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Lorenzo-Cesa

Rocco Buttiglione durante la sfilata del Family Day
Da che parte sta, o intende stare, l’Udc? A seguire ultime dichiarazioni di vari esponenti del partito di Casini, l’impressione è che la questione del collocamento dei centristi non sia ancora chiara. A meno che siano vere le indiscrezioni su presunte trattative in corso con il Pdl che vorrebbe, sempre secondo le indiscrezioni, blindare una maggioranza scossa dal terremoto “appaltopoli”.
Il segretario Lorenzo Cesa plaude all’uscita di Dario Franceschini, Pd, che invoca un governo d’emergenza senza Berlusconi. Interpellato da noi, Franceschini ha detto che non vuole parlare, sta aspettando qualche reazione. Ma c’è da notare che è con lo stesso Berlusconi che, secondo i rumors, Casini potrebbe allearsi. La Lega non ci sta. Umberto Bossi lo ha detto chiaramente “Casini è come Fini: combina solo pasticci”. Anche il ministro Roberto Calderoli esclude del tutto l’ipotesi “L’Udc non entrerà mai nel governo”. Il senatore Udc Giampiero D’Alia cita Esopo: “La lega è come la volpe che non arriva all’uva”. Continua
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Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini
Tutti la vogliono, ma nessuno la piglia. L’Udc, cenerentola della politica italiana, è tornata alla ribalta in queste settimane. Francesco Rutelli, in uscita dalla casa del Pd, vorrebbe sposarla, ma ancora non può. Il Pd e il Pdl se la contendono da mesi, ma lei ancora non ha deciso. Continua

Un prima comparsa in Italia, o meglio nello schermo televisivo degli italiani, l’allora ventiquattrenne Emanuele Filiberto lo aveva fatto come ospite juventino di Quelli che il Calcio di Fabio Fazio. Messo poi piede in patria, il rampollo ha bucato il video di Ballando con le stelle, ed è entrato nel cuore degli italiani. Che lo hanno decretato il vincitore della trasmissione.
Un primo passo nella politica italiana, il tretasettenne di Savoia lo ha fatto alle elezioni del 2008. Ma al suo movimento Valori e Futuro, per la circoscrizione estera “Europa”, non è andata granché bene: lo 0,4%, con 4.457 voti.
Adesso, sperando di bissare l’exploit televisivo, Emanuele Filiberto tenta la strada al contrario: da Roma all’Europa, cioè per uno scranno da eurodeputato a Strasburgo. Nelle liste dell’Udc. Che, colpo di scena, punta su di lui come testa di lista nella circoscrizione Nord Ovest insieme a Magdi Cristiano Allam (lasciando fuori fuori Vittorio Sgarbi, sulla cui candidatura con il partito di Pier Ferdinando Casini, si erano rincorse voci e polemiche).
Un’intesa quella con Emanuele Filibero, sottolinea il segretario Lorenzo Cesa, stretta sui valori: la difesa della famiglia, della vita e dell’identità cristiana dell’Europa. “Emanuele Filiberto” dichiara il segretario “sarà una grande sorpresa della politica italiana ed europea, andrà in Europa a difendere le questioni che ci stanno a cuore”. Anche Michele Vietti gli dà il “benvenuto”, sottolineando il legame con il Piemonte e la storia d’Italia. E avverte: “Emanuele Filiberto non è solo un uomo di spettacolo, ma sa fare proposte e sa fare politica”.
Da parte sua, il nipote dell’ultimo re d’Italia ringrazia tutti, a partire da Pier Ferdinando Casini e promette di impegnarsi in Europa per il proprio paese: “Mi impegnerò, come un giovane classe ‘72, al servizio del mio paese: la cosa che amo sopra ogni cosa”, rimarca.
E a proposito della sua scelta: “Non c’e alcun significato monarchico. Sono un giovane cittadino della Repubblica che rispetta la Costituzione, che ha alle spalle una storia, ma che sa guardare avanti”. ”Non sarò né il primo né l’ultimo ad aver bucato lo schermo” dice Emanuele Filiberto a chi lo stuzzica per le sue apparizioni in tv, “la tv ti porta nella case della gente. Guardate Obama… Perché dovrebbero votarmi? Parlo cinque lingue, conosco personalmente la metà dei capi di Stato europei e dell’altra metà sono parente…”.
E spiega di aver ”molto riflettuto sulla sua scelta; con Casini e Cesa ci siamo incontrati più volte. Poi mi sono deciso. L’Udc è un partito di centro e moderato e come me difende la famiglia e i valori cristiani”. Lo slogan che porterà in campagna elettorale sarà ”I valori per l’Italia, per il futuro dell’Europa”. Emanuele Filiberto assicura che la sua campagna elettorale sarà ”tra la gente, nei caffe’, nei mercati, nelle discoteche, tra i giovani” ma anche ‘’su facebook”.
Orgogliosa anche la reazione di papà Vittorio Emanuele: “Mio figlio è un autentico italiano d’Europa e la sua candidatura rappresenta un valore aggiunto, sono sicuro che se sarà eletto saprà dare il meglio”, ha commentato il Principe Vittorio Emanuele di Savoia, che ha seguito da Ginevra la candidatura.
Per il resto, a Strasburgo i centristi confermano Gianni Rivera, che sarà nella lista della circoscrizione del Centro Italia insieme a Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, e Luciano Ciocchetti. Nel Nord Est in lista figura Gianluigi Gigli, presidente dell’associazione per la difesa della vita, mentre in Sicilia i centristi schierano tra gli altri Saverio Romano e Pippo Gianni.

La Sardegna ha deciso di cambiare e “tornare a sorridere” risponde il nuovo governatore Ugo Cappellacci, che usa ancora una volta le parole dello slogan elettorale del Pdl per affermare la sua vittoria. Con 1.658 sezioni scrutinate (liste regionali) su 1.812 è infatti lui il presidente della Regione. La forbice è di 9,1 punti. Per le liste circoscrizionale sono invece 1.477 le sezioni scrutinate (il 92 per cento). L’8 per cento dei seggi mancanti è dovuto al fatto che molte sezioni hanno chiuso in ritardo (dopo le 15 del pomeriggi di ieri) prima di iniziare lo scrutinio delle schede. La proclamazione ufficiale sarà quindi entro 15 giorni. Ma nonostante i dati mancanti, è netta la sconfitta per Renato Soru che già a metà spoglio era stato staccato dal suo principale avversario di sette punti.
Con il 51,9 per cento e 457.676 voti Cappellacci manda a casa il governatore uscente che si ferma al 42,8 per cento (378.246 preferenze). Supera lo sbarramento del 3 per cento Gavino Sale, che con Irs (Indipendèntzia repùbrica de Sardigna) prende ben 27.118 voti; si ferma invece all’1,5 per cento il socialista Peppino Balia (13.812) e allo 0,5 per cento Gianfranco Sollai (4.887 voti) con Unidade indipendentista.
Dopo l’una di notte è Soru a confermare la sconfitta davanti alle telecamere: “è stata una bella campagna elettorale, fatta con impegno. Ringrazio tutti quelli che ci hanno sostenuto” commenta, e ammette “sono deluso dal risultato delle elezioni. I sardi hanno deciso diversamente”, ma nonostante l’amarezza è lui a chiamare Cappellacci, “l’ho chiamato per fargli gli auguri di buon lavoro e faccio gli auguri a questa bellissima e amatissima regione”. È ormai lontano quel 12 giugno del 2004 quando il patron di Tiscali diventò presidente della regione con il 50, 2 per cento dei voti, a discapito del candidato di Forza Italia Mauro Pili.
La sconfitta oggi è anche per la coalizione: le liste si sono fermate al 38,6 per cento a favore di Soru (24,42 Per cento il Pd) e hanno invece registrato un 56,7 per Cappellacci (30,53 per cento il Pdl). Non ha funzionato quindi lo spauracchio del “Cavaliere colonizzatore” e allo slogan “Meglio Soru”, i sardi hanno preferito una presidenza filo-governativa: “Io e Berlusconi siamo soddisfatti” ha commentato il neo presidente, “non mi aspettavo un successo di queste proporzioni” e prima di rivelare i suoi primi passi da governatore aggiunge: “Ha vinto la Sardegna reale contro una Sardegna virtuale che qualcuno voleva imporci. Ora il mio primo pensiero va alle misure per le emergenze come il provvedimento per la disoccupazione” commenta.
La disaffezione dei sardi verso la politica è comunque evidente: sono 15 mila le schede annullate, 5 mila quelle bianche, 4.746 le nulle, circa 3 mila quelle annullate volontariamente. Su 1.473.180 elettori e un’affluenza alle urne del 67,58 per cento, la Sardegna registra un calo rispetto alle precedenti elezioni regionali che era stato del 71 per cento.
Un risultato che se conferma la luna di miele tra Berlusconi e il Paese, mette in discussione ancora una volta la leadership di Walter Veltroni e la crisi del Pd a livello regionale e nazionale.
La soddisfazione del centrodestra e del suo leader trapela anche dalle parole del portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone: “Soru e il Pd hanno sbagliato due volte: prima a demonizzare Berlusconi, sgradevolmente descritto come ‘colonizzatore’, e poi a sottovalutare Cappellacci”. Soddisfatti per il risultato anche i centristi dell’Udc, che hanno appoggiato il candidato di Berlusconi. “Le elezioni sarde”, sottolinea il segretario Lorenzo Cesa, “dimostrano che l’Udc cresce, che è determinante e che senza l’Udc non si vince”. La decisione di aderire allo schieramento di centrodestra, è stata presa, spiega Cesa, “in coerenza con l’opposizione condotta alla giunta Soru”. Fortunata anche l’alleanza del Psd’az che per la prima volta si è candidato a fianco del centro destra registrando all’interno della coalizione un 4,39 per cento e 28.949 voti, contro i Rosso mori (l’ala secessionista) che staccandosi dal partito hanno preferito la coalizione di Soru. Che però non si è rivelata propizia: 2,31 per cento, 815.215 preferenze.
Brucia invece la sconfitta del Psi, “quando il centro sinistra si presenta diviso perde” commenta il candidato socialista Balia.
Il VIDEO servizio:

Gioacchino Genchi, consulente del magistrato Luigi De Magistris per le inchieste Why not e Poseidon
Può lo Stato essere messo sotto controllo? Eccome se può. Il ministero degli Esteri, per esempio: due utenze sottoposte a monitoraggio del traffico. Attività produttive: un’utenza. Trasporti: un’utenza. Comunicazioni: un’utenza. Difesa: due utenze. Marina mercantile: un’utenza. Presidenza del Consiglio: sei utenze. Una decina per il ministero della Giustizia. Va peggio di tutti al regno della sicurezza, il Viminale: decine di utenze controllate. Non si salvano la presidenza della Camera e quella del Senato. La Guardia di finanza è auscultata in tutta Italia. Non sono sicuri i telefoni di Margherita, Udc, Ds, Forza Italia.
L’elenco bipartisan dei parlamentari senza privacy, presenti e passati, va da Clemente Mastella (Udeur) a Gianni Pittelli (Forza Italia), da Giovanni Kessler e Marco Minniti (Pd) a Beppe Pisanu (Forza Italia). Neppure i servizi segreti sfuggono al Grande fratello: sei utenze del Sismi osservate speciali, tra cui quelle del direttore Nicolò Pollari, del responsabile dei centri Sismi del Nord Italia Marco Mancini e del generale dei carabinieri (ora defunto) Gustavo Pignero. Non sfugge alla rete la Direzione nazionale antimafia: controllato il numero del procuratore nazionale Piero Grasso, come quelli dei magistrati Alberto Cisterna, Nicola Gratteri ed Emilio Ledonne. Tenuto d’occhio il sostituto procuratore Francesco Mollace. Ispezionato telefonicamente il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller. Nella categoria avvocati troviamo Massimo Dinoia. Naturalmente in questa galleria non può mancare l’Autorità del garante della privacy rappresentata dal vicepresidente Giuseppe Chiaravalloti. Ciliegina sulla torta di “Interceptor”, ecco spuntare il nome di Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza Telecom, e i numeri telefonici della Pirelli.
“Il più grande scandalo della storia della Repubblica” l’ha definito Silvio Berlusconi. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle istituzioni sotto controllo, di cui Panorama rivela alcuni dettagli, il presidente del Consiglio non ha tutti i torti. Anche Francesco Rutelli, presidente del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), è preoccupato. Le istituzioni scoprono di essere vulnerabili: politici, magistrati, alte cariche dello Stato, uomini dei servizi e della Guardia di finanza sono monitorati nei loro contatti telefonici, nei loro scambi per via elettronica e nei loro spostamenti. Al centro di tutta questa attività ci sono un uomo, Gioacchino Genchi, un magistrato, Luigi De Magistris, e un metodo investigativo che è dilagato al punto da assumere la forma sinistra di una ragnatela nella quale perfino lo Stato è impigliato.
Da Castelbuono alla Rete
Genchi Gioacchino da Castelbuono (Palermo) non è un investigatore di paese. Vicequestore in aspettativa sindacale alla questura di Palermo, 49 anni, uomo di grande sicurezza ed ego smisurato, è probabilmente il più abile e intelligente detective informatico d’Italia. Il suo pensiero è sofisticato, la sua conoscenza del software e dell’hardware sorprendente. Il suo talento micidiale ha cominciato a rivelarsi fin dagli anni Ottanta, quando “smanettava” sui primi pc in commercio. Nel 1985 entra in polizia e già dopo tre anni il capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, lo mette alla testa della direzione telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Carriera fulminante.
Nel 1996 diventa consulente tecnico dell’autorità giudiziaria. Su incarico del Csm tiene corsi di formazione e aggiornamento per magistrati e uditori giudiziari. In breve, Genchi diventa un punto di riferimento: “I risultati del mio lavoro sono consacrati in centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce alla Corte di cassazione” si vanta sul suo sito web. È vero, ma la sua attività vista in controluce ha più di una zona oscura. Tanto che già nel 1993 Ilda Boccassini, allora sostituto procuratore di Caltanissetta, drizza le antenne e si scontra con Genchi, che all’epoca è il tecnico del pool investigativo sulla strage di Capaci e vuole allargare l’indagine ai contatti telefonici privati e alle carte di credito di Giovanni Falcone. O me o lui, dice “Ilda la rossa”. E la spunta.
Questione di metodo
De Magistris, sostituto procuratore a Catanzaro, non si pone tutti questi dubbi e ricorre al “metodo Genchi” per le sue inchieste Why not e Poseidon. Così il lavoro dell’uomo venuto da Castelbuono esce dal cono d’ombra. Le indagini partono da presunti casi di malaffare locale e si allargano a macchia di leopardo fino a toccare le più alte istituzioni dello Stato.
Nel 2005 l’inchiesta Poseidon, nata su un uso illecito dei fondi europei, accende i fari su Walter Cretella-Lombardo, ufficiale della Guardia di finanza, consigliere dell’allora commissario europeo Franco Frattini, e tocca Lorenzo Cesa (segretario Udc) e Giuseppe Chiaravalloti, presidente della Regione Calabria e oggi commissario del garante della Privacy. Nel 2007 l’inchiesta Why not ha il colpo d’ala quando De Magistris, seguendo le tracce (informatiche e telefoniche) di Antonio Saladino, presidente della Compagnia delle opere in Calabria, arriva fino a Romano Prodi e Clemente Mastella (per entrambi è giunta l’archiviazione).
La pesca a strascico
È durante queste indagini che Genchi dispiega il suo metodo: la pesca a strascico per via elettronica. Una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel suo raggio d’azione. Genchi, su autorizzazione del magistrato, chiede ai gestori della telefonia italiana i dati anagrafici di migliaia di utenze e i tabulati del traffico in entrata e in uscita. Organizza il monitoraggio dei numeri sospetti e ricostruisce, attraverso un’analisi incrociata delle telefonate, i rapporti fra i titolari. Usa le connessioni telefoniche per consentire alla magistratura di fare connessioni investigative. Perché Genchi è più che un mero fornitore di tabulati: è l’eminenza grigia delle indagini.
Su autorizzazione del solo De Magistris, Genchi accumula 578 mila schede anagrafiche e 1.042 tabulati, controlla 390 mila persone e 1 milione di contatti telefonici. Non sappiamo quali dati abbia archiviato attraverso altre consulenze e soprattutto chi conservi oggi questi dati.
Genchi sostiene che non ci sono intercettazioni, soltanto analisi dei tabulati telefonici. Il problema è che i dati del traffico sono come un pedinamento: attraverso il sistema delle celle si è in grado di controllare non solo le chiamate in entrata e in uscita, ma gli spostamenti del titolare del telefonino e ovviamente gli sms e la posta elettronica. Lecito e illecito, mogli, mariti ed eventuali amanti, amici, affari, passioni, odi, gioia e dolore. Tutto finisce nel calderone elettronico. L’Italia, vale la pena di ricordarlo, è uno dei paesi con la massima diffusione di telefonini nel mondo. Ma c’è un orwelliano Grande fratello che tutto vede e tutto sa. Genchi non è il solo a svolgere quest’attività di pesca: i consulenti delle procure sono centinaia e a questi bisogna aggiungere i detective privati e i responsabili della sicurezza delle aziende in stile Tavaroli.
Chi controlla Interceptor?
Perfino i dati raccolti lecitamente sono a rischio. “Un consulente dell’autorità giudiziaria, secondo la legge, è equiparabile a un pubblico ufficiale e quindi è tenuto a rispettare gli stessi obblighi che vigono in un ufficio giudiziario” ricorda l’avvocato Giovanni Guerra, 43 anni, otto anni di lavoro all’Autorità sulla privacy, uno dei massimi esperti di nuove tecnologie, diritti della persona e comunicazioni elettroniche. Perfetto, ma, chiuso il rapporto di consulenza con i magistrati, siamo certi che i dati vengano conservati secondo quanto dispone la legge? O la tentazione di farsi un backup (salvataggio dei dati) illecito su un server delle Isole Cayman è troppo forte? Siamo certi che le informazioni delicate non finiscano nelle mani di qualche ricattatore o vengano utilizzate per fini illeciti? Guerra spiega che “per finalità di giustizia penale i dati devono essere conservati in strutture di massima sicurezza. Anche gli accessi ai dati da parte degli amministratori di sistema devono essere tracciati. In America c’è stato un adeguamento dopo l’11 settembre”. E in Italia? Le norme ci sono, ma sui controlli il dubbio è più che lecito.
Si è disquisito sulla differenza sostanziale tra intercettazioni e il semplice tracciamento dei dati. In realtà un tabulato senza conversazioni può fornire un sacco di notizie private e per niente neutre, soprattutto se consideriamo l’intestatario delle utenze, i suoi contatti e i suoi spostamenti. Secondo Guerra, intercettazioni e traffico dati “in sostanza sono equiparati: c’è una lesività maggiore nell’intercettazione, ma un’altrettanto grave lesione c’è quando si pongono sotto monitoraggio gli spostamenti telefonici. Esistono software in grado di ricostruire la tua posizione geografica mentre sei al telefono”. È sicuro un Paese dove i membri della Direzione nazionale antimafia possono essere localizzati quando e come si vuole? È sicuro un paese dove il Parlamento e il governo sono sotto scacco telefonico? È sicuro un Paese dove il direttore del servizio segreto non ha più un segreto? Semplicemente: è un Paese?
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Siamo in campagna elettorale e non passa giorno che tra ai partiti non si faccia a gara a chi spara i numeri più grossi, a chi riesce a far pubblicare il sondaggio più mirabolante. Tanto che ogni settimana i media e l’opinione pubblica registrano di qua una “rimonta impressionante” e di là una “crescita della coalizione incredibile”.
È lo sport preferito di colonnelli e leader politici: fermano i cronisti in Transatlantico e aprendo una valigetta, con la stessa finta cautela come se ci fossero i codici di lancio dei missili nucleari, tirano fuori “l’ultimo sondaggio dell’istituto vattelappesca. Ci danno al 13%! E abbiamo grande appeal soprattutto tra le donne sposate”.
L’ultima scena (più o meno uguale) al comizio del leader del Pd: un deputato raccoglie un po’ di giornalisti e prova a convincerli (“guardate queste rilevazioni che mi hanno mandato sul telefonino”) che il divorzio di Casini da Berlusconi è determinante per un eventuale pareggio al Senato. E infatti dal palco il candidato Veltroni scandisce: in una settimana abbiamo già recuperato due punti.”
E allora ecco una piccola summa delle dichiarazioni dei nostri politici sulle loro “misure eccezionali”. Manco a dirlo, la somma delle percentuali dei loro sondaggi arriva intorno al 180-190%. Che, in tempi di antipolitica, è davvero un risultato straordinario…
Giuliano Ferrara: “la mia lista è già al 6%”.
Walter Veltroni: “Tra noi e il Pdl ci sono solo sei punti”.
Bruno Tabacci: “La Rosa Bianca ad appena sette giorni dall’annuncio della sua nascita è già al 3% sia alla Camera che al Senato”.
Silvio Berlusconi sul Pd e su Casini: “Non è vero che il Pd sia al 35% e non è neanche vero che Di Pietro sia al 6%: i sondaggi di cui disponiamo lo danno sotto il 3%. E anche per l’Udc a noi risulta molto meno del 7%”.
Oliviero Diliberto: “La falce e il martello nel simbolo garantisce almeno il 2%”.
Lorenzo Cesa: “La Puglia è una di quelle regioni dove al Senato siamo sicuri di andare oltre l’8%, visto che l’abbiamo superato già l’altra volta e i sondaggi fatti nelle regioni ci danno oltre questa soglia. Da soli avremo nostri senatori in Puglia, Sicilia, Veneto, Marche, Abruzzo e Sardegna”.
Daniela Santanchè: “I sondaggi ci accreditano una forbice che va dal 5,5 al 7%”.
Per commentare, Panorama.it ha chiesto il parere del professor Nicola Piepoli dell’omonimo istituto. Che se ne esce con una battuta sulla somma che supera largamente il 100%: “Mi sembra che i nostri politici abbiano della sana vitalità espansa…”. Poi tornando nel ruolo di sondaggista spiega: “Provano tutti ad utilizzare i sondaggi perché vogliono vincere”.
Ma se un partito continua ogni giorno a dire che sale nei sondaggi, poi crescerà davvero o si troverà il flop nelle urne? Piepoli è netto: “I sondaggi non influenzano l’opinione pubblica. Abbiamo fatto dei sondaggi sui sondaggi: non creano l’opinione”. Non possono neanche rafforzare chi è in testa o sfiduciare chi è indietro? “Nemmeno”. Però quando un partito commissiona un sondaggio lo vuole “buono”, aggiunge il sondaggista: “E infatti io non ho clienti tra i partiti perché non li cerco. Perché so già che loro vogliono bluffare”.
E se poi a dare i numeri ci si mettono anche i bookmakers? Siamo apposto… L’irlandese Paddy Power dopo la caduta di Prodi aveva proposto le quote sulla crisi politica italiana: Berlusconi premier dopo le urne era dato a 1.25, mentre Veltroni seguiva distanziato di oltre due punti, a 3.50. Terzo incomodo, ma era una nota di puro colore, Giovanni Trapattoni (allora in procinto di sedersi sulla panchina da ct irlandese) a 100. Nuove quotazioni in questi giorni. E la differenza tra i due candidati maggiori si è ridotta: 1.44 per Berlusconi, 2.60 per Veltroni.
A resistere è stato soprattutto il Trap, ovviamente ancora a 100, visto che ora è ct dell’Eire.
Il VIDEO servizio:

Niente da fare: nessuna alleanza, nemmeno un apparentamento. Alle prossime elezioni, anche l’Udc correrà da sola con Pier Ferdinando Casini “candidato premier designato”. È stato proprio il leader del Biancofiore a sciogliere le riserve, con un discorso al vetriolo lontano dal linguaggio moderato degli eredi di mamma Dc: “dico a Berlusconi che non tutti in Italia sono in vendita, il Pdl che è un movimento populista e demagogico, può comprare i marchi, ma non le idee”.
Ecco quindi la scelta della corsa in solitario, anche perché, dopo giorni di frenetiche trattative e taciti ammiccamenti, Berlusconi è stato irremovibile: l’alleanza pre-elettorale con il Popolo delle libertà passa per una chiara rinuncia al simbolo e, soprattutto, per la condivisione di un nuovo progetto politico.
Per Casini, deciso a correre con lo stemma dello scudocrociato, non c’è stato nulla da fare. Adesso, il leader dell’Udc, dovrà fare i conti con i numeri che impone la legge elettorale da lui voluta nella precedente legislatura. Per chi va in solitaria, le soglie di sbarramento sono infatti alte, almeno per un partito di medio cabotaggio come quello di Pier.
Le incognite maggiori non sono tanto quelle legate alla Camera (bisogna superare il 4% dei consensi), quanto quelle del Senato (ci vuole l’8% su base regionale). E nemmeno i sondaggi più ottimisti danno il movimento di Casini a quella percentuale, se non in una regione: la Sicilia di Totò Cuffaro. Nell’isola, l’Udc è il terzo partito, dopo il Pd e Forza Italia, ma in questi giorni è comunque in grosse difficoltà. A Catania, ad esempio, il segretario provinciale Filippo Drago ha deciso di entrare nel Pdl, ma il partito di Casini ha perso pezzi anche a Enna e nell’agrigentino, terra incontrastata dell’ex presidente della regione. E i problemi potrebbero pure aumentare: se il segretario del Movimento per le Autonomie Raffaele Lomabardo decidesse di coalizzarsi con il Pdl in cambio della candidatura a presidente della Regione Sicilia al posto di Gianfranco Miccichè, il destino dell’Udc sarebbe ancora più incerto.
Ecco perché in queste ore, Casini farà di tutto per trovare nuovi alleati tra i cespugli che navigano al centro della politica nazionale. Prima tra tutti, la Rosa bianca di Bruno Tabacci e Mario Baccini, che fin da giovedì mandava messaggi concilianti agli ex compagni di partito. Ma, a questo punto, non può escludersi neppure un’alleanza con l’Udeur di Clemente Mastella, che proprio venerdì ha invocato l’unione dei centristi. Ad un Casini che si è subito schernito dietro a un secco “il mio elettorato non capirebbe”, c’è stato un Cesa (segretario dell’Udc) più possibilista che si è detto subito pronto a discutere. Resta da vedere come potrà essere configurata un’alleanza tra ex dc che, oltre alla loro matrice politica, non hanno quasi nulla in comune: nella vecchia Balena Bianca, Mastella, Tabacci e Casini militavano infatti in tre correnti diverse. Adesso, complice anche la legge elettorale, potrebbero di nuovo trovarsi alleati in un unico soggetto politico.
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Sarà anche una “telenovela che sta diventando stucchevole”, ma se Pdl e Udc dovessero correre separati alle prossime elezioni politiche, “sarà battaglia politica vera”, come quella che opporrà “Bertinotti a Veltroni”. Parla deciso Pier Ferdinando Casini a Radio Anch’io.
Una sicurezza che però tradisce il timore che i centristi non superino le soglie di sbarramento previste per chi non si coalizza, Casini aggiunge: “Alla Camera rischio poco, al Senato molto, ma rischio di fare male a tutti”.
Ma i tormenti per Casini non sono ancora finiti: la riserva è da sciogliere entro domani, e il leader dell’Udc passa la palla nelle mani di Berlusconi: “Penso che nelle prossime ore lo chiamerò e sentirò con amicizia che cosa ha da dirmi”.
Ieri sera, però, ad AnnoZero, fra lui e il Cavaliere il gelo era totale: “Chi dice che la partita è già segnata ha poco rispetto per la gente”, ha spiegato Casini, “all’Italia serve qualche ragionamento vero perché solo con la demagogia forse si vincono le elezioni ma poi non si governa”. E il nodo delle alleanze, in vista di uno strappo con il Pdl, è ancora tutto da risolvere. Casini non chiude la porta alla Rosa Bianca (”Abbiamo tante persone che ci sollecitano a fare accorpamenti diversi”), ma non crede all’idea delle alleanze dopo il voto: “L’idea che il centro corra da solo, si assuma i rischi di andare da solo e poi il giorno dopo il voto si allea è fra il grottesco e il ridicolo: il giorno dopo il centro starà all’opposizione e se la destra non avrà l’autosufficienza al Senato, si creerà una situazione per cui ci possono essere soluzioni diverse”.
Infine, lascia con una certezza: “Di sicuro nelle schede elettorali gli elettori ci troveranno. Troveranno l’Udc con il suo simbolo e i suoi valori”. Anche se “non è solo questione di marchio” spiega Casini. “In ballo c’è l’idea del partito, cioè l’idea di un partito che si presenta autonomamente in alleanza col centrodestra”.
E allora simbolo o non simbolo. La storia dell’Unione dei democratici-cristiani e di centro è davvero singolare. Sì, perché pur avendo la parola “unione” nel nome, da tempo il partito di Cesa-Buttiglione-Casini va perdendo pezzi per strada. Dalle file dell’Udc sono fuoriusciti deputati e senatori, in senso bipartisan naturalmente. Per un Gianfranco Rotondi che fonda l’ennesima versione della Democrazia cristiana (per le Autonomie), c’è un Marco Follini che da vicepremier scudocrociato se ne va a fondare l’Italia di mezzo, per poi andare a puntellare il governo Prodi e a guidare l’apparato dell’informazione veltroniana; l’addio di un Sergio D’Antoni che transita nella Margherita per diventare viceministro del Professore, è bilanciata da Carlo Giovanardi che aderisce al Popolo delle libertà. Fino alla palingenesi del duo Tabacci-Baccini, che puntano sulla crescita della Rosa Bianca, ennesimo bianco fiore in cerca di alleanze. L’Udc aveva sfiorato il 7 per cento alle politiche del 2006, ma ora, di fronte a queste perdite pesanti, i sondaggi dicono che a fatica arriverebbe alla soglia di sopravvivenza.
Senza scordare che nel 2005 è nato pure il Movimento per l’autonomia (Mpa) di Raffaele Lombardo, europarlamentare e presidente della Provincia di Catania. Che proprio in queste ore, candidandosi alla poltrona di governatore siciliano in concorrenza all’azzurro Miccichè, potrebbe diventare il puntello per far saltare definitivamente i rapporti tra Pdl e i casiniani. A sostenerlo ci sarà quel Cuffaro, udiccino convinto, che - dimessosi da presidente siculo, dopo la condanna del Tribunale di Palermo, anche per le pressioni dello stesso Miccichè - ha già detto che farà di tutto per impedire l’ascesa dell’ex presidente del parlamentino siciliano.
Per Totò, Casini ha pronta la candidatura in Senato: “Dobbiamo tenere presente che la Costituzione prevede la presunzione d’innocenza fino a una condanna definitiva”, sottolinea Casini. “I partiti devono assumersi la responsabilità delle scelte, noi ce le assumiamo. Cuffaro credo abbia subito una vera e propria persecuzione giudiziaria”, ha aggiunto Casini, mettendo in guardia dal rischio di dare alla “magistratura il diritto di veto sulle candidature”.
Vuoi vedere, come sospettano in tanti, che dietro la rottura di San Valentino tra Berlusconi e Casini (dopo 14 anni di convivenza), ci siano i “vespri siciliani”? Fosse così, per mettere fine alla telenovela ci vorrebbe un po’ più delle poche ore che Casini si è riservato prima di prendere una decisione. E a meno di due mesi dalle elezioni, il tempo stringe.
