
(Credits: ANSA)
“La cosa importante da mettere in chiaro è che non siamo contrari alle liberalizzazioni, ma vorremmo che qualunque modifica si decida di fare alla categoria venga concertata intorno ad un tavolo anche con i diretti interessati”. E’ una timida apertura quella dei notai alla rivoluzione delle professioni che si intravvede all’orizzonte di Palazzo Chigi. A Panorama.it parla Gabriele Noto, Consigliere Nazionale del Notariato
“La premessa, da comune cittadino, è quella che ancora non si capisce bene cosa contiene quella scatola magica definita “liberalizzazioni”. Il problema è che al momento sembrerebbe la panacea di tutti i mali, ma nei fatti i contenuti ancora sfuggono” Continua


Una immagine di scena del film "Thank you for smoking ", diretto da Jason Reitman. Si presenta così Nick Naylor (intepretato da un brillante Aaron Eckhart), suadente e brillante portavoce a Washington della Big Tobacco, gruppo di pressione creato dai produttori di sigarette (ANSA)
Dici lobby e in Italia pensi subito a una tresca tra poteri forti e loschi affaristi, alla massoneria, a uomini che operano nell’ombra per inquinare la vita democratica del Paese. Difficile negarlo: siamo il Paese dei complotti e dei segreti, anche quando non ci sono. Come nei normali rapporti tra gruppi di interesse e politica, tornati alla ribalta nell’inchiesta sulla P4 che vede al centro delle indagini un personaggio come Luigi Bisignani. Perché non è banale, per capire qualcosa dell’intera vicenda, chiedersi quale sia in realtà il suo mestiere: un lobbista, un uomo d’affari o un losco faccendiere? Continua
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Un cacciatore in appostamento
Usciranno dai boschi e si faranno sentire anche a Roma, i cacciatori d’Italia, il prossimo 9 marzo. Senza i fucili ma con i megafoni e i cartelli di protesta. Continua
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Resa dei conti rimandata, molte parole, pochi fatti e nessuna soluzione concreta alla cosiddetta questione morale. Al centro del ciclone giudiziario (e politico), la direzione del Partito democratico avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per fare luce sulla “zona grigia” (lobby e appalti) sulla quale la magistratura conduce le sue indagini e il Parlamento da vent’anni non interviene con una legge. Ma niente è uscito dalle labbra di Walter Veltroni. Forse perché l’ombra di Alfredo Romeo incombe sui suoi sette anni al Campidoglio?
Oh Romeo, Romeo, ma perché sei Romeo?
C’è poco di scespiriano nelle intercettazioni tra i politici e l’imprenditore che gestiva gli appalti per la manutenzione stradale a Napoli e a Roma. Dal telefono galeotto emerge uno scenario tutto prosa e niente poesia, ma dai contorni poco chiari. Un imprenditore chiama i politici (Renzo Lusetti e Italo Bocchino) e avanza richieste sugli appalti a Roma e Napoli. Per ora siamo fermi a questo, non c’è traccia di denaro. Domanda: è reato? Se il lobbismo in Italia è senza regole e confini, è chiaro che tutto è affidato a una elastica interpretazione del Codice penale.
Claudio Velardi è forse il miglior testimone di questa situazione: è proprietario della Reti, società di relazioni pubbliche che fa anche lobbying, tra i suoi clienti c’è l’imprenditore Romeo ed è assessore al Turismo al Comune di Napoli. Un uomo, tre ruoli. “Da quando sono assessore non c’è alcun intervento della Reti su Napoli” dice Velardi a Panorama. “Nella vicenda napoletana vedo proprio chiara l’assenza di un’azione di lobbying regolata, trasparente”. Secondo Velardi il lobbying è una garanzia: “Quando si svolgono queste attività , come le svolge la Reti, le cose vanno diversamente. Si cerca di proporre e immaginare le soluzioni più adeguate alle amministrazioni pubbliche che, ovviamente, sono libere di scegliere.
Quando tutto avviene in maniera trasparente e professionale, non c’è possibilità di entrare in questa zona grigia. Da tempo c’è un’azione in corso per legiferare e la stessa Reti ha presentato diverse proposte”.
Mentre al Parlamento europeo l’attività delle lobby è regolata e le aziende italiane sono presenti, in Italia tutto è affidato al caso e alla praticaccia quotidiana. Trasparenti a Bruxelles, opachi a Roma. Per Velardi è un buco legislativo: “Il Parlamento finora non è intervenuto perché (diciamocela tutta) c’è chi pensa sia più conveniente lasciare il vuoto: l’esistenza della zona grigia consente di fare azioni eticamente, e in qualche caso penalmente, molto discutibili”.
I lobbisti in Italia sono riuniti in un’associazione che si chiama Il Chiostro: per uno dei fondatori, Alberto Cattaneo, della Cattaneo Zanetto & C, una delle più importanti aziende del settore, il nero napoletano è la prova che occorre un intervento. “Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica” spiega Cattaneo. Modelli replicabili? “Sia la legislazione americana sia quella usata a Bruxelles sono replicabili in Italia. Servono registri pubblici e pubblicità degli incontri tra lobbisti e politici, per il politico deve essere impossibile fare lobbying mentre è in carica e nei due, tre anni successivi alla cessazione del suo mandato”.
Camere con lobby
Dovrebbero essere i partiti (e il Pd in testa in questo drammatico momento) e le istituzioni a cogliere la palla al balzo. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, pensa sia ora di rompere gli indugi: “Bisogna regolamentare l’attività di lobby, in accordo con le società di categoria, Confindustria, Confcommercio e altri che, di fatto, svolgono un’azione di difesa dei propri interessi. Rendiamo trasparente tutto questo, altrimenti anche una lecita conversazione diventa un argomento da intercettazione”.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, fa un’analisi politica e la proietta sugli enti locali: “In Parlamento l’attività di lobby è palese perché c’è una collettività politica che controlla. Ogni frase che viene approvata su un disegno di legge o un decreto è vista da tanti occhi. L’operazione deve essere per forza trasparente. Le cose sono più complicate per gli enti locali. Il potere è concentrato in un triangolo di ferro: sindaci, assessori nominati dai sindaci, burocrazia. Poi ci sono le imprese che vanno a caccia. Tutto questo però avviene nella totale debolezza dei partiti”.
La lettura che dà Cicchitto vede nell’Italia dei Valori il beneficiario finale “proprio perché si è sbriciolato il meccanismo difensivo e offensivo della cordata che copriva a sinistra”. Ora che il partito è veltronianamente “liquido” ecco all’orizzonte Tonino da Montenero di Bisaccia. Per Cicchitto “bisogna sottrarre alla politica questa sfera, perché si è visto che non è bastata Tangentopoli e la magistratura altrimenti colpisce sistemi di potere di per sé ambigui, anche quando il reato non c’è”.
Lavori in corso
Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, è concreto come deve essere un costruttore: “La vicenda di Napoli è istruttiva: l’appalto di manutenzione stradale a Romeo non funzionava fin dall’inizio, perché si è tolto il lavoro alle imprese che fanno manutenzione per trasferirlo a una società di servizi che in seconda battuta mette in campo le imprese. Un doppio esproprio: all’amministrazione locale sul controllo e alle imprese di costruzione che intervenivano dopo. Basta vedere anche la situazione romana per rendersene conto”.
Buzzetti non pensa che levare alla politica la decisione sugli appalti sia per forza la soluzione del problema: “Negli appalti ordinari c’è un metodo di gara che comunque l’Ance considera sufficiente, la riforma è partita dopo Tangentopoli e poi si è perfezionata. Gli assessori in questo caso hanno una funzione automatica. Non si inventano un percorso. Non esproprierei gli assessori di questo ruolo, faccio fatica a vedere una rivoluzione. Alcune funzioni non possono essere che svolte dalle istituzioni”.
Il controcanto è di Velardi, stavolta nei panni dell’assessore: “Non sono convinto che il sistema delle gare e degli appalti sia il più efficace. L’attuale sistema favorisce i ribassi e non aiuta la qualità ”. Levare la competenza agli assessori? “Quando un politico è in grado di prendere tranquillamente le decisioni, non vedo ostacoli. Molto spesso questa bardatura di norme serve a coprire chi ha la coscienza sporca”.
Serve una cura, altrimenti sarà … lobby continua.
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Sulla via che porta al Pd, non tutto fila liscio tra i compagni (o amici) di strada. Oltre ai nodi politici, ci sono anche quelli patrimoniali e di gestione di immobili, feste e giornali. Su quest’ultimo punto in particolare, pare che il Partito Democratico manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Ma i due fogli dovranno vedersela con una nuova lobby rossa. Non politica, ma free press. Il tentativo mai visto in natura prima è frutto dell’astuto editore sardo Nicky Grauso, che sta inondando la Penisola con le varie edizioni del suo giornale gratuito E polis. Frullato dell’Unità , di Liberazione, del Manifesto, del Tg3 e dei Santoro boys, E polis di Grauso è sostenuto, per esempio, dal governatore della Sardegna Renato Soru e da quello del Lazio Piero Marrazzo. E si offre al popolo rosso con le firme pop più amate dal suddetto.
C’è la lobby Tg3-Primo piano: editorialisti i conduttori Fabio Cortese, Maurizio Mannoni. C’è la lobby dell’Unità : scrive il meglio, Luca Bottura, Silvia Garambois, Valeria Parboni. C’è la colonna di Radio radicale con il suo direttore Massimo Bordin. C’è il filone Anno zero santoriano: Vauro il vignettista e l’alter ego di Michele, Sandro Ruotolo. C’è lo zampino di Rifondazione con il suo deputato Salvatore Cannavò dell’associazione Sinistra critica. E anche gli infiltrati di Giuliano Ferrara, con Ritanna Armeni e Stefano Di Michele.
E polis gode del plauso della famiglia Marrazzo: quando è uscita l’edizione romana il presidente della Regione Lazio Piero ha lodato l’iniziativa e sua moglie, la giornalista Roberta Serdoz, per esempio, il 14 aprile ha fatto la sua figura scrivendo il fondo della rubrica “A ruota libera”.