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L’uomo del Nord ha detto “No”. Fatti due conti di tessere e appoggi tra i big, vista l’incompatibilità (l’esempio di Veltroni a Roma è recente) tra la carica di sindaco di una grande città e la candidatura al principale partito di opposizione, Sergio Chiamparino ha stroncato sul nascere le speranze dei molti che lo volevano candidato al congresso d’autunno, terzo incomodo tra i due big Franceschini e Bersani.
La delusione dei “Piombini”
Il sindaco di Torino era stato uno dei più applauditi giovedì scorso all’assemblea del Lingotto davanti alla platea dei “Piombini“, i cosiddetti “giovani” democratici che vogliono ridare slancio e una nuova prospettiva al partito. E che adesso dovranno puntare su un altro nome o sostenere senza troppo entusiasmo Bersani o Franceschini. “Di già ?” titola laconico e deluso Luca Sofri il suo post su Wittgenstein, uno dei loro blog di riferimento, a commento della decisione di Chiamparino.
Proprio Sofri insieme con Pippo Civati, Debora Serracchiani e molti altri amministratori locali era stato uno dei promotori dell’incontro al Lingotto. Dando voce a un crescente malessere tra gli elettori democratici cui la rete ha dato forma con i blog: “Abbiamo bisogno di avere la possibilità di votare un’alternativa, che non è rappresentata né da Bersani né da Franceschini, persone che stimo e ho apprezzato per quello che hanno fatto ma che rappresentano le due facce della stessa medaglia” scrive in un commento un lettore, Marco, trovando le parole per dire ciò che pensano in molti, anche nei sondaggi on-line.
E Debora sta con Dario
Scartato il neosindaco di Firenze Matteo Renzi, uno dei “Piombini” della prima ora, gli sguardi si rivolgono a Debora Serracchiani. Ma la sorpresa delle europee non sembra volersi immischiare in una sfida troppo grande: “Sosterrò Franceschini. E’ il più simpatico” dice in un’intervista a Repubblica che ha scatenato la reazione inviperita di molti uomini dell’apparato Pd (“Ora la simpatia è una categoria politica?”). Un appoggio che potrebbe pesare a favore dell’attuale segretario, ma per molti altri la presenza tra i suoi sostenitori di ex Margherita come Fioroni fa pensare a un passo indietro sui temi della laicità , molto sentiti dall’elettorato giovane. “Al Lingotto, nonostante le attese, non si è voluto parlare di nomi - per ribadire il principio, sovente dimenticato, che le cose da fare devono essere anteposte logicamente e cronologicamente agli organigrammi - ma è stato chiaro che voltare pagina è un esercizio non più rinviabile” scrive Ivan Scalfarotto, un altro dei blogger democratici più seguiti, che già tentò la candidatura-spot nel 2005.
I possibili outsider: Civati e Marino
E allora chi potrebbe essere l’outsider? Uno dei personaggi più applauditi on-line è il consigliere provinciale di Milano Giuseppe Civati, che sul suo blog commenta citando Blade Runner: “Io ne ho viste cose che voi democratici non potreste immaginarvi. Candidature in fiamme al largo dei bastioni di Torino, e ho visto i raggi B (!) balenare nel buio vicino alle porte del Lingotto, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo e nel Congresso, se qualcuno non vi porrà attenzione“. Gad Lerner, dal suo sito, invita “i sedicenti giovani di Piombino” a esprimere un candidato e le donne a farsi avanti, perché “il paese avrebbe tutto da guadagnare se si facesse avanti (non per cooptazione) una leadership democratica femminile, quella a cui la Finocchiaro si rivela incapace di aspirare per moto proprio”. Un altro dei nomi che ricorrono più frequentemente come alternativa possibile è quello di Ignazio Marino, chirurgo e senatore Pd, che in molti vedrebbero bene in ticket con Civati. Ma sono più le suggestioni che le certezze, come sottolinea ancora Sofri: “Che forza ha in vista di un congresso? A me pare un bel rapporto da costruire, non un portabandiera”.
Insomma, nessun Obama all’orizzonte. Ma i democratici che speravano nel “Chiampa” sono ancora alla ricerca del loro terzo litigante. Che possa godere tra gli altri, soliti due: D’Alema e Veltroni.
Pardon, Franceschini e Bersani.
Chi dovrebbero candidare i “giovani” del Pd per ridare slancio al partito?

La GALLERY: Stai con Franceschini o con Bersani? LEGGI ANCHE: Il “chi sta con chi” nella sfida a leader del Pd
“Il Pdl è in declino”. “La spinta propulsiva del berlusconismo è finita”. Dalle parti del Pd, passata la bufera del voto europeo e amministrativo si pensa già al congresso del prossimo autunno. La sconfitta c’è stata, ma non si è trattato del crollo totale che si attendeva. Per questo i due candidati principali alla segreteria rilasciano dichiarazioni speranzose. E intanto muovono le prime pedine in vista dello scontro. On line .
Il blog di Bersani
I due non si attaccano, per ora, anzi, la polemica è in sordina. La prima mossa tocca all’ex ministro, con un messaggio sul suo sito. “Nell’insieme non è stato un risultato buono per noi, ma la destra deve ridimensionare le sue aspettative” scrive Bersani a proposito del voto, poi parla al Pd: “Dobbiamo parlare dell’Italia, di noi e dell’Italia; delle idee che abbiamo per il nostro Paese e di come farle vivere in un rapporto reale con i territori e con i cittadini. Non ci sono scorciatoie né colpi di comunicazione risolutivi.” Una frase, quest’ultima, che sembra una critica alla strategia del gossip anti-berlusconiano. Per Bersani la sua sarà “una candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del PD, comunque la pensino; ma che non rinuncerà alla chiarezza delle posizioni politiche”.
Per l’ex ministro “non dobbiamo inventarci una nuova generazione, né evocarla per simboli. Credo che ci sia già , nel lavoro, nelle professioni, nelle amministrazioni, nel partito. Con questi giovani che sono già in campo farò il mio primo intervento pubblico il 1 luglio a Roma. Parlerò di politica e presenterò le mie idee”.
Franceschini in video e Veltroni su Facebook
Il 1 luglio. Un giorno prima dell’incontro che ha proposto Walter Veltroni al Centro congressi Capranica per il 2 luglio, annunciato sul suo profilo Facebook con queste parole: “di tutto abbiamo bisogno tranne che di ritorni a un passato che ha poco da dire” e con il sostegno “a Dario Franceschini e al suo sforzo intelligente”.
Insomma, la sfida è lanciata. E Franceschini l’ha raccolta da questa mattina. Sul suo sito personale un video pre-elettorale contro Berlusconi è stato sostituito con un filmato in cui il segretario Pd ufficializza la sua candidatura. “Oggi potrei dire missione compiuta” dice, “il quadro è cambiato, siamo il primo partito nell’area riformista in Europa”. “Pensavo fosse possibile passare il testimone alle nuove generazioni” prosegue Franceschini, “però ho visto riemergere personalismi e litigi. Oggi non mi sento di tradirli, non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me. Investirò su una nuova squadra, fuori da ogni vecchia appartenenza”.
Giovani e “Piombini”
Ma come si schiereranno i tanto corteggiati giovani e i blog che seguono le vicende del Pd? La domanda diffusa, espressa anche dal voto europeo, è per il rinnovamento. I successi personali di Matteo Renzi e Debora Serracchiani sono segnali alla segreteria. Tanto che sia l’asse Veltroni-Franceschini (”recuperare lo spirito del Lingotto”), sia Bersani-D’Alema se li contendono. La Serracchiani potrebbe essere l’asso nella manica dei veltroniani e parteciperà all’incontro promosso dal primo leader Pd.
“Bersani scopre i giovani” ironizza il 34enne Giuseppe Civati, uno dei “Piombini“, il gruppo “di lavoro, non siamo una corrente ” che si è convocato a Torino il 27 giugno e che comprende anche un altro blogger, candidato alle europee, Ivan Scalfarotto. Ma Civati ne ha anche per Franceschini: “Parlare di declino della destra quando si perde nella regione più importante d’Italia è perfetta chiosa di una classe dirigente nazionale che da 15 anni non è capace di parlare a un terzo degli italiani, che vivono sopra il Po”. Lo stesso Civati, consigliere regionale in Lombardia, secondo l’Unità , è dato in corsa come possibile sorpresa in vista del congresso, ma lui sul suo blog respinge con una battuta: “Mi sono rotto i cognomi”.
Regole criptiche
Chi si occupa delle fasi pratiche che porteranno al congressone è invece Luca Sofri, con un post su Wittgenstein in cui tenta di ricapitolare il percorso regolamentare previsto dallo Statuto “è un casino tale che solo alcuni monaci cistercensi sono riusciti a decifrare esattamente la volontà dell’estensore”.
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Ha parlato del Partito Democratico che verrà e dell’Italia che vorrebbe. E non poteva esimersi dal farlo, Walter Veltroni, tornato al Lingotto di Torino a chiudere quel viaggio verso la guida della nuova compagine del centrosinistra che proprio da qui, il 26 giugno scorso, prese il via. Ha parlato dell’importante vittoria del sì referendum tra i lavoratori sul welfare e del buon andamento (soprattutto sotto il profilo della politica economica) dell’esecutivo di Prodi, al quale ha promesso lealtà e forte sostegno fino al 2011. E questa, al di là della cortesia istituzionale, è una buona notizia per il Prof. Ha parlato di sicurezza, di lotta alle mafie (priorità nel programma del nascente Pd) e di quella tendenza tutta interna alla sinistra di “darsi le martellate lì, come Tafazzi, altrimenti non si sente a posto”. Ma, forse proprio per non farsi del male, il candidato favorito alle primarie di domenica 14 ottobre ha evitato, con cura, di toccare altri temi: nessun riferimento alla laicità del futuro partito (e chissà come c’è rimasto Pier Giorgio Odifreddi, seduto in platea), alla sua collocazione all’interno del panorama politico italiano ed europeo (tra i socialisti o i popolari?); solo un cenno breve all’ambiente, per sostenere il binomio sostenibilità -sviluppo e far scattare l’applauso per il neo Nobel, Al Gore; solo un fuggevole richiamo alla politica estera, per dire che il rischio maggiore di oggi è il ritorno alla proliferazione degli armamenti da parte di Usa e Russia.
Per il resto, è il Super Walter di sempre, con quell’innata capacità di far sognare l’uditorio, di prospettare un futuro pieno di sfide: tutte entusiasmanti, tutte da affrontare, tutte da vincere. Il “solito” Veltroni, solo un po’ più stanco: com’è naturale che sia per uno che da più di tre mesi, oltre ad amministrare la Capitale, va girando l’Italia, spiegando cosa ha intenzione di fare da leader del Pd e cosa aspira a fare da sindaco d’Italia. E com’ è l’Italia dipinta da Veltroni, nell’ora abbondante di discorso tenuto davanti a una platea di circa 1200 persone (su più di due mila posti dell’Auditorium del Lingotto)? Un Paese in bianco-nero, di luci e lacci dove il bicchiere è mezzo vuoto e mezzo pieno, a seconda di come lo si guarda. Esordisce così: “Ho visitato la reggia di Venaria Reale insieme al sindaco Chiamparino (applausi: qui è di casa, ndr). Uno spettacolo sorprendente, tornato allo splendore di quando fu creata. È per questa Italia che faccio la mia dichiarazione d’amore: un Paese capace di eccellere nel mondo grazie alle sue bellezze, alla sua unicità , alla grandezza delle persone (ecco il bicchiere mezzo pieno). Il mio Pd sarà per loro: un partito di popolo, con la gente al primo posto. Persone vere, che vivono e lavorano, non quelle raccontate dal circuito mediatico, quelle che la politica vede un po’ da lontano e invece dovrebbe cercare. Persone come la famiglia di imprenditori… ehm, scusate, di operai, da cui sono stato invitato a pranzo, quest’oggi: Pietro e Antonia Maviglia, ex lavoratore Fiat lui ed ex operatrice scolastica lei. La mia Italia è il Paese dei giovani precari da 800 euro al mese, è l’Italia dei 50enni che chiedono garanzie sulla pensione, l’Italia dei disabili che guardano con speranza al futuro, l’Italia degli imprenditori che hanno buone idee di sviluppo e crescita ma sono imbrigliati da un sistema impaludato e fermo” (e qui, invece, il bicchiere è mezzo vuoto). Per riaccendere motore ed entusiasmo, il Candidato, sempre volando piuttosto alto e senza scendere troppo nei dettagli, propone allora la sua ricetta.

Innanzi tutto, la condivisione dei talenti e dei destini: “Il Pd nasce dalla contaminazione di storie e idee e percorsi diversi. E ha l’obiettivo di entrare nel futuro con un nuovo lessico (lontano da quello dei talk show). Un vocabolario dove non ci sia posto per l’odio e dove trovino spazio le risposte concrete”. Disarmare lo scontro politico è il secondo ingrediente della ricetta Veltroni: “I blocchi mondiali sono caduti, finiamola anche noi con gli scontri ideologici. Serve più rispetto e civiltà . Da 15 anni questo Paese è bloccato dalla dialettica asfittica Berlusconi-comunisti. Così non si va da nessuna parte. E mi stupisco io dello stupore altrui su alcune mie attestazioni di stima nei confronti di personalità politiche avverse al nostro campo. Basta anche al cosiddetto bipolarismo televisivo, dove su un dato argomento, bisogna sempre trovare due pareri opposti”.
L’impossibile dialettica tra i Poli impedisce poi, secondo Veltroni, di abbattere tutti i conservatorismi di casta e corporazione, che non fanno crescere il Paese. No, il Favorito non ce l’ha, “grillianamente”, con i partiti e le nomenklature (anche se è singolare che solo in questo passaggio abbia pensato di salutare Piero Fassino, l’ancora per poco segretario dei Ds), ma “con chi difende sacralità inesistenti che lasciano il Paese nel degrado per paura che, prendendo qualche decisione, si scontenti qualcuno o si perdano dei privilegi”. E poi, dice, c’è bisogno di innovazione. Politica innanzi tutto. Il che significa sbarazzarsi del “demone della nostalgia: che si avvinghia alle gambe, che blocca i movimenti. È tipico in particolare della sinistra, poi, pensare che ieri sia sempre meglio di oggi. Ma oggi invece è giusto trovare soluzioni diverse, chiamando in causa formule che nel passato non erano compatibili ideologicamente con noi”. Esempio? “La sicurezza: la sinistra che vedo io, non può declinare questo compito. Quasi per un riflesso Pavloviano io sono portato a stare con i deboli. Ebbene, senza guardare al passaporto di chi delinque, il debole è chi subisce l’atto di violenza non chi lo compie”. E qui scatta l’ovazione, che fa capire a Veltroni che la platea non solo apprezza la nuova moda Sarkò, ma ha anche intuito contro chi indirizza i suoi fendenti Walter, l’ex buonista. Che infatti rincara: “Mi si dice spesso da sinistra: ’scegli: o con il lavoro o con le imprese’. Ma io non scelgo o meglio, anche a costo di subire qualche ironia, scelgo si stare con tutte e due. Voglio una politica che sostiene gli imprenditori e difende i lavoratori: si può fare. Come si deve fare in modo che i politici facciano più di un passo indietro: per essere direttori di una Asl serve solo essere bravi, capaci e onesti. Non la tessera del partito che ha vinto le elezioni”. Perché altrimenti “è facile che nascano malcontenti e ci si senta dire un Vaffa, che però non risolve i problemi”.
Il rinnovamento della politica passa inoltre dalle riforme. E il Pd, a quanto prospetta Veltroni, ne farà e ne sposerà molte: “Il 22 ottobre arriva in Parlamento il disegno di riforma costituzionale a cui da mesi sta lavorando Luciano Violante (è in sala, quindi: applausi, ndr) e che prevede la riduzione dei seggi dei deputati a 500 e quelli dei senatori a 180; una camera che legifera; un governo più forte con il premier in grado di revocare i ministri, senza per forza aprire una crisi”. Come se la crisi del sistema politico sia coenuta solo nel libro di G.A. Stella e S. Rizzo, aggiunge poi il sindaco di Roma: “La Casta, per il 90%, dice cose giuste e denuncia storture da correggere. Noi per esempio domenica fondiamo due partiti in uno. Ne restano altri 40: troppi per il nostro Paese. E allora chiedo anche alla destra di fare come noi: questo è il momento di aprire anche da quella parte un confronto sul partito unico. Lo dico alle persone dell’altro schieramento che stimo: come fate a stare con chi vuol mandare stampelle ai Senatori a vita, con chi chiede la pulizia etnica contro i culattoni, chi vuole trasformare gli immigrati in leprotti per scaldare le doppiette?”.

Non contento di dettare l’agenda alla Cdl, Veltroni spariglia ancora di più il campo a sinistra, con un gioco verbale piuttosto fine ed efficace: “Sulle riforme che faremo, cercheremo il maggiore consenso possibile. Non si tratta di cambiare alleanze. Si tratta di fare alleanze per il cambiamento e l’innovazione. Metteremo in piedi un programma con le priorità di cui il Paese ha bisogno e su questo misureremo le alleanze”. E se a qualcuno è venuto il sospetto che la proposta strizzi l’occhio ai centristi e guardi di traverso la sinistra radicale, ecco la risposta: “Con la sinistra radicale ci sono delle differenze ed è bene che si vedano, ma è possibile che non si riesce a far convivere le differenze senza entrare in conflitto? È possibile che sul protocollo del welfare, a favore del quale ha votato l’80% dei lavoratori, ci siano esponenti di Rifondazione che ancora lo contestano. Perché non si riesce a garantire la convivenza?”. Si legge convivenza e si intende la sopravvivenza del governo Prodi, messo quotidianamente in discussione non per “la qualità delle sue azioni ma per la sua immagine pubblica, devastata da alcuni mali che dipendono dal sistema politico, la frammentazione, la visibilità che sono figli di una legge elettorale che spinge ad esasperare i protagonisti in attesa di un voto in cui ciascuno può sperare di tornare in parlamento e quindi deve fare il più rumore possibile per farsi vedere”. E invece quante cose buone, dice Veltroni, ha fatto in un solo anno e mezzo l’esecutivo, in particolare nella riduzione del debito, sulle liberalizzazioni e sul welfare, e “per questo” ha continuato “dico che dal Partito democratico non ci si deve attendere altro che un sostegno forte e leale all’azione di Prodi”.
Senza aver mai citato gli altri quattro concorrenti alle primarie, Super Walter si avvia alla conclusione. Con sorpresa: “Domenica faremo una cosa grande, che ha a che fare con la passione e il sogno. Anche fossero solo centinaia di migliaia i voti, sarei contento. Ma mi piacerebbe anche che sia una cosa divertente. Sì, dico agli uomini e alle donne (che saranno la metà dei dirigenti del Pd, una cosa mai vista) di divertirsi (intellettualmente parlando), di stare in mezzo alla gente. La politica è la bella arte di risolvere i problemi. Ma occorre la grinta, per riuscirci. Facciamo come quello splendido giovanotto di 97 anni, Vittorio Foa, che mi ha chiesto di poter partecipare al voto del 14 ottobre…”.
Ore 19,50, c’è solo il tempo per l’unica citazione di tutto il discorso. E immancabile arriva l’I Care che don Milani fece scrivere sui muri della scuola di Barbiana. Un classico veltroniano: campeggiava sopra il palco del primo congresso Ds, nel 2000, proprio qui al Lingotto. Il segretario allora era Walter Veltroni: più che una coincidenza, un segno del destino…
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Ma sono i nuovi Democratici o i vecchi Democristiani? Da quando Walter Veltroni ha annunciato la propria scesa in campo per la guida del Pd, ma soprattutto per quella del prossimo governo, si assiste a un curioso fenomeno: un proliferare di candidature vere, annunciate o minacciate, di gente che vuole fondare e naturalmente guidare liste “per Walter”, “con Walter”, “per aiutare Walter”: insomma, tutto a beneficio di Walter. Qualcosa però che assomiglia molto alle vecchie correnti democristiane. O, come sostiene ruvidamente il politologo Angelo Panebianco, alle baronie di un partito che dà di sé un’immagine feudale prima ancora di essere fondato.
Ci sono gli antagonisti veri, il che non fa mai male in democrazia. Enrico Letta, sottosegretario di Romano Prodi, che avrebbe voluto annunciare la candidatura lunedì 2 a Milano e che, pare, la formalizzerà venerdì 6 luglio. O Arturo Parisi, un altro fedelissimo del Professore, il quale stila una lunga lista di cose che Walter dovrebbe dire o fare (per esempio, firmare per il referendum elettorale come a suo tempo aveva annunciato; o dire da che parte sta in politica estera), ma non ha ancora detto o fatto.
Entrambi dovrebbero appunto candidarsi in alternativa a Veltroni. Poi ci sono quelli che di mettersi contro Walter avrebbero una gran voglia, ma sono frenati dalla disciplina di partito. È il caso di Pier Luigi Bersani. Tanto Walter vola alto, tanto Bersani bada al sodo. Tanto Walter pensa a una nuova sinistra, tanto Bersani pensa di fare i conti con la sinistra che c’è. Tanto Walter si proclama riformista, tanto Bersani è convinto, il riformismo, di praticarlo già . Infine tanto Walter è veltroniano, tanto Bersani è dalemiano.
Ma la cosa più curiosa sono quelle liste annunciate, e quei personaggi, che vogliono appunto correre “per Walter”. Rosy Bindi per Veltroni: si immagina una lista tutta casa e chiesa, che dia a Walter un’ulteriore spruzzata cattolica della quale il Candidato (quello con la C maiuscola) non pare avverta l’esigenza. Anna Finocchiaro per Veltroni: sarà mica la carabiniera di D’Alema? Anche la Pollastrini è tentata: per il motivo opposto della Bindi, vuole rafforzare la laicità di Walter.
Alla fine - e questo agli occhi di Veltroni è il rischio vero - magari scenderà in campo lo stesso Prodi. Sarebbe ovviamente la guerra. Per ora, forse, l’ammissione più sincera la fa Parisi, prodiano d’antà n: ciò che realmente interessa non è la guida del Pd, che anzi rischia di rivelarsi una rogna, ma la candidatura a premier. Lì sì che c’è il potere. E tra Ds e Margherita, prima di sciogliersi (ma si scioglieranno?) è tutto un correre a delimitare i vari territori. Nell’interesse di Walter, ovviamente.
Il quale Walter, che dopo il Lingotto pensava ad una trionfale passeggiata di salute, potrebbe scontrarsi con i primi imprevisti. A cominciare, per esempio, dal ticket: lui si è scelto il cattolico Dario Franceschini. Ma se gli altri non riusciranno a insidiare la leadership di Veltroni, scommettiamo che pretenderanno almeno la vice-leadership?