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Il boss Michele Senese con alcuni uomini del clan
Può un boss mafioso girare libero in una clinica dove è stato trasferito dal carcere grazie a una perizia che ne riconosce la seminfermità mentale? Sì se si chiama Michele Senese, detto “o pazzo”, accusato dalla Dda romana di essere il capo, promotore e organizzatore di un’associazione mafiosa attiva nella Capitale dalla fine degli anni ‘80. Un caso esemplare di come, a Roma, il fenomeno mafioso, a detta di alcuni magistrati come il sostituto procuratore in Corte d’Appello Otello Lupacchini, il procuratore di Tivoli Luigi De Ficchy e il responsabile laziale dell’associazione Libera Antonio Turri, sia sottovalutato, nella peggiore delle ipotesi, negato. Al punto che gli oltre 30 ammazzati per strada negli ultimi mesi sono state spesso, e da più parti, derubricati a semplice, per quanto inquietante, effetto collaterale di scontri tra gruppetti di basso profilo criminale e dal grilletto facile. Continua

Il magistrato antimafia Nicola Gratteri, in una immagine del 31 maggio 2010. ANSA/ANTONIETTA BELCASTRO
“Se queste accuse verranno provate ma noi di chi c… ci dobbiamo più fidare?”. E’ lo sfogo amareggiato di Mimmo Nasone , referente regionale Calabria dell’Associazione Libera dopo l’arresto del giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio per corruzione e favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada, con l’aggravante di aver commesso questi reati «al fine di agevolare le attività» della ‘ndrangheta. Era il giudice Giglio, l’uomo dello Stato e esponente di Magistratura democratica al quale l’associazione nata nel 2005 per combattere le mafie e diffondere la cultura della legalità, Libera, si rivolgeva ogni qual volta doveva parlare di beni confiscati alla ‘Ndrangheta. Continua

Pochi politici, ma tantissima gente. La manifestazione organizzata dall’associazione “Libera” di Don Ciotti in memoria delle vittime della mafa a Napoli ha riscosso un successo inatteso: secondo gli organizzatori hanno partecipato 150mila persone. Oltre due chilometri e mezzo di percorso, sul lungomare di Napoli, fra Piazza della Repubblica e Piazza del Plebiscito. Aperti dalle foto delle vittime e dall’inno di Mameli. E alla fine, sul palco è spuntato anche Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, che ha preso parte alla lettura dei 900 nomi delle vittime di stragi e omicidi mafiosi in tutta Italia. C’era anche Luigi De Magistris, neo-candidato dell’Italia dei Valori, assieme ad altri magistrati come il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il capo della Dda di Napoli Franco Roberti.
Ma nel corteo c’erano soprattutto le associazioni dei parenti delle vittime e quelle che si battono quotidianamente contro Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita. Come i ragazzi calabresi della locride di “Adesso ammazzateci tutti” o quelli di “Libera” che ha organizzato il corteo. E poi i lavoratori degli stabilimenti Fiat di Pomigliano D’Arco, alle prese con le difficoltà dell’azienda.
”In un Paese che vuole legalità, rispetto dei diritti, lavoro e comprensione, voglia di andare avanti - ha detto Piero Grasso- questa manifestazione è un grande risultato, quello di ricordare le vittime, perché sarebbe peggio dimenticarle. Dobbiamo essere sempre attenti perché in questo momento di crisi i capitali liquidi di coloro che hanno i contanti provenienti dalla criminalità diventano più potenti e forti”.
Secondo Grasso ”questi capitali sono in grado di occupare gli spazi delle istituzioni e dell’ economia. Questo è il momento in cui bisogna vedere quale è l’ origine del denaro senza chiudere gli occhi”. ”Ognuno deve impegnarsi per dire no alla mafia che è corruzione, favoritismo, un sistema che si infiltra e che - ha concluso - costituisce una zavorra per lo sviluppo e la crescita della società”.
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Sedici anni fa, il “barbaro agguato di Capaci”, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta, segnò “un terribile attacco alle istituzioni dello Stato” da parte della mafia. Al quale però lo Stato “seppe reagire adeguatamente” nel segno dell’unità. “L’impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni”, è il richiamo che oggi rilancia il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio inviato a Maria Falcone nell’anniversario della strage di Capaci. “Non è consentito ridurre il livello di attenzione rispetto” alla mafia, scrive Napolitano, “un fenomeno pervasivo, pronto ad attuare le strategie più sofisticate per insinuarsi nella società minandone la vita democratica, la coesione e il progresso”. “In questo momento - sottolinea - ogni deciso sviluppo nell’azione di contrasto da parte dei pubblici poteri va salutato e valorizzato”.
Berlusconi: “Importante ricordare la sua lotta”
“La ricorrenza dell’eccidio di Capaci è un momento di memore riflessione sul sacrificio del giudice Falcone, della signora Francesca e della scorta”. Lo scrive il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un messaggio alla sorella del giudice ucciso dalla mafia. “L’importanza della lotta del giudice Falcone contro la mafia e la crimininalità organizzata, per la riaffermazione dei valori fondanti della Costituzione” aggiunge il capo del governo “è testimoniata dal progetto di educazione alla legalità che la Fondazione (intitolata a Giovanni e Francesca Falcone, ndr) ha promosso nelle scuole per sensibilizzare i giovani su temi essenziali per la crescita della società civile italiana”.
Fini: “Grande italiano servitore dello Stato”
“Quello di Giovanni Falcone” scrive in un messaggio il presidente della Camera Gianfranco Fini “è l’esempio di un grande italiano e di un luminoso servitore dello Stato. Il suo sacrificio ci ricorda che, dove non c’è Stato, e dello Stato inteso innanzi tutto come valore interiorizzato, non ci sono né civiltà né libertà. Ci sono solo la tirannia della mafia, la dissoluzione dei vincoli sociali, il regno della paura, la cultura della morte”.
Alfano: “Nel ‘92 mi vergognai di essere siciliano”
“Il 23 maggio del ‘92 ero a Milano” racconta il ministro della Giustizia Angelino Alfano. “Quando seppi della strage di Capaci provai sulla mia pelle l’imbarazzo e la vergogna di essere siciliano. Sentii rabbia nei confronti di una parte del mio popolo, pur essendo consapevole che non era quello tutto il popolo siciliano. Oggi” aggiunge il ministro “sono fiero di essere ministro della Giustizia, sono fiero di essere un ministro della Giustizia siciliano e fiero di poter andare in giro per l’Italia a raccontare una nuova generazione di giovani che non ha paura della mafia”.
Il vaffa di Jovanotti…
Applausi e commozione ieri sera, al Velodromo di Palermo, durante il concerto di Jovanotti: il cantante ha infatti voluto ricordare la strage di Capaci con una sua riflessione scritta subito dopo la notizia della strage in cui era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone. Una vera e propria invettiva contro Cosa Nostra, con un “vaffa… ai mafiosi”, mentre sul megaschermo del palco veniva proiettata l’immagine divenuta ormai famosa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sorridenti.
I numeri della strage
Sono oltre 2600 le vittime (qui l’elenco dell’Ass. Libera, dal 1893) di guerra di mafia. È importante continuare a parlarne, come diceva Padre Pino Puglisi, ucciso nel 1993 nel quartiere Brancaccio di Palermo: “È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che poi è qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”.
Uno screensaver per non dimenticare
Il blog Libera Mente per la ricorrenza del 23 maggio ha creato un collage fotografico con immagini di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, della strage di Capaci, di Pio la Torre, Libero Grassi e Peppino Impastato, che si puo’ scaricare e utilizzare come screensaver o sfondo del desktop sul proprio computer.
L’auspicio del blog è che ‘’si utilizzi - ogniqualvolta cade nel dimenticatoio della vita quotidiana - il sacrifico di queste persone che hanno lottato la mafia per una Sicilia, per un’Italia migliore”, affermano gli autori Walter Molino ed Angelo Vitale
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Era stato costruito tre anni fa su terreni confiscati alla ‘ndrangheta. Ma i vandali lo avevano distrutto: un segnale di predominio sul territorio.
Impraticabile, il campetto di calcio non è più stato usato. Almeno fino a poche settimane fa, quando a Rizziconi, otto mila anime in provincia di Reggio Calabria, è stato rimesso a nuovo. E inaugurato. Uno spazio per i ragazzi dove stare insieme e inseguire un sogno: diventare un campione del pallone e liberarsi dalla marcatura asfissiante della malavita.
Storia di Calabria che non si arrende. E che per la seconda volta ha dato un calcio alla criminalità. Una metafora usata anche da don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il giorno dell’inaugurazione: Siamo qui per dare un calcio alle mafie. Questa partita giochiamola insieme, ognuno con il suo ruolo e le sue responsabilità.
Una storia di riscatto. Una come tante - che spesso rimangono sotto silenzio - nate dai terreni e dai beni confiscati alla criminalità. Nel 2006 sono stati più di 7000 gli immobili strappati al patrimonio delle cosche, su tutto il territorio nazionale. Di questi 3377 sono stati assegnati ad altre finalità e sono state 227 le associazioni e le cooperative sociali che vi hanno avviato una realtà produttiva dando, un lavoro e un’opportunità ai giovani.
Dalla costa calabra, attraversando lo Srtetto, si arriva in Sicilia. Dove, questa estate, 400 ragazzi lavoreranno in terreni che una volta appartenevano ai boss, fra Corleone e Canicattì. Il progetto, una testimonianza di cultura della legalità e dell’antimafia, si chiama LiberArci dalle Spine, proprio come uno dei campi della legalità di Libera. Per la serie E!StateLiberi!. Ragazzi tra i 17 e 30 anni, provenienti principalmente dalla Toscana, dalla Puglia, Liguria e Lazio.
E ci saranno pure volontari stranieri: trenta giovani americani della Syracuse University che visiteranno i campi per due settimane, dal 27 giugno al 2 luglio. Non sarà solo un tour turistico. Anche qui, si farà gol alla criminalità!
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La “nave della legalità” è approdata a Palermo, con il suo carico di studenti e docenti da tutta Italia. Sfileranno in corteo per le vie del capoluogo siciliano per testimoniare l’impegno a favore di una società libera da ogni condizionamento mafioso. Quindici anni fa, il 23 maggio 1992, il giudice Falcone veniva ucciso insieme a sua moglie Francesca Morvillo e alla sua scorta.
Le mafie hanno ucciso molti altri nomi e non tutti sono noti. Per alcuni non c’è stata nemmeno indignazione, come sottolinea Roberto Saviano, autore del romanzo Gomorra, che in una lunga intervista racconta la faida di Secondigliano. Nel 2004/2005 il conflitto organizzato dal clan camorrista Di Lauro ha fatto più di duecento morti, che sono stati liquidati come morti di camorra, come se tutti fossero stati affiliati. C’erano invece almeno tre innocenti, di cui non c’è traccia nella stampa, come se “il solo trovarsi in territori egemonizzati dai clan comportasse il farne parte, come se la nascita in terra di camorra fosse già una colpa”. Solo così lo scrittore riesce a spiegarsi l’indifferenza verso vite dimenticate.
Parla ancora di colpa Piero Campagna, fratello di Graziella, alla Giornata della memoria che l’associazione Libera organizza il 21 marzo di ogni anno.”La sua colpa è di aver visto un’agendina nella tasca di un mafioso. Aveva trovato un lavoro per contribuire ai bisogni di una famiglia numerosa: questa è stata la sua colpa, andare a lavorare”
Graziella Campagna aveva 17 anni nel 1985. Faceva la stiratrice in una lavanderia a Villafranca Tirrena, in provincia di Messina. Un latitante dimenticò un’agendina nella tasca della camicia che aveva portato a lavare. Per aver tenuto tra le mani quella agendina Graziella fu caricata su un’auto e portata sulla collina di Forte Campone, due uomini le spararono e la lasciarono lì. Dopo 22 anni e due condanne all’ergastolo a oggi gli assassini di Graziella sono liberi, e non hanno mai pagato per quell’omicidio. L’unica speranza per la famiglia sono tempi rapidi per l’appello.
“I miei figli sono orfani di padre, ma anche di Stato”: è durissima la condanna nelle parole di Tiziana Palazzo, moglie di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza assassinato nel 1985.
“Mio marito è stato assassinato 22 anni fa, si conoscono gli assassini e il mandante. Sapete come è definito ancora mio marito? Vittima del dovere. E io dovrò fare una ulteriore umiliantissima istanza nella quale scriverò: la sottoscritta Tiziana Palazzo vedova di Sergio Cosmai assassinato da Dario e Nicola Notargiacomo mandati da Franco Perna, chiede quantomeno che suo marito venga definito vittima della mafia”.
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Sono oltre 2600 le vittime (qui l’elenco dell’Ass. Libera, dal 1893) di guerra di mafia. È importante continuare a parlarne, come diceva Padre Pino Puglisi, ucciso nel 1993 nel quartiere Brancaccio di Palermo: “È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che poi è qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”.