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Lo strano caso della suora-maestra che non può stare in cattedra

Suor Annalisa, 61 anni, della congregazione di Maria Consolatrice

Suor Annalisa, 61 anni, della congregazione di Maria Consolatrice

Il caso della suora “bandita dalla cattedra” è esploso sui quotidiani il 10 dicembre (qui, qui, qui e qui).
Ma la storia inizia il 9 gennaio nella scuola elementare statale Jean Piaget di via Suvereto, un quartiere residenziale di Roma, quando un gruppetto di genitori, guidati da una madre (cassintegrata dell’Alitalia), chiede la testa di una maestra, arrivata quel giorno e colpevole soltanto di essere una suora.
Annalisa Falasco, padovana, 61 anni, della congregazione di Maria Consolatrice, una donna minuta e sorridente, è stata mandata dal provveditorato a sostituire l’insegnante di ruolo che se ne è andata altrove per sua scelta. Continua

Benedetto XVI, i vescovi e quella “disavventura” chiamata Williamson

Papa Ratzinger

Un chiarimento definitivo su come e perché il Papa abbia deciso, nel gennaio scorso, di revocarela scomunica ai quattro vescovi della lefebvriana Fraternità Sacerdotale San Pio X, tra cui il negazionista monsignor Richard Williamson. Questo è il contenuto della lettera che Benedetto XVI ha inviato a tutti i vescovi del mondo, rievocando le tappe della polemica seguita alla riabilitazione del vescovi lefebvriani, tra cui quel Richard Williamson, di recente allontanato dal suo incarico in Argentina. Nelle parole di Papa Ratzinger - che dovrebbero essere diffuse giovedì 12 e sono state anticipate da Il Giornale e Il Foglio - emerge tutto il dolore che questa strumentalizzazione ha provocato nel Pontefice, dato che proprio la riconciliazione tra cristiani ed ebrei “fin dall’inizio era stato un obbiettivo del mio personale lavoro teologico”.

Benedetto XVI ha insomma preso carta e penna per scrivere a tutti i vescovi della Chiesa Cattolica. E nel testo (”Articolato, bello, umile e allo stesso tempo forte”, lo definisce il vaticanista del Giornale Andrea Tornielli) lungo ben sette pagine papa Ratzinger ammette in primo luogo gli errori che hanno accompagnato la revoca: il non essersi accorti, in Curia, delle dichiarazioni negazioniste di mons. Williamson, già ampiamente disponibili su internet, e il non aver spiegato in modo “sufficientemente chiaro” le ragioni e il contenuto del gesto di “misericordia” del pontefice. La revoca, scrive infatti il pontefice, “ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa cattolica una discussione di tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata” e ha scatenato una “valanga di proteste” per quello che è stato percepito come un passo indietro deciso rispetto al Concilio Vaticano II.
“Una disavventura” prosegue la lettera, secondo le anticipazioni “per me imprevedibile è stato il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come una smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa”.

Il secondo “errore” è nella gestione della vicenda è stato quello di un modo “non sufficientemente chiaro” di illustrare la remissione della scomunica. Benedetto XVI spiega che la revoca della scomunica è personale, riguarda i quattro vescovi, e non implica il riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X che potrà avvenire solo dopo un suo riallineamento dottrinale, con tanto di accettazione del Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
I quattro vescovi, dal punto di vista del diritto canonico, ancora non sottostanno all’autorità della Chiesa Cattolica, anche se, nella lettera del loro superiore, datata 15 dicembre 2008, avevano riconosciuto, in linea di principio, “il Papa e la sua autorità di pastore”. E proprio a causa di questo “sbaglio”, la commissione Ecclesia Dei, l’organismo vaticano che ha curato il caso lefebvriani, pare - a quanto riportano le agenzie di stampa - stia per essere ridimensionato nel suo ruolo, o quantomeno non potrà più operare da sola: verrà infatti collocato sotto la Congregazione per la dottrina della fede che garantirà una più stretta collaborazione con gli altri dicasteri vaticani su tutte le questioni relative alla Fraternità di San Pio X.

Infine Papa Ratzinger, secondo quanto riferito dal Foglio, esprime una “parola chiarificatrice” per “contribuire in questo modo alla pace della chiesa” e spiega come sia necessario cercare di reintegrare, prevenire ulteriori radicalizzazioni, impegnarsi per sciogliere irrigidimenti e dar spazio a ciò che vi è di positivo. “Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa?”.
Ammette Benedetto XVI che dalla Fraternità San Pio X da molto tempo sono venute “molte cose stonate: superbia, saccenteria, unilateralismi”. Ma “Per amore di verità” aggiunge il Papa “devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori”.
LEGGI ANCHE: In video le tesi di monsignor Williamson

Le 130mila letterine dei bimbi ai Postini di Babbo Natale

Babbo Natale in vespa

Un cinghiale da mangiare il 25 dicembre, un premio milionario al “Gratta e Vinci”, Ciccio Bello, una bicicletta, un cavallo, ma anche pace, amore, salute e soldi.
Vari, sinceri e senza troppe pretese: ecco i doni che chiedono a Babbo Natale i bambini italiani, inviando lettere spesso non affrancate, a indirizzi di fantasia, che vanno da un istituzionale “Ufficio Ministero di Babbo Natale”, ai più elaborati “via della Neve-Paese Slitta al Polo Nord”, “via Glaciale 25 in Finlandia”, fino ai semplici “via delle Stelle”, “via delle Renne”, “via dei Sogni”, “via del Cielo”, “via del Polo Nord”, “via Lattea”, “via delle Nuvole”, o “via degli Auguri di Buone Feste”.
Desideri e speranze affidati a fogli di carta che non finiscono al macero ma vengono recuperati, raccolti e letti dagli infaticabili “postini di Babbo Natale” di Poste Italiane, che ormai da nove anni si incarica di recapitare oltre 100mila lettere (anche quest’anno ne arriveranno circa 130mila) a Babbo Natale e di spedire poi ai bambini la risposta dell’anziano signore con la barba bianca, insieme a un piccolo gadget. “Ogni giorno ci sono circa 23 milioni di oggetti postali nei circuiti di Poste Italiane, che vanno dai pacchi alle semplici lettere e cartoline, tra questi circa 3mila letterine per Babbo Natale”, spiega Alessandra Pulli, responsabile del progetto “Postini di Babbo Natale”. “L’iniziativa è nata” racconta “perché nel circuito postale continuavamo a trovare tantissime lettere di bambini che scrivevano a Babbo Natale, così abbiamo iniziato a raccoglierle”. E “Quest’anno” aggiunge Alberto Ambrosino del Marketing dei servizi postali di Poste Italiane “nella lettera di Babbo Natale sosteniamo anche una causa molto importante per noi, quella dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù per favorire la cura di bambini malati di Leucemia che vivono all’estero e purtroppo nel loro paese non possono curarsi”.
I regali che i bambini vorrebbero ricevere da Babbo Natale variano dai semplici e più tradizionali giocattoli, videogiochi o bambole alla “maglietta di Kakà, quella originale”, fino a richieste più bizzarre come “mi piacerebbe vedere la tua casa e anche la tua signora che fa tanti dolci” (forse la befana ndr), “uno scaffale di 30 centimetri di altezza, 40 di profondità, 70 di larghezza in plastica o legno da mettere in camera”, “una bicicletta alta”, “un cavallo per me e un cane per la mia mamma”, “un cinghiale da condividere il 25″. Ci sono elenchi interminabili come “vorrei ricevere Cicciobello Choco, i pupazzi del Wrestiling, altre bambole che ballano, e libro e cassetta delle canzoni di Natale”. Non mancano i riferimenti all’attualità e nelle letterine fa capolino la crisi economica. “Quest’anno riceviamo delle lettere dove si parla un po’ di recessione in cui i bambini chiedono anche di aiutare le famiglie a superare dei momenti difficili”, spiega Alberto Ambrosino. “L’unica cosa che chiedo a Babbo Natale è che possa darci una mano”, scrive un bimbo mentre un ragazzina dice: “Fai felice anche mia mamma che vuole vincere al Gratta e Vinci, così possiamo comprarci una piccola casetta per andarci a vivere insieme, io e lei”. Ma anche se “puoi dare un aiuto economico alla mia baby sitter che ha molti cani e gatti a cui dar da mangiare”.
I desideri dei bimbi non sono sempre solo materiali e all’insegna del consumismo, c’è chi vorrebbe “amore nel mondo” e “che la mia mamma guarisca e che i bambini poveri abbiano amore soldi e salute”, che “la nonna stia bene e che zia Maria sia contenta”. E chi è stato meno fortunato chiede “tanta felicità e serenità negli anni a venire, alla mia mamma che purtroppo è rimasta sola dall’estate del 2005 in seguito a una disgrazia, mio padre è morto mentre svolgeva il suo lavoro”. Una ragazzina vorrebbe un aiuto per i bambini dell’Africa però poi dice a Babbo Natale “se ti rimane tempo un regalino anche per me”. Il 99% delle lettere arriva dall’Italia ma ce ne sono alcune che provengono dall’estero, soprattutto dai Paesi dell’Unione europea, scritte in francese o spagnolo ma anche in italiano. Dalla Germania una piccina fa l’elenco dei regali che vorrebbe ricevere ma invece di metterli nero su bianco attacca sul foglio ritagli di giornale con le pubblicità oggetto del desiderio.
Bello poi che, mentre imperversano per gli auguri gli sms, la maggior parte delle lettere siano tradizionali: penna o matita su carta bianca o colorata e comunque sempre piene di disegni. Anche se, a spasso coi tempi, qualche bimbo le scrive al computer. Le lettere per il vecchio signore con la barba bianca aumentano di anno in anno, segno che i bambini non ne vogliono sapere di rinunciare a credere alla favola di Babbo Natale. “Come stai” scrive un ragazzino “ti ricordi che anche l’anno scorso ti ho scritto, i miei compagni dicono che non esisti, io però dico quello che mi dice la nonna Iolanda, che fino a quando ci sarà un bambino, ci sarà sempre Babbo Natale, io ti voglio bene e so che esisti”.

C’è posta per il boss: Caro padrino ti scrivo…

Bernardo Provenzano

Leggi “don Bernardo” sulle buste e pensi al cappellano. Ma si chiama Luigi, don Gigi confessore degli ergastolani al 41bis nel carcere di massima sicurezza di Novara. Apri e saltano fuori l’immagine sbiadita di San Leoluca, patrono di Corleone, decine di fotocopie delle preghiere dei benedettini alla Madonna.
Spiegazzato, un cartoncino con Santa Rosalia di Palermo. Solo allora intuisci che Bernardo è proprio lui, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, destinatario di decine di giaculatorie che piovono da tutta Italia dal giorno dell’arresto, nell’aprile del 2006.
Scrivono i fan. Acclamano, sostengono, abbracciano. Invocano aiuti, preghiere, consigli. Persone con disturbi psichici viste le lettere deliranti, certo, ma anche gente comune, sacerdoti, galeotti, agenti di polizia, giovani. Tra questi, magari, chi nasconde messaggi criptati in preghiere concordate nel tempo, con lo sviluppo dei sistemi cifrati della Seconda guerra mondiale. Fantasie? “Mica tanto” taglia corto Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Intanto, nell’ipotetica gara a C’è posta per te dietro le sbarre, Provenzano supera Erika e Omar, forse persino Anna Maria Franzoni, e insidia chi riceve da sempre centinaia di lettere ogni anno, Salvatore (”Totò”) Riina, l’uomo delle stragi, il nemico dello Stato.
Al di là delle interpretazioni sociologiche, spiazza quel senso di deferenza, persino blasfemo, vista la volontà di beatizzazione che accomuna le missive di entrambi. “Don Bernardo” è l’esordio di Alessandro P. “sono tuo compagno di sventura essendo anch’io detenuto. Piango per la mia mamma gravemente malata. Le tue preghiere e la tua Bibbia sono più sacre di quelle del Papa. Ti prego, mandale dei fiori così morirà con l’onore delle tue sante parole”. Gli fa eco Franco, che si rivolge a Riina come potenziale padre: “Con rispetto sono con lei” inizia la lettera vergata a mano “non è giusto che lei non possa socializzare con gli altri detenuti. Io l’ammiro come uomo per quello che ha fatto e per la capacità di sopportare le cose di ogni giorno. Potrebbe essere mio padre e io ne sarei fiero. La saluto con rispetto sperando di non averla disturbata”. Altra lettera con firma femminile: “Caro Totò, non le scrivo per ammirazione ma perché convinta della sua innocenza. Le trasmetto la forza anche se ne ho poca… Immagino infatti quanta capacità, quanta forza sia necessaria per subire la privazione della libertà senza lasciarsi scoraggiare ma abbia fede: gli angeli la libereranno dalle ingiustizie, guarirai perché sei un essere speciale”. Tra i mittenti dell’epistolario ai due capimafia sono diversi gli affezionatissimi che seguono i boss negli spostamenti dalle diverse carceri che li ospitano. Persone che scrivono alle feste comandate, mandano auguri, immaginette e disegni ogni 31 gennaio per salutare con gioia il compleanno di “Binnu u tratturi”.
Incoraggiano con messaggi affettuosi Riina se ha la salute malferma. Come a marzo, quando la corrispondenza si intensificò appena divenne di dominio pubblico il suo trasferimento per esami dal carcere di Opera al reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Altri spediscono decine di missive nascondendosi dietro identità inesistenti. Come l’irreperibile Mario Colapesce che indica un inquietante domicilio sul retro della busta: “via del Silenzio 43, Palermo”, dopo aver scelto per cognome una leggenda siciliana amata da Italo Calvino. Di quel Cola capace di nuotare e di arrivare in ogni lido senza mai fermarsi. Sul mistero Colapesce, per capire se la corrispondenza nasconde un cifrario, indaga senza molte speranze la procura di Palermo con il sostituto Marzia Sabella.
Tutte le lettere sospette vengono infatti vagliate, il mittente identificato e sottoposto ad accertamenti. “Per anni abbiamo verificato gli intenti reali di un religioso” ricorda un investigatore “frate Celestino da Messina che aveva avviato un nutrito scambio epistolare con Riina su argomenti apparentemente religiosi fino a quando il boss decise di interrompere il dialogo “. Ma non è emerso nulla di rilevante. “Carissimo Salvatore ” si legge in una delle ultime missive del frate con allegata una preghiera sulla vita e la gioia “il Signore ti doni pace. Ti aspetto in paradiso e intanto cerca di renderti degno di quel luogo. Per andarci sai qual è la strada: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Auguri di buon compleanno!”. Come non diede risultati l’indagine sulle cartoline raffiguranti lo stadio Meazza con lo stesso testo inviate ai due la scorsa estate: “La pax è finita, un saluto da John l’Americano”.
E anche qui in allegato la preghiera “Abbi fiducia in me”. Tra chi scrive sempre c’è anche una donna francese che non nasconde le simpatie per Riina: “Aiutare è difficile” si legge in un italiano stentato su una cartolina raffigurante un leone che ruggisce “criticare è facile. Lei merita riposo in Sicilia, spero che la salute le vada bene e sappia che per la gente lei è e rimane un uomo coraggioso, molto intelligente e determinato. Mi piacerebbe vederla… Se possibile anche venirla a trovare”. Riina e Provenzano queste lettere nemmeno le leggono. Le missive vengono non solo controllate per quanto concerne i mittenti, ma anche sottoposte a una stretta censura che le blocca in caso di minimo dubbio. Una prassi che porta taluni pubblici ministeri della procura di Palermo a escludere la possibilità che quest’antico strumento, la lettera, possa essere scelto per raggiungere addirittura i boss dei boss. Troppi rischi. Troppi controlli. Eppure, alcuni pizzini indirizzati a Provenzano e ritrovati nel covo di Riina fanno pensare che questi venga coinvolto nelle scelte strategiche rilevanti, seppure sottoposto a carcere duro. Riina e Provenzano usano pochissimi francobolli.
Le poche lettere che imbucano sono soprattutto o quasi esclusivamente destinate a parenti: mogli, figli, cugini ma anche nipoti e pronipoti. Queste missive sono all’apparenza molto semplici: auguri per le ricorrenze e le feste comandate, affetto se qualcuno non sta bene. Riina per esempio si dilunga spesso nelle lettere ai figli sul calcio e il campionato, tanto da avere insospettito gli inquirenti. Ma niente di più. “Quelle di Riina e Provenzano” racconta un investigatore “sono famiglie abituate alla latitanza, ai silenzi protratti per lunghi periodi. Nelle lettere di certo non si dilungano”. A differenza di chi ha messo nero su bianco e spedito sperticati complimenti subito dopo le fiction sui capi della mafia.

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