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Londra
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di Stella Pende
L’appuntamento si presenta già curioso. “Allora l’aspetto a Gallarate, il posto si chiama Il loft”. Dunque non nella sua “sterminata” casa di Londra (così l’ha definita il Daily Star), né da Nobu, ristorante giapponese dove mangia spesso (così ha scritto The Guardian) e neppure negli uffici di Sloane square. Ma nella fabbrica, anzi nella bottega d’autore di uno dei più eclettici designer italiani (Giorgio Saporiti). Entro, lo cerco. Invano. Solo saloni di meraviglie: divani come onde del mare, sedie che volano. Ma non dovevo incontrare il gladiatore del pallone, il duro, spartano e invincibile? Ecco la zona dedicata ai bambini: non sarà forse nascosto dentro la culla con gli smerli simili a quelli del castello della Bella addormentata? Sto per rinunciare quando in fondo a una stanza piena di rotoli di tessuti odorosi appare lui: maglietta bianca, blue jeans, cordialissimo.
Mister Capello, I presume… Siamo sicuri che lei sia il ruvido, impenetrabile, insomma l’antipatico nuovo allenatore della nazionale inglese? Si diverte moltissimo. “È che il design, come l’arte, mi rende mansueto, così ho pensato che l’intervista qui sarebbe venuta molto meglio”. Ma chi l’avrebbe immaginata tutta questa creatività da uno che si porta addosso la dannazione del gelido vincitore e che oggi dovrà resuscitare la nazionale inglese? Capello è obbligato al miracolo altrimenti romperà la leggenda. “Sono pronto”.
Era il 14 novembre 1973, l’Italia non aveva mai vinto a Wembley, ma quel giorno Fabio Capello sconfisse la maledizione segnando il gol che firmò la vittoria italiana. Oggi è la squadra inglese a non vincere più. E, guarda caso, per farla rinascere viene chiamato a Wembley proprio Capello.
Che effetto le fa, mister?
Come prendere uno schiaffo dalla storia. Ho incontrato quello stadio da giocatore. Era un monumento. Di giorno un calcio sublime, di notte le corse dei levrieri. Ricordo quel gol e la commozione di avere sfidato la leggenda della loro invincibilità. Oggi Wembley ha un’altra faccia, quella dello stadio più bello del mondo, ma io sono con loro dall’altra parte. Però rimarrò sempre l’italiano che ero quel giorno.
Vuol dire che per far vincere questa sua nazionale farà l’allenatore solo da italiano? Che, azzerate le tattiche e i modi anglosassoni, porterà dentro la squadra il suo modello di eterno vincitore?
Non potevo portare la tarantella a Madrid. Non porterò il flamenco a Wembley. Senta, un allenatore assomiglia un po’ a un direttore d’orchestra. E Claudio Abbado che conosco bene ha diretto concerti indimenticabili, trovando e valorizzando i talenti dei suoi. Stravolgere, come lei intende, un modello di orchestra o di gioco sarebbe fatale. Dunque cercherò di avvicinare il più possibile il mio modo ai loro modi. Dentro il campo e fuori nella vita. In Spagna non potevo chiedere a uomini che mangiavano a mezzanotte di andare a dormire alle 11.
E in Inghilterra non potrà chiedere a calciatori che trincano beati da mane a sera di rinunciare alla bottiglia…
Questo lo ha detto lei. Le faccio presente che i miei ragazzi prima della partita con gli Stati Uniti sono stati ad acqua e succo di frutta per una settimana
Certo, perché lei è un Torquemada. Perfino il premier Gordon Brown ha detto: “Mister Capello ha cominciato bene ripristinando la disciplina nella squadra”. Quali sono le altre torture imposte ai poveretti?
Macché torture! La squadra è piena di giocatori straordinari che non hanno bisogno di frusta. Certo, ho chiesto solo il rispetto degli orari.
E quello dell’abbigliamento: divisa obbligatoria con giacca e cravatta.
Ho solo chiesto di evitare la tuta. Quella è roba da calcio di serie C.
David Beckham ha detto che nella sua squadra ideale Tony Blair sarebbe un’ottima ala. E Silvio Berlusconi cosa sarebbe?
Tutto. Lui farebbe l’attaccante, l’ala, il terzino, lo stopper. E soprattutto l’arbitro. Invece io gli farei fare solo quello che segna i gol.
E a Walter Veltroni cosa farebbe fare?
L’attaccante di difesa. Sarebbe un meraviglioso Fabio Cannavaro.
Lei li ha avuti tutti e due come presidenti: Giovanni Agnelli alla Juventus e Berlusconi al Milan. Che differenza tra uno e l’altro?
Beh, l’Avvocato era come il Papa. Veniva a vederci 7 minuti, ci benediceva e poi spariva. Mi avrà telefonato due volte in 4 anni. Berlusconi telefona, arriva, commenta, urla, fa, disfà. Diventa famiglia. Un filo impegnativa, ma sempre e per sempre famiglia. Gli ho telefonato da poco per fargli i complimenti, ma gli ho anche detto che, se non rimette a posto l’Italia, la prossima volta voto Rifondazione comunista.
Anche lei è di quelli che vede i comunisti come una minaccia, Mister Capello?
La maggior parte dei miei amici sono, come si dice, di sinistra. Ma il passato governo non ha aiutato il Paese. E oggi Capello è un italiano davvero incazzato. E più mi sento italiano, più vado e vivo all’estero, più la rabbia cresce. Vede, io il senso di appartenenza ce l’ho come e più di altri. Vengo dal confine io. E quando Tito voleva spostare la frontiera ho rischiato di dover lasciare il mio Paese.
Torniamo a bomba: a Londra tutti parlano solo e solamente di lei, Mister Capello bamboccione che parla ogni giorno con mamma Evelina; Mister Capello e il suo appartamento extralusso; Mister Capello e le 8 ore di inglese al giorno compreso il supplemento notturno… Lei invece non parla con nessuno.
Non ce n’è bisogno. Fanno e dicono tutto gli altri. Ma poi siamo in un’epoca dove fior di balle su internet diventano subito verità. Andiamo per ordine. Siccome non trovavano me, sono andati da mia madre al paesello. Lei, che ha più di 80 anni, vive ancora nella nostra casa popolare, ha parlato teneramente di suo figlio. Il mio immenso e sterminato appartamento misura 100 metri circa. Veniamo alla total immersion notturna: faccio 3 ore al giorno d’inglese e, siccome ho già tenuto una conferenza stampa cavandomela benino, i giornalisti hanno scritto che mi rompo la testa sui libri anche di notte.
Si dice che lei sia un Paperon de’ Paperoni avvinghiato al suo tesoro, che abbia fatto investimenti immobiliari importanti in Italia e in Spagna, e che si intenda anche di commercio d’arte. Vero?
Ho passato una vita a sentirmi dire dai giornalisti: si racconta che…. E poi non era mai vero. Comunque, chi è stato molto povero ha sempre una reazione estrema al denaro. O diventi un mani bucate o rispetti i soldi e dunque li proteggi. L’arte? Possibile che per il barone von Thyssen si parli sempre di alto collezionismo mentre un allenatore di calcio rimane sempre uno che “si intende” solo di commercio d’arte? L’arte mi commuove. Tutta: da quella africana alla musica di Bach. Faccio fatica a capire il nuovo culto della fotografia. Se non si parla di Robert Capa, naturalmente.
Commozione, arte, Capa… Mister Capello, non sarà l’aria di Londra?
(Ride).
Rimanendo alle emozioni: qual è stata la più grande, il primo scudetto o la prima volta in Nazionale?
Monument Valley. Quando entri in quell’immensità e in quel silenzio… Ecco, quella è vera emozione
Passiamo alla scoppola, cioè allo smacco, all’umiliazione, al male…
Quando hanno fatto saltare con l’esplosivo i buddha di Bamiyan, in Afghanistan. Sono stato male, malissimo.
Mister Capello, vuole far venire i capelli bianchi ai suoi fan? E se lei parlasse anche di calcio benedetto?
A proposito di capelli, vorrei ricordare a Candido Cannavò che scrive sempre che mi tingo i capelli: no, non sono affatto tinti. Eredità di famiglia, Candido. Mi dispiace.
Cosa manca all’Italia di Roberto Donadoni?
Che stiano zitti quelli che non capiscono nulla di calcio. E anche gli altri. Credo in Donadoni, è un grande tecnico. Ha bisogno di più tempo e con la Francia l’ha dimostrato.
E qual è il giocatore inglese in cui crede di più, Steven Gerrard?
Lui e tutti. Vorrei spezzare una lancia per Beckham. È una pura star, ma come tutti i campioni dimostra umiltà e intelligenza. Le prime qualità di un grande calciatore.

Il monologo in tv di Vale Rossi sulle tasse fa discutere. Anzi, non è proprio piaciuto al viceministro dell’Economia Vincenzo Visco: “Il problema è delle televisioni. L’uso che si è fatto di quella cassetta in tv pone problemi seri”. E ha aggiunto: “Da un lato c’è lo Stato dall’altro il contribuente. E ora non mi pare giusto che se il contribuente è un cittadino importante debba occupare la scena mediatica da solo. Questo è un problema”. Nel merito non vuole replicare al campione di motociclismo: “In Italia c’è un sistema garantista e a nessuno è vietato difendersi. Vedremo, se lui dimostrerà di essere residente in Inghilterra non ha molto da temere”.
Il campione marchigiano dopo giorni di silenzio, si è sfogato in tv, presentandosi nelle cade degli italiani dagli schermi dei telegiornali serali, il giorno prima di Ferragosto, con queste parole (qui il video del TG5): “Sono stato crocifisso e condannato ancora prima delle necessarie verifiche, come spesso accade. Da sette anni ho la mia residenza a Londra. Londra, non Paperopoli o un paradiso fiscale su qualche isoletta”.
Ma per dichiarare la propria innocenza, il Dottore non ha concesso interviste. Ha preferito consegnare all’inviato a Londra della Rai, che si aspettava di incontrarlo presso la società che ne cura l’immagine, una videocassetta con un filmato. Poco meno di due minuti, senza contraddittorio, durante i quali il Dottore ribadisce - come si suol dire - la sua estraneità ai fatti contestatigli dagli agenti tributari italiani. Dice di avere “la coscienza pulita, questa storia si chiarirà al più presto”. E poi spiega: “I professionisti che mi fanno la denuncia dei redditi mi hanno assicurato, come ho sempre chiesto, di rispettare le regole e questo hanno fatto”.
Valentino appare in collegamento da Londra per spiegare le ragioni della sua residenza nel Regno Unito. “Da sette anni ho la mia residenza a Londra, in questa bella casa. Londra, non Paperopoli o un paradiso fiscale su qualche isoletta. L’ho scelta perchè mi piace e per le esigenze del mio mestiere”. Dice di essere stato strumentalizzato, “probabilmente perché il fisco italiano non è d’accordo con quello di altri paesi, come l’Inghilterra. Però la soluzione devono trovarla fra loro, senza prendersela con me”.
Poi torna all’attacco. “Mi hanno sbattuto come un mostro in prima pagina - dice Valentino - Prima con la storia completamente inventata con la Canalis, una persona che conosco appena. Poi, con un fascicolone pieno di numeri e numerini che è stato consegnato quasi prima alla stampa che a me”.
Il VIDEO servizio:

Pollution charge: chi inquina è costretto a pagare, o chi paga è libero di inquinare? Il dilemma a Milano si scioglierà il prossimo autunno, quando verrà introdotto il ticket d’ingresso. La misura, annunciata dal sindaco Letizia Moratti in campagna elettorale, è stata approvata dalla maggioranza di centrodestra. Il ticket servirà per entrare nella cerchia dei Bastioni (la parte più centrale della città) nei giorni feriali dalle 7 alle 19. Le tariffe giornaliere sono suddivise in cinque fasce a seconda del tasso di inquinamento dell’automobile. Si va da un minimo di 2 euro a un massimo di 10, le prime due classi (veicoli Gpl, metano, ibridi, elettrici, benzina Euro3 e benzina e Diesel Euro4) sono esenti. Per chi abita in centro sono previsti degli abbonamenti annuali da 50 a 250 euro, mentre non è ancora chiaro quanto pagheranno gli altri milanesi.
Nel centro di Milano entrano ogni giorno 89 mila macchine, di queste 45 mila dovranno pagare il pedaggio. L’obiettivo del Comune, e dell’assessore alla Mobilità e all’Ambiente Edoardo Croci che ha presentato il progetto, è convincere il 20 per cento degli automobilisti a usare tram e metrò, riducendo del 50 per cento le emissioni di Pm10. Palazzo Marino dovrebbe incassare grazie al ticket circa 41,3 milioni di euro, che, promette Croci, verranno impiegati in buona parte per potenziare i mezzi pubblici. Ma le polemiche politiche non mancano. All’interno della stessa Cdl la Lega rimane scettica e chiede che i residenti non paghino il balzello. L’Ulivo accusa l’amministrazione di aver ridotto il progetto iniziale a una sperimentazione limitata. I più critici sono i sindaci dei Comuni dell’hinterland che denunciano una penalizzazione dei pendolari. E lanciano una provocazione: se facessimo pagare un pedaggio ai 400 mila milanesi che ogni giorno escono dalla città?
Il modello cui si ispira la Giunta Moratti è Londra. Dove in realtà nel 2003 non è stata introdotta una pollution charge ma una congestion charge, cioè un ticket d’ingresso contro il traffico. Costa 8 euro al giorno, riguarda anche i residenti e non prevede esenzioni (se non quelle indispensabili: mezzi pubblici, d’emergenza, di servizio, per disabili). Il blog Quanteruote fa un bilancio dei risultati ottenuti e riporta che il traffico è diminuito del 15 per cento. All’entrata della City non ci sono barriere o postazioni dove pagare, ma una rete di telecamere registra le targhe e controlla se l’automobilista ha fatto il proprio dovere. In caso contrario scatta una multa di 120 sterline (circa 180 euro). I controlli sono molto rigidi, viene beccato il 90 per cento dei trasgressori.
A Milano invece verranno montati 43 varchi elettronici dotati di telecamere, a prova di furbo. Chi vorrà sfuggire ai controlli però non avrà bisogno di trasgredire. La misura è ancora sulla carta infatti, ma il festival delle deroghe è già cominciato. Prima di tutto i commercianti, che hanno fatto notare come le merci non viaggino in metropolitana e chiedono al Comune esenzioni e agevolazioni. È prevedibile che vada a finire come nelle Domeniche a piedi, con le strade piene di auto di coloro che hanno ottenuto il permesso di circolare nonostante i divieti. Da chi deve andare allo stadio per la partita, a chi svolge lavori di “pubblica utilità”: artigiani, corrieri, negozianti, operatori della sanità e della pubblica amministrazione, giornalisti…
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Nonostante Londra, la paura non abita alla Farnesina. Il nostro Ministero degli Esteri non fa infatti una “lista nera” degli Stati a rischio di attentati terroristici, in cui è sconsigliato viaggiare (per studio, lavoro o vacanze). Non che le informazioni manchino, sia chiaro: dal planisfero che campeggia nel sito si accede, paese per paese, alle informazioni da conoscere prima di partire.
Naturalmente, se si clicca su zone particolarmente calde come l’Iraq, il Ministero degli Esteri sconsiglia i viaggi a qualsiasi titolo, anche quelli ritenuti assolutamente necessari per motivi di lavoro. Tra l’altro è curioso notare come, a chi intenda comunque intraprendere il viaggio in Iraq sotto la propria responsabilità, il sito segnali che nel 2006 si sono verificati alcuni casi di influenza aviaria.
La scheda del Regno Unito è rassicurante: “A seguito del rinvenimento a Londra di due autovetture cariche di esplosivo e dell’esplosione (che non ha causato vittime) di un’autobomba nei pressi dell’aeroporto di Glasgow il 28 giugno scorso, le Autorità britanniche hanno innalzato il livello di allerta portandolo a ‘critico’, il grado più elevato. Sono state adottate nuove misure di sicurezza e rafforzati i controlli e la vigilanza negli aeroporti, nei porti, nelle stazioni ferroviarie”. Si raccomanda quindi, si legge sempre nel comunicato, di recarsi negli aeroporti con largo anticipo rispetto all’ora di partenza. Insomma andare a Londra non è affatto sconsigliato, basta modellare le proprie abitudini: anticipare l’arrivo in aeroporto, mettersi in coda come fanno gli inglesi e pazientare.
Per chi avesse prenotato un viaggio in Gran Bretagna e non se la sentisse di affrontarlo c’è poco da fare. Già qualcuno ha chiesto di cancellare la prenotazione e ha ricevuto un rifiuto dalle agenzie turistiche, come segnala l’associazione di consumatori Adoc, che annuncia la volontà di inviare una lettera all’Unità di Crisi del Ministero degli Affari Esteri per chiedere che le disdette siano rese più agevoli. Ma soprattutto, di fare chiarezza. Dopo gli attentati sventati nell’agosto 2006, infatti, l’Unità di crisi aveva emesso una nota che sconsigliava i viaggi a Londra. Questo comportava automaticamente che i turisti potessero ottenere le modalità di protezione, cioè il differimento del viaggio, l’imbarco su altre destinazioni oppure il rimborso di quanto pagato.
In caso di emergenze legate a terrorismo, guerre o cataclismi naturali, se c’è la nota della Farnesina, poiché la rinuncia non dipende dalla scelta del turista, non sono infatti previste penali. È così anche quest’anno?

La meta preferita degli italiani? Londra. Banale forse. Ma vicina ed economica. Nella capitale inglese, infatti, si dirige la maggior parte dei voli low cost dall’Italia verso l’estero. L’analisi del fenomeno e dei risultati è in uno studio del Certet, il Centro di economia regionale (per la Lombardia) dei trasporti e del turismo. “La ricerca permette di capire quanto è competitivo il sistema aeroportuale italiano in confronto a quelli europei” spiega Oliviero Baccelli (leggi qui l’intervista), vicedirettore del centro e autore di un interessante analisi su come le compagnie aeree low cost hanno cambiato la geografia del turismo. Il risultato è confortante: Milano è al terzo posto in Europa per voli low cost, dopo Londra e Barcellona. Ed è al primo posto in Italia davanti a Roma, Venezia, Palermo e Catania. La tratta più trafficata del mercato italiano è la Catania-Milano con 80 voli, mentre nel mercato internazionale da e per l’Italia la tratta principale è appunto Milano-Londra, coperta con 148 voli totali a settimana.
Inoltre, nonostante il sistema low cost Italia abbia notevoli gap la penetrazione è maggiore rispetto a molti altri Paesi europei. Nel mercato italiano, infatti, 718 voli a settimana sono low cost, cioè il 13 per cento dell’offerta complessiva del trasporto aereo. Molto di più che in Spagna (6,3 per cento), in Francia (2,8 per cento). Ma ancora meno di Regno Unito (27,3 per cento) e Germania (29,3%).
Il vettore con la maggiore quota di mercato nel mercato internazionale da e per l’Italia è Ryanair che opera il 33,7 per cento dei 4.234 voli settimanali totali e che risulta anche il vettore low cost principale in Europa con 10.242 voli settimanali complessivi. Nel mercato domestico, invece, la quota maggiore è di WindJet con 616 voli totali.