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Dopo il pressing di Fini e della Lega, arriva il via libera di Forza Italia alle “liste pulite”. Nel Popolo delle libertà, alle prossime elezioni, non sarà candidato chi ha procedimenti penali in corso. E così, fra i partiti, è iniziata la gara fra chi presenterà la lista di candidati più “pulita”. Il tema, sollevato a suo tempo dalla campagna di Beppe Grillo sul Parlamento pulito, di non candidare i condannati in via definitiva, dopo essere stata accolta dal Pd, viene recepita anche dal coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi. Che ne parla in una lettera inviata ai coordinatori regionali, ai membri del comitato candidature e al presidente Silvio Berlusconi. Bondi appellandosi alla tradizione di onestà che contraddistingue il partito ha precisato che tale criterio di esclusione non si applica a coloro che hanno subito procedimenti di carattere politico.
Recita la comunicazione: “Eventuali procedimenti penali che riguardano nostri parlamentari o eventuali candidati, esclusi naturalmente quelli che, come sappiamo, hanno un’origine di carattere politico, costituiscono un motivo sufficiente di esclusione dalle liste, soprattutto per un partito come il nostro dalla sua nascita ha sempre potuto vantare”. È una delle regole per la formazione delle liste elettorali contenuta in una lettera che Sandro Bondi, coordinatore di Fi, ha inviato ai coordinatori regionali del partito e ai membri del comitato candidature.
“Nel corso del nostro primo incontro” scrive Bondi nella lettera “abbiamo delineato e concordato i criteri essenziali per la formazione delle liste elettorali. Fermo restando la decisione di riconfermare in linea di massima i parlamentari uscenti che abbiano lavorato con lealtà ed impegno in questa legislatura e riconfermando l’esclusione della candidatura per i consiglieri regionali e per i parlamentari europei, salvo per coloro che ricoprono responsabilità politiche nazionali o svolgono rilevanti funzioni in questa campagna elettorale, ti invito” continua la lettera “a tenere in considerazione nella formulazione di nuove proposte del loro grado di rappresentatività sul territorio locale di carattere locale o nazionale”.
“Per quanto riguarda la riconferma dei parlamentari uscenti è necessario valutare il numero delle legislature ricoperte, il loro radicamento territoriale, l’impegno profuso a favore del partito specialmente in occasione delle grandi manifestazioni promosse in due anni di opposizione, con l’obiettivo” prosegue la missiva di Bondi “di favorire un necessario e naturale ricambio della nostra rappresentanza parlamentare, con particolare attenzione alle donne ed ai giovani”.
Il VIDEO servizio:

Elezione diretta del premier, norme antiribaltone, legge elettorale senza più liste “blindate” dai partiti, maggiori poteri a Comuni e Regioni e meno spazio alle province.
Se potesse partecipare alla riscrittura delle norme elettorali, queste sarebbero le riforme che il popolo degli elettori vorrebbe vedere realizzate. Indicazioni che sono state raccolte dalla Fondazione per la Sussidiarietà (presieduta da Giorgio Vittadini), in una classifica piuttosto chiara delle riforme istituzionali considerate migliorative dall’opinione pubblica.
E così nell’anno in cui ricorre il 60° anniversario della Costituzione, e dopo un periodo segnato nello stesso tempo da una forte contrapposizione politica e da chiari segnali di antipolitica, il sondaggio, condotto su un campione di 1.600 intervistati, mette in luce una spontanea propensione verso modifiche che possano snellire lo Stato centrale, aumentare l’efficienza con un progressivo trasferimento di competenze alle amministrazioni più vicine ai cittadini (il cosiddetto principio di “sussidiarietà”) anche a livello fiscale, e l’individuazione di strumenti per garantire la governabilità. Primo tra tutti, l’elezione diretta del premier, su cui si esprime favorevolmente più del 76% degli intervistati, contro poco meno del 21% che lo vorrebbe eletto dal Parlamento.
Sullo stesso solco la risposta positiva (più del 60%) all’ipotesi di introdurre nella Costituzione norme antiribaltone, che impediscano cioè la formazione di un governo diverso dalla coalizione uscita vincente dalle elezioni. Sulle consultazioni, poi, la stragrande maggioranza (89%) chiede di poter tornare a esprimere una o più preferenze tra i candidati presentati dai partiti, mentre sulla legge elettorale gli intervistati si orientano più sul maggioritario (47%) che sul proporzionale (29%). Ancora sul tema governabilità il 74% degli intervistati si esprime a favore di un premio di maggioranza per il vincitore, e oltre il 67% si dichiara favorevole alle clausole di sbarramento contro i “partitini”. Un deciso no (43%) anche alla nomina diretta dei senatori a vita da parte del capo dello Stato e alle riforme fatte dalla sola maggioranza. Secondo l’83% degli intervistati la modifica della Costituzione è una responsabilità che deve essere condivisa da Parlamento, società civile e poteri locali.
Se il governo è considerato l’organismo più idoneo per promuovere lo sviluppo economico, è il Comune quello che ispira più fiducia (37,7%). La maggioranza è favorevole a un incremento dei poteri legislativi delle Regioni e ad una trasformazione del Senato in un seconda Camera federale. Nel complesso però, riguardo all’effetto del decentramento finora realizzato, gli intervistati si dividono tra quelli che pensano che la situazione sia invariata (35%) e quelli convinti che sia addirittura peggiorata (35%).
In definitiva il 70% ritiene che il decentramento, con la redistribuzione dei poteri tra Stato centrale e autonomie locali, non abbia portato miglioramenti significativi in termini di sicurezza e delle condizioni di vita dei cittadini. Oltre il 60% tuttavia pensa che il federalismo fiscale possa avere effetti positivi sulla riduzione degli sprechi, sull’evasione e anche essere un’opportunità per lo sviluppo delle aree depresse.
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Adesso anche Enrico Letta sa che sugli elenchi delle primarie aleggia il segreto. Non di Stato, ma quasi: le liste sono top secret, chiuse “in un armadio. E nessuno, neanche Veltroni, può consultarle senza il via libera di tutte le forze della coalizione”, dice il tesoriere diessino Ugo Sposetti, rispondendo alla provocatoria ma ufficiale richiesta di Enrico Letta e Mario Adinolfi di tirare fuori le liste dei cittadini che parteciparono alle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre 2005.
Nell’armadio dovrebbero dunque esserci quei dischetti. Fine del mistero? E dei sospetti? Sì, ma la polemica sugli indirizzari è solo uno degli ingredienti della battaglia per le primarie. Mancano circa 65 giorni al via della corsa per la leadership del futuro partito democratico e messo così il Pd non sembra possa contare su un futuro sereno. E non solo per la corsa per la leadership ma anche per il malumore per come sta maturando il progetto che ha ormai contagiato tutti e tutte le questioni.
La contesa infatti infuria sul peso degli apparati di partito. Ieri il diessino Goffredo Bettini, grande elettore del sindaco, ha difeso Walter Veltroni: “La sua candidatura nasce proprio contro il pericolo del verticismo”. Ma perché Bettini si è sentito in dovere di intervenire? Non solo perché Walter e famiglia sono in vacanza per due settimane alla Maldive. Più probabile perché, nonostante i proclami della vigilia, il Partito Democratico si sta sempre di più caratterizzando come una sommatoria tra Ds e Margherita. A denunciarlo sono proprio i principali protagonisti di questa avventura. Sabato 4 agosto è stato il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani (che ha dovuto rinunciare a correre a fianco di Enrico Letta) a mettere in guardia dal rischio di un “eccessivo verticismo”. Rischio che preoccupa un altro ministro Ds, Vannino Chiti: “Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo - ha detto in un’intervista all’Unità di domenica 5- non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto”. Se più o meno tutto viene deciso nelle stanze chiuse dei due partiti di maggioranza, naturale che a rimanere tagliata fuori sia la società civile, la vera sconfitta di questo avvio. Dei tre candidati alla leadership, per potenza mediatica e rilevanza politica, tre sono considerati pesi massimi (Veltroni, Bindi e Letta) e tre sono pesi piuma: Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere), Piergiorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica e il giovane Mario Adinolfi, (il blogger che ha lanciato la “generazione U: “La U di Ulivo, di Unione, di U2 e di Ue”): nomi e volti, questi ultimi, che dicono poco al popolo che andrà a votare il 14 ottobre. Anche per questo Enrico Letta, un big, si è lamentato, durante la sua campagna “Sette temi per sette spiagge” (al sottosegretario sembra piacciano più gli improvvisati incontri al mare che le kermesse in stile Lingotto): “Sto facendo una campagna sui contenuti, ma è bene dire qualcosa anche sulle regole che potevano essere migliori. Sono state costruite non intorno alla società civile ma intorno all’idea del Candidato Unico” (leggi Walter Veltroni). Le primarie per lui devono essere “un’operazione che parte dalla base, dagli elettori e non dal vertice”.
Altro terreno di scontro in vista del 14 ottobre: le liste. Tutti ne vorrebbero una e gli accordi sottobanco sarebbero già in stadio avanzato. A parte il listone Ds-Margherita che appoggerà il sindaco di Roma e che dovrebbe rispecchiare l’accordo tra la Quercia e i Popolari di Fioroni e Marini, ci sono i teodem della Margherita, i “coraggiosi” di Francesco Rutelli, c’è Ciriaco De Mita, ci sono gli under 30, le donne e chi più ne ha più ne metta. Inoltre Quercia e Dl si sarebbero già equamente divisi le segreterie regionali del Pd (in particolare in Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio), come più volte denunciato da Rosy Bindi e su cui ha ironizzato anche il prodiano Franco Monaco: il territorio, a suo dire, “è esattamente il terminale delle logiche spartitorie romane” che hanno stabilito “12 segretari regionali ai Ds e 8 ai Dl”. Ultimo caso scoppiato, quello della Lombardia, con i rutelliani irritati per l’applicazione del ticket anche in Regione (il ventinovenne segretario regionale dei Ds Maurizio Martina e la margheritina Patrizia Toia, sostenuti da Letta). Come se non bastasse le liste sono rigorosamente bloccate e senza preferenza. Esattamente quello che prevede l’attuale legge elettorale nazionale. Una “porcata” che l’Unione vorrebbe cambiare a tutti i costi.
L’ultima ferita aperta, il confronto tv. Rosy Bindi ha lanciato il guanto di sfida a Walter Veltroni mandando su tutte le furie gli altri candidati per il suo “singolare concetto di democrazia”. Marcia indietro e tutti d’accordo: bene il confronto tv. Ma Enrico Letta avanza dubbi: “Chissà se Veltroni ci starà”.
Nel tentativo di arginare il “gallinaio”, non hanno invece avuto dubbi quelli del Collegio dei Garanti del Pd che hanno pubblicato sul sito ulivo.it il “Regolamento di autodisciplina” per la campagna elettorale delle primarie, che dovrà essere “sobria, contenuta nei costi” e non ammettere “propaganda a pagamento su radio, tv e giornali” ma solo manifesti o mezzi informativi regionali e locali, dibattiti, tavole rotonde conferenze eccetera, con un tetto di spesa fino a 250mila euro per i candidati segretari nazionali, 50mila per gli aspiranti segretari regionali, 5mila per i componenti dell’Assemblea. Ci sarà un’ulteriore guerra su come e dove i candidati andranno a battere cassa?
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Ecco chi sono i volti “nuovi” della politica locale, i primi cittadini che hanno conquistato la poltrona di sindaco e che, da oggi, si affacciano al grande pubblico. Per familiarizzare con loro (facce, storie e programmi) leggete qui:

A Lecce il nuovo sindaco è Paolo Perrone (Voti: 34.368 - 56,208%). Raccogliendo frutti ed eredità della signora di An, Adriana Poli Bortone, il quarantenne (foto sopra, “occhi: castani, capelli: castano cenere, naso: importante, altezza: 182 cm, peso: 80 kg, musica preferita: pop inglese, sogno nel cassetto: portare allo stadio della città i Police, segni particolari: tifosissimo del Lecce”, informa dal suo sito), laurea alla Bocconi, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici, passa al primo turno con un netto 56% che non lascia spazio ad equivoci e confermando così Lecce città di destra.
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Se Prodi ha evitato la spallata della CdL, deve ringraziare Genova. In particolare Marta Vincenzi (a cui ha portato fortuna festeggiare il 60° compleanno proprio la domenica del voto). Già presidente della Provincia di Genova, “Super Marta” ha preso la poltrona che fu di Giuseppe Pericu con 158.432 voti pari al 51,230 per cento, affermandosi prima donna eletta sindaca del Comune ligure e scongiurando il pericolo ballottaggio. Onesta, lei si aspettava un miglior risultato dalle urne (ha superato di sette punti il candidato della Casa delle Libertà Enrico Musso, fermo al 45,94%) e perciò, alla fine di un lento scrutinio, ha dichiarato: “In queste elezioni hanno giocato sfavorevolmente l’assenteismo e lo scontento degli elettori nei confronti dell’operato del governo nazionale, fattori importanti da non sottovalutare per le scelte future, anche perché è venuto meno il sostegno dell’elettorato tradizionale di sinistra”.

“Alessandria esce dal tunnel. Insieme la ricostruiremo, recuperando la sua identità culturale, il suo spirito imprenditoriale, la voglia di innovare per recuperare il ruolo di capoluogo di provincia che abbiamo perduto”.
Queste le dichiarazioni a caldo del nuovo sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio (34.258 voti, cioè 63,009%). Fabbio (foto sopra) ha avuto un successo, inaspettato per le sue proporzioni, su Mara Scagni, sindaco uscente (di scena) con rabbia: lascia lanciando strali contro il governo e la città.
La novità di Alesandria non è la sola, in Piemonte. Dove piove, tira vento e il cambiamento improvviso di clima si addice al freddo che i cittadini hanno mostrato verso il centrosinistra (Ds in particolare).
La Cdl vince al primo turno anche ad Asti, con Giorgio Galvagno (24.207 voti per il 56,2 per cento). Nato nel 1943, professore e preside di Scuola superiore, deputato della precedente legislatura, già sindaco 15 anni fa, Galvagno (foto sotto) torna sulla poltrona di primo cittadino per “Riportare Asti ai primi posti su tutto: dall’economia del vino alla sicurezza”.

In Piemonte, il baluardo unionista che ha difeso Prodi dall’assalto della CdL è Cuneo, la capitale della “provincia granda”, un passato di memorie partigiane ed uno più recente di amministrazioni dc e centriste. Fino al 2002, quando Alberto Valmaggia prese il 53%, riconfermandolo poi nel 2007. Ma, a dispetto della sua notevole popolarità, il “sindaco degli alpini”, ha vinto per un soffio al primo turno: con 16.895 voti pari al 50,982 per cento.
Di rilievo anche il ribaltone di Monza, dove il dottor Marco Mariani (foto sotto), specialista in ortopedia e traumatologia, classe 1953, sfratta col 53,52 per cento dei voti Michele Faglia.

A Monza, per la CdL è un ritorno, dopo la parentesi del centrosinistra di cinque anni fa: “Abbiamo lavorato bene. Siamo partiti in anticipo, la mia candidatura è stata presentata subito dopo Natale, e adesso raccogliamo il frutto di un impegno” dice il neo sindaco Mariani, appoggiato da una coalizione unita e compatta. Faglia ancora intontito della bastonata si limita ad ammette: “È un colpo perché non mi aspettavo una differenza così consistente”.

Ride (amaro) il centrosinistra a L’Aquila, una delle sorprese di questa tornata amministrativa, dove passa al primo turno, con il 53,1%, il candidato del Correntone Massimo Cialente (foto sopra). Il nuovo sindaco è nato il 1° giugno 1952, coniugato, tre figli, deputato dell’Ulivo in procinto di passare con la Sinistra Democratica di Fabio Mussi. Insomma uno che di Partito Democratico non vuole proprio sentire parlare.

Infine l’uomo di Bossi che ha stravinto a Verona. Al giovane (è del ‘69) Flavio Tosi (foto sopra), i sondaggi davano il 52%, Silvio Berlusconi gli aveva assegnato la missione di superare il 53. Ma lui ha voluto strafare, toccando il 60,696 % al primo turno: lui stesso ha ammesso di non aspettarsi un esito di questa portata.
Il sindaco uscente Paolo Zanotto si è fermato al 33,5: cinque punti in meno rispetto al primo turno del 2002.
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I risultati delle amministrative stanno già terremotando la maggioranza di governo. Il motivo è semplice: l’ala sinistra e l’ala moderata dell’Unione si addossano reciprocamente la responsabilità delle (molte) sconfitte al Nord ed il merito delle (poche) vittorie al Centro-Sud.
Ha cominciato fin da subito il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano: “Non si può più andare avanti così. Bisogna fare un salto di qualità su precari e pensioni. Che senso ha, per esempio, fare il contratto degli statali ad elezioni chiuse?”. A parte il fatto che l’accordo sugli statali non c’è ancora, il bersaglio della sinistra massimalista è chiaro: l’ala moderata del centrosinistra, ed in particolare il Partito democratico. Già, il Pd: a questo punto rischia di soffocare in culla. “Osservo che il Pd viene colpito al primo vaglio elettorale. Questo governo o cambia marcia o si rompe definitivamente il rapporto con il popolo dell’Unione” dice ancora Giordano. Il quale, come Fabio Mussi, i Verdi ed il Pdci, sbandiera anche i risultati ottenuti d ai candidati della “sinistra-sinistra”. Come Massimo Cialente, eletto all’Aquila al primo turno, vicino a Mussi e dunque contrario al Pd. O come a Taranto, dove va al ballottaggio Ezio Stefàno, un medico di area Rifondazione, contro il candidato dell’Ulivo.
Ma anche i moderati - da Clemente Mastella ad Antonio Di Pietro - sono sul piede di guerra. Gli argomenti: “Il governo ha fatto poco in materia di sicurezza, lotta alla droga, infrastrutture” dice Di Pietro “e ne paghiamo le conseguenze soprattutto al Nord”. Mastella rinnova la richiesta di una verifica a tutto campo della maggioranza e del programma, chiede “di destinare il tesoretto ai ceti popolari” e vorrebbe (come Di Pietro) smarcarsi dalla linea dura sulle tasse di Vincenzo Visco.
Poi ci sono gli arrabbiati della nomenklatura diessina e del Pd. Come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e come lo stesso Fassino, che lamenta un vuoto di decisioni.
Tutti avranno presto le occasioni per disseppellire l’ascia di guerra. Tra qualche giorno il Senato discuterà sulle presunte pressioni esercitate da Visco sui vertici della Finanza, con tanto di mozioni (anche dell’Italia dei Valori di Di Pietro) che chiedono il ritiro delle deleghe al viceministro, fatto che porterebbe quasi certamente alle dimissioni. Poi c’è da riprendere la discussione con i sindacati sulle pensioni, argomento accantonato da Prodi proprio per le amministrative. Quindi mettere in piedi il il Documento di programazione economica, ovvero dove destinare fondi e risorse, e nel mirino finirà Tommaso Padoa-Schioppa. Tra due mesi si dovrà decidere sulla Tav in Piemonte. Ad autunno dovrebbe nascere l’Assemblea costituente del Pd. E, soprattutto, c’è il problema del referendum e della legge elettorale, dove i vincitori delle amministrative, Lega e sinistra radicale, hanno lo stesso interesse a sabotare sia la consultazione sia ogni progetto punitivo per loro. Per Prodi uno slalom ad altissimo rischio.
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Sembra paradossale ma nelle elezioni amministrative in Puglia, per il centrosinistra è più importante conquistare Lucera, che Lecce. Sta di fatto che per la città d’arte del foggiano invece si è scomodato un leader di peso come il diessino Massimo D’Alema, ministro degli Esteri, a chiudere la campagna elettorale di Vincenzo Morlacco, candidato sindaco del centrosinistra appoggiato da otto liste. E contro il quale dal centrodestra ha fatto rotta su Lucera un altro big nazionale: Pier Ferdiando Casini, che si è speso in favore di Costantino Dell’Osso. La sfida di Lucera, cui partecipano come candidati sindaci anche Antonietta D’Andola (civiche di centro) e Antonio Tutolo (diventato noto per il suo “Partito della pagnotta”), è molto grossa, almeno nei numeri: 540 aspiranti consiglieri “reclutati” da quattro candidati sindaci in 19 liste. In proporzione più candidati di Taranto e Lecce.
Nella capoluogo del Salento i candidati sono cinque, 23 le liste, 920 aspiranti per i quaranta seggi in palio a Palazzo Carafa: più o meno 1 ogni 80 elettori, che sono 77 mila. Scende da Palazzo Carafa un pilastro della politica di destra del Mezzogiorno, il sindaco Adriana Poli Bortone, che è stata anche Ministro dell’agricoltura nel primo governo Berlusconi del 1994, eletta deputato di An in cinque tornate elettorali e poi anche Europarlamentare. Con lei fuori dalla gara, l’Unione immagina di poter recuperare il terreno perduto nel 2002, quando finì 69 a 31 (per cento) a favore della Cdl. A raccogliere l’eredità della signora di An, la CdL ha scelto di puntare sul quarantenne Paolo Perrone, laurea alla Bocconi, emergente di Forza Italia, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici. In caso di vittoria, Perrone ha già annunciato che come vice sceglierebbe proprio l’attuale sindaco Poli Bortone e si impegnerebbe a realizzare un suo sogno particolare: “portare a Lecce – possibilmente da sindaco – un concerto dei Police“. Potrebbe, vorrebbe impedirglielo Antonio Rotundo, 56 anni, candidato del centrosinistra che ha scelto dopo 3 legislature in Parlamento di tornare a casa per correre per la fascia di primo cittadino. Rotundo è un dalemiano doc e sta facendo una campagna elettorale di attacco, per arrivare almeno al ballottaggio. Completano la lista dei candidati, il centrista Wojtek Pankiewitc, l’ex An Mario De Cristofaro (ora a capo di una lista civica), e l’attuale assessore allo sport, Salvatore Bianco.
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LEGGI ANCHE i principali duelli, dopo la batosta dell’Unione in Sicilia: a Genova, Super Vincenzi contro il giovane Musso e le battute di Beppe Grillo; in Piemonte la Cdl sogna la spallatina; a Gorizia e Verona il diavolo e l’acqua santa; sotto l’Arena prove generali di Polo unito; a Civitavecchia, il porto e il fantasma dell’opera; a Taranto il ciclone Cito, a Lecce per raccogliere l’eredità della signora di An, Poli Bortone; e ad Ancona, dove comunque vada sarà femmina.
Parte dalla Sicilia, domenica 13 maggio e lunedì 14 maggio 2007 (ballottaggi domenica 27 maggio e lunedì 28 maggio 2007), la tornata elettorale delle amministrative 2007. Che interessa circa 12 milioni di cittadini.
Il resto del Paese (ad esclusione della Val d’Aosta che voterà il 20 maggio 2007) va alle urne domenica 27 e lunedì 28 maggio 2007 (eventuali ballottaggi il 10-11 giugno).
Si vota per rinnovare 958 consigli comunali, di cui 29 capoluoghi, e 8 amministrazioni provinciali (qui l’elenco completo in .pdf).
Tra i principali consigli comunali (scheda azzurra) spiccano: Palermo, Como, Cuneo, Genova, Lecce, Agrigento, Lucca, Modica, Gorizia, Piacenza, Parma, Verona, Reggio Calabria, La Spezia, Civitavecchia, Taranto. Le province (scheda gialla) sono: Ragusa, Vercelli, Como, Varese, Vicenza, Genova, La Spezia e Ancona.
Per esprimere il proprio voto (qui la guida del Viminale), ogni cittadino deve presentarsi presso la propria sezione elettorale, esibendo la tessera elettorale e un documento di riconoscimento valido (patente, passaporto, libretto di pensione, tessera di riconoscimento rilasciata da un ordine professionale).
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Politica, ovvero “l’arte del possibile”. E fare il possibile, significa a volte, anzi spesso, scendere (o venire) a patti. Di patti il panorama politico italiano ne ha visti tanti (quello della sardina tra D’Alema e Bossi, quello della crostata tra D’Alema e Berlusconi). Siglati, cotti e mangiati.
Da oggi, 26 aprile, è possibile che di patto da digerire ce ne sia un altro: quello tra il premier Romano Prodi e il leader del Carroccio, Umberto Bossi.
Tra i due, che non si incontravano da prima della malattia che l’11 marzo 2004 colpì il Senatùr, c’è stato un vero e proprio vertice. Con tanto di colazione (o pranzo). Seduti al tavolo, nella sede della Prefettura del capoluogo lombardo, da un lato il presidente del Consiglio e il deputato prodiano della Margherita Sandro Gozi, dall’altro Umberto Bossi e Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Davanti a loro, come lo stesso Professore ha confidato, tre questioni: “federalismo, legge elettorale e fiume Po”. Da discutere mangiando risotto giallo con grana padano, cotolette alla milanese e un buon bonarda dell’Oltrepo Pavese.
Come sia andata è il capogruppo del Carroccio alla Camera a dirlo, usando una metafora calcistica: “Contro il Manchester il Milan può farcela, siamo ottimisti”. Tradotto: clima positivo e non solo per la riunione di oggi.
Sì, perché Prodi ha capito l’insofferenza crescente nella Lega per l’atteggiamento degli alleati della Casa delle Libertà. Grazie anche al dialogo intessuto dal ministro Vannino Chiti, proprio con lo sherpa della Lega, Maroni. Il piano del Professore è di proporsi come spalla per il Carroccio, che sia sul nodo Verona sia per quello della riforma elettorale, si trova ai ferri corti con gli alleati del centrodestra.
La questione del referendum, in particolare, per la Lega è una questione di vita o di morte. Il quesito posto da Guzzetta e Segni (nonché da Fini e da molti esponenti di Forza Italia) potrebbe decretare la fine politica del movimento padano, che con il bipartitismo perderebbe ogni capacità di influenza. Ed è per questo che Prodi e Bossi hanno lungamente discusso (90 minuti, dicono i ben informati) di quello che potrebbe essere un accordo tattico tra il premier e il Carroccio. Oltre alla riforma della legge elettorale, i temi su cui è possibile trovare un’intesa sono il federalismo fiscale e il Senato regionale. Sul primo punto Chiti ha preso un impegno solenne: approvare il ddl entro la pausa estiva, con la possibilità di devolvere capacità impositiva e competenze a Lombardia e Veneto.
E proprio qui, in Veneto, sorge l’altro motivo di freddezza tra il Carroccio e la Cdl: la scelta di Silvio Berlusconi di sostenere come candidato sindaco di Verona l’Udc Alfredo Meocci anziché il leghista Flavio Tosi, che avrà i voti anche di An, rischia seriamente di incrinare i rapporti tra il Cav. e il Senatùr. Il mal di pancia alla Lega viene dalla considerazione che i padani sono stati sempre al fianco di Berlusconi, difendendolo anche mentre Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa ne mettevano in discussione la leadership. E ora l’ex premier sceglie l’Udc e non il Carroccio proprio in una delle città simbolo per i leghisti. Un boccone molto amaro da digerire. Troppo amaro, considerando che il sodalizio tra Lega e Forza Italia dura da sette anni.
Tempo classico, si dice, delle crisi matrimoniali: quando uno dei due partner, con la scusa di ritrovare spazio e autonomia, di tornare a contare, di volersi sentire più libero, sceglie di pranzare con gli avversari…
