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Leoluca-Orlando

Nel caso di Leoluca Orlando, il titolo del film horror «A volte ritornano» andrebbe rivisto all’eccesso: «Sempre ritornano». E sempre sulla stessa poltrona: quella di sindaco di Palermo. Con alterne fortune, Orlando ha già guidato la città dal 1985 al 2000: prima da democristiano, poi da leader della Rete. Dopo un giretto come deputato regionale, ritentò l’impresa nel 2007. Gli andò male: venne sconfitto dal pidiellino Diego Cammarata, tuttora in carica.
In primavera però si rivota: e l’ormai sessantaquattrenne Orlando ha già tranquillizzato tutti. Ci sarà pure stavolta: candidato per l’Italia dei valori di Tonino di Pietro, partito di cui l’ex sindaco è portavoce nazionale. Continua

Il filo conduttore della settimana: FIGLI DI PAPA’
di Giovanni Fasanella
Sonia Alfano non ce l’ha fatta. Quel nome e quella biografia così pesanti, nella Sicilia dell’antimafia, non le sono bastati. Il suo tentativo di scalare l’Italia dei valori nella regione più strategica per un partito che ha fatto della lotta all’illegalità una priorità assoluta è fallito ancor prima di cominciare. Continua
Gli esponenti dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando e Francesco Pardi, hanno annunciato nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio le loro dimissioni dalla commissione di Vigilanza sulla Rai. “Nonostante il distacco manifestato dal presidente del Consiglio egli ha pubblicamente pronunciato un veto verso di me e gli altri esponenti del mio partito. Rassegno le mie dimissioni dalla Vigilanza” ha detto Orlando “come contributo alla denuncia di una inaccettabile mortificazione del Parlamento e della commissione di Vigilanza”.
“La nostra fuoriuscita dalla Vigilanza è fatta con un senso di responsabilità . Ora deleghiamo al segretario Veltroni il compito di individuare con le altre opposizioni una soluzione condivisa, sempre se Villari si dimette. Noi non interferiremo nella scelta” ha detto il il leader dell’Idv Antonio di Pietro. “Ovviamente” dice ancora “il nome non potrà essere dell’Idv perché noi non ci saremo”. Con le dimissioni di Leoluca Orlando e Pancho Pardi, L’Italia dei Valori resta senza rappresentanti nella commissione di Vigilanza Rai. Il partito di Antonio di Pietro non designerà nessun componente.
E nel frattempo per la questione Rai c’è maretta anche in casa Pd. Se Villari insiste a voler rimanere alla guida della Vigilanza, le sanzioni saranno inevitabili, ha detto oggi Walter Vitali, senatore del Pd. “È indubbio - aggiunge Vitali - che se Riccardo Villari non si dimette, nonostante i vari momenti di confronto democratico interno che l’hanno coinvolto, egli si rende strumento proprio di quella violazione delle regole. A quel punto le sanzioni previste dal Regolamento del gruppo sono a mio parere inevitabili”. Nel pomeriggio sarebbe stata raggiunta un’intesa tra Pd e Pdl su un nuovo nome per la presidenza della commissione di Vigilanza Rai: il candidato sarebbe il senatore democratico Sergio Zavoli.
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Prima l’ennesima fumata nera, poi il blitz dei radicali. Alla fine Giuseppe Frigo è stato eletto giudice della Corte Costituzionale, con 690 voti. La maggioranza richiesta era di 572. La proclamazione ufficiale dell’elezione è stata fatta in aula alla Camera dal presidente Gianfranco Fini, con a fianco il presidente del Senato Renato Schifani. Oltre a Frigo, hanno ottenuto voti Donato Bruno (32) e Gaetano Pecorella (24), i voti dispersi sono stati 14, le schede bianche 52, le nulle 29. Hanno partecipato al voto 841 parlamentari su 952 aventi diritto.
Con l’elezione di Frigo, la Corte Costituzionale torna al plenum di 15 giudici (come ha rilevato “con vivo compiacimento” il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio a Schifani e Fini), dopo che per un anno e mezzo è rimasto vacante lo scranno di Romano Vaccarella. Ma altri cambiamenti sono in vista e, calendario alla mano, alla Corte gli avvicendamenti saranno a scacchiera. Basti pensare che la prossima udienza pubblica del 4 novembre si aprirà con il saluto del presidente Franco Bile al nuovo giudice costituzionale neoletto dal Parlamento. Ma, come in una sorta di porta girevole, subito dopo aver accolto Frigo, sarà Bile a ricevere il saluto della Corte. Stavolta di congedo. Il suo mandato novennale scade infatti il prossimo 8 novembre e a subentrargli sarà un giudice che la Corte di Cassazione sceglierà nelle elezioni del prossimo 28-29 ottobre (in pole position c’é Alessandro Criscuolo, presidente della prima sezione civile).
Sempre in apertura dell’udienza del 4 novembre, dunque, il vicepresidente della Corte, Giovanni Maria Flick ripercorrerà i momenti più importanti dei nove anni alla Corte di Bile. Che, terminati i saluti anche dell’avvocatura generale e dei legali del libero foro, si alzerà e lascerà l’aula. A questo punto si apriranno i giochi per la presidenza. La camera di consiglio per eleggere il trentaduesimo presidente della Consulta si terrà attorno all’11-12 novembre. A fissarla sarà il giudice più anziano in carica, vale a dire Flick. Che è peraltro il principale candidato alla successione di Bile.
Dunque è l’ex presidente delle Camere penali il magistrato destinato a sostituire Romano Vaccarella, dimissionario da oltre 18 mesi, dalla . Questo dopo l’abbandono di Pecorella, voluto dai capigruppo del Pdl e appoggiato da premier Silvio Berlusconi.
Il diretto interessato intanto, l’avvocato bresciano che fu legale di parte civile nel processo per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini, ringrazia per l’indicazione del suo nome come giudice della Corte Costituzionale, rivendicando di essere “un tecnico” e auspicando che ciò possa contribuire a trovare “convergenze” in materia di giustizi
Ha difeso il finanziere bresciano Guglielmo Gnutti nel processo per la scalata ad Antonveneta, ma è stato anche legale di parte civile nel processo per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini. E ha rappresentato Adriano Sofri nel procedimento che fu fatto in Cassazione per chiedere la revisione del processo per l’omicidio del commissario Calabresi.
Penalista di lungo corso, Giuseppe Frigo. Ma non solo: ha contribuito alla stesura del codice di procedura penale (una delle esperienze di cui va più orgoglioso) e da leader dei penalisti ha guidato la battaglia che ha portato all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo.
Bresciano, 73 anni, sposato, con due figli, Frigo affianca all’intensa attività forense, che tra l’altro lo ha visto difendere Cesare Previti nel procedimento per calunnia ai danni dei pm milanesi Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, anche quella di professore all’Università della sua città , dove insegna procedura penale e dove vive. Per due mandati consecutivi, dal 1998 al 2002, è stato presidente dell’Unione delle Camere penali, l’organizzazione che rappresenta 9 mila legali. E da leader dei penalisti si è battuto per il giusto processo, “una realtà sigillata dalla Corte costituzionale”, sottolinea con soddisfazione.
Tra le sue prese di posizione più recenti, quella sulle intercettazioni, dopo che il premier aveva manifestato l’intenzione di limitarle ai procedimenti per mafia e terrorismo: “Non bisogna restringere eccessivamente le intercettazioni telefoniche in relazione al novero dei reati per cui possono essere disposte”; sarebbe meglio invece, ha suggerito qualche mese fa, “impedire di renderle pubbliche sino al dibattimento con una disciplina più rigorosa”.
Convinto assertore della separazione delle carriere in magistratura, nella sua vita ha indossato solo per un giorno i panni di pubblico ministero e in un’occasione speciale: un processo storico, al Palazzo ducale di Venezia, che vedeva come imputato Napoleone. Chiarissimo nelle sue esposizioni, voce tonante, l’unico vezzo di Frigo sono i baffi all’insù, che, accompagnati a modi squisiti, gli danno l’immagine di un gentiluomo di altri tempi.
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Dopo mesi di stallo quella di martedì 21 potrebbe essere la votazione del Parlamento in seduta comune buona per l’elezione del giudice della Corte Costituzionale che andrà a sostituire Romano Vaccarella, dimissionario da oltre 18 mesi.
E, dopo il ritiro della candidatura di Gaetano Pecorella, a seguito dell’appello in tal senso dei gruppi del Pdl, secondo quanto si è appreso, i papabili verranno probabilmente scelti tra questa rosa si nomi: il presidente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio, l’azzurro Donato Bruno (che, in caso di elezione, lascerebbe il suo posto nell’organismo parlamentare proprio a Pecorella); gli esponenti delle Camere Penali come Oreste Dominioni, Giuseppe Frigo, Ennio Amodio. Non sembrerebbe più in pole position, hanno riferito in tarda serata fonti parlamentari del Pdl, il nome di Giorgio Spangher, professore di diritto e procedura penale di cui si era parlato anche nei giorni scorsi come possibile alternativa a Pecorella. Tuttavia, non c’è ancora nessuna indicazione certa sul candidato su cui dovrebbero convergere i tre quinti dei voti dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea: il quorum necessario per essere eletti.
I segnali che qualcosa si stesse muovendo sul fronte della Consulta, nonostante l’ennesima fumata nera in Parlamento, sono apparsi evidenti fin da stamattina proprio con alcune dichiarazioni di Pecorella. “Il mio nome” ha detto il parlamentare azzurro in una intervista televisiva “in questo momento è fermo, nel senso che è quello che ancora viene permanentemente indicato. Credo che però dovrò fare io stesso una valutazione se vi siano altre soluzioni per sbloccare il lavoro del Parlamento, sebbene ritenga che anche se mi mettessi da parte sarebbe molto difficile trovare una soluzione sia per quanto riguarda la Vigilanza che per la Corte Costituzionale”.
E infatti. Nel pomeriggio il Pdl in una riunione fiume ratifica il cambio di cavallo e in una nota congiunta dei capigruppo di Camera e Senato fa un appello a Pecorella perché si ritiri per “consentire di giungere con rapidità all’elezione del giudice mancante”. In serata, secondo quanto si apprende in ambienti parlamentari del centrodestra, è lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a telefonare a Pecorella per spiegargli quanto fosse dispiaciuto della sua rinuncia alla Corte Costituzionale per il veto posto dal centrosinistra sul suo nome.
Nell’attesa, i Radicali da sempre in prima linea su questa battaglia, stanno occupando l’Aula di Montecitorio “aspettando lì la fine di questa penosa vicenda- affermano- anche a sostegno dei moniti del Presidente della Repubblica”.
Archiviata, probabilmente domani, la vicenda della Corte Costituzionale, resterà da risolvere quella della presidenza della commissione di Vigilanza Rai che anche oggi si è riunita ma per l’ennesima fumata nera, con l’Italia dei Valori che non molla su Leoluca Orlando.
Sono centocinquanta giorni, cinque mesi esatti di nulla di fatto, di fumate nere - sono 22 finora -, di polemiche feroci, per l’elezione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai, sempre col nome di Leoluca Orlando in prima fila.
“Perché” si chiede retoricamente il leader del partito, Antonio Di Pietro “dovrei tornare indietro? Cosa abbiamo fatto di male? Che ha fatto di male Orlando? Perché bisogna abbassare la schiena rispetto alla prepotenza della maggioranza di Berlusconi che dice ‘il candidato me lo scelgo io’? È un atto di anti-democrazia, una sciocchezza inaccettabile e chi la accetta fa il collaborazionista”. Certo è, che dopo aver “sgombrato il campo” dalla candidatura di Pecorella, la maggioranza sembrerebbe voler rivendicare un diritto di parola sulla Vigilanza. E il clima tra Pd e Pdl sembra comunque mutato. Il motivo è semplice: con il suo oltranzismo antiberlusconiano, Antonio Di Pietro rischia di destabilizzare tutta l’architettura della politica veltroniana che rifugge i toni urlati e anche certe denunce ai limiti del paradossale.
La rottura in diretta tv tra Pd e Idv mette in allarme l’ala moderata dei democratici. Che pensa infatti, per usare le parole del Riformista, che scaricato Di Pietro il partito debba scegliere Casini. Ed effettivamente negli ultimi giorni gli abboccamenti tra gli sherpa di Pd e Udc si sono moltiplicati. Il segretario centrista Lorenzo Cesa fa sapere che l’Udc non è intercambiabile con l’Idv, ma naturalmente molto dipenderà dalle prossime scelte politiche dei democratici. Per esempio sul capitolo aperto delle alleanze locali per le amministrative: in Abruzzo c’è un negoziato in corso a cui si oppone Rifondazione. Ma i laboratori in realtà potrebbero essere molti altri.
A cominciare dal nome da mettere sulla poltrona della Vigilanza Rai.
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Nel lentissimo e contestato scrutinio nei 156 comuni siciliani, una sorpresa c’è. Ghiotta: la Lega Nord avrà il vicesindaco del comune più a sud d’Italia, quello di Lampedusa.
I dati delle amministrative siciliane, emersi subito dopo la chiusura delle urne stanno consegnando Palermo, Trapani, Modica e la provincia di Ragusa alla Cdl.
Ma a fare notizia è l’isola all’estremità dell’Italia, approdo per migliaia clandestini. E non tanto per la coalizione del centrodestra che qui risulta vincente sulla scia del resto della regione, quanto per il fatto che a partecipare e vincere alle elezioni in questo lembo di terra del “profondo” Sud d’Italia, è stata la Lega Nord che con Angela Maraventano conquista la poltrona di vicesindaco.
La coalizione formata dal Movimento per l’Autonomia, An, Lega Udc ha ottenuto il 40% delle preferenze: il sindaco sarà Bernardino De Rubeis del Mpa. Sua vice, appunto la “pasionaria” del Carroccio in Sicilia. La Lega Nord, tra l’altro, ottiene il risultato migliore tra i partiti della coalizione vincente, riuscendo a portare al Comune 4 suoi consiglieri: addirittura meglio di Forza Italia, il cui rappresentante Bruno Siragusa, che partiva come sindaco uscente, è arrivato terzo, quindi fuori dall’assemblea cittadina.
La Maraventano è famosa per le sue battaglie contro l’immigrazione clandestina: cavalcando questo tema è riuscita a portare sul Carroccio 360 iscritti, facendo della Lega il terzo partito dell’isola (poco più di 5mila residenti), dietro Forza Italia e Udc.
“Finalmente potrò fare le mie battaglie dall’interno del palazzo del Comune e non più fuori nel mio gazebo” dice emozionata il neo-vicesindaco all’Adnkronos. “Lavorerò per questa isola, come ho sempre fatto, con la differenza che avrò un ruolo istituzionale”.
La prima cosa che farà ? “Utilizzare la struttura destinata a nuovo centro di accoglienza per immigrati” e che dovrebbe essere pronto già nel prossimo autunno, come “scuola per i nostri bambini”. “Non abbiamo strutture adeguate per i nostri figli” spiega. “Quindi, la prima cosa da fare è prendere quei locali e darli alla scuola: materna, elementare e media. Soltanto quando avremo scuole adeguate per i bambini consegneremo la struttura per farne un Centro di accoglienza per gli immigrati”.
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Occhi puntati anche sulla sanità nell’isola. “Inesistente”, sottolinea ancora il neo vicesindaco. “Abbiamo una guardia medica che lascia a desiderare - aggiunge - dovremo fare di tutto per avere una struttura più adeguata”. Con i soldi che oggi alimentano tutti i furgoncini delle forze dell’ordine su e giù per il litorale lampedusano, le guardie costiere e il Cpt, Maraventano vorrebbe portare a Lampedusa servizi ed efficienza, sbarrando le porte ai clandestini.
“L’isola ha voglia di cambiare e i nostri cittadini vogliono essere padroni a casa propria” aveva detto, chiudendo la campgana elettorale, spalleggiata da Roberto Castelli: parole e slogan da leghista dura e pura, anche se qui la chiamano “la garibaldina”.
Che dopo aver tentanto senza successo di far cambiare provincia all’isola, da Agrigento a Bergamo, è riuscita a far sventolare il Sole delle Alpi padane sul pennone del palazzo comunale dell’estremità meridionale della penisola italiana.
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Alle 17,30 Romano Prodi ha dichiarato: “Le amministrative siciliane non sono un test nazionale. L’Unione, comunque, regge bene”. Un’ora più tardi Leoluca Orlando, candidato sindaco di Palermo per il centrosinistra, ha chiesto l’annullamento della consultazione,
telefonando personalmente al ministero dell’Interno.
Insomma, a pomeriggio inoltrato si è capito che exit pool e proiezioni (qui la diretta dalla Rete) hanno visto giusto: il centrodestra ha vinto al primo turno sia a Palermo, dove contro Orlando si ricandidava Diego Cammarata, di Forza Italia, sia nella provincia di Ragusa, dove il presidente uscente Franco Antoci (Udc) otterrebbe addirittura il 66%.
Inferiore, ma comunque di tutto rispetto data la popolarità di Orlando, il risultato parziale di Cammarata: il 54-56%, che consente di evitare con largo margine il ballottaggio. In attesa dei risultati delle comunali di Trapani (dove la Cdl è comunque in testa) e Agrigento (Cdl avanti ma si profilerebbe il ballottaggio), con giunte uscenti entrambe di centrodestra, si può dire che questo antipasto delle amministrative di fine maggio sia stato alquanto indigesto per l’Unione.
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Il 27 e 28 si voterà in tutta Italia, (qui i principali duelli): 12 milioni di elettori saranno chiamati alle urne per eleggere certamente sindaci e amministratori, ma sarà difficile circoscrivere il tutto ad un fatto puramente locale. In realtà si tratta anche del primo vero sondaggio popolare sul governo Prodi; per questo Silvio Berlusconi ha deciso di impegnarvisi al massimo: “Per l’esecutivo e per Prodi saranno un’intimazione di fine mandato”. Certo è che se l’Unione ne uscirà sconfitta, i regolamenti di conti nella maggioranza e nel cantiere del Partito democratico appaiono inevitabili.
Già oggi, del resto, se n’è avuto un assaggio, con lo spoglio siciliano in corso: Manuela Palermi, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato, ha scelto come primo bersaglio il ministro dell’Economia Tommaso-Padoa-Schioppa. “Sono fuori dalla grazia di Dio le sua
esternazioni sulle pensioni a pochi giorni dal voto in Sicilia. Sono incredula”.
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In attesa che arrivi il 27 maggio, occhi puntati, con curiosità e una certa attenzione, sul voto in Sicilia, Regione a Statuto speciale, dove le urne si aprono a partire da questo week end, domenica 13 e lunedì 14 maggio. Curiosità e attenzione non solo perché in programma c’è la grande disfida di Palermo: tra l’uscente sindaco Diego Cammarata e il redivivo Leoluca Orlando (furioso con gli alleati).
Ma anche perché l’isola siciliana è da sempre considerata territorio politico di grandi mutamenti e di spregiudicate prove di laboratorio. Come quella che, per singolari alchimie, ha portato l’Udeur e i Ds di Agrigento ad allearsi contro il resto dell’Unione a sostegno dell’ex segretario provinciale dell’Udc, la Quercia di Cefalù ad unirsi al partito di Casini e la prima apparizione della sinistra mussiana fuoriuscita dai Ds che corre apparentata a Prc-Verdi-Pdci alla provincia di Ragusa.
Questioni locali? Non proprio: con il proliferare di cantieri aperti in entrambi gli angoli di destra e sinistra della politica italiana, l’orientamento dei 2 milioni e 200 mila elettori (la metà del corpo elettorale siciliano) non è un dato da sottovalutare. Per capire cosa potrebbe accadere due settimane dopo nel resto d’Italia.
Sono 156 i Comuni della Sicilia (di cui 35 con più di diecimila abitanti) chiamati al voto. Le amministrative riguardano anche la Provincia di Ragusa e sedici consigli circoscrizionali. I capoluoghi in cui si vota per il sindaco sono tre: Palermo, Agrigento e Trapani.
Si dice che nel duello di Palermo, a contare, non saranno tanto le benedizioni dei big politici nazionali (si sono mossi un po’ tutti per la sfida nel capoluogo: da Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini a Piero Fassino). Quanto il peso di migliaia di “aspiranti rappresentanti” del popolo (un esercito di 3.962 persone), certo desiderosi di portare voti al proprio candidato (e al proprio partito) ma anche di continuare (o di intraprendere) una carriera politica che, oggi più che mai, in Sicilia vale quanto un lavoro sicuro, ben retribuito e a tempo indeterminato. Così in tutta l’isola ci sono 18.413 uomini e donne pronti a contendersi tutte le poltrone possibili: 156 scranni da sindaco, uno da presidente della Provincia di Ragusa, 2.567 seggi di consigliere comunale, 25 di consigliere provinciale, e 174 di consigliere circoscrizionale.
Va da sé che la guerra per conquistare le postazioni di rendita è combattuta con tutti i mezzi e senza badare a spese: solo per Palermo, dicono le stime, sono stati bruciati in campagna elettorale nove milioni di euro.
Liste e candidati nei capoluoghi
Sono cinque i candidati a sindaco di Palermo e 32 le liste presentate alla scadenza dei termini per le comunali nel capoluogo siciliano.
- Diego Cammarata (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Udc, Movimento per l’Autonomia, Azzurri per Palermo, Nuova Sicilia, Vizzini per Palermo, Palermo per l’autonomia, Donne giovani di centro, Autonomia e Libertà , Mis, De Gregorio-Italiani nel mondo, Rappresentare Palermo, Dc)
- Leoluca Orlando (Verdi, Idv, Dl, Ds, Sinistra europea, Nuova Italia unita, Palermo libera per Orlando sindaco, Sindaco Orlando, Sicilia democratica-Fronte nazionale siciliano, Sicilia federale, Pdci, I riformisti, Grande Palermo con Orlando sindaco, Udeur)
- Andrea Piraino (Italia di Mezzo, Salviamo Palermo)
- Massimo Costa (Movimento politico per i siciliani)
- Giovanni battista zampardi (Forza Nuova)
Sei i candidati a sindaco di Agrigento e 19 le liste presentate per le comunali nella città dei Templi.
- Enzo Camilleri (FI, Udc, An, Mpa, Italiani nel mondo, Pri, Nuovo Psi, Ama Agrigento)
- Marco Zambuto (Udeur, Ds, Marco Zambuto sindaco, Agrigento biancazzurra, Nuova Agrigento).
- Nello Hamel (Città Futura, Dl)
- Calogero Miccichè (Uniti per Miccichè sindaco - la lista comprende Verdi e Idv)
- Rosalda Passarello (L’Unione - la lista comprende Sdi, Prc, Pdci)
- Antonio Calamita (Nuovi Orizzonti)
I candidati a sindaco di Trapani per le elezioni del 13 e 14 maggio sono sette.
- Domenico Fazio (Fazio sindaco, FI, An, Mpa, Udc, Democrazia per le autonomie)
- Mario Buscaino (Ds, Dl-Udeur, Sdi, Buscaino sindaco, Buscaino giovani, Trapani nuova)
- Giuseppe ortisi (A sinistra, Uniti per Trapani)
- Natale Salvo (Partito umanista)
- Carlo Foderà (Autonomia e libertà )
- Vito Mannina (I moderati-Italiani nel mondo)
- Giuseppe Vultaggio (Dc)
Sono sei i candidati alla presidenza della Provincia di Ragusa per le elezioni del 13 e 14 maggio.
- Franco Antoci (Fi, An, Udc, Mpa, Pri, Nuovo Psi-Alleanza popolare, As, Dc)
- Giuseppe Barone (Ds, Dl, L’altra Provincia)
- Giuseppe Di Natale (Idv-Verdi, Pdci-Socialismo e libertà , Prc)
- Pasquale Ferrara (Sdi, I socialisti)
- Mario Coco (Insieme per la Sicilia)
- Giuseppe Caldarera (Udeur).