Leggi tutte le notizie su:
Liberazione
- Tags: 25-aprile, corteo, Dario Franceschini, festa, Liberazione, maggioranza, Onna, opposizione, Pd, pdl, piazza, polemica, premier, Silvio Berlusconi, sinistra
-

Agenda di massima, per sabato 25 aprile, del premier Silvio Berlusconi: prima un omaggio all’Altare della Patria, la mattina presto insieme alle alte cariche delo Stato; poi una visita a Onna, il paese dell’Abruzzo maggiormente colpito dal sisma del 6 aprile. Paesino che non c’è più. Borgo che però viene ricordato anche per un altro fatto tragico, della seconda guerra mondiale, quando, tra il 2 e l’11 giugno 1944, gli occupanti nazisti trucidarono 17 persone.
A quanto si apprende, comunque, il programma del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per le celebrazioni in occasione del 25 Aprile non è ancora definitivo.
Onna è poi lo stesso luogo in cui, già sabato scorso all’assemblea degli amministratori del Pd, aveva annunciato la sua presenza il segretario del Partito democratico, che successivamente “sarà anche alla grande manifestazione nazionale di Milano“, dichiara il portavoce Andrea Orlando. I due leader si troveranno faccia a faccia? Dipende dagli orari, a questo punto. Tuttavia: “Se la notizia fosse confermata, sarebbe la riprova, contrariamente a quanto hanno sostenuto forse troppo zelanti esponenti della destra, che l’invito rivolto da Franceschini a Berlusconi a partecipare alla festa della Liberazione era giusto e doveroso”.
Come previsto, insomma, niente Milano per il Cavaliere il 25 aprile. Ieri il premier ha confermato di voler celebrare la ricorrenza senza però precisare dove. E la scelta di “non lasciare la festa a una parte sola” aveva scatenato le solite polemiche, culminate dall’invito al governo da parte del Verde, Palo Cento, di starsene a casa. Al momento, secondo quanto riferito da fonti della maggioranza, il programma sarebbe però quello di un omaggio al Milite Ignoto e poi di una visita nel paese dell’Abruzzo.
Ma non che la decisione di andare a Onna abbia abbassato i toni: per l’Idv “quella di Berlusconi è un ipocrisia allo stato puro: non gliene frega nulla di partecipare alla ricorrenza della Liberazione, vuole solo strumentalizzarla ai fini del consenso e questa è una frode”. Almeno così la pensa il leader Antonio Di Pietro. “Il 25 aprile rappresenta una data storica e seria” sottolinea Di Pietro “che ci ha liberato dal fascismo. Chi pratica, predica o si riconosce nella dittatura non deve partecipare alle celebrazioni perché è un atto ipocrita e offensivo e mi pare che il governo Berlusconi e Berlusconi stesso riducano gli spazi della democrazia e pratichino attività che ci riportano ad una nuova dittatura”.
Chi invece apprezza la scelta del Cavaliere è l’ex presidente del Senato, abruzzese e marsicano, Franco Marini che giudica “positiva” la decisione del premier perché è il riconoscimento della rilevanza di una data “storica”. “Quando Franceschini ha detto al presidente di partecipare” continua Marini “ha fatto più che una polemica una proposta positiva, e il fatto che Berlusconi abbia deciso di essere presente è un riconoscimento che a me fa piacere di una data che non è stata cancellata come rilevanza storica. E ha fatto bene Franceschini a sottolinearlo”.
Comunque, giovedì in Abruzzo sbarca anche il Consiglio dei ministri, che darà via libera al decreto per il post terremoto di 4,2 miliardi. Tre miliardi verranno subito messi a disposizione per la ricostruzione e un miliardo e duecento milioni verranno stanziati per far fronte alle prime emergenze del dopo terremoto. Secondo il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola comunque “è presto per fare una quantificazione della cifra necessaria” per la ricostruzione in Abruzzo che in ogni caso “sarà inferiore” a 12 miliardi di euro.
Nel dl sono previsti anche i fondi per le scuole coinvolte dal sisma. Ad annunciarlo è stata il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che oltre agli annunciati 110 milioni per l’edilizia scolastica ha parlato di altri provvedimenti. Inoltre, ha spiegato, “sono allo studio sistemi per corsi di recupero dei programmi scolastici”.
Il premier Silvio Berlusconi: “Celebrerò il 25 aprile, perché di questa festa non se ne appropri una parte”. Secondo voi:
- Tags: 25-aprile, corteo, Dario Franceschini, festa, Liberazione, maggroanza-opposizione, Pd, pdl, piazza, polemica, premier, Silvio Berlusconi, sinistra
-
Questa volta Silvio Berlusconi ci sarà. Perchè il presidente del Consiglio abbia deciso per la prima volta di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, lo spiega lui stesso: evitare che “se ne appropri una parte”. Quello che ancora non svela è dove e come.
E il Cavaliere ha spiegato che sarà lui stesso, successivamente, a far sapere dove passerà la giornata delle celebrazioni. Secondo quanto risulta, il premier dovrebbe restare a Roma, dunque non prenderà parte al corteo di Milano al quale era stato invitato a partecipare dal segretario del Pd, Dario Franceschini.
Berlusconi dovrebbe recarsi invece in mattinata all’Altare della Patria per deporre una corona di fiori assieme alle alte cariche dello Stato. Per il resto della giornata l’agenda è, come si dice, “in progress”. Se al vaglio, tra l’altro, c’è un omaggio ai martiri delle Fosse Ardeatine, sul tavolo dell’entourage del presidente del Consiglio potrebbe prendere corpo l’ipotesi di una visita al cimitero americano di Nettuno. Giusto per dare quel segnale affinchè la Liberazione non abbia solo la connotazione “di parte” che, secondo Berlusconi, ha caratterizzato la Festa negli anni.
Ma alla fine il premier potrebbe scegliere di tornare nelle zone colpite dal sisma in Abruzzo e in particolare nella cittadina di Onna dove la Wehrmacht in ritirata uccise 16 civili. Si terrà comunque giovedì alle 9.30 all’Aquila il prossimo Consiglio dei ministri. La riunione del Governo, inizialmente preannunciata per venerdì, ha come unico punto all’ordine del giorno il varo del decreto per le “misure urgenti per le popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo”.
Ma come da molti anni in qua, all’avvacinarsi della Festa della Liberazione, non si sono fatte attendere le polemiche. A dare il là, ci ha pensato proprio il leader del Pd, Dario Franceschini, durante la conferenza stampa al termine della direzione del partito sulle liste per le Europee: “Come italiano e segretario del Pd sono soddisfatto che il presidente del Consiglio abbia accolto la mia proposta” di partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile. “Mi viene da dire, meglio tardi che mai. Ha avuto in tutti questi anni 14 possibilità di esserci e invece” ricorda Franceschini “ha sempre scelto di non esserci. È importante che questa volta abbia detto di si”. In particolare, Franceschini sottolinea che “il 25 aprile per tanto tempo è stato un momento unificante e un valore di condivisione e andarci significa condividere l’antifascismo, la resistenza e i valori costituzionali”.
Linea condivisa anche dal capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “è una ricorrenza che ormai fa parte del patrimonio comune di tutti gli italiani: mi sembra normale che il presidente del Consiglio voglia celebrarlo, mi sembrerebbe anormale il contrario”.
Sulla questione del 25 aprile resta dunque alta la tensione tra maggioranza e opposizione: all’invito-sfida rivolto al presmier da Franceschini aveva risposto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che consigliava a Berlusconi di festeggiare il 25 aprile ma non “tra le bandiere rosse dove lo vuole trascinare, come in una trappola, il leader del Pd”. Sull’argomento era intervenuto anche Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza, spiegando che uno dei problemi che ostacolano la celebrazione del 25 aprile da parte del premier sta nel rischio che qualche “estremista” si comporti come nel 2006, quando il sindaco Letizia Moratti, apertamente contestata, fu costretta ad abbandonare il corteo
E inafatti, l’idea che il presidente del Consiglio possa scendere in piazza, continua a non piacere alla sinistra radicale che coglie l’occasione per puntare il dito contro il leader del Pd, Franceschini, “colpevole”, secondo il Pdci, di aver fatto da sponda allo stesso Cavaliere che “ancora una volta userà l’assist offerto per insultare la Resistenza e la Costituzione”.
“Il governo resti a casa, non partecipi in modo ipocrita alle manifestazioni per la Liberazione”, è l’invito di Paolo Cento dei Verdi. Il presidente del Consiglio è più da “22 ottobre 1922 (data della marcia su Roma) che da 25 aprile”, è l’accusa di Jacopo Venier, della segreteria dei Comunisti Italiani, che aggiunge: “Nel Dna del premier non ha mai albergato l’antifascismo”.
A difesa della partecipazione del premier alla cerimonia per l’anniversario della Liberazione si schiera il governatore della Lombardia Roberto Formigoni che giudica come “un segno di intolleranza inaccettabile” il fatto che “una parte della sinistra, e non solo quella antagonista”, sconsigli al premier di partecipare al corteo di Milano. Se la prende con l’opposizione anche il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi: “C’è una memoria condivisa che non può essere messa in dubbio” osserva il leader della Dca “per questo mi sembrano fuori luogo gli inviti strumentali e le polemiche del Pd sulla presenza o meno di Berlusconi al corteo”.
LEGGI ANCHE: Europee, Pd e Pdl al lavoro sulle liste. Con il rebus dei giovani
Il premier Silvio Berlusconi: “Celebrerò il 25 aprile, perché di questa festa non se ne appropri una parte”. Secondo voi:

Non poteva andarsene da solo dal Prc, Nichi Vendola. Era nelle cose, era solo questione di tempo: infatti oggi ha chiamato i “suoi” a seguirlo. Se quella Comunista è una Rifondazione che non si può più perseguire perché sta in mano a Paolo Ferrero, meglio rifondarne un’altra, poco più in là: Rifondazione per la Sinistra.
Lì approderanno quelli del “vecchio” giro, che gravitava intorno al governatore della Puglia, e, soprattutto all’ex leader, il Subcomandante Fausto Bertinotti (Gennaro Migliore, Franco Giordano, Piero Sansonetti su tutti). All’ultimo congresso di Rifondazione (quello vinto da Paolo Ferrero, a luglio, proprio qui sul palco di Chianciano Terme, Siena) erano il 47% del partito, quasi la metà. Con quei numeri, pensavano addirittura di averlo vinto il congresso, di aver sistemato il delfino di Bertinotti alla segreteria, seguendo la linea della continuità. E invece…
E invece, sei mesi dopo (mesi di minoranza, di battaglie aspre - soprattutto intorno al giornale Liberazione - di polemiche e strappi), il governatore pugliese ha consumato l’annunciata scissione della sua componente.
Riuscendo in un’impresa straordinaria: dividere l’indivisibile. Dal Prc (sorta dalla scissione di undici anni fa che diede vita anche al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto) è nato, per mitosi, un nuovo partito della sinistra radicale: Rps. E se le facce sono già viste, nuovo è il nome e nuovo è il simbolo (che i più maligni trovano simile a quello di una nota radio): sfondo bianco, le tre lettere della sigla (le prime due in nero e la terza rossa) con la presenza di una piccola stella rossa. C’è già anche il sito: segno ulteriore che per il divorzio in casa di Prc mancava solo la firma.
Un congedo senza acrimonia ma non indolore, quello di Nichi Vendola. Parlando del suo addio al partito guidato da Paolo Ferrero, ha detto: “Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente; sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mai casa, e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non vogliamo sentirci avversari di Rifondazione”. Anzi, il governatore della Puglia ha invitato anche i compagni che restano nel Prc a “battersi perché nasca una sinistra nuova, una sinistra del lavoro e delle libertà”.
Anche perché di avversari, in quella porzione di campo, ce ne sono già. E Vendola li ha subito menzionati e bacchettati: il Partito democratico di Walter Veltroni, cioè “l’altra sinistra, mirata al centro, che sembra persa nei propri contorcimenti tattici”, accusa il neo leader di Rps “incapace di un pensiero che non sia subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i poteri forti. Il veltronismo si presenta ormai come un mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale, che pratica la prospettiva di una alternanza senza alternativa”.
No, l’alternativa per Vendola è quella che viene dalla sinistra vera, compresi gli esponenti della sua stessa area che hanno scelto di rimanere dentro il Prc, se si batteranno per un fine comune: “Ingaggiare un corpo a corpo contro la paura e la solitudine, che ritrova l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociale, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo”. In questo senso, per l’oramai ex esponente del Prc, le prossime elezione europee possono essere “una tappa nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della sinistra”, a patto che “non sia la confezione di un partitino”.
Non sente ragioni, il presidente pugliese. E al segretario Ferrero (che cerca invece di scongiurare i vendoliani dal voler attuare una “ennesima scissione”, per il timore che “la gente andrà a casa schifata e perché non comprendo che senso abbia fare una scissione - verso destra - in nome dell’unità”), risponde di lasciar perdere con gli esercizi di galateo: “La scissione è avvenuta già, è avvenuta nei fatti” ha quindi spiegato “perché quando in una comunità si rompono i vincoli di solidarietà, quando le linee politiche si divaricano in maniera così radicale, e quando si introduce una rottura nella concezione dello stare assieme, com’è avvenuto con la vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione, quella è la scissione”.

Via con le prossime sfide, quindi. E saranno sfide dure: quelle elettorali del giugno prossimo, le amministrative (a Bologna, Sansonetti sarà il candidato sindaco di Rps?) e le europee (sulle quali pesa lo spauracchio della soglia di sbarramento). Quanto valga, in termini di voti e consenso, l’ennesimo cespuglio dell’albero della sinistra (che dovrà far breccia nella base e, persa Liberazione, dovrà trovare altri canali di comunicazione) lo si vedrà presto. Certo che aver creato un partito spaccandone un altro che alle elezioni di aprile 2008 ha racimolato, e non da solo ma in coalizione con altri tre, solo il 3%, non è un buon viatico per l’avventura vendoliana.

A che prezzo. La battaglia per la direzione Liberazione è vinta da Paolo Ferrero: il neo segretario del Prc licenzia il direttore “eretico” Piero Sansonetti accoglie Dino Greco, ma accelera una scissione già annunciata.
Ecco la fotografia della riunione della Direzione del Prc, convocata proprio per chiudere la partita con il numero uno del quotidiano del partito. L’opposizione interna, che fa capo a Nichi Vendola e a Franco Giordano, si è dimessa in massa dal parlamentino dei neo comunisti, prefigurando in questo modo una spaccatura: non si è trattato solo di un gesto di solidarietà al giornalista, ma soprattutto di uno scontro politico su due opposte idee per il futuro della sinistra.
Ferrero, uscito vittorioso dal congresso con una risicata maggioranza del 53%, punta a difendere l’identità politica del Prc, pur nel confronto aperto con gli altri spezzoni dell’ex Arcobaleno; Vendola guarda invece all’unità della sinistra, principio da difendere, malgrado l’ultimo naufragio elettorale. Nel suo intervento in Direzione, il segretario ha sostenuto che non è in discussione la libertà del quotidiano, ma la scelta politica del suo direttore di schierarsi apertamente con la minoranza, in pratica di puntare alla scomparsa del Prc: “Tutto questo” ha detto Ferrero “è legittimo, ma non si può fare con i soldi del partito, anche perché Liberazione ha accumulato un debito di tre milioni e mezzo di euro”. Vendola ha contestato da Bari, con una dichiarazione, i “metodi brutali” di Ferrero, dimettendosi dalla Direzione per protesta: “È un partito in cui non riesco più a riconoscermi”. I toni del confronto hanno confermato una grande tensione, anche perché lo stesso segretario ha ammesso che una scissione ora rischierebbe di distruggere il partito. Nei corridoi della Direzione è volata più volte, e con la stessa reciproca durezza, un’accusa infamante: “Stalinista”. Più velate le accuse pronunciate dal palco, ma sempre alludenti agli orrori del socialismo reale. Così Giordano, poco prima di annunciare le sue dimissioni, ha accusato la maggioranza di “usare metodi ed argomenti che appartengono a tradizioni politiche e culturali del passato”.
La risposta del segretario è stata più diretta: “Stalinista io? Staliniano è questo modo della minoranza di usare la storia per legittimare o delegittimare il gruppo dirigente del partito”. Alla fine, il voto ha sancito la vittoria di Ferrero e il conseguente allontanamento di Sansonetti. L’ordine del giorno della maggioranza ha ottenuto 28 voti su 33 presenti. Due gli astenuti. Tre voti sono andati ad un documento di Franco Russo, in difesa del direttore del giornale del Prc. Il successore di Sansonetti sarà Dino Greco, sindacalista bresciano. Non essendo un giornalista dovrà essere affiancato da un vicedirettore iscritto all’albo, che la maggioranza deve ancora individuare. E Sansonetti? “Una situazione paradossale e un po’ grottesca” replica poco dopo il voto della Direzione. “Non hanno ancora trovato un giornalista che possa firmare il giornale… Mi dispiace molto, è la scelta di un partito che si sta rinchiudendo in una identità un po’ sovietica”.
La spaccatura del Prc non potrebbe essere più evidente, malgrado che Ferrero, al termine della Direzione, abbia invitato i ‘vendoliani’ a tornare sui loro passi. Ma l’appello è già caduto nel vuoto. Tutti gli occhi del Prc sono puntati ormai al convegno che la minoranza ha organizzato a Chianciano il 24 e 25 gennaio. Per ora è previsto solo un ampio confronto politico, ma tutti nel partito pensano che saranno le prove generali per la scissione.
- Tags: Arcobaleno, Casse, elezioni, extraparlamentare, Liberazione, Manifesto, Paolo-Ferreo, Pdci, Piero-Sansonetti, Prc, rifondazione, Sd, Verdi
-

di Paola Sacchi
Muoia, come direttore di Liberazione, Piero Sansonetti e con lui tutti i “filistei” della sinistra radicale? La messa in vendita del quotidiano di Rifondazione comunista, gonfio di debiti, rischia di essere l’inizio di una slavina che dal 2011 potrebbe seppellire l’intera sinistra extraparlamentare. Da Rifondazione ai Comunisti italiani, ai Verdi, a Sinistra democratica (gli scissionisti ex ds del Pd), i partiti e partitini spazzati via dal Parlamento dallo tsunami delle elezioni del 13 e 14 aprile, con i loro organi di informazione, sono a rischio di estinzione. Non è fantapolitica parlare di “2011 odissea della sinistra extraparlamentare”.
Sarà quella la deadline dei rimborsi pubblici di cui quei partiti continueranno a usufruire per aver partecipato alle elezioni del 2006. Altri fondi arriveranno per le elezioni del 2008 (anche se non si è rappresentati in Parlamento basta l’1 per cento di voti per avere i rimborsi elettorali), ma saranno briciole. I soldi, infatti, Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica se li dovranno spartire, visto che alle elezioni andarono sotto l’unico e sfortunato cartello Sinistra arcobaleno.
Intanto, non essendo più in Parlamento, addio anche al sostanzioso contributo che deputati e senatori versavano mensilmente al partito. Addio pure ai sontuosi uffici di Palazzo Madama e Montecitorio. Durante le riunioni della Sinistra democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava spesso c’è chi si tappa il naso per il forte odore di kebab che aleggia nella spartana sede di via Merulana, al primo piano, proprio sopra la rosticceria esotica. Fulvia Bandoli e Luciano Pettinari, ex parlamentari della Sd, riconoscono: “Si è tornati all’antica abitudine di andare a a mangiare e dormire dai compagni quando siamo in trasferta”.
I viaggi sono quasi tutti in treno e rigorosamente in seconda classe sugli Eurostar. Paolo Cento, ex sottosegretario dei Verdi e storico leader ambientalista, va ancora in albergo, “ma in quelli di tre e anche di due stelle”. Ben sotto le sette dell’albergo milanese frequentato da Alfonso Pecoraro Scanio.
Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, non ha più neanche l’ufficio. Ma questa è anche colpa della vita da separati in casa dentro Rifondazione comunista. Il neosegretario Paolo Ferrero e i suoi si sono riservati il più spazioso terzo piano. Giordano, l’ex capogruppo Gennaro Migliore, l’ex sottosegretario Patrizia Sentinelli, tutta l’area di Nichi Vendola insomma, stanno invece stipati in poche stanzette comuni al primo piano. Tavoli anche a rotazione.
Così come la cassa integrazione che Liberazione, per la prima volta in sciopero sotto le festività natalizie, aveva proposto insieme ai prepensionamenti nel piano presentato alla Fieg e alla Fnsi. Piano però bocciato da Ferrero, l’editore che ha osato lanciare la parola bomba della vendita, per disfarsi di Sansonetti e della sua linea, secondo il giornale. Per salvare il partito, che rischiava di essere travolto dal crac finanziario del quotidiano, secondo ambienti vicini a Ferrero. “Non si può continuare a dare un terzo del nostro bilancio al giornale: quest’anno 3,3 milioni di euro su 10 milioni. Così è il partito che rischia di morire”. Ribatte a Panorama Sansonetti (sostituito il 12 gennaio da Dino Greco): “Liberazione era l’unico organo vivente a sinistra, cercare di ucciderlo mi sembra una follia, un delitto”. Poi, una chiosa amara: “Ho sempre combattuto il potere economico in quanto capitalistico. Ora quello stesso potere lo devo subire dai comunisti”.
Intanto il valdese Ferrero ha introdotto misure calviniste. Dopo essersi tagliato lo stipendio (da 5.500 a 3.200 euro), e avere abbassato quelli dei membri della segreteria, ha messo nello statuto norme da brivido. Secondo le quali tutti gli eletti, dal Parlamento, se Rifondazione ci tornerà, alle amministrazioni locali, non dovranno percepire una quota che vada oltre 2.500 euro. Il resto? Tutto devoluto al partito. Tutto questo per scongiurare lo spettro di dover vendere i gioielli di famiglia: Rifondazione è proprietaria della palazzina di viale del Policlinico a Roma, dove ha la sede nazionale, e di altre sedi, soprattutto nel Centro-Nord ma anche al Sud. Queste potrebbero essere oggetto dell’attenzione dei vendoliani, se si arriverà a una scissione a febbraio, ancora prima delle elezioni europee, accelerata dalle vicende di Liberazione.
L’acquirente in pole position del quotidiano è l’editore di Left Luca Bonaccorsi. Lo stesso che già edita il giornale dei Verdi Notizie verdi. Legato mani e piedi alle sorti della legge sull’editoria invece Rinascita, il settimanale dei Comunisti italiani, diretto da Manuela Palermi. Che puntualizza: “La nostra per fortuna è una situazione ben diversa da quella di Liberazione. Ma se non arrivano più i fondi pubblici, chiudiamo”. Il crac lo rischia l’intero Pdci. “Con i soldi che abbiamo oggi possiamo andare avanti ancora per un anno” confidano dentro il partito.
Addio alla nuova sede, l’elegante palazzina a tre piani vicino alla Breccia di Porta Pia, finita sulle cronache prima delle elezioni per “i fax fruscianti, i telefoni allacciati, le maniglie lucidate, le stanze assegnate”. Il Pdci non l’ha più acquistata. E addio al progetto di un quotidiano. Ma il tosto Diliberto non demorde e i miltanti possono continuare a seguirne le gesta dalla web tv del Pdci.
Nell’odissea della sinistra extraparlamentare non poteva mancare l’ennesimo e sempre più acuto grido di dolore del Manifesto, in febbrile attesa per la legge sull’editoria. “Siamo passati da un diritto, quello cioè di avere contributi pubblici in quanto giornale retto da una cooperativa, alla grazia dal re, ovvero del premier” dice sferzante Valentino Parlato. “Forse siamo puniti proprio perché non abbiamo padroni” protestano in redazione. Lì, però, almeno non si rischia di essere messi in vendita.
- Tags: editore, giornale, Liberazione, Luca-Bonaccorsi, Massimo-Fagioli, Paolo-Ferrero, Piero-Sansonetti, Prc, psicanalista, Unità, Vladimir-Luxuria
-

Non c’è pace nella sinistra. E non si respira una bella aria a Liberazione. Il conflitto interno ruota attorno ad un nome: Luca Bonaccorsi, direttore editoriale del settimanale Left, interessato a rilevare il quotidiano guidato oggi da Piero Sansonetti. Apriti cielo, non se ne parla proprio, no allo “spauracchio di un compratore-choc”, non andremo mai con il “discepolo dello psicanalista Massimo Fagioli”, recita una nota del giornale.
Il cui direttore, ospitato da Repubblica, domenica si sfogava così: “Bonaccorsi accusa il manifesto di voler cancellare Liberazione, ma può essere lui il vero affondatore”. E ancora: “So che punta a una svolta a destra del quotidiano con una linea antifemminista e omofoba”. La soluzione migliore, per lui, poco gradito - diciamo così - al nuovo leader del partito, Paolo Ferrero, sarebbe un’altra: “Sto lavorando a un’associazione di chi lavora qui”, perché “possiamo prenderlo noi, il giornale”. Un’associazione che gestisca la testata, “insieme con un comitato di garanti, composto da figure illustri”.
Non si fa attendere la replica di Bonaccorsi: “Il comportamento di Sansonetti mi sembra inqualificabile e le sue affermazioni, che spero smentirà, gravissime. Io antifemminista e omofobo? Ormai siamo alle bugie palesi e alla diffamazione”. A questo punto, aggiunge, “è evidente che anche dentro Rifondazione c’è un caso Villari”. Cioè, Sansonetti rimane “aggrappato alla poltrona” pur “mettendo a rischio i lavoratori”.
A contendersi il quotidiano del Prc, ci sono insomma due diverse generazioni: quella del ‘68, guidata dal 60enne Sansonetti e quella che rifiuta il ‘68, pilotata dal 40enne Luca Bonaccorsi. “La mia battaglia la farò fino in fondo: posso vincere o perdere, ma non mi tiro indietro e spero che Ferrero consideri l’offerta formulata da me e altri colleghi alla pari con quella di Bonaccorsi”, dice Sansonetti. “Piero ha già perso, è l’unico che non se ne è ancora reso conto: la sua proposta d’acquisto? Come può essere credibile la proposta di risanamento fatta da chi ha portato Liberazione al disastro, a perdere 3,5 milioni di euro l’anno?”, nota Bonaccorsi vicino sia a Fausto Bertinotti che a Massimo Fagioli.
Non poteva mancare nel “dibattito” la voce del segretario del Prc. Sempre intervistato da Repubblica, Ferrero respinge le accuse dei suoi detrattori. Oggetto del contendere, il legame tra Bonaccorsi e lo psichiatra-guru Massimo Fagioli, “che debbo rispondere” attacca Ferrero “che siamo alla schizofrenia? Quanto è figo il guru Fagioli se Bertinotti va nella sua libreria ‘Amore e psiche’ nientemeno che ad aprire la campagna elettorale. Ma quanto è stronzo se invece incoraggia Bonaccorsi, che tratta con Ferrero per Liberazione”.
Ma l’ira di Ferrero non si ferma qui: “E non basta”, aggiunge. “Bonaccorsi” ricorda il leader del Prc “è l’editore di Alternative per il socialismo, la rivista di Bertinotti, bravissimo allora. Ha finanziato la riunione della minoranza, a Roma, a metà dicembre. Un grande. E fa Left, punto di riferimento per i vendoliani. Eccezionale. Poi, ne parlo io, e patatrac, tutti questi stessi compagni mi massacrano. Stalinista. Affossatore del giornale. Imbroglione”.
Ferrero non arretra nemmeno nel giudizio sull’attuale direzione del quotidiano, affidata a Piero Sansonetti, considerato un pasdaran dell’area Vendola: “Il buco di tre milioni e mezzo è già al netto del contributo per l’editoria”, sottolinea, e ricorda che “prima di Sansonetti del resto eravamo a diecimila copie. Ora circa a metà”.
Al di là di come andrà a finire, non è certo un bel viatico. Tanto più che ieri mattina, proprio sotto la redazione di viale del Policlinico, a dissentire sul progetto c’era pure la vincitrice dell’Isola dei famosi - osannata proprio per questo dal quotidiano del Prc - insieme al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. “Bonaccorsi e Fagioli” attacca Luxuria “hanno criticato, tra l’altro, il fatto che Liberazione si sia occupata troppo di sesso. Non vorremmo ora essere costretti a rivolgerci all’Osservatore romano o all’Avvenire per parlare di questi temi, bensì continuare ad avere uno spazio su un giornale di sinistra, che ha sempre considerato la libertà sessuale come parte integrante della grande lotta per l’uguaglianza”.
- Tags: direzione, editore, Fausto-Bertinotti, giornale, Liberazione, Nichi-vendola, Paolo-Ferrero, Piero-Sansonetti, Prc, redazione, rifondazione, sinistra
-

Non c’era proprio bisogno di mettere sul tavolo un altro motivo per ampliare la sempre più grave frattura tra i sostenitori del segretario Paolo Ferrero e quelli di Nichi Vendola, dentro Rifondazione. E che motivo: l’ultimo asset di Prc, il quotidiano Liberazione, diretto da Piero Sansonetti, messo in vendita.
Dopo l’ennesima lite sulla questione del quotidiano del partito, gli ex bertinottiani ora vendoliani, guidati dal governatore della Puglia se ne vanno dalla riunione e la maggioranza approva da sola un documento che potrebbe portare al rilancio, ma anche - sospettano i vendoliani - al fallimento e alla vendita del quotidiano del Prc.
La direzione, con all’ordine del giorno proprio il tema del giornale, che vive un periodo di rosso profondo, era stata convocata dopo che il comitato politico nazionale dello scorso weekend aveva in sostanza “sfiduciato” il direttore e chiesto un piano di ristrutturazione editoriale per portare il bilancio in pareggio nel 2009. Piano che poi è stato rigettato dalla direzione.
Non solo: sempre in direzione il segretario Ferrero ha avanzato l’ipotesi di una vendita del giornale spiegando che un editore “in queste settimane ha avanzato al sottoscritto l’intenzione di fare un’offerta per acquistare Liberazione, segnalando la propria disponibilità a mantenere gli attuali livelli occupazionali, a rilanciare la testata e mantenerlo giornale del Partito della Rifondazione comunista”.
Ferrero, attaccano però i vendoliani, non ha voluto rivelare l’identità di questo eventuale acquirente (”Tranquilli, non è Berlusconi”, avrebbe detto il segretario cercando, invano, di smorzare i toni) e chiedendo carta bianca per valutare la sua proposta, senza alcuna garanzia. Di qui l’abbandono della direzione e la denuncia da parte dell’area di “Rifondazione per la sinistra” di un atteggiamento “lesivo dei più ovvi criteri di trasparenza e persino legalità”. Non solo, i vendoliani denunciano la “scelta gravissima” che rivelerebbe la volontà di sfiduciare Sansonetti e far fallire il giornale. Tutta demagogia, è la risposta della segreteria (”Noi vogliamo il rilancio di Liberazione” e il nome dell’editore non è stato fatto in quella sede “per questione di riservatezza”, assicura Ferrero), che va avanti e fa approvare un documento che da mandato al segretario di valutare l’offerta avanzata. Documento che per i vendoliani è, puntualmente, nullo. La questione verrà nuovamente esaminata in direzione dopo che la segreteria avrà approfondito i termini di una eventuale offerta per la vendita del quotidiano. Certo è che, al di là del merito, il tema rischia di accelerare e rendere senza ritorno il percorso verso la scissione, già più volte ventilata dal gruppo guidato da Nichi Vendola.
Anche se un altro dei Betinotti boys, Gennaro Migliore replica: “Non siamo noi a volere la scissione, sono loro che ci vogliono cacciare…”.
Insomma, è “lotta continua”. Intanto oggi Liberazione non esce per sciopero e decide un pacchetto di altri quattro giorni di protesta se non ci sarà chiarezza su tutto, sulla bocciatura del piano industriale presentato, sull’offerta di acquisto, sul futuro della testata.
di Carlo Puca
Salvate il soldato D’Alema. E salvate pure la sua televisione, Nessuno tv. Come? Grazie a un cavillo del nuovo “Schema di regolamento” (la dicitura è in burocratese) “recante misure di semplificazione e riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria”. Per i non cultori della materia, il regolamento è l’ultimo passaggio, il più importante, per la nuova normativa sui finanziamenti pubblici ai giornali non profit e di partito, compreso il taglio di 193 milioni per il biennio 2009-2010 previsto dalla Legge finanziaria. Taglio contro il quale tuonano parecchie testate, da Liberazione al Manifesto, fino al Secolo d’Italia, e che fa tremare decine di giornalisti a rischio posto di lavoro.
Composta di 24 articoli, redatta dal dipartimento editoria di Palazzo Chigi, la bozza è semidefinitiva.
Miracolosamente, lo schema di regolamento, se approvato, recupererebbe ai fondi statali Nessuno tv, rete ufficiale del Movimento Ulisse, e Libera tv, organo del Movimento democrazia europea di Sergio D’Antoni. Insieme, nel 2006, i due canali satellitari sono costati alle casse dello Stato circa 6,6 milioni di euro in contributi pubblici. Ma per capire i termini del salvataggio dalemian-dantoniano il discorso deve farsi necessariamente tecnico.
Nel 2004 la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo stabilì, fra le pieghe del provvedimento, che anche le tv satellitari potessero usufruire dei fondi per l’editoria. Nessuno tv e Libera tv, più sveglie di altre, furono le uniche a cogliere l’occasione e a ottenere denari già nel 2005. Ma nel 2006 il governo Prodi, vicepremier D’Alema, si rese conto che la normativa rischiava di aprire un altro pozzo senza fondo: altri stavano per bussare alla porta di Palazzo Chigi. E così il 31 dicembre 2007 il decreto legge 248, poi convertito nella legge 31 del 28 febbraio 2008, di fatto stabilisce che i soldi pregressi le due tv possono tenerli. Ma che da allora in avanti dovranno fare da sé.
Il 14 aprile 2008 Silvio Berlusconi rivince le elezioni. Il ministro per l’Economia Giulio Tremonti presenta la Finanziaria in anticipo, compreso il taglio dei fondi all’editoria, con il decreto legge 112 del 25 giugno 2008. All’articolo 44 si stabilisce appunto il riordino dei contributi agli organi di informazione. Apriti cielo! La reazione più gentile degli interessati è l’accusa di attentato alla libertà di stampa, anche se i fondi per l’editoria sono costati allo Stato 1 miliardo in 7 anni. Soldi spesso concessi in maniera indiscriminata.
Proprio per questo il regolamento attuativo dell’articolo 44 risulta ancor più stupefacente. In tempo di austerity, nascosta nell’articolo 23, comma 2/b, è scritta una cosa incomprensibile per qualsiasi essere umano normale: è abrogato “il comma 2 dell’articolo 39 del decreto legge 31 dicembre 2007, n° 248, convertito, con modificazioni, con legge 28 febbraio 2008, n° 31″. Traduzione: è abrogata la decisione del governo Prodi, Nessuno tv e Libera tv tornano in pista.
Ora, facendo qualche domanda tra i corridoi di Palazzo Chigi, vengono fuori diverse visioni della vicenda. C’è chi dice che il rapporto tra D’Alema e Mauro Masi (suo capo di gabinetto nella scorsa legislatura) sia stato decisivo nella partita fra diplomazie opposte, ma sono anche note la severità e la linea di rigore con cui Masi ha affrontato la questione dei contributi all’editoria di partito. Per questo si è fatta maggioritaria un’altra interpretazione, squisitamente politica. Spiega che a Palazzo Chigi non si muove foglia senza il consenso di Berlusconi. Nessuno, dunque, prenderebbe mai una iniziativa personale, per di più di siffatta portata. È una tesi, questa, che spinge piuttosto il nuovo asse (se nuovo è) tra D’Alema e Berlusconi in chiave antiveltroniana, compresa l’ipotesi, avanzata dal primo, sull’approdo al Quirinale del secondo. Un inciucio editorial-istituzionale, insomma.
Le sorprese della bozza non finiscono qui. Con i parametri richiesti, parametri “retroattivi”, dei cinque quotidiani di partito veri, L’Unità, Il Secolo d’Italia, Liberazione, Europa, La Padania, soltanto il primo raggiungerebbe i criteri richiesti. Se ne sono accorti anche i maggiorenti di Alleanza nazionale, a partire da Enzo Raisi, l’uomo che ha risanato i conti del Secolo.
L’irritazione è tale che Gianfranco Fini, seppur coperto dall’abito istituzionale, è sceso in campo. E il sottosegretario all’Editoria, Paolo Bonaiuti, ha promesso un ampio dibattito parlamentare ed extraparlamentare, sebbene s’attesti sulla linea del rigore.
Avanzerebbe però un strano compromesso, altrimenti detto “accordone”, almeno stando alle chiacchiere di Palazzo (Chigi). Ovvero: quanto esce dalla porta, i soldi ai giornali, potrebbe rientrare dalla finestra delle fondazioni politiche. Tutti i leader e tutti i partiti ne hanno una di riferimento. Nel frattempo, Omero insegna, meglio essere Nessuno (tv) che il Ciclope.
Guarda il VIDEO commento di Maurizio Belpietro