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A 15 anni via dall’aula per andare al lavoro. Da apprendisti.
Lo prevede un emendamento al ddl lavoro, collegato alla Finanziaria, approvato dalla commissione Lavoro della Camera, che fa scoppiare la polemica tra governo e opposizione. Continua
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Il Corano donato da Gheddafi
Qualcuno deve averlo detto, a Muhammar Gheddafi: “Prego, fai come se fossi a casa tua”. E forse il Raìs l’ha preso un po’ troppo alla lettera. Ogni sua (sempre più frequente) visita a Roma si trasforma in uno show. Continua

Coesione: è quello che serve più che mai all’Italia. Lo ricorda e lo chiede il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio agli italiani in occasione della Festa della Repubblica (qui il testo integrale e il VIDEO). “Basta guardare alla realtà senza paraocchi, per vedere che c’è bisogno, come ho detto e non mi stanco di ripetere, di più coesione nel paese - dice Napolitano -, dinanzi alla crisi e alle tensioni che scuotono il mondo”.
L’Italia è unita e si è dimostrata tale davanti a molte situazioni difficili e nonostante l’incessante muro contro muro della politica. Ne è convinto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel messaggio agli italiani per il 2 giugno ricorda come il Paese si sia rivelato unito di fronte all’emergenza del terremoto in Abruzzo. Ma non solo.
L’Italia, ha spiegato Napolitano, “si è ritrovata unita negli ultimi mesi nel celebrare il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, del ritorno alla pace, alla libertà e all’indipendenza ; si è ritrovata unita nel rendere omaggio alle vittime del terrorismo, delle stragi, della violenza politica di ogni colore; si è ritrovata unita nel ricordare con gratitudine gli eroici magistrati e appartenenti alle forze di polizia caduti nella lotta contro la mafia”.
“Sono stati - ha sottolineato il presidente - altrettanti segni di unità del paese attorno a valori di democrazia e di solidarietà propri della nostra Costituzione. Segni di unità tanto più importanti quanto più sono aspre le contrapposizioni politiche e istituzionali, soprattutto in periodo elettorale”.
Riforme nel rispetto dei ruoli e delle prerogative di tutti gli attori sulla scena politica è quello che chiede il presidente della. Il capo dello Stato spiega che, “specie per prendere finalmente la strada delle riforme necessarie al paese e al suo sviluppo, c’è bisogno di più coesione sociale e nazionale”. Tutto questo deve avvenire “nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali; nel libero e civile confronto tra le diverse opinioni”.
“Sono convinto” conclude Napolitano “che sia questo un auspicio diffuso tra gli italiani. Di certo è il mio augurio nell’interesse della Repubblica che oggi festeggiamo perché dal 2 giugno del 1946 con essa si identifica la nostra patria”.
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Non abbassare la guardia. Anzi, tenerla ancora più alta. Soprattutto in questi tempi di crisi. Perché le aziende in difficoltà , quelle cioè che stanno risentendo di più delle turbolenze economiche mondiali, potrebbero finire nelle braccia della mafia.
L’allarme, basato sulle parole del procuratore antimafia Piero Grasso, lo aveva lanciato Panorama (qui e qui) qualche settimana fa. E ora il monito viene ribadito dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 157esimo anniversario di fondazione della polizia: Il Presidente della Repubblica avverte: “Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell’attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà , con una invasiva presenza in tutte le regioni del Paese”. “Il livello di attenzione” aggiunge “dovrà essere mantenuto sempre”. Napolitano riconosce comunque, nel suo messaggio, alle forze dell’ordine di aver conseguito “brillanti risultati”. “Straordinari” afferma “quelli nella lotta alla criminalità organizzata, con la disarticolazione di organizzazioni criminali fortemente radicate in alcuni territori e con la cattura di pericolosi latitanti, anche all’estero, grazie a sapienti strategie di cooperazione internazionale. In tale ottica determinante potrà essere l’armonizzazione delle legislazioni per consentire di aggredire i patrimoni illeciti anche al di fuori dei confini nazionali, affermando la forza della legge e l’autorità dello Stato”.
Napolitano ha parlato anche di immigrazione, un tema sul quale nelle ultime settimane si è infiammato il dibattito politico. Secondo il capo dello Stato, è necessario “privilegiare la cooperazione internazionale” tra le forze di polizia “anche nel contrasto dell’immigrazione clandestina e della criminalità straniera sul territorio nazionale, che rischiano di ingenerare una diffusa percezione di insicurezza e preoccupanti fenomeni di intolleranza”. “E proprio alla crescente domanda di sicurezza” aggiunge Napolitano “la Polizia di Stato corrisponde intensamente, in sinergica collaborazione con le altre Forze di Polizia statali e locali”.
“In questo contesto particolarmente meritoria è l’attività del Servizio Controllo del Territorio e delle sue articolazioni, che ha motivato il conferimento della Medaglia d’oro al Merito Civile alla Bandiera della Polizia di Stato. L’abnegazione, lo spirito di sacrificio e la professionalità degli operatori di Polizia hanno trovato ulteriore, unanime riconoscimento nella delicata attività di soccorso e di presidio della legalità nelle località dell’Abruzzo colpite dal recente sisma. Nel rendere omaggio a tutti coloro che hanno portato all’estremo sacrificio l’attaccamento al dovere e lo spirito di appartenenza all’Istituzione, rinnovo ai familiari la solidale vicinanza dell’intera Nazione”.
“Con questi sentimenti” conclude “invio a tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato e ai loro familiari, che ne condividono rischi e sacrifici, le più vive espressioni di apprezzamento e di augurio”.

Più di tutto, unità .
A rinnovare l’appello perché ci si unisca nelle celebrazioni del 25 aprile, per superare gli antichi dissapori è stato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “Voglio dire che l’importante è che ci si unisca quest’anno nella giornata del 25 Aprile, per celebrarlo in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo, per celebrare l’una o l’altra delle componenti della Resistenza”, ha detto il Giorgio Napolitano davanti all’ossario dei partigiani caduti in Val Sangone.
Il Presidente della Repubblica ha preso la parola, visibilmente commosso, davanti ai gonfaloni dei comuni, agli stendardi delle associazioni combattentistiche e al medagliere dell’ANPI del Piemonte per ricordare che fin dal giorno della sua elezione al Quirinale sottolineò la necessità di celebrare la Resistenza “con l’impegno di ricomporre in spirito di verità la storia della Nazione, della Repubblica per giungere finalmente a un comune sentire storico” dando lo spazio dovuto a tutte le componenti che parteciparono alla Resistenza che non sono state tutte egualmente ricordate e valorizzate.
A questo proposito ha tenuto a rendere “l’omaggio a nome della Repubblica all’eroismo delle formazioni partigiane il cui contributo” ha aggiunto “piaccia o non piaccia fu determinante per restituire dignità , indipendenza e libertà all’Italia”. A quella lotta insieme ai partigiani partecipò il popolo, ha ricordato, con una solidarietà attiva e partecipò anche una componente militare che restò fedele al giuramento e dopo l’8 settembre non si piegò all’umiliazione di sottomettersi alle truppe naziste, a rischio della vita, di eccidi come quello di Cefalonia.
Alla Resistenza Napolitano iscrive anche gli oltre 600 mila militari che furono internati in Germania, egualmente, per avere rifiutato di passare con le truppe naziste, internati che vissero una “odissea”.
“Bisogna dire il posto che spetta anche alle formazioni del rinato Esercito Italiano che dopo l’8 settembre combatterono le prime battaglie a Mignano Montelungo, presso Cassino, dove” ha annunciato “mi recherò il 25 aprile”. Questa celebrazione si svolgerà , ha detto, “con lo stesso spirito con cui un anno fa andai a Genova e dissi che la Resistenza fu una straordinaria prova di riscatto civile e patriottico e non può appartenere ad una sola parte del Paese”.

È dal forum della Biennale della domocrazia che il Capo dello Stato tiene una sorta di lectio magistralis sulla Carta Costituzionale (qui il testo integrale dell’intervento).
E dal Teatro Regio di Torino, il Presidente della Repubblica, garante della Carta, parte con un aneddoto personale per “ricordare – anche col contributo di chi può darne testimonianza – di quale storia sia figlia la nostra democrazia repubblicana, e quella Costituzione che ne rappresenta insieme lo spirito, l’impalcatura e la garanzia”. Il ricordo di Giorgio Napolitano è legato alla notizia, sentita in radio, della caduta del Duce: “Avevo appena compiuto diciott’anni quando il 25 luglio del 1943 fui, come tutti gli italiani, raggiunto via radio a tarda sera dalla fulminante, imprevedibile notizia della caduta di Mussolini”.
Parte dal 25 luglio, il Presidente, per approdare al 25 aprile. Che, dice: “Non è festa di una parte sola”, visto che, “I valori dell’antifascismo e della Resistenza” ha aggiunto “sprigionarono impulsi positivi e propositivi”.
Poi richiamando il filosofo torinese Norberto Bobbio laddove richiamava l’irrinunciabilità della garanzia dei diritti di libertà , la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche e ancora la rappresentatività del Parlamento, l’indipendenza della magistratura, Napolitano osserva: “Tutto ciò non costituisce un bagaglio osboleto sacrificabile, esplicitamente o di fatto sull’altare della governabilità in funzione di decisioni rapide, perentorie e definitive da parte dei poteri pubblici”. “Ho evocato” aggiunge il capo dello Stato “ed è di certo tra gli istituti non sacrificabili la distinzione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e mi sarà permesso richiamare anche il riconoscimento del capo dello Stato come potere neutro”.
E tuttavia, continua il Capo dello Stato: “È del tutto legittimo politicamente” modificare la Costituzione per rafforzare i poteri del governo e di chi lo presiede rispetto al Parlamento e al potere giudiziario. Occorre però, ha sottolineato, tenere conto che i poteri dell’esecutivo sono stati già rafforzati indirettamente modificando i regolamenti parlamentari, facendo maggior ricorso ai decreti legge e al voto di fiducia, riducendo il numero di gruppi parlamentari e rafforzando il vincolo governo-maggioranza. Le modifiche devono essere motivate in modo trasparente e convincente. Napolitano ha anche sollecitato la fine del bicameralismo perfetto e una Camera delle autonomie al posto del Senato.
“La Costituzione repubblicana non è una specie di residuato bellico come da qualche parte si verrebbe talvolta fare intendere”, ha detto il presidente della Repubblica. Perché nacque, ha sottolineato, guardando lontano, e poggia “sui valori maturati nell’ opposizione al fascismo, nella Resistenza” e fu concepita aprendosi alle “imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro. Non fu mai un manifesto ideologico o politico di parte, e legge fondamentale, architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale”.
Ma a che cosa serve la Carta? La risposta del Presidente è questa: la Costituzione regola le modalità in cui viene esercitata la volontà sovrana del popolo, disciplinandone le forme rappresentative ed elettive e ponendo “limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa”, ha detto. “Rispettare la Costituzione” sottolinea Napolitano “è dunque espressione altamente impegnativa, ben al di là di una superficiale e generica attestazione di lealtà . Significa anche riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l’autorità delle istituzioni di garanzia” quindi, conclude il capo dello Stato, queste istituzioni possono essere oggetto di riserve e critiche ma mai “di attacchi politici e giudizi sprezzanti”.
La Costituzione non dunque è intoccabile. La seconda parte può essere modificata ma occorre procedere con “uno sforzo di realismo e di saggezza” tenendo conto del lavoro che si è già fatto su questo tema e puntando “alla più ampia condivisione”, ha detto Giorgio Napolitano. Gli stessi padri costituenti concepirono la Costituzione prevedendo che essa potesse essere modificata, ha ricordato il capo dello Stato. Napolitano ha aggiunto che “non si può solo denunciare il rischio che sia stravolto l’ordinamento”, bisogna riprendere i tentativi che si sono fatti suscitando “una rinnovata stagione costituente. Non c’è da ripartire da zero, da arrendersi a resistenze conservatrici nè, all’opposto tendere a conflittualità rischiose e improduttive”.
Nel 1948, ha affermato Napolitano, la Costituzione nacque “certamente contrassegnata da un’accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto al quelle del governo” mettendo in secondo piano le esigenze di stabilità e di efficienza decisionale dell’esecutivo. Da allora molte cose sono cambiate ed è “del tutto legittimo politicamente” verificare elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo e di chi lo presiede, modifiche che devono essere introdotte “sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti”.
A questa esigenza, ha ricordato Napolitano, dagli anni ‘80 in poi si è risposto con modifiche dei regolamenti parlamentari e un crescente ricorso ai decreti d’urgenza e alla richiesta del voto di fiducia e infine con un rafforzamento del vincolo governo-maggioranza e con “il drastico ridursi della frammentazione politica in Parlamento”. Tutto ciò, ha concluso Napolitano, ha fatto dire a Giuliano Amato che è “oggi obsoleta la tradizionale constatazione della debolezza del governo nel rapporto con il Parlamento”.
Pier Ferdinando Casini è tra i primi a commentare le riflessioni del capo dello Stato: “Siamo con il presidente della Repubblica senza se e senza ma”. E aggiunge: “Una riforma costituzionale seria va coniugata con la consapevolezza che, in una moderna democrazia liberale, le procedure sono sostanza e l’efficacia del processo decisionale si costruisce nel rispetto dell’equilibrio dei poteri”.
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Toc toc… Silvio Berlusconi bussa all’aula-tenda di Poggio Picenze. Poi entrando: “È in arrivo il professore da Roma”, dice ai ragazzi che oggi hanno ripreso “la nornmalità ” delle lezioni. “Siete preparati? Se sì ho dei regalini per voi, altrimenti rimettetevi a studiare”.
Si presenta così il Cavaliere, alla sua ennesima visita tra i terremotati d’Abruzzo: spargendo buon umore. E cercando di rendere gioioso il ritorno a scuola dei ragazzi nelle tendopoli di Poggio Picenze e Picenze, a pochi chilometri da L’Aquila. Una visita all’insegna di quella che il premier ha sempre definito “la politica dell’ottimismo”. Sfoderando nelle tendopoli le sue proverbiali battute per tenere alto il morale delle popolazioni colpite e sfollate.
A Poggio Picenze, tappa della mattina, Berlusconi visita la scuola-tenda inaugurata dal ministro Mariastella Gelmini. Lontano dalle telecamere, Berlusconi scherza con i giovani alunni tornati oggi tra i “banchi”. Prima regala un pallone da football americano e un altro originale di quelli che saranno utilizzati nella finale di Champions League di Roma, poi consegna una serie di magliette di Juventus e Milan. Tra i piccoli alunni vanno a ruba quelle bianconere, tanto che al premier ne restano in mano due del Milan. Poi, salito in cattedra, pungola Mariastella Gelmini: “Che maglia vuoi? Quella della Juve? Ok” scherza “allora sei espulsa dal governo…”.
Il premier, di fronte ai ragazzi, mette su un piccolo show. Recita la poesia Rio Bo di Aldo Palazzeschi e firma autografi “speciali” per i piccoli macedoni, figli di una comunità ben inserita nella zona (il 30% degli studenti della scuola è di origine macedone). “Mi raccomando” aggiunge “sono autografi importanti, non li vendete a meno di 10 euro”. E al bimbo che giura di non venderlo “a meno di 20″, ribatte: “Bravo, tu hai fiuto per gli affari”.
All’uscita dalla tenda, il premier viene fermato da un’anziana 76enne che gli dice: “Presidente, pensi ai giovani, chi noi vecchi abbiamo fatto il nostro tempo”. E il premier, sorridendo: “Pensi a lei…”. E ancora: “Se volete rifarvi la casa da voi ricostruendola o ristrutturandola lo Stato vi sosterrà “. Poi la promessa: “Entro l’autunno” in Abruzzo non ci saranno più tendopoli. Il premier ha spiegato che il governo ha “un’ipotesi per togliere le persone dalle tende che credo funzionerà . La volontà del governo è far si che prima possibile le persone possano ritornare in casa”. Berlusconi ha poi ricordato che “gli edifici da ricostruire sono il 50 per cento”. “Il governo” ha detto il Cavaliere “non intende costruire baraccopoli ma trovare alloggi a tutti grazie alle associazioni alberghiere e a molte famiglie italiane. Prima che cominci il freddo dell’autunno ci sarà la possibilità di chiudere le tendopoli”.
Più tardi, Berlusconi si trasferisce nella vicina Picenze. Anche qui, visita all’insegna dell’allegria. Con gli sfollati s’informa dello stato delle loro case, poi al parroco nero del paese sorride: “Complimenti, lei è molto abbronzato”. Il premier, accolto da molti sorrisi e foto-ricordo, accetta l’invito di un gruppo di alpini che gli offrono vino e formaggio. “Basta che non sia pecorino” dice Berlusconi accettando l’offerta “e non datemi aglio né cipolla”.
Il premier gradisce il Montepulciano “eccezionale” e racconta: “Gli alpini li conosco bene, avevo una casa di fronte a un loro club. Si vedevano alle 9 di sera e poi fino all’una…”. Poi, rivolto alle donne presenti, aggiunge: “Attente, che gli alpini hanno l’occhio vispo e la penna lunga… ma a promesse sono peggio dei marinai”.
Prima di abbandonare il paesino, il presidente del Consiglio torna ancora sulle polemiche relative all’election day: “Adesso mi dicono di Lega e referendum- sbotta con uno sfollato- ma di queste cose nessuno ne sa niente… potevamo avere una crisi di governo in un momento come questo?”.
Poi sopralluogo nel centro de L’Aquila accompagnato dal ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. E qui arriva la precisazione su Fini: “Nessuna polemica con il presidente della Camera Gianfranco Fini, sul referendum ho solo risposto all’opposizione”. Insomma, per il Cavaliere si è trattato di esagerazioni dei media, “un atteggiamento inaccettabile da parte della stampa. Sono frasi che che non ho mai detto”. Poi tornando sul referendum ha ribadito di non “aver voluto mettere in crisi il governo dietro alle pressioni della Lega perché sarebbe stato irresponsabile di fronte alla crisi economica e alla ricostruzione dell’Abruzzo”. E ancora, rivolto all’opposizione, ha aggiunto: “Mi rivolgo all’opposizione che ci ha accusati di disperdere i fondi dello Stato. Le cifre che hanno diffuso non sono vere ma molto meno, per questo abbiamo abbinato il referendum ai ballottaggi”.
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Basta un cinque, e in una qualsiasi materia, per non essere ammessi all’esame di maturità . Poi: resta determinante poi ai fini della bocciatura il voto in condotta insufficiente. Anche con un ottimo profitto si dovrà ripetere l’anno.
La conferma serviva, dopo il susseguirsi (anche un po’ caotico) delle interpretazioni delle ultime settimane. E la conferma è arrivata. Direttamente dal ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, che nel corso di un convegno a Milano ha ribadito che “con un cinque non si viene ammessi agli esami di maturità ”. Obbiettivo delle scelte del governo è quello di raggiungere “maggior rigore nella valutazione degli apprendimenti, oltre che severità e disciplina nella valutazione dei comportamenti”, spiega il ministro che ritiene indispensabili tali elementi “per formare cittadini che domani siano consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri”.
La titolare dell’Istruzione ha poi precisato che anche questo provvedimento è stato preso per formare una scuola “della responsabilità e del merito”. “L’egualitarismo e il livellamento che c’è stato fino ad oggi” ha concluso la Gelmini “è frutto della cultura del ‘68 che noi non condividiamo e non ci sentiamo di poter confermare per il futuro”.
Sono state, in modo più specifico, chiarite dal ministro anche tutte le circostanze (assenze frequenti; mancanza di rispetto nei confronti dei docenti, dei compagni o del regolamento di istituto; danneggiamento del patrimonio scolastico) che possono portare ad un voto insufficiente in condotta. Valutazione che potrà essere disposta dal collegio dei docenti per gravi violazioni dei doveri degli studenti, definiti dallo Statuto delle studentesse e degli studenti.
Lo studente che commette una grave mancanza però avrà una seconda chance. Nel regolamento infatti viene specificato che “per prendere un’insufficienza in condotta si deve aver già preso una sanzione disciplinare”: un asorta di “cartellino giallo”, un’ammonizione, insomma, per dirla in gergo calcistico. Soltanto nel caso in cui il comportamento indisciplinato si dovesse ripetere “il consiglio di classe (non quindi il singolo insegnante, ndr) può decidere per l’attribuzione del cinque”.