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Leonardo-Domenici

Trentaquattro anni, laurea in legge, tre figli, volto da bravo ragazzo, parlantina sciolta. Ma soprattutto una ferrea determinazione che ai suoi detrattori pare in raltà una insana ambizione di arrivare. Ecco il profilo del prossimo candidato a sindaco di Firenze. Si chiama Matteo Renzi, è stato il più giovane presidente della provincia (in quella fiorentina è stato eletto alla verdissima età di 29 anni), ha un trascorso da margheritino rutelliano, ed è oggi iscritto al Pd.
Col 40,52% delle preferenze ha battutto gli altri candidati (erano tanti, ben quattro: Lapo Pistelli, Michele Ventura, Daniela Lastri, Eros Cruccolini), incassando, niente meno che i complimenti del segretario democratico Walter Veltroni (che pure non aveva puntato su di lui).
Sembra che da sempre Renzi studi per la politica. Tanto da aver improntato una campagna elettorale sulla sfida e sul cambiamento (uno dei suoi slogan preferiti era “Facce nuove a Palazzo Vecchio). Non è un caso che lui, di siti ne abbia addirittura due: uno, più istituzionale, da “Presidente”, l’altro più frizzante, da candidato. E che proprio stanotte (erano le due) su entrambi scriveva: “Penso che stanotte abbiamo vinto tutti. Insieme. Un pensiero agli altri candidati. E uno a tutti i cittadini che hanno creduto alle primarie. Grazie!”.
Il passato lo racconta come coordinatore del servizio di vendite del quotidiano La Nazione, e prima ancora tra le fila dei boyscout con una parentesi persino in televisione. Correva l’anno 1994 (Renzi aveva iniziato la politica attiva sostenendo i primi comitati a favore di Prodi) e c’era Mike Bongiorno che lo festeggiava come campione della Ruota della Fortuna: “A soli 19 anni già campione”, titola un video su YouTube: 33 milioni di lire vinti in cinque puntate, più il bacio di Paola Barale e l’investitura di Mike Bongiorno (”lui è toscano, conosce bene l’italiano”). Ne ha parlato con bonario compiacimento l’Unità dei giorni scorsi, ricordando come Renzi - ai tempi dotato di occhialoni da secchione, innamorato della propria donna - chiamasse le lettere utilizzando i nomi dei suoi cari e non le città: “Diceva “A di Agnese”, sua moglie”.
Le sue posizioni moderate (”Ma lei è proprio di destra”, ha esclamato Daria Bignardi intervistandolo alle Invasioni barbariche) lo hanno inviso a qualcuno e gli hanno fatto conquistare le simpatie di qualcun altro (si dice di un lungo corteggiamento del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini).
Con un certo distacco, e non senza sorpresa, quindi Renzi ha ottenuto la candidatura al primo turno alle primarie del centrosinistra. Anche grazie all’uso ricorrente del web: e infatti qualcuno lo ha già paragonato a Obama. Nei 55 seggi dove ieri hanno votato 37.468 fiorentini (circa 2.000 in più rispetto a quanti votarono per Veltroni), secondo i dati forniti dal sito ufficiale delle primarie, ha raccolto 15.104 voti (pari al 40,52%), contro i 10.031 voti di Lapo Pistelli (che si è fermato al 26,91%, pur avendo il sostegno di Veltroni, dopo aver accompagnato il capo nel pellegrinaggio di quest’estate alla convention di Obama). Ha battuto anche Daniela Lastri che ha portato a casa 5.436 preferenze (14,59%): era ponsorizzata da Livia Turco e “dalle donne, dalle nonne e dalle ragazze”, già assessore all’Istruzione, avrebbe voluto essere”Un sindaco come TE”, ma non ce l’ha fatta; Michele Ventura, deputato, già consigliere regionale ha ottenuto 4.653 (12,48%) nonostante l’appoggio dei big come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani ed Eros Cruccolini, candidato di Sinistra democratica, uomo di Claudio Fava e dei vendoliani andati via da Rifondazione: si è fermato a 2.047 voti (5,49%).
Renzi, nei primi commenti, ha sottolineato come “Non si tratta di una vittoria di parte ma di partito”, anche se pare netta la voglia dei fiorentini di dare un taglio con il passato, bocciando la componente diessina (che ora litiga per le troppe candidature messe in campo) e ringalluzzendo l’area cattolica della Margherita (in un momento delicato per il Pd, ora che si dibatte di testamento biologico e di collocazione europea del partito).
Questioni spinose, urgenti, tutte politiche. Alle quali lo stesso Renzi preferisce ricordare che c’è molto da lavorare: “Da domani tutti al lavoro per un partito più forte e per arrivare sereni e tranquilli all’appuntamento di giugno”. Perché “la gente chiede di dare risposte concrete su singoli temi”. Il resto si vedrà, elezioni comunali permettendo.
Il VIDEO di Renzi a La Ruota della Fortuna da YouTube:
Sorpresa: ai comuni italiani il federalismo fiscale recentemente varato dal governo non pare poi così male. Almeno è quanto emerso dalla prima giornata dell’Assemblea annuale dell’Anci che si è aperta ieri a Trieste.
Nel discorso di apertura, davanti all’assemblea il leader dei Comuni, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, ha dato atto al governo di aver migliorato il testo sul federalismo fiscale: “Il testo ora risulta sufficientemente accettabile, considerato che si tratta di una delega che contiene principi e criteri”. Per il presidente Anci “la parte sulla
governance è innovativa ed apprezzabile con la previsione prima della Commissione paritetica, poi con l’istituzione della Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica. I principi indicati sono tutti condivisibili nella loro intrinseca genericità e soprattutto meritevole di apprezzamento la centralità posta all’obiettivo del graduale superamento della spesa storica”.
Dopo il taglio del nastro del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sono stati affrontati i temi d’attualità del federalismo fiscale e del rapporto tra enti locali e Stato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel videomessaggio proiettato in apertura di assemblea, ha sottolineato l’importanza di un federalismo attuato nel confronto diretto con le autonomie: “In un momento in cui si apre a questo proposito il dibattito parlamentare sulla traduzione in termini legislativi dell’articolo 119 della Costituzione auspico vivamente che si persegua il più corretto e aperto confronto nell’attento ascolto della voce e delle esigenze e delle proposte del sistema delle autonomie. Un sistema che esige di essere rafforzato attraverso una decisa semplificazione dell’assetto istituzionale”. Quindi Napolitano ha speso parole per valorizzare il ruolo dei comuni: “Guardo ai comuni come preziose istituzioni di base del nostro sistema democratico”.
Fitto si è detto non convinto dell’idea di una commissione Bicamerale sul federalismo fiscale proposta dal Pd: “Ho il sospetto che vogliano rallentare il percorso più che entrare nel merito”. Mentre il sindaco di Roma ha fatto eco al Capo dello Stato a proposito del ruolo di valorizzazione dei comuni italiani. Rivendichiamo un maggiore protagonismo dei comuni sul federalismo fiscale”. I comuni, per il sindaco capitolino, “sono il luogo dove avvengono le scelte finanziarie più gravi e a cui va data una risposta”. Un concetto, quello coinvolgimento dei comuni, ribadito anche dal padrone di casa, Domenici. “La richiesta che spero uscirà da questa assemblea è quella di coinvolgere tutte le autonomie locali nell’iter parlamentare del provvedimento perché il federalismo contenga contemporaneamente più responsabilità e più autonomia”.
Quindi il presidente dell’Anci, Domenici, è tornato a chiedere un incontro al governo: “Dopo la posizione Ue di rendere più flessibile il patto di stabilità per gli stati non vedo perché questo patto dovrebbe risultare così pesante per i comuni e le autonomie locali”.
“Le forme di entrata individuate per finanziare la spesa comunale sono ampiamente diversificate: compartecipazioni a tributi erariali e regionali, addizionali, tributi propri e poi i finanziamenti perequativi. A questi si aggiungono i tributi di scopo oltre a forme di autonomia più ampia per le città metropolitane. Sulla natura dei tributi propri il problema è stato rinviato ai decreti legislativi, fermo restando il principio della possibilità di prevedere nuovi tributi in sostituzione di quelli esistenti”.
Detto ciò, Domenici ha ribadito che l’Anci “vigilerà nei prossimi mesi sugli interventi sulla finanza comunale, perché non accetteremo di arrivare stremati al traguardo, né ci faremo distrarre dai miraggi del federalismo, mentre l’unico tributo tendenzialmente federale viene menomato e sostituito non da nuova autonomia, ma da trasferimenti erariali che allo stesso tempo vengono costantemente tagliati”. Dal punto di vista economico “i comuni” ha aggiunto Domenici “vivono una situazione drammatica e paradossale. Abbiamo comuni con fondi in cassa e non possono spenderli e abbiamo enti sui quali continuano ad abbattersi tagli e penalizzazioni”.
E la crisi non aiuta certo né i comuni né i cittadini. Per questo il presidente Anci ha sottolineato l’importanza di non “ridurre il fondo per le politiche sociali”.

Si è concluso con la vittoria dei No il referendum consultivo indetto a Firenze sul progetto di realizzazione di altre due linee della tramvia che dovrebbero servire anche il centro storico. Ma al referendum ha partecipato solo il 39,36% degli aventi diritto, un livello di votanti che tecnicamente non obbliga l’amministrazione comunale a tenere conto del risultato.
I no alla linea 2, quella che dovrebbe passare accanto al Duomo e al Battistero, sono stati il 53,84%, il 46,16 i sí. Di poco distanti gli esiti per la linea 3: 51,87% i no e il 48,13% i sí.

di Terry Marocco
È Firenze la prima ad avere un election day: domenica 17 febbraio 300 mila fiorentini sono chiamati a votare nel referendum consultivo per dire sì o no alla contestata tranvia. Se vinceranno i no, i lavori già iniziati (e quasi terminati per la linea da Scandicci a Santa Maria Novella) andranno avanti e la linea 2 passerà vicino al Duomo e al Battistero. Se vinceranno i sì, il comune, cui spetta comunque l’ultima parola, dovrà sedersi e discutere.
“Ora che va di moda Obama, non capisco perché la giunta di sinistra non possa dire “Yes, we can discuss”” protesta Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, possibile candidato sindaco della città (”ne sarei onorato”), ma soprattutto fiorentino, da tempo in prima linea in questa “battaglia di civiltà”. “Sono nato e cresciuto a Firenze e, come si usava allora in molte famiglie, sono stato allevato da una nanny inglese che mi ha insegnato la tolleranza e l’understatement. L’opposto di quello che oggi vedo nei toni della classe politica che governa la città. Altro che socialismo alla Tony Blair, qui siamo ai tempi di Leonid Breznev. La politica, chiusa nei palazzi, non ascolta la protesta. Eppure, anche Mao sosteneva che bisognava ascoltare il popolo”.
Almeno a parole, anche il sindaco Leonardo Domenici si dice pronto al dialogo. “Ho proposto un tavolo di confronto permanente su questi temi, perché il giorno dopo il referendum la città non si trovi ancora divisa. E ora anche a destra si parla di un tavolo dei volenterosi che medi la questione”.
Il clima resta da barricate, da città “partita”, nella migliore tradizione guelfa e ghibellina. Sul filo dei voti e dei centimetri, perché, come puntualizza Bonaiuti, “non è un tram, ma è un Eurostar di 32 metri”. E in certe strade ci passa appena. “Non glielo ha ordinato il medico di farla arrivare fino al Battistero. Poteva fermarsi alla stazione e poi i turisti avrebbero camminato”. Perché il problema non è tanto che la tranvia colleghi le periferie al centro, ma che lo tagli. Così dicono i contrari.
Ed è battaglia. A fianco di Bonaiuti la nobiltà fiorentina, da Bona Frescobaldi a Giorgiana Corsini e Sibilla della Gherardesca, insieme a sacerdoti della sinistra ortodossa come Alberto Asor Rosa e Pancho Pardi, l’ex sovrintendente Antonio Paulucci e la storica dell’arte Mina Gregori, Franco Zeffirelli e Andrea Bocelli.
Dall’altra parte, oltre agli esponenti del Pd, a partire da Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Dario Franceschini, il regista Leonardo Pieraccioni, il vignettista Sergio Staino, il docente di restauro Giorgio Bonsanti, l’ex magistrato Piero Luigi Vigna. E, a sorpresa, Giovanni Sartori, che ricorda: “Quando vivevo a Firenze, c’erano i tram e facevano il giro del Duomo. Era tutto ferro e scuotimenti. Ora ne fanno di felpati e silenziosi e non vedo l’obiezione di farli passare da lì. Non capisco tutta questa animosità, il traffico va sistemato e il trasporto pubblico è necessario”.
L’europarlamentare fiorentino Lapo Pistelli (tra i più accreditati a succedere a Domenici) non ha dubbi: “È un centro storico, non un museo. E poi dal Battistero ogni giorno transitano 2.300 autobus, che inquinano molto. Mentre in quel punto la linea 2 sarà elettrica”.
Domenica, secondo Bonaiuti, il voto è politico. Replica il sindaco. “A 8 anni dall’approvazione delle delibere, il referendum è un atto di sabotaggio verso la città e costa più di 1 milione di euro”. Ma per Bonaiuti il prezzo da pagare per la tranvia sarebbe molto più alto.
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Basta con la politica dello scaricabarile sulla testa di quattro piccoli rom morti, nella loro baracca di legno e lamiera, sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno.
Basta: i sindaci (soprattutto quelli di centrosinistra) non ci stanno e alle accuse del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha fatto cadere sulle amministrazioni locali le responsabilità sull’emergenza dei campi nomadi, rispondono chiedendo “più legalità e più risorse per trovare soluzioni al problema”. Il ministro, in un’intervista a Repubblica, accusava Comuni e Regioni di considerare soldi gettati al vento quelli da destinare all’integrazione delle etnie nomadi, e ai partiti di centrodestra di alimentare la paura e l’intolleranza: “Occuparsi di nomadi e di immigrati non porta voti. Anzi, li fa perdere”. Quella di Livorno, aveva concluso Ferrero è “Una tragedia annunciata. Dall’incuria e dal razzismo”. Parole pesanti che hanno scatenato un vero uragano di proteste e di “non ci sto”. Tanto che il premier Romano Prodi ha dovuto interrompere la consegna del silenzio che si era imposto in queste vacanze e, partecipando a un incontro con l’associazione “Opera per la gioventù Giorgio La Pira“, alla fine è intervenuto: “È un problema politico di una complicazione terribile; dobbiamo studiare tutti gli aspetti politici e tecnici per trovare tutte le soluzioni possibili al problema”. Una dichiarazione di buoni propositi che non ha placato la rabbia di molti sindaci. Per esempio quella di Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia: “Il ministro Ferrero crede che sia semplice sistemare i campi nomadi e aiutare i più indigenti, siano nomadi o meno, con i fondi tagliati? Lo sa che mettere in piedi un campo è di un’estrema difficoltà? Se sa tutto questo parli, altrimenti è meglio che stia zitto”.
Insomma, mentre si chiudevano le indagini del pm di Livorno, Antonio Giaconi, che ha fatto arrestare i genitori dei quattro bimbi, con l’accusa di incendio colposo e abbandono di minore e incapace, il caso politico montava.
Per l’Anci ha parlato Leonardo Domenici, presidente nazionale e sindaco diessino di Firenze: “Nelle parole di Ferrero c’è il tentativo di usare la tattica dello scaricabarile. Il titolo V della Costituzione consegna nelle mani dello Stato ogni responsabilità in materia di immigrazione: la politica dell’accoglienza ha bisogno di linee guida e fondi che devono arrivare dall’esecutivo nazionale”. Il problema individuato dai primi cittadini è dunque il reperimento delle risorse. Già, perché senza risorse è difficile predisporre delle serie politiche per il problema relativo all’immigrazione e ai rom. Soldi che secondo Ferrero arriveranno ma che gli stessi enti devono essere capaci di trovare: “Sono completamente d’accordo con Domenici” ha detto il ministro, cercando di difendersi dagli attacchi dei sindaci “che serve cooperazione tra tutte le istituzioni, e sottolineo la necessità che vi siano le risorse necessarie. Ci sono tre milioni di euro per un progetto di integrazione dei nomadi in cinque città tra cui Napoli e Torino”.
Ma neanche questa marcia indietro è riuscita a fare scudo sul ministro di Prc. Che, secondo il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato: “Ignora che i problemi dell’integrazione non si risolvono con le parole e con gli attestati di buona volontà, ma con le risorse”. A Milano e nei dintorni, ha ricordato De Corato, vivono almeno 10 mila rom romeni e, dopo l’adesione della Romania all’Unione Europea, il capoluogo lombardo è esposto più di altri “al rischio di un’invasione. Ma dopo i pesanti tagli in Finanziaria dovremmo forse sottrarre risorse ai servizi per gli anziani, per i senza tetto o per l’infanzia per costruire nuovi campi nomadi?”. Per questo sollecita il governo a prendere l’iniziativa: da una parte garantendo l’efficacia degli accordi bilaterali con la Romania per trattenere i rom in patria (un impegno che, a Roma, ha dovuto risolvere personalmente Walter Veltroni), dall’altra stanziando nuovi fondi.
Anche il sindaco unionista di Livorno, Alessandro Cosimi, rimanda le accuse al mittente e mette il dito nella piaga dei fondi: “Mai abbiamo girato le spalle sulla questione della società condivisa. Ma questi problemi non si possono risolvere a livello locale”. La stessa posizione del forzista Osvaldo Napoli, vicepresidente Anci: “Venga Ferrero a spiegare ai cittadini perché è bello e utile e giusto trovarsi i campi nomadi sotto casa”.

Alla dialettica tra governo e Comuni, si intreccia l’inevitabile scontro politico tra i due schieramenti. Le “riflessioni di Prodi non sono né di destra, né di sinistra, non dicono purtroppo nulla” secondo Marco Rizzo, Pdci. Mentre il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, ha indicato nel rispetto della legalità e nel pugno duro contro i campi abusivi la via maestra per affrontare il problema in modo meno episodico.
A chiudere una giornata di bufera e polemiche, le parole amare del ministro degli Interni, Giuliano Amato: “Siamo arrivati al ventunesimo secolo e finiamo per accettare che nel nostro Paese, purché lontani dagli occhi, quindi dal portafoglio e dal cuore, che persone vivano in condizioni inaccettabili”.
Il VIDEO servizio sul rogo:
Il VIDEO servizio sulle critiche delle Ue all’Italia
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“Firenze non è Disneyland, con tram superveloci che sembrano metropolitane a cielo aperto, sfiorano pericolosamente i monumenti del centro e non permettono ai turisti di gustare le bellezze della città. È una questione di logica e di buon gusto. Domenici vuole fare l’americano sulla pelle dei fiorentini”.
La posizione di Paolo Bonaiuti, fiorentino, portavoce di Silvio Berlusconi, arriva direttamente da Palazzo Grazioli a Roma. “Purtroppo, ormai, è diventata solo una questione politica perché io sono al mio secondo mandato ed evidentemente il centrodestra è già in campagna elettorale” ribatte da Palazzo della Signoria il sindaco diessino, Leonardo Domenici.
Motivo del contendere, tre nuove linee tranviarie. La prima, dalla stazione di Santa Maria Novella a Scandicci, in allestimento, sarà pronta nel 2008. Per la seconda, quella che ha sollevato più polemiche, con tragitto aeroporto-Duomo-piazza della Libertà, deve ancora aprire il cantiere. Così come anche per la terza linea: dall’Ospedale di Careggi a Fortezza. Entrambe saranno finite, almeno sulla carta, nel 2010.
I tram, color argento con una striscia rossa, lunghi 32 metri, alti 3 metri e 30, larghi 2, capienza 202 persone, sono al momento in costruzione negli stabilimenti Ansaldo Breda. Tram già utilizzati a Milano, Napoli e Atene. “Molto simili al numero 8 che a Roma parte da largo Argentina” spiega il tecnico che si è occupato del progetto, Gabriele Ottanelli, mostrando a Panorama parte del cantiere aperto tra la Stazione e il parco delle Cascine.
“Tutte le accuse” dice a Panorama Giuseppe Matulli, vicesindaco e assessore alla Mobilità fiorentina, “sono infondate: la zona del centro sarà interamente pedonalizzata, quindi passerà un solo tram e non più tanti autobus inquinanti come adesso. Vibrazioni non ce ne saranno per via di speciali cuscinetti posti sulle rotaie. E comunque la zona del Battistero sarà libera finalmente dalle macchine. Per quanto riguarda i muretti di contenimento, sono semplici cordoli”.
Ma la questione è tutt’altro che chiusa. Nei giorni scorsi sono intervenuti il cardinale Ennio Antonelli, l’ex sovrintendente Antonio Paolucci, decisamente contrario al percorso in centro, nonché il direttore generale per i beni culturali della Toscana Mario Lolli Ghetti, che invece chiede solo che “la tramvia sia ben fatta”.
Ci sono poi i più oltranzisti. Un consigliere comunale dell’Udc, Mario Razzanelli, lancia l’idea di un referendum, sebbene i lavori siano già in corso. E sono attivi almeno due comitati antitram. Da un lato l’architetto Luciano Ghinoi (”Questa è una metropolitana di superficie che taglia in due interi quartieri”), dall’altro Mario Bencivenni, presidente del “comitato del quartiere quattro”, che aumenta il carico: “Per fare le rotaie hanno devastato il parco delle Cascine”.
Commenta con Panorama l’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, di An, toscano doc: “Piuttosto che pensare a una tranvia, nella zona Battistero-Duomo dovrebbe essere creato un parco culturale del Rinascimento: il centro di Firenze è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Qualcuno ha mai pensato di far passare un tram in piazza Navona a Roma, nella piazza dei Miracoli a Pisa o in altri luoghi simbolo della cultura italiana?”.