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lirica

Nessun dorma finché non si aprirà il testamento di Big Luciano

Luciano Pavarotti fra le due mogli Adua (a sinistra) e Nicoletta

Di Roberto Barbolini

Dovevate vederlo, disteso cereo nella bara, la barba e i capelli tinti d’un nero improbabile, così carico da far pensare a una maschera teatrale. Come a dire subito: io fui tenore. Sì: tutti noi avremmo dovuto vederlo, serenamente composto dopo la “toilette di lunga conservazione” a opera di Gianni Gibellini, diventato di punto in bianco il “mortician” più richiesto del mondo per aver trattato la salma del tenore più famoso nel mondo, con l’aiuto d’un tanatopratico romano e dell’immancabile Veronica, abituata a truccare il Maestro per la scena e pronta a farlo anche in occasione dell’ultima recita.

“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…”: solo i versi manzoniani in memoria di Napoleone, così ottocenteschi e tenorili, sembrano adeguati allo straordinario libretto d’opera che, tra romanza e telenovela, la scomparsa di Luciano Pavarotti, gigantesca Supernova del firmamento mediatico, sta scrivendo in questi giorni nell’immaginario collettivo, tra feticismi e pettegolezzi, in un fenomeno di idolatria postuma che persino certi piccoli schizzi di veleno, inoculando il sospetto di risorgenti faide familiari attorno a un’eredità valutata a spanne sui 200 milioni di euro, hanno contribuito ad alimentare, in un crescendo di voci spesso discordanti. Voci di un’unione ormai scricchiolante fra il grande tenore e la seconda moglie Nicoletta Mantovani; sussurri di dissapori fra Nicoletta e le tre figlie Cristina, Lorenza e Giuliana, nate dal primo matrimonio di Pavarotti; insinuazioni in puro stile feuilleton sull’esistenza d’un misterioso testamento segreto. E poi illazioni a non finire sui tre incontri del tenore ormai allo stremo con l’ex moglie Adua Veroni.

Si sa: “la calunnia è un venticello”, pronto però a trasformarsi in “un tremoto (sic), un temporale”, addirittura in un Giudizio universale. Tanto che le tre figlie, in una lettera letta da Cristina al Tg1 dell’11 settembre, si sono viste costrette a smentire ufficialmente il can can di congetture allestito dal gran circo mediatico. Ma è ineluttabile: l’apoteosi post mortem implica quel pulviscolo di gossip che sempre si sparge nell’etere quando muore una stella.

Il mondo intero, mai come in questo caso così globale, così locale, s’è preso una bella scossa. E quei funerali in diretta televisiva dal Duomo di Modena, 43 per cento di share alle 3 del pomeriggio d’un caldo sabato d’inizio settembre, hanno compiuto l’opera, mescolando in uno straordinario “patchwork” Bono Vox a Romano Prodi, Kofi Annan alle Frecce tricolori, il pathos del melodramma all’organizzazione teutonica di quei concittadini di Big Luciano (ma anche di Enzo Ferrari) che il “genius loci” Antonio Delfini definì fulmineo “tedeschi travestiti da inglesi”.

Risultato? Nessun dorma: le esequie non finiscono mai. Ai 50 mila della cerimonia ufficiale hanno continuato ad aggiungersi schiere di pellegrini al cimitero di Montale Rangone, dove l’artista è sepolto. Il Comune di Modena s’è visto costretto ad allestire uno spazio in piazza Grande con registri per le firme e distribuzione gratuita di foto-ricordo dell’artista, di cui sono state stampate 200 mila copie. Ciò non è bastato a frenare la speculazione: tre giorni dopo il funerale, per la gioia di chissà quale danaroso cacciatore di feticci, su eBay veniva messo all’asta il libretto della messa d’esequie a inviti esclusivi, tirato in 1.500 copie da Artestampa con logo a secco, alla strabiliante cifra di partenza di 50 mila euro. Roba da sbaragliare il fervido mercato di gadget del pianeta rock, dal plettro perduto di John Lennon alla chitarra distrattamente sfiorata da Jimi Hendrix, la mano sinistra di Dio.

Pavarotti, del resto, era stato il primo a capire che, nell’odierna mitologia di massa, il tenore e la rockstar sono due icone complementari, fatte per ribadirsi reciprocamente. Qualunque cosa si possa pensare da un punto di vista musicale dei concerti benefici nei quali tra il 1992 e il 2003 radunò il Gotha del pop-rock internazionale, bisogna dare atto al Maestro d’aver avuto una grande intuizione da artista pop. “Intendiamoci: Pavarotti resterà grande perché ha cantato per Herbert von Karajan, non perché ha duettato con Bono. Ma questo straordinario emigrante del do di petto aveva il senso istintivo di ciò che vuole la gente. Ha saputo prendere il modello nazional-popolare di Beniamino Gigli, idolo della lirica durante il Ventennio, e adattarlo ai nostri tempi, mescolando Mamma e Miss Sarajevo”: Alberto Mattioli, giornalista della Stampa e melomane, è netto nell’analisi. Non c’è da meravigliarsi: conosce Pavarotti come le sue tasche e detiene il record delle interviste con il Maestro, una cinquantina, compresa l’ultima, rilasciata il 23 luglio 2006. Con tempestività, Mattioli sta per pubblicare da Mondadori Big Luciano, biografia critica del tenore più famoso del mondo, allegata in anteprima a questo numero di Panorama, che sarà in libreria il 18 settembre.

L’eredità che lascia Pavarotti, il libro lo conferma, non è solo quella d’una voce indimenticabile; tantomeno quella d’una esorbitante macchina da soldi che continuerà a macinare royalty nella posterità. Big Luciano è stato un maestro generoso alla Scuola di canto legata al conservatorio della sua città. Ma soprattutto un personaggio che non ha mai smesso di essere persona. “Un vero amico, timido e riservato malgrado le apparenze” lo ricorda Giulio Bonacini detto Bóla, uno dei Quattro della briscola (titolo del libro di foto e memorie che uscirà a Natale da Artestampa, a cura di Beppe Zagaglia). Gli altri tre erano Pavarotti, Giorgio Maletti e Luciano Ghelfi detto il Colonnello. Quattro moschettieri più usi alla forchetta che alla spada. S’erano conosciuti ragazzini, alla metà degli anni Quaranta, sul campo di calcio dell’Invicta San Faustino, la squadra della parrocchia.
“Negli ultimi quattro anni Luciano aveva incluso la nostra presenza come clausola contrattuale nelle tournée. L’abbiamo seguito in Cina e alle Barbados, in Russia e Nuova Zelanda. Negli intervalli delle sue recite giocavamo a briscola. E finché la partita non era finita non si rialzava il sipario” ricorda Bóla. Hanno giocato in coppia fin quasi alla fine, con Luciano già costretto alla carrozzella: “Eravamo ancora in vantaggio di 18 partite su Maletti e il Colonnello”. Ma la briscola decisiva Lucianone era destinato a perderla.

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