due anni invece di parlare di riforma si sarebbe dovuto accelerare lo “switch-off”, la migrazione verso il digitale terrestre. Eravamo i primi in Europa e finiremo per arrivare ultimi nel 2012″.
Il padre della legge sulla tv, Maurizio Gasparri, apre a modifiche sul testo ma chiude sul congelamento dei vertici: “Ci sono adeguamenti da fare che derivano dalle decisioni europee e serve un’apertura del mercato delle frequenze, ma per quanto riguarda la nomina del cda non sono favorevole a espedienti dilatori. Se il centrosinistra vuole cambiare, perché non chiede di attuare la legge nelle parti inapplicate, per esempio sulla privatizzazione?”. I tempi per il cambio al ponte di comando Rai sono ravvicinati: il cda scade il 31 maggio, la commissione di vigilanza verrà costituita nelle prossime settimane (i contatti tra maggioranza e opposizione sono in corso) e da quel momento si potrà procedere alle nomine. A metà giugno i giochi saranno fatti e la Rai continuerà la sua navigazione. Verso dove?
Il governo Prodi aveva in mente l’antico scenario Rai-Mediaset, quando in realtà la mappa del mercato radiotelevisivo è cambiata radicalmente: il duopolio non esiste più, l’ingresso della Sky nel mercato è stato un terremoto, conta 4,5 milioni di abbonati e il pubblico di qualità sta migrando verso un’offerta a pagamento e on demand. La Rai in questo contesto è una sorta di gigante dai piedi d’argilla: nel 2003 il bilancio segnava un risultato positivo di 82 milioni di euro, tre anni dopo perdeva complessivamente 87 milioni per poi risalire (nonostante un budget che prevedeva una perdita di oltre 40 milioni di euro) e centrare un sostanziale pareggio di bilancio nel 2007 (-4,9 milioni di euro). Un risultato che però deve fare i conti con uno scenario di costi crescenti (derivanti soprattutto dai fornitori di contenuti), un cambiamento dei gusti del pubblico e una dinamica dei ricavi incerta.
Che fare? Luigi Zanda, senatore del Partito democratico, ex consigliere del gruppo L’Espresso e della Rai, uno dei pochi in Parlamento che mastica davvero la complessa materia dell’editoria, pensa che “il tallone d’Achille della Rai sia la sua struttura industriale e un bilancio che nella gestione Cattaneo è stato condizionato dall’ipotesi di quotazione in borsa, poi tramontata.
La Rai ha bisogno di un enorme investimento in tecnologia, deve rinnovare le dotazioni tecniche sia nella parte editoriale sia in quella dello spettacolo, deve investire sulle risorse interne e diminuire il ricorso agli appalti esterni”. In sintonia con Romani sul tema degli investimenti, Zanda sul cambio del cda è dotato di realismo sardo: “Penso che le aziende debbano rinnovare i consigli nei termini di legge. Non me la sentirei di fare una battaglia campale sul tema, piuttosto mi interessa la composizione del cda e credo che Silvio Berlusconi abbia un dovere in più, essendo proprietario della tv commerciale e per coerenza con il suo discorso programmatico: alla Rai deve fare nomine di assoluta e conclamata indipendenza”.
Un punto delicato riguarda il direttore generale, i suoi poteri e la simbiosi con il cda. L’azienda Rai si trova nella singolare situazione per cui è nelle mani del dg la potenzialità dell’iniziativa e della gestione, ma il cda ha un potere di veto su tutto.
È come se la Mediaset sottoponesse al cda i normali fatti di gestione, che invece devono essere nella disponibilità del capo azienda. Fattore spesso paralizzante e forse da ripensare (lo stesso presidente Claudio Petruccioli ha auspicato la sostituzione del dg con la figura di un amministratore delegato) per rendere l’azienda più vicina a una spa che a un’assemblea di condominio.
La Rai è una specie di iceberg: tutti ne osservano la parte emersa, ma è quella sommersa la più interessante.
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Tra i primi problemi del futuro governo (ma c’è chi ipotizza un forcing dell’esecutivo uscente, anche se resta da capire quale) ci sarà la questione delle frequenze televisive. E potrebbe accadere che, se vincerà il centrodestra, Silvio Berlusconi dovrà spedire sul satellite Retequattro e il suo direttore, Emilio Fede. È una delle possibili conseguenze, del tutto ipotetiche ovviamente, della sentenza della Corte di giustizia europea che ha giudicato “contrario al diritto comunitario” il sistema italiano di assegnazione delle frequenze, in particolare di quelle analogiche (cioè in chiaro).
In pratica la Corte ha accolto il ricorso Centro Europa 7, un’azienda proprietaria dell’omonimo network, che nel ‘99 ottenne dal governo l’autorizzazione a trasmettere in chiaro; ma successivamente non ebbe mai l’assegnazione delle frequenze stesse. Sulle quali trasmetteva appunto Retequattro, dopo che Mediaset le aveva regolarmente pagate.
Europa 7 fece ricorso al Tar, chiedendo di accertare i criteri di assegnazione e reclamando un risarcimento danni. Non ottenendo soddisfazione si rivolse al Consiglio di Stato che ha chiesto a sua volta l’opinione della corte Ue.
La quale ha emesso un giudizio molto estensivo, che potrebbe appunto ripercuotersi ben al di là del caso Europa 7-Retequattro, per mettere in discussione (come in effetti fa) l’intero sistema radiotelevisivo basato sulla legge Gasparri. Per la Corte di giustizia infatti il regime italiano “non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Le leggi succedutesi, è la tesi dei giudici europei, “hanno perpetuato un regime transitorio, con l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale”.
Tutto ciò “ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze”. Questo effetto restrittivo “è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi, cristallizzando le strutture del mercato nazionale e proteggendo la posizione degli operatori nazionali già attivi su detto mercato”.
Il limite al numero degli operatori sul territorio nazionale, potrebbe essere giustificato da obiettivi d’interesse generale, ma “dovrebbe essere organizzato sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Conclusione: “L’assegnazione in esclusiva e senza limiti di tempo delle frequenze ad un numero limitato di operatori esistenti, senza tener conto dei criteri citati, è contraria ai principi del Trattato sulla libera prestazione dei servizi”.
Già, ma gli effetti pratici? Mediaset afferma che la sentenza “non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nella disponibilita’ delle nostre reti, inclusa ovviamente Retequattro”. Aggiunge l’azienda di Berlusconi: “Il giudizio cui la sentenza si riferisce riguarda infatti esclusivamente una domanda di risarcimento danni proposta da Europa 7 contro lo Stato italiano e non puo’ concludersi in alcun modo con pronunce relative al futuro uso delle frequenze. Quanto all’insinuazione che Retequattro occuperebbe indebitamente spazi trasmissivi a danno di Europa 7, Mediaset ribadisce che la rete è pienamente legittimata all’utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio per Retequattro”.
In sostanza, sembra dire Cologno Monzese, noi le frequenze le abbiamo pagate, colpa dello Stato se ne è nato un pasticcio; ed è lo Stato a dover risarcire Europa 7. Ma anche Mediaset si riserva ulteriori altri commenti quando la sentenza sarà nota in tutti i suoi dettagli.
Fin da ora però sembra di capire che i giudici europei non si limitano ad occuparsi del caso Europa 7-Retequattro, ma intervengono più in generale contro il duopolio televisivo italiano. Ecco perché, in prospettiva, in area rischio non c’è solo la rete di Emilio Fede, ma anche la Rai.
Da anni si discute se inviare sul satellite una rete Mediaset e RaiTre. La legge firmata da Maurizio Gasparri tentò di aggirare il problema accelerando i temi del digitale terrestre, che con la moltiplicazione delle frequenze disponibili avrebbe di fatto reso il mercato accessibile a tutti.
La Corte europea però sostiene che negare l’accesso alle frequenze analogiche impedisce anche la sperimentazione del digitale. E dunque c’è materia per alimentare un nuova polemica politica. Che nelle prime battute sembra circoscritta all’interno della sinistra: “Il Partito democratico non vuole capire”, sostiene il Pdci, attaccando non solo il progetto di riforma Gentiloni, ma soprattutto le aperture di Walter Veltroni a Berlusconi.
Il seguito? Alle prossime puntate. Su quale rete, è da capire.
Il VIDEO servizio:

In tutta sincerità nel cosiddetto Raisetgate (lo scambio di informazioni tra dirigenti e direttori di viale Mazzini e del Biscione) si riesce ad intravvedere un solo episodio di qualche rilievo: il tentativo (fallito) di ritardare la messa in onda della sconfitta del centrodestra alle regionali 2005 per dar modo ai capi della Cdl di inventarsi una spiegazione adeguata. Va aggiunto peraltro che mentre Tg1 e Tg5 studiavano la cosa, sia i dati del Viminale sia i talk show sulle reti pubbliche e private andavano tranquillamente, e giustamente, avanti.
Questa opinione sarebbe ovviamente la stessa se il sito sul quale scriviamo non facesse capo a un’azienda, la Mondadori, che ha come azionista di maggioranza la Fininvest, che controlla Mediaset. E sarebbe la stessa per tre motivi molto semplici.
Primo: è abitudine invalsa da anni tra i direttori dei maggiori quotidiani di consultarsi sulle prime pagine. Non è un buon costume, ma è così. Pare che negli ultimi tempi lo scambio di telefonate e fax si sia ridotto: sarebbe meglio se si interrompesse del tutto. Comunque serve a dare l’idea del terreno nel quale ci muoviamo, con o senza (o contro) lo zampino di Silvio Berlusconi.
Secondo motivo. Che dirigenti di canali televisivi anche concorrenti si scambino notizie su una faccenda quale i funerali del Papa che scandalo desta? Si tratta di eventi controllati non da loro: gli inviati e i direttori dei network stranieri fanno la stessa cosa quando agiscono da “embedded”, quando cioè coprono qualche guerra al seguito di qualche esercito. Sono gli altri a dettare le regole se si vuole andare al fronte con i soldati. Naturalmente questo non impedisce di svolgere indagini indipendenti, come ha fatto Panorama - scusate la citazione - sui comportamenti dei militari italiani in Somalia e sull’uso degli aiuti per il Kosovo.
Punto tre, che poi è il più importante. La Rai è controllata dalla politica, anzi dal governo. La riforma Gasparri che attribuisce al Parlamento il diritto di scelta dei consiglieri si è rivelata un colabrodo nel momento in cui il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha tentato di esautorare un consigliere in quota al Tesoro (dunque formalmente indipendente) per mettere al suo posto Fabiano Fabiani, manager di Stato gradito a Romano Prodi e Walter Veltroni. Perfino il Parlamento a maggioranza centrosinistra aveva censurato questo comportamento, non trovando però di meglio che imporre alla Rai di bloccare tutte le nomine. Con ciò confermando quel che voleva smentire: che l’indipendenza della Rai è una pura finzione. Finché il Tar ha bloccato tutto gettando l’azienda nell’ennesima paralisi decisionale.
Così, quando al governo c’è Romano Prodi e la sinistra, tutte le nomine sono prodiane o diessine (anzi, democratiche). Quando c’è stato Berlusconi le nomine sono state berlusconiane. Con la solita “riserva” di RaiTre e Tg3 garantita da sempre alla sinistra.
Per ovviare a questo problema, che esiste da quando esiste la Rai, si può agire in due modi. Con una legge seria sul conflitto d’interessi, che riguarderebbe principalmente Berlusconi, ma a questo punto non solo lui: che dire degli intrecci tra palazzo Chigi, partito democratico ed i maggiori banchieri italiani? Oppure dell’idea di mettere a capo di un nuovo partito alleato del Pd il presidente della Confindustria?
Il secondo modo di intervenire è sulla Rai: staccandola davvero dal padrinato dei partiti. Le proposte, in questi decenni, non sono mancate: privatizzazione, fondazione, eccetera. Peccato che siano rimaste tutte lettera morta.
Una riforma vera della Rai risolverebbe un problema generale e probabilmente farebbe risparmiare un bel po’ di soldi ai contribuenti. Una legge sul conflitto d’interessi risolverebbe un problema particolare, ma di non minore importanza. L’ideale, va da sé, è di agire su entrambi i fronti.
Ma naturalmente le forze politiche se ne guardano bene. Si discute invece, e torna di attualità proprio grazie al Raisetgate, di riforma del sistema radiotelevisivo. Riforma che a seconda delle legislature diventa un abito su misura o per il centrodestra o per il centrosinistra. Le cose serie (indipendenza della Rai, conflitto d’interessi) meglio tenerle nel cassetto come una pistola da tirar fuori quando si avvicina una campagna elettorale. E in questa situazione c’è chi descrive come una Spectre il fatto che due direttori si telefonassero e che qualche dirigente fosse preoccupato delle inquadrature dedicate al Cavaliere.

Ps. dal caso Unipol in poi, non era stato stabilito che le intercettazioni e le soffiate giudiziarie su fatti e personaggi collaterali a qualche inchiesta non andavano pubblicati? Che mai più si sarebbero avute lesioni della privacy? Beh, qui l’indagine riguarda il fallimento di una società di sondaggi, la Hdc di Luigi Crespi. Se c’è un reato a carico della Rai, o di Mediaset, il magistrato indaghi. Altrimenti il tutto sa di polverone.
Il VIDEO servizio: