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Verso le elezioni: battaglia difficile per la falange rosa

Ex avvocato di Giulio Andreotti, parlamentare con AN, per le elezioni 2008 si è candidata nel Lazio per il Popolo delle libertÃ
di Romana Liuzzo

C’è chi l’ha ribattezzata falange rosa, chiedendo il 50 per cento di candidature femminili sia alla Camera sia al Senato. Come Vittoria Franco, presidente della commissione cultura del Pd. E chi invece si infastidisce al solo pensiero, stufa di sentir parlare di quote rosa. “Chiamiamole piuttosto quote… fucsia. È essenziale valorizzare le donne brave, sarebbe un boomerang chiedere una maggiore rappresentanza nella classe dirigente (politica e non) solo perché donne. Significa che ci accontentiamo di una Barbie” spiega a Panorama Giulia Bongiorno, candidata per il Lazio di An per il Popolo della libertà. “La mia campagna elettorale non punterà su effetti speciali: sono convinta che la gente sia stanca di promesse e voglia concentrarsi sulla qualità dei componenti della classe dirigente. Parlerò di giustizia e di donne. Dove? Da qualche giorno mentre corro per il centro storico di Roma fin su a Villa Borghese la gente mi fa tante domande sul futuro politico: io con un po’ di fiatone mi fermo. Ma poi riprendo la corsa. Ecco, forse la campagna elettorale la farò così perché non si può attendere più. È giunto il momento di correre, correre, correre” conclude l’avvocato di Giulio Andreotti.
Donne all’attacco, anche perché, al di là delle promesse, c’è il sospetto che alla
fine la forte presenza femminile in Parlamento resterà un’utopia confinata nel limbo delle buone intenzioni. Nelle liste del Pd si sono rivelate, in molti casi, semplici specchietti per le allodole. A Milano, per esempio, solo tre candidate sulle 15 presentate hanno ragionevoli possibilità di essere elette.
Destra e sinistra un’idea comune sembravano averla. “La campagna elettorale? Famola strana” per dirla con Carlo Verdone. Walter Veltroni ha chiesto ai dirigenti delle 110 province un tour elettorale innovativo (”non solo comizi, voglio visitare luoghi simbolici e andare a pranzo nelle case delle famiglie”).
E mentre il leader del Pd e la Sinistra arcobaleno si inseguono sui voti di gay e trans (il Pd candida Paola Concia, fondatrice di Gayleft, e la Cosa rossa risponde con l’ex deputato di Rifondazione Vladimir Luxuria), ad appoggiare La destra di Francesco Storace, con Daniela Santanchè candidata premier, ecco la sorpresa: la giornalista sportiva Paola Ferrari, nuora di Carlo De Benedetti: “Sono da sempre una donna di destra e Santanchè è una cara amica” spiega.
Madri e bambini insieme, con indosso una maglietta: “Forza Stefy”. Solo Gianmaria, il figlio della candidata siciliana Stefania Prestigiacomo, ne avrà una diversa. Ci sarà scritto: “Forza mamma”. “Saranno 60 giorni molto pesanti, andremo per la strada, nelle palestre, nei mercati in tutta la Sicilia orientale, Siracusa, Messina, Ragusa” spiega l’ex ministro per le Pari opportunità del governo
Berlusconi. “Non terremo comizi, piuttosto staremo in mezzo alla gente, io e le mie collaboratrici con i figli. Tutte insieme tra la folla”.
Da un capo all’altro dell’Italia in mezzo al popolo (ma in Lombardia e per il Pd) Linda Lanzillotta. L’ex ministro per gli Affari sociali avrà il suo bel daffare. “La gente in questo momento è esasperata, percepisce una politica lontana. Non terrò comizi, il rapporto deve essere dialettico e molto femminile. Farò campagna elettorale al mercato, dove ho proseguito ad andare mentre ero ministro, in autobus e con gli amici dei figli”.
Orizzonti diversi per Michela Vittoria Brambilla. Il presidente dei Circoli della libertà, ridimensionata da Silvio Berlusconi sui seggi (partita da 30 posti, sarebbe scesa a 10, ma difficilmente riuscirà ad averne cinque), spiega a Panorama: “I tempi di questa campagna elettorale sono stretti. Ma almeno sulle grandi questioni vorremmo adottare il metodo delle primarie con i gazebo dei Circoli della libertà. L’idea del pullman di Veltroni non è originale: noi abbiamo un bus che sta girando l’Italia da dicembre, senza grancassa mediatica, ma con l’obiettivo di far partecipe tutto il Paese della novità del Popolo della libertà (che, è meglio ricordarlo, non è nato in febbraio, ma il 18 novembre) per raccogliere adesioni, idee, proposte”.
Sulla guerra dei seggi si fa sentire anche Alessandra Mussolini, ex Alternativa sociale, confluita nel Pdl: “Non vorrei fare la figura della venditrice di tappeti che chiede otto per avere quattro. In quanto alla campagna elettorale, ho sempre fatto di tutto, pure attaccare manifesti con l’aiuto delle figlie”.
Candidata per il Popolo delle LibertÃ
Laura Ravetto (foto sopra, candidata del Pdl, Lombardia 2) sostiene che “il dibattito politico non è in tv ma tra la gente. Berlusconi è il numero uno, il mio coach, ci segue, ci consiglia. Io farò campagna elettorale sul treno: la gente mi riconosce, chiede, si parla. Oltre a Berlusconi mi consiglia il mio fidanzato: è avvocato e raccomanda: ‘Lascia perdere i bla bla, sii concreta’”.
Beatrice Lorenzin, coordinatrice nazionale giovani Lazio, nata ad Acilia, ex giornalista a Ostia: “La mia sarà una campagna elettorale maschile, girerò in camper. Ci sono 20 appuntamenti già in calendario: piazze, assemblee, palestre, università e due eventi. Nel programma, al primo posto, il piano casa: per un terzo da realizzare con affitti concordati. Il Piano regolatore di Veltroni è solo un grande pasticcio”.
Altro partito, altre donne. Oltre ai nomi storici della sinistra (Giovanna Melandri, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Livia Turco) ci sono anche altre candidate doc. Cristina De Luca, ex sottosegretario alle Solidarietà sociali (Pd), in corsa a Roma per il Senato, è contraria ai comizi.
“Una campagna elettorale camminando per le strade, animata da dibattiti, privilegiando le periferie. La prima emergenza? Riformare la legge sull’immigrazione: deve entrare più gente regolarmente e va contrastata la criminalità”. Un’altra è Marina Sereni, capolista in Umbria alla Camera per il Pd. Dice a Panorama: “Si parte da Perugia e Terni fino ad arrivare a Foligno e Spoleto. Le donne sono più brave a toccare i temi della vita concreta perché ne conoscono le difficoltà quotidiane: negli ospedali, nei mercati, nelle palestre toccheremo temi come il costo della vita, la sicurezza, ma soprattutto l’aiuto alle famiglie degli invalidi”.

Dopo Cortina, caccia allo Statuto Speciale. Ma il ministro dà buca ai sindaci

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Nel giorno dell’addio di Cortina al Veneto per buttarsi nelle braccia di una ragione a statuto speciale come il Trentino Alto Adige, con meno imposte e una burocrazia più snella, al ministero per gli Affari Regionali si consuma una beffa per la piccola delegazione che rappresenta i piccoli comuni di confine che hanno bilanci sfiancati proprio dalla vicinanza di comunità che godono dei privilegi da tassazione agevolata.

Ore diciassette di lunedì. Appuntamento a Palazzo Chigi. Puntuali arrivano Marco Scalvini, sindaco di Bagolino e rappresentante dei comuni di confine, Piergiorgio Stiffoni e Sergio Divina, entrambi senatori della Lega Nord.
La giornata è autunnale ma il clima è rovente: nell’aria i risultati del referendum di Cortina D’Ampezzo. Con la perla delle Dolomiti che volta le spalle al Veneto di Galan e chiede (si scoprirà in serata con il 55.36 per cento dei votanti al referendum) l’annessione all’Alto Adige. Più soldi, più servizi, più infrastrutture. Alle 18 è fissato l’incontro con il ministro per gli Affari Regionali Linda Lanzillotta. Giusto il tempo di qualche flash e un’intervista tv. L’appuntamento è in uno dei palazzi della Presidenza del Consiglio in via del Tritone. Scalvini, insieme ai due senatori della Lega, spera di avere rassicurazioni in merito al fondo da 25 milioni di euro che la Finanziaria dovrebbe garantire ma di cui non c’è ancora nemmeno l’ombra. In tutto il governo avrebbe promesso 40 milioni di euro per arginare la fuga dei comuni di confine.
Una telefonata dietro l’altra e poi, in una stanzetta al primo piano dove la delegazione dovrebbe essere ricevuta, arriva la notizia tramite le agenzie di stampa. Il ministro Lanzillotta nega l’appuntamento e dice che non incontrerà i senatori e il sindaco di Bagolino. Ma nessuno ai tre lo dice ufficialmente. Poco dopo le 18 arriva il capo di gabinetto che spiega: “Questione di protocollo”. Il ministro pensava di incontrare solo i due senatori. Tutto rimandato. Poi aggiunge: “Sono già stati presi accordi con il senatore Castelli”. Qualche momento di imbarazzo e alla fine la resa della piccola delegazione. Scalvini scalpita: “Il ministro sapeva dell’incontro. Ha cambiato idea all’ultimo momento ma sappiamo aspettare”. Difficile dargli torto. Il suo nome, così come quello degli altri due senatori, era nella lista delle persone attese dal ministro. All’ingresso hanno confermato che li stavano aspettando.
Il ministro degli Affari regionali e autonomie locali, Linda Lanzillotta, nella sala stampa di Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei Ministri
Così mentre il caso Cortina conquista le prime pagine dei giornali, quello degli altri 171 comuni di confine è rimandato a data da destinarsi. La Finanziaria non ha stanziato le risorse promesse e la maggior parte di questi piccoli centri è a un passo dalla bancarotta. I cittadini preferiscono vivere, fare business e pagare le tasse là dove bastano pochi metri di distanza, per godere di agevolazioni di oguini genere. L’unica strada resta quella di chiedere l’annessione alle Regioni a statuto speciale. Cortina docet. Non solo in fatto di tendenze e bella vita.

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Le schede del Referendum Popolare per il passaggio del comune di Cortina D'Ampezzo con il Trentino Alto Adige.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]

Lanzillotta: Siamo tutti precari. Ma non possono tagliare il mio ministero

Il ministro degli Affari regionali e autonomie locali, Linda Lanzillotta, nella sala stampa di Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei Ministri
“Rimpasto sì o rimpasto no?”. Sempre che il Governo resti in piedi, da giorni è questo il refrain che suona nelle orecchie del presidente del Consiglio, Romano Prodi. E siccome suona male, a Palazzo Chigi circola un’altra versione: “riconsiderazione organizzativa”. Nelle intenzioni del premier non è che il taglio di dicasteri (attualmente sono 26), vicepremier (10) e sottosegretari (ben 66). Insomma, uno snellimento della squadra. Da imporre solo a Finanziaria approvata e sempre sotto la regia del Prof.
Quindi, ministro Lanzillotta, nessun cambio in corsa della squadra, nemmeno quando il partito democratico sarà una realtà e i partiti più piccoli della coalizione porranno la questione del ridimensionamento della compagine del Pd nell’esecutivo?
“Ma se lo stesso Prodi ha detto che non c’è rimpasto in vista, non vedo cosa ci sia da discutere”, taglia corto la titolare del dicastero per gli Affari regionali e le autonomie locali
Bene. Allora parliamo di tagli. Dopo la stretta sui voli di Stato, una anche sul numero di poltrone?
Dipenderà da Prodi. Anche se credo che non possa fare che bene asciugare la struttura dell’esecutivo. E renderlo così più efficiente. Avere tanti dicasteri non è solo un problema di costi ma anche di incisività dell’azione di governo. Ne va della capacità decisionale dell’esecutivo.
Già, come moglie del professor Bassanini che aveva partorito una riforma da 12 ministeri, ammetterà che 102 membri (tra ministri e sottosegretari) sono troppi.
L’ho sempre ammesso. Come ho sempre ammesso problemi di coesione in una squadra così numerosa.
Quanto pesa l’effetto Grillo sulla decisione del premier di sfoltire le poltrone? I sondaggi fanno pensare che pesi parecchio.
Non solo Grillo, direi. L’esigenza è doppia. Da un lato, dopo quasi un anno e mezzo è arrivato il momento di una verifica della squadra, delle cose buone che si sono fatte e delle criticità che pure non mancano. Dall’altro, non c’è dubbio, c’è anche la volontà di venire incontro alle richieste di chi chiede una riduzione dei costi della politica.
Oppure è la paura di cadere che muove Prodi a cambiare…
Ma il governo non cade. Anzi, ritoccare gli equilibri interni alla composizione del governo potrebbe ulteriormente destabilizzare l’esecutivo. A meno che non si trovi una formula nuova che rimetta in gioco nomi e poltrone, con una squadra ancor più aggrappata al premier.
“Se cado”, minaccia Prodi, “farò i nomi”. Lei ne conosce qualcuno?
Non ci sto al toto-killer. Ripeto, siamo più uniti di quanto si pensa e si scrive.
Circola voce che la sforbiciata si abbatterà soprattutto sui ministeri senza portafoglio, come il suo. Si sente in pericolo?
Siamo tutti precari, non solo io. Per quanto mi riguarda poi non sono una attaccata alla poltrona. Ci sono tante altre cose interessanti che potrei fare. Per quanto riguarda invece il ministero che reggo, non credo che nessun governo possa farne a meno. Con le modifiche introdotte al Titolo V della Costituzione (sull’autonomia regionale, ndr) questo dicastero ha un ruolo importante e non abrogabile.
Ovvio che tutti i ministri dicano così del proprio dicastero: importante e intoccabile. Mentre la gente la pensa diversamente. Qualcuno ha detto anche che per l’attuazione del programma di governo basterebbe una segretaria.
Sì, ma ridurre il numero dei ministri non significa per forza ridurre i dicasteri. Si possono sempre fare accorpamenti e assegnarli per delega. E poi è vera un’altra cosa..
Quale?
Che il 90% dei ministri senza portafoglio è retto da donne. Se davvero taglieranno lì, vorrà dire che alle donne toccheranno ruoli di maggior rilievo. Come nel Pd.
Ma il rosa nel futuro partito democratico è piuttosto sbiadito, pare.
Non è vero. Non parlo per la corsa alla leadership, dove c’è solo Rosy Bindi. Parlo delle liste regionali, dove per statuto devono esserci metà uomini e metà donne.
Non si è sentita esclusa, nella diatriba estiva sulla sicurezza, dal dialogo tra amministratori locali (sindaci, governatori, assessori) e il ministro dell’Interno Amato?
E perché avrei dovuto? Sono il titolare degli Affari regionali, non mi occupo di sicurezza. Poi in questo anno e mezzo abbiamo fatto un sacco di altre cose. Ci siamo occupati di federalismo fiscale, di decentramento delle competenze in materia di Catasto, di riordino dei Servizi Pubblici Locali, di montagna.
Quindi avanti così. Fino al panettone?
Avanti così fino alla fine. Varata la Finanziaria, ci occuperemo degli altri nodi: le tasse da abbassare, la crescita da far ripartire, le riforme da varare.

Tagliare i ministri? Quasi impossibile. Eppure circola una black list

Nella foto Romano Prodi circondato da alcuni suoi ministri (Bersani, Letta, Bianchi, Nicolais, Pecoraro Scanio, Melandri, Bindi, Lanzillotta e D'Alema)
Come anticipato da Panorama.it, Piero Fassino dovrebbe trasferirsi nel governo, come vicepremier unico, subito dopo le primarie del Partito democratico, il 14 ottobre.

È indubbiamente la soluzione più indolore per trovare una sistemazione al segretario Ds che rischia di restare disoccupato dopo la nascita del nuovo partito e dopo “una vita da mediano”. In realtà Fassino aveva chiesto a Romano Prodi un segnale, un “cambio di passo” nella faraonica compagine ministeriale anche per rispondere all’antipolitica dilagante. Insomma, una riduzione del 50 per cento del numeo di ministri e sottosegretari. Qualcosa che Prodi teme come la peste: “Se togli un mattone crolla tutto”. È così, il rimpasto è sempre pericoloso, figuriamoci il taglio tout court dei ministri. Eppure esiste una black list che circola tra palazzo Chigi e vertici del Pd, di titolari di poltrone dei quali si farebbe volentieri a meno. Sia delle poltrone, sia soprattutto di chi le occupa.

Vediamola questa lista. Il nome più illustre è Tommaso Padoa-Schioppa, superministro dell’Economia, entrato in rotta di collisione con Ds e Margherita, e in special modo con il suo vice alle Finanze, Vincenzo Visco. Il problema sono le tasse: TPS è restio a tagliarle se non si riducono le spese, i partiti vogliono invece dare un “massaggio forte” (leggi elettorale) ai contribuenti. Non solo. Il ministro ha un fronte aperto con sindaci e amministratori locali, ai quali ha soffiato 4 miliardi di fondi inutilizzati, e che ora sollecita a nuovi sacrifici. Se si riducessero i ministeri e si “reimpacchettassero” alcune cariche spacchettate, TPS perderebbe il posto a favore di Visco. Ma neppure quest’ultimo gode di grande popolarità: quindi ecco affacciarsi l’ipotesi di Pier Luigi Bersani, l’uomo che per il Pd si è sacrificato a favore di Veltroni. Ma silurare TPS è difficilissimo, Prodi continua a difenderlo, e lo appoggia pure l’estrema sinistra per antipatia verso il Partito democratico. L’unica soluzione è “promuoverlo” ad una carica internazionale: ma sia il Fondo monetario sia la Banca mondiale sono, al momento, al completo. Resta la commissione europea, dove l’Italia è rappresentata solo da Franco Frattini, dopo la rinuncia di Rocco Buttiglione.

Nella lista nera c’è un altro ministro di peso, Cesare Damiano del Welfare. Damiano ha l’handicap di essere fassiniano, e se il suo leader entrasse nel governo (soprattutto con la rinuncia di D’Alema e Rutelli alle cariche di vicepremier) rischierebbe seriamente di trovarsi in sovrannumero. Non solo. Se il referendum su lavoro e pensioni producesse un “no” la sua posizione si farebbe ancora più difficile, specie per tenere buona l’estrema sinistra. Del resto anche la poltrona di Damiano potrebbe essere reimpacchettata; con quella di Paolo Ferrero (Rifondazione) delle Politiche sociali.

L’elenco prosegue con Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti come indipendente, in realtà in quota Pdci. Anche il suo dicastero sarebbe da ricongiungere con le Infrastrutture, senonché qui c’è Antonio di Pietro, che nessun vuol far crescere di potere. E nel mirino c’è pure Alfonso Pecoraro Scanio, le cui sparate all’Ambiente non sono per nulla gradite all’ala riformista dell’Unione (soprattutto a Bersani). Ma è l’unico ministero che hanno i Verdi, e Pecoraro ci piazzerebbe comunque un fedelissimo.

Si è fatta critica anche la posizione di Linda Lanzillotta (Affari regionali), osteggiata anche lei dalla lobby degli amministratori locali e dall’estrema sinistra. Linda è difesa da Rutelli e potrebbe saltare solo se quest’ultimo, rinunciando alla medaglia di vicepremier, ottenesse una poltrona più pesante da aggiungere (o da sostituire) ai Beni culturali. Poi c’è un elenco di ministeri considerati inutili al di là di chi li occupa: Giovani e Sport (Giovanna Melandri), Famiglia (però c’è Rosy Bindi, impensabile declassarla dopo la probabile sconfitta nel Pd), e soprattutto l’Attuazione del programma, in mano al prodiano Giulio Santagata.
Come ha suggerito qualcuno, per verificare se il programma è attuato oppure no non serve un ministro, basta una segretaria.

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In caso di rimpasto del governo Prodi, secondo voi, quale ministro rischia la poltrona
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Bassanini: vado in Francia a fare la rivoluzione che Prodi non vuole

Franco Bassanini, milanese, 67 anni, ex ministro Ds della Funzione Pubblica nel primo governo dell'Ulivo. Esperto di amministrazione pubblica è stato chiamato da Nicolas Sarkozy per mettere a disposizione la sua esperienza nel rinnovamento della stato francese
In Francia lo conoscono e lo stimano, da tempo. Visto che dal 2001 al 2005 ha fatto parte del Consiglio d’amministrazione dell’Ecole Nationale d’Administration (E.N.A.). Nicolas Sarkozy, in particolare, lo tiene molto in considerazione: nel 2002, quando Sarko era ministro dell’Interno, lo ha chiamato per illustrare le sue riforme (datate 1997) ai prefetti francesi. E siccome Franco Bassanini, costituzionalista, ex ministro ds della Funzione pubblica nel primo governo di centrosinistra (’96-2001), fondatore di Astrid (Associazione per gli Studi e le ricerche sulla Riforma delle Istituzioni Democratiche) e, appunto, padre della prima corposa (anche se in gran parte “rimasta nei cassetti”) riforma della pubblica amministrazione, all’Uomo Forte francese è parecchio piaciuto, lo ha rivoluto nel 2004 come relatore alla conferenza programmatica dell’Ump, il partito di centrodestra al governo oggi in Francia.
“Ma quella volta Sarkozy volle sparigliare il campo e sorprendere i socialisti francesi, che lui reputa non proprio degli innovatori. E io stetti al gioco e andai a esporre i contenuti della mia riforma”.

Questa volta invece, professor Bassanini, l’incarico è istituzionale…
Sì. Il 30 agosto si insedia la Commissione per la liberazione della crescita francese, voluta dal governo di François Fillon, su mandato del presidente Nicolas Sarkozy. Ma la commissione, presieduta da un socialista del calibro di Jacques Attali (biografo e consulente di Mitterand, ndr), sarà del tutto indipendente e libera.
Al presidente francese piacciono i socialisti come lei, Lang, Attali. Ma nessuno grida all’inciucio
Da noi le divisioni politiche sono talmente forti e personalizzate che appena destra e sinistra si mettono a collaborare c’è chi pensa subito a qualcosa di losco. Ma le grandi riforme sono bipartisan. Germania e Francia insegnano.
Già, com’è che l’efficiente stato francese ha bisogno di essere riformato?
In Francia sono convinti che la nostra riforma sia buona e dunque sono molto interessati. La loro pubblica amministrazione funziona, ma per alcuni aspetti sono molto indietro. Per esempio, a parità di popolazione, la Francia conta due milioni in più di dipendenti pubblici rispetto ai 3,6 milioni dipendenti italiani. Da noi sono meno, ma non sono nelle condizioni di dare il meglio. Quelli francesi sono tanti, preparati, ma anche costosi: il loro stipendio incide per il 3,5% sul Pil nazionale. Anche di questo dovrà occuparsi la commissione, il cui mandato scade a dicembre. E dovremo anche indicare soluzioni per rilanciare la competitività e la crescita. Il livello della disoccupazione d’Oltralpe è per esempio superiore a quello italiano.
Che ruolo avrà?
Mi occuperò di ridefinire e semplificare il rapporto tra lo Stato e le piccole medie imprese.
Ovvero quello che in Italia non le è riuscito quand’era ministro della Funzione Pubblica…
Più o meno. In effetti la riforma del ‘97 (impropriamente detta Bassanini, visto che con me lavoravano fior di esperti) è in parte rimasta inattuata.
E del governo Prodi
Già. A essere sincero, il precedente governo Berlusconi l’ha rispettata all’80%. Questo esecutivo invece è andato nella direzione opposta. Spacchettando per esempio vari ministeri ha voluto dare un messaggio chiaro: la Bassanini non è più priorità. Ma è un altro l’aspetto che non mi convince.
Dica
Se Prodi avesse incaricato McKinsey o l’ingegner Ermolli di svolgere una ricerca seria e questo studio avesse dimostrato che l’Italia ha bisogno di 30 ministeri, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania che non ne hanno più di 15, io avrei preso atto che la riforma Bassanini era sbagliata. Invece non bastavano le poltrone…
E l’hanno tagliata fuori.
Però con Astrid, e a titolo gratuito, continuo a collaborare con il ministero dell’Interno (Giuliano Amato del resto è tra i fondatori di Astrid); col ministero dei Rapporti con il parlamento di Vannino Chiti; con Paolo Gentiloni, ministro per le Telecomunicazioni.
Di tutto di più, insomma.
Non ho avuto incarichi dall’attuale ministero della Funzione Pubblica di Nicolais, se non quello, a titolo personale e gratuito, di presiedere una commissione di studio per la formazione dei dirigenti pubblici, sul modello dell’ENA francese.
E com’è andata?
Abbiamo consegnato i nostri lavori entro la data stabilita (il 31 marzo scorso) dal mandato parlamentare. Ma anche questi studi sono rimasti nei cassetti.
Proprio come è successo nel ‘97. Tutti contenti in teoria, poi all’atto pratico le sue proposte restano lettera morta. Si rimprovera qualcosa in proposito?
Le riforme che ho scritto in quegli anni (assieme a personaggi del calibro di Massimo D’Antona) sono state attuate solo in parte. È mancato un lavoro di manutenzione straordinaria.
Cioè?
Nel ‘97 l’Italia aveva bisogno di uno scossone, di uno choc. Le mie cinque leggi, scritte anche grazie agli apporti del forzista Franco Frattini, che poi mi è succeduto al ministero, e votate con spirito assolutamente bipartisan, abbisognavano, come tutte le riforme, di correzioni e messa a punto in fase di attuazione.
E così si sono bloccate
Le hanno bloccate.
Chi?
Un’ampia parte del ceto politico: interessato a mantenere lo status quo e a sistemare sulle poltrone pubbliche persone di fiducia o elettoralmente vicine. E un’ampia parte della burocrazia stessa, che non ama farsi mettere sotto esame ma preferisce andare avanti per scatti d’anzianità e automatismi interni. E anche un’ampia parte del sindacato, impaurito dall’impopolarità che avrebbe comportato seguire le mie norme.
Quale in particolare?
Quella che prevedeva premi ai dirigenti più efficienti e l’allontanamento dei fannulloni. La tesi del Professor Ichino, che ha scatenato polemiche nei mesi scorsi, io l’ho scritta dieci anni fa. Avevo previsto che ogni ufficio pubblico avesse degli obiettivi da raggiungere, una strategia per farlo e dei settori dove applicarsi. A chi fosse riuscito a ottenere buoni risultati avremmo dato un premio. Invece i sindacati preferiscono distribuire gli incentivi a pioggia…
E così lei è rimasto nell’immaginario degli italiani come il ministro dell’autocertificazione.
Sì, ma anche quella è una rivoluzione. Non dover più presentare carte e documenti per l’iscrizione dei propri figli all’anno scolastico successivo, come succedeva prima del ‘97, credo sia una buona semplificazione, no?
Ma molti la criticano per aver dato ufficialità allo spoyl sistem?
Il sistema è sempre esistito. E funziona anche in altre democrazie che noi italiani citiamo a modello. Deve essere limitato agli uffici di staff. Ed è deleterio quando nasconda interessi elettorali. Non c’è niente di male se il capo di gabinetto di un ministero è un uomo di fiducia del ministro. Purché quello sia stato scelto perché è il migliore sulla piazza e non perché appartiene alla famiglia politica del ministro.
A proposito di famiglia, nel governo non c’è più lei, ma sua moglie Linda Lanzillotta, agli Affari regionali. Una ricompensa per non averla fatta eleggere al Senato alle ultime elezioni?
No, che c’entra! Anche perché il ministro Lanzillotta non è dei Ds, ma della Margherita. A me è successo di essere troppo in basso nelle liste, nonostante il mio partito avesse promesso agli ex ministri un ruolo di primo piano.
Tornerà a far politica attiva nel Partito democratico?
Vedremo. Intanto io tifo Veltroni. Soprattutto dopo l’ampio e articolato discorso al Lingotto di Torino. E poi ha una certa somiglianza con Sarkozy.
Ah sì?
Certo: è un abile comunicatore (al pari del francese e di Silvio Berlusconi); è un riformista e gli piace innovare. E poi non è vero, come dice De Gregori, che vuol piacere a tutti. Ma l’avete letto bene il suo programma?

Manifesto Rutelli: lancia Veltroni. E guarda a una nuova maggioranza, dopo ottobre

Ancor prima che finisse un’altra giornata passata sul limite di una crisi di governo, sono iniziate le grandi manovre. Definite le regole con le quali, il 14 ottobre, gli elettori del Partito Democratico potranno scegliere segretario e Assemblea costituente del nuovo soggetto (liste bloccate collegate ad un unico candidato), i big di Ds e Margherita cominciano a darsi da fare. Così, dopo la discesa in campo di Walter Veltroni, ecco arrivare il “manifesto di Rutelli”. Un documento che, nelle intenzioni del vicepremier, servirà per sostenere la candidatura del sindaco di Roma. Un documento che farà discutere visto che ipotizza una rottura netta con la sinistra radicale, visto che vi si si legge che “se la maggioranza non saprà governare i cambiamenti” il Partito democratico dovrà “proporre un’alleanza di centrosinistra di nuovo conio”. E dovrà farlo “per non riconsegnare l’Italia alle destre, ma soprattutto per non essere imprigionato dal minoritarismo e dal conservatorismo di sinistra”.

Dunque si tratta dell’atto di nascita di una nuova corrente, la prima del nuovo partito, in cui già si mescolano i rutelliani della Margherita (Renzo Lusetti, Rino Piscitello, Ermete Realacci e Antonio Polito, i ministri Paolo Gentiloni e Linda Lanzillotta, il leader dell’Italia di mezzo Marco Follini, i teodem Paola Binetti e Luigi Bobba,) e i liberal dei Ds, compresi sindaci (quello di Venezia Massimo Cacciari, quello di Torino Sergio Chiamparino).
Il vicepremier è dunque ufficialmente in campo e il suo manifesto, che in un primo momento avrebbe dovuto essere la base per il varo di una sua lista alle primarie di ottobre, sembra comunque una vera e propria piattaforma per un area riformista del nuovo Partito democratico. E la vera novità non sta nemmeno nell’ipotesi di “un’alleanza di centrosinistra di nuovo conio”, ma innanzi tutto nell’esplicito richiamo a quel “Walter Veltroni che a queste ragioni si ispira”. Il predestinato leader del Pd, dopo il 14 ottobre, potrebbe dunque farsi promotore di una nuova maggioranza. Il che comporta, almeno nel 99,9 per cento dei casi, anche un nuovo presidente del Consiglio.

Montecitorio, quanto ci costi! La ricetta dei questori

L'aula della Camera dei deputati
I costi della politica sono il tema protagonista della Conferenza Unificata tra Governo, Regioni, Province e Comunità montane convocata per oggi alle 15:30 dal ministro per gli Affari regionali, Linda Lanzillotta.
E i questori che si occupano di far funzionare la Camera dei deputati hanno appena emesso un documento sulle spese di Montecitorio.
Tra i quattro Paesi più popolosi dell’Ue la Camera è la più cara, con una media annua di spese correnti pari a 634.482.231 euro contro i 500.191.623 del Bundestag tedesco, i 481.591.224 dell’Assemblea nazionale francese e i 421.224.979 della Camera dei Comuni britannica.
D’altra parte, scrivono i questori, rispetto agli altri organi costituzionali, la Camera è quella che ha avuto la minor crescita della dotazione finanziaria dal 2003: dal 6,87% al 2,79%.
Le tanto vituperate auto blu sono 22, in leasing, più altri 22 veicoli di servizio di proprietà della Camera: questi non sarebbero un benefit, ma “un servizio funzionale nell’adempimento di incarichi nell’ambito della Camera caratterizzati da peculiari responsabilità”.
Quelli che davvero ci costano, secondo i questori, sono gli ex deputati: i loro viaggi in treno o in autostrada si sono rincarati del 42,5% rispetto al 2001: nel 2006 si sono spesi 2.788.861 euro.
I questori hanno delle proposte per risparmiare: chiedono al ministero dell’Economia l’assegnazione di un unico immobile dell’Agenzia del Demanio vicino alla Camera in modo da tagliare gli affitti pagati per gli uffici dei Palazzi Marini e di altri edifici nel centro storico, che ammontano a 32.734.339 euro. Tutti questi palazzi, vicini a Montecitorio ma separati tra loro, non permettono un utilizzo ottimale e certo non fanno un bell’effetto sull’opinione pubblica che può considerare eccessivo il numero dei palazzi di cui dispone la Camera.
Si risparmierebbero 2 milioni l’anno sopprimendo i rimborsi per i viaggi di studio dei deputati, e 2,5 milioni con l’uso di software open source .
E poi basta con lo spreco di carta: i documenti sono tutti disponibili su internet, e ridurre le copie stampate della rassegna stampa farebbe già economizzare 150mila euro. Altri 200mila euro, e qualche albero, si risparmiano sostituendo i telegrammi e i fax per le convocazioni con e-mail e sms.

Santanché: i maschi di An hanno le palle di lino


Dal sito dell’onorevole Santanché: “Sono nata a Cuneo, il 7 aprile 1961 sotto il segno dell’Ariete e dell’Ariete ho la caparbietà, la tenacia e la passione. Laureata in scienze politiche, un master alla Sda Bocconi. Ho iniziato il mio percorso in Alleanza nazionale con Ignazio La Russa dopo la svolta di Fiuggi del 1995. A giugno del 2001 sono stata eletta deputato nella circoscrizione elettorale Lombardia 3. Nel 2005, dopo aver ricoperto la presidenza del Comitato di controllo per la spesa pubblica presso la commissione Bilancio, sono stata nominata relatrice della Legge finanziaria 2006. Prima donna nella storia della Repubblica a ricoprire questo ruolo. Nel 2005 ho ricevuto anche l’incarico, da parte di Gianfranco Fini, di coordinatore nazionale del dipartimento pari opportunità di Alleanza nazionale”.

Se le donne nel Partito democratico non vanno di moda, in An ancora meno. Il suo segretario ne parla poco.
Gianfranco Fini resta il leader di un grande partito che ha un problema serio: perde pezzi, soprattutto fra i giovani e le donne. Una costante emorragia di persone e di risorse che non vengono rimpiazzate da nuovi ingressi, se non qualche ex socialista che si piazza nelle fondazioni.
Le fondazioni sono considerate il rifugio dove superare la vecchia forma partito. Le fanno tutti…
È vero. Oggi tutti copiano Massimo D’Alema che ha capito prima di altri come le fondazioni siano macchine perfette per coltivare il culto della personalità.
Dunque anche la sua di personalità, visto che lei si è fatta una fondazione, il Circolo D-Donna.
A differenza delle fondazioni i circoli sono formati da cittadini comuni, sono fatti per stare tra la gente e, invece di rendere, costano denaro, tempo e fatica. Non saranno in grado di elaborare raffinate teorie sul mondo, ma scaldano il cuore di chi ne fa parte.
E di cosa si discute nei suoi circoli?
Dei valori della destra, dall’identità nazionale alla sacralità della vita. Contro il Corano nelle scuole e l’ingresso della Turchia nella Ue.
Tempo fa ha dato del “palle di velluto” ai colonnelli troppo arrendevoli verso Fini. Pentita?
No, l’espressione è sempre di attualità. Solo che, vista l’emergenza caldo, la cambierei in “palle di lino”.
Anche Francesco Storace è un “palle di lino”?
Storace è cresciuto all’interno di questa classe dirigente, ma è allergico al velluto e anche al lino. Per questo chiede con forza e a ragione un congresso così da fare chiarezza sulla linea politica. Mentre il partito perde pezzi, quando lui gira l’Italia riempie i teatri e riesce a unire i cuori giovani con quelli vecchi del partito. Vorrà pur dire qualcosa.
Invece quelle di Ignazio La Russa, il suo ex mentore, come sono? Lui la critica pesantemente, si dice che le abbia tolto il saluto.
Non è vero, ci ho parlato anche mezz’ora fa. Ignazio resta un amico. E io gli amici li rispetto.
Dopo le minacce che lei ha ricevuto dagli estremisti islamici, il Corriere della sera ha scritto che se fosse stata di sinistra sarebbe già diventata un’icona femminile.
Quell’articolo mi ha fatto pensare. Soprattutto da Barbara Pollastrini e dal Vaticano ho ricevuto una solidarietà non di facciata.
Quasi quasi meglio abbandonare questa destra di “senza palle” e passare al Partito democratico…
Bella prospettiva: 8 donne su 2 mila delegati. La verità è che le donne autonome e controcorrente danno fastidio a destra come a sinistra. Solo che di là nessuna ha il coraggio di ribellarsi apertamente. Io ballo da sola e l’ho dimostrato pagando in prima persona i diktat del mio capo ma resto dove sono.
E il suo arcinemico al Viminale? Giuliano Amato è l’ispiratore della nuova politica sull’immigrazione che supera la Bossi-Fini e punta sul coinvolgimento della Consulta islamica.
A tutt’oggi chi predica odio non viene espulso, e le scuole clandestine proliferano. I bilanci delle associazioni musulmane non sono trasparenti, ma non si svolgono le inchieste per paura di turbare gli “amici islamici”. Il Dottor Sottile deve ricordarsi che è anche ministro di polizia e quindi deve fare rispettare la legge.

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