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Lorenzo-Cesa

Sarà anche una “telenovela che sta diventando stucchevole”, ma se Pdl e Udc dovessero correre separati alle prossime elezioni politiche, “sarà battaglia politica vera”, come quella che opporrà “Bertinotti a Veltroni”. Parla deciso Pier Ferdinando Casini a Radio Anch’io.
Una sicurezza che però tradisce il timore che i centristi non superino le soglie di sbarramento previste per chi non si coalizza, Casini aggiunge: “Alla Camera rischio poco, al Senato molto, ma rischio di fare male a tutti”.
Ma i tormenti per Casini non sono ancora finiti: la riserva è da sciogliere entro domani, e il leader dell’Udc passa la palla nelle mani di Berlusconi: “Penso che nelle prossime ore lo chiamerò e sentirò con amicizia che cosa ha da dirmi”.
Ieri sera, però, ad AnnoZero, fra lui e il Cavaliere il gelo era totale: “Chi dice che la partita è già segnata ha poco rispetto per la gente”, ha spiegato Casini, “all’Italia serve qualche ragionamento vero perché solo con la demagogia forse si vincono le elezioni ma poi non si governa”. E il nodo delle alleanze, in vista di uno strappo con il Pdl, è ancora tutto da risolvere. Casini non chiude la porta alla Rosa Bianca (”Abbiamo tante persone che ci sollecitano a fare accorpamenti diversi”), ma non crede all’idea delle alleanze dopo il voto: “L’idea che il centro corra da solo, si assuma i rischi di andare da solo e poi il giorno dopo il voto si allea è fra il grottesco e il ridicolo: il giorno dopo il centro starà all’opposizione e se la destra non avrà l’autosufficienza al Senato, si creerà una situazione per cui ci possono essere soluzioni diverse”.
Infine, lascia con una certezza: “Di sicuro nelle schede elettorali gli elettori ci troveranno. Troveranno l’Udc con il suo simbolo e i suoi valori”. Anche se “non è solo questione di marchio” spiega Casini. “In ballo c’è l’idea del partito, cioè l’idea di un partito che si presenta autonomamente in alleanza col centrodestra”.
E allora simbolo o non simbolo. La storia dell’Unione dei democratici-cristiani e di centro è davvero singolare. Sì, perché pur avendo la parola “unione” nel nome, da tempo il partito di Cesa-Buttiglione-Casini va perdendo pezzi per strada. Dalle file dell’Udc sono fuoriusciti deputati e senatori, in senso bipartisan naturalmente. Per un Gianfranco Rotondi che fonda l’ennesima versione della Democrazia cristiana (per le Autonomie), c’è un Marco Follini che da vicepremier scudocrociato se ne va a fondare l’Italia di mezzo, per poi andare a puntellare il governo Prodi e a guidare l’apparato dell’informazione veltroniana; l’addio di un Sergio D’Antoni che transita nella Margherita per diventare viceministro del Professore, è bilanciata da Carlo Giovanardi che aderisce al Popolo delle libertà. Fino alla palingenesi del duo Tabacci-Baccini, che puntano sulla crescita della Rosa Bianca, ennesimo bianco fiore in cerca di alleanze. L’Udc aveva sfiorato il 7 per cento alle politiche del 2006, ma ora, di fronte a queste perdite pesanti, i sondaggi dicono che a fatica arriverebbe alla soglia di sopravvivenza.
Senza scordare che nel 2005 è nato pure il Movimento per l’autonomia (Mpa) di Raffaele Lombardo, europarlamentare e presidente della Provincia di Catania. Che proprio in queste ore, candidandosi alla poltrona di governatore siciliano in concorrenza all’azzurro Miccichè, potrebbe diventare il puntello per far saltare definitivamente i rapporti tra Pdl e i casiniani. A sostenerlo ci sarà quel Cuffaro, udiccino convinto, che - dimessosi da presidente siculo, dopo la condanna del Tribunale di Palermo, anche per le pressioni dello stesso Miccichè - ha già detto che farà di tutto per impedire l’ascesa dell’ex presidente del parlamentino siciliano.
Per Totò, Casini ha pronta la candidatura in Senato: “Dobbiamo tenere presente che la Costituzione prevede la presunzione d’innocenza fino a una condanna definitiva”, sottolinea Casini. “I partiti devono assumersi la responsabilità delle scelte, noi ce le assumiamo. Cuffaro credo abbia subito una vera e propria persecuzione giudiziaria”, ha aggiunto Casini, mettendo in guardia dal rischio di dare alla “magistratura il diritto di veto sulle candidature”.
Vuoi vedere, come sospettano in tanti, che dietro la rottura di San Valentino tra Berlusconi e Casini (dopo 14 anni di convivenza), ci siano i “vespri siciliani”? Fosse così, per mettere fine alla telenovela ci vorrebbe un po’ più delle poche ore che Casini si è riservato prima di prendere una decisione. E a meno di due mesi dalle elezioni, il tempo stringe.

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Il dado delle alleanze è quasi tratto: Pier Ferdinando Casini non entrerà nel Pdl di Silvio Berlusconi e dovrebbe essere il candidato premier dell’Udc. Il simbolo per i centristi è irrinunciabile e la richiesta del suo partito, per bocca del segretario Lorenzo Cesa durante la direzione nazionale del partito di stamattina, è netta: “Fai un sacrificio: guidaci in questa campagna elettorale come candidato premier”.
Rimane l’incognita della decisione che prenderà Casini, che ha chiesto ancora qualche ora nella quale dice di voler parlare con Berlusconi (anche se sono alte le probabilità che nel giorno di San Valentino sia decretata la fine dell’amore con Cavaliere). L’ex presidente della Camera ha tre opzioni: 1) portare l’Udc da sola al voto; 2) allearsi con gli altri centristi della Rosa Bianca e magari anche Mastella e Dini; 3) ritornare all’ovile del centrodestra berlusconiano.
Nella prima ipotesi i rischi sono molto alti: i sondaggi non vedono l’Udc piazzata benissimo. E secondo alcuni esponenti di Forza Italia addirittura lo stesso Casini rischierebbe di non entrare in Parlamento.
La seconda e la terza possibilità prevedono l’abiura di Pier Ferdinando. Nel primo caso verso la Rosa Bianca degli ex uddicini Bruno Tabacci e Mario Baccini, nell’altro caso l’abiura sarebbe nei confronti di Berlusconi e l’altro centrista ex Udc, Carlo Giovanardi, ormai sbarcato nelle fila del Cavaliere. Proprio in queste ore pare siano in corso le telefonate tra Casini e Berlusconi. E l’ultima voce su un’ipotetica mediazione sarebbe quella di liste comuni e poi gruppi separati. Diversamente, già questa sera ad AnnoZero di Michele Santoro, Casini potrebbe dare l’annuncio della corsa solitaria alla premiership.
Intanto dalla Rosa Bianca spiegano a Panorama.it che un’eventuale intesa con Casini e l’Udc non è in vista: “Noi siamo il nuovo – sottolineano i centristi di Tabacci – e non vogliamo inquisiti in lista”. Il riferimento a Cuffaro, e non solo, è più che casuale. La Rosa Bianca - che domenica a Milano terrà un incontro con la Confcommercio e il 23 e il 24 sbarcherà con i suoi “Mille”a Montecatini per presentare il programma elettorale definitivo - è sì una formazione centrista, ma vuole assolutamente marcare la differenza con “un vecchio modo di fare politica che guarda solo alla casta”. Insomma, strizzano l’occhio ai giustizialisti e sono un po’ delusi dall’entrata di Antonio Di Pietro nelle liste del Pd.

Si sentono in qualche modo dei grillini di centro. E non è un caso che il candidato premier dei centristi, Tabacci, oggi abbia ancora una volta sbattuto la porta (lo aveva fatto 20 giorni fa in incontri riservati) a Clemente Mastella: “Escludo categoricamente l’ipotesi di un’alleanza con Mastella”.
Il VIDEO servizio:
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Ora che è storia (nel senso che è passata) la liaison, intensa e complicata, amorevole e rancorosa, tra Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Umberto Bossi e Silvio Berlusconi appartiene di diritto alla letteratura. Trama tribolante, finale sempre da riscrivere, è un romanzo d’appendice. Fosse vivo Alexandre Dumas (il padre, naturalmente) revisionerebbe il motto dei Moschettieri: Uno per uno, tutti contro tutti.
Tredici anni (non un secolo) fa, i quattro si misero assieme per governare il Paese contro il pericolo comunista; poi litigarono, quindi fecero pace, fino a litigare di nuovo, ridarsi pace e nei giorni nostri “sfancularsi”, nel senso politicamente più volgare del termine.
Ecco tutte le date di un rapporto difficile, iniziato nel ‘94 e conclusosi con le affermazioni di domenica 25 novembre da parte del Cavaliere. Che sullo slancio del lancio del suo nuovo partito ha decretato così la fine della Casa delle Libertà: “La Cdl? Una specie di ectoplasma. Come possiamo andare avanti con questi alleati che ci hanno fatto perdere le elezioni del 1996 e ci hanno condizionato mentre eravamo al governo?”.
Dicembre 1994
Crisi del primo governo Berlusconi aperta dalla Lega sulla riforma radiotelevisiva. Umberto Bossi e il Cavaliere si rinfacciano di aver tradito il patto.
Gennaio 1995
Gianfranco Fini impone a Silvio Berlusconi di non partecipare al governo Dini per le riforme istituzionali.
Maggio 1996
Perse le elezioni, Fini e Pier Ferdinando Casini aprono il dibattito sul cambio di leadership.
Maggio 1999
Fini sostiene apertamente il referendum abrogativo della quota proporzionale, Berlusconi no.
Gennaio 2000
Denominazione del gruppo Lega per l’indipendenza della Padania. Sostegno di Berlusconi, Fini e Casini attaccano.
Gennaio 2000
Lite furibonda sui nomi dei candidati governatori per le regionali.
Febbraio 2001
Casini impone a Berlusconi di non alleare la Cdl con i radicali di Marco Pannella.
Maggio 2001
Duro scontro sulla composizione del governo.
Gennaio 2002
Renato Ruggiero si dimette, Fini punta al ministero degli Esteri, ma il premier Silvio Berlusconi tiene l’interim e lo frena: «Prima faccio io la riforma della Farnesina».
Febbraio 2002
Aspro confronto tra Berlusconi e Casini sulla Rai. L’Udc chiede di legare la nomina del nuovo Cda alla votazione delle norme sul conflitto d’interessi.
Maggio 2002
Aspro confronto Berlusconi-Casini sulla prima stesura della legge Bossi-Fini.
Giugno 2003
Dopo la sconfitta alle elezioni di primavera, nasce il subgoverno An-Udc: Fini chiede la verifica e una cabina di regia a Palazzo Chigi, Casini il rimpasto a gennaio.
Luglio 2003
Strappo di An e Udc su Dpef e pensioni.
Novembre 2003
FI e Lega contro Fini per la richiesta di voto agli immigrati.
Febbraio 2004
Berlusconi propone la lista unica del centrodestra, Fini e Marco Follini rispondono picche.
Luglio 2004
Berlusconi dimissiona Giulio Tremonti dal governo dopo l’aut aut di Fini.
Settembre 2004
Berlusconi rilancia il taglio delle tasse, come da contratto con gli italiani, Fini e Follini frenano.
Aprile 2005
Dopo la sconfitta alle regionali, per Follini va ridiscussa la devoluzione e va fatto il Berlusconi bis.
Aprile 2005
Nasce il Berlusconi bis, Tremonti è vicepremier al posto di Follini. Casini chiede più rigore finanziario, riforma dell’Irap, più attenzione per il Sud e le famiglie.
Giugno 2005
Fini sostiene il referendum sulla fecondazione assistita contro il parere di Berlusconi.
Luglio 2005
Al congresso Udc Follini attacca ad alzo zero Berlusconi e chiede una nuova leadership.
Ottobre 2005
L’Udc ottiene la legge elettorale proporzionale, Follini si dimette da segretario Udc. Fine temporanea delle liti nella Casa delle libertà.
Maggio 2006
Nasce il Prodi bis. Casini si distingue a più riprese da Berlusconi, Fini no. Fino all’approvazione della Finanziaria 2008.
Novembre 2007
Il rapporto con Fini si raffredda molto, per via della legge elettorale. Dopo che FI ha raccolto milioni di firme per mandare a casa Prodi, nella milanese piazza San Babila, Berlusconi lancia il nuovo Partito della libertà e affossa la coalizione di centrodestra: “La Cdl? Una specie di ectoplasma”. Pronta la replica di Lorenzo Cesa (segretario Udc): “Berlusconi faccia uno sforzo di umiltà” dice il centrista . “Troppo spesso ha anteposto i propri interessi privati a quelli generali del Paese”.

Non è un colpo di sole? Cioè: è un piano vero quello che porta in calce la firma di due centristi di peso come Clemente Mastella e Lorenzo Cesa e che vorrebbe rimettere in piedi la Dc (o come da tempo lo chiamano loro il “grande centro”)? O è una boutade, un bluff, un giochino ferragostano?
Fosse un giochino, va detto che i due l’hanno bene orchestrato: con due interviste parallele, e non alle Iene ma a due quotidiani nazionali. Il Guardasigilli, dalle pagine di Repubblica, annuncia di voler dar vita a un “nuovo” partito chiamando a raccolta Casini, personalità del mondo dell’impresa (Montezemolo), Savino Pezzotta, la star del Family Day e, guarda un po’ le stranezze della politica, quell’Antonio Di Pietro, il ripudiato dal Pd, che della Dc aveva fatto un boccone negli anni di Tangentopoli e con il quale fino a ieri Mastella si dava battaglia e spettacolo, tanto via blog e quanto nei consigli dei ministri.
“Una forza di questo tipo non scenderebbe sotto il 10%. Probabilmente sarebbe il terzo partito in ampie zone del Paese, a cominciare dal Mezzogiorno, supereremmo An”, pronostica il ministro, che sogna di riunire tutte le “sardine bianche” in vista delle europee del 2009 o anche in caso che il governo Prodi cadesse e si votasse il prossimo anno.
“Proviamo ad aggregare quell’area moderata, cattolica e riformista che al momento non si sente rappresentata da nessun partito”, (cioè gli scontenti del Partito democratico e gli orfani del Cavaliere) fa eco il segretario Udc dalle pagine del Messaggero. “Ne discuteremo a Chianciano alla nostra festa, alla quale abbiamo invitato molti personaggi del riformismo moderato, a cominciare dal presidente del Senato Marini, ma abbiamo un dialogo aperto anche con i teodem Carra, Binetti, Baio Dossi, che hanno vita dura nella Margherita”.
Fanno sul serio? Dalle critiche degli alleati, piovute unanimi da destra e da sinistra, verrebbe da dire sì. Anche se l’Udc si affretta a precisare che l’intenzione non è quella di “entrare nel centrosinistra”, come molti accusano, “ma essere un’alternativa al nascente Pd”. E allora il sogno sarebbe quello di poter mettere in piedi un soggetto in grado di parlare (e condizionare) sia a destra che a sinistra (dipende da chi sarà al governo): un ago della bilancia.
Ma sono anche i contenuti del piano Mastella-Cesa che portano a pensare che il “grande centro” non sia solo frutto di immaginazione o del solleone agostano. I nomi citati dal leader Udeur sono quelli di Luca Cordero di Montezemolo (che nei mesi scorsi aveva messo sotto accusa questo bipolarismo, ricattato dalle estreme), cioè il rappresentante di un ceto industriale deluso dai due poli e che da mesi si interroga su un eventuale ruolo di supplenza. E poi di Pezzotta, ex leader della Cisl, ma soprattutto animatore della giornata dell’orgoglio delle famiglie cattoliche e gran collettore di quelle anime, di quei credenti (e forse di quei voti) che mal sopportano il supposto laicismo del governo Prodi, sempre sotto scacco da parte della sinistra radicale.
E c’è un altro elemento importante che il piano centrista porta in dote. Finora ciò che ha trattenuto queste forze dal rifondersi è stato l’attuale sistema elettorale che rende velleitaria qualunque avventura fuori dai due schieramenti. Ora, assediati dai sostenitori del referendum, tra i partiti va molto di moda il modello tedesco: proporzionale con sbarramento del 5%. Un sistema che piace un po’ a tutti: a Prc, Verdi, Lega (e si capisce), ma anche ai grandi partiti come Ds, Margherita e Forza Italia perché ognuno farebbe pesare i voti che ha preso e in Parlamento e nei futuri partiti unici (non è un caso che Walter Veltroni e Silvio Berlusconi si siano mostrati tiepidi sul referendum). Un sistema che costringerebbe i nanetti da zero-virgola-per cento a fondersi per non morire: a sinistra del Pd nascerebbe la “cosa Rossa” e al centro, mettendo insieme i loro voti (6,8% dell’Udc più l’1,4% dell’Udeur fa già più dell’otto per cento), troverebbero casa tutti gli eredi della Dc, che infatti sono eccitatissimi all’idea.
Dunque fanno sul serio: approfittando delle falle interne al modello tedesco, le ambizioni di Mastella e dei neocentristi diventerebbero molto più d’un sogno di mezza estate. Altro che “oggetto inesistente” citato da Maurizio Gasparri, altro che “mostro di Lochness, usato per ravvivare le cronache” estive. A ricomparire sarebbe la “Balena Bianca”
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E meno male che in autunno si sposa Pierferdy: allora sulle nozze tra il leader dell’Udc e Azzurra Caltagirone non potrà più gravare lo strascico della storiaccia di Cosimo Mele, il deputato del più cattolico dei partiti italiani che si è fatto beccare con due squillo (forse anche droga) nell’hotel Flora di via Veneto.
Così come saranno dimenticate le spassose dichiarazioni con cui Lorenzo Cesa, segretario Udc e fedelissimo di Pier Ferdinando Casini, ha accolto le dimissioni di Mele: “La solitudine dei parlamentari è una cosa seria, bisognerebbe incentivare i ricongiungimenti familiari”. Un’esternazione che non solo ha mandato fuori dai gangheri lo stesso Casini, ma che può, in tempi di antipolitica, far precipitare il gradimento dell’Udc (in calo secondo tutti i sondaggi) e costituire l’ideale coronamento di un annus horribilis.
Già, perché il caso Mele avrebbe potuto essere archiviato come un normale episodio di sesso e potere, All’onorevole piacciono le donne, un classico della commedia sexy all’italiana , se non venisse dopo una lunga serie di disavventure giudiziarie e delusioni politiche. L’indagine del pm John Woodcock sugli intrecci tra affari, massoneria e Udc a Livorno. Quella, probabilmente più grave, del procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris sull’uso di finanziamenti comunitari, che vedrebbe coinvolti, oltre a collaboratori di Romano Prodi e politici di sinistra, lo stesso Cesa ed esponenti dell’Udc calabrese. Gli strascichi delle vecchie indagini sull’Udc siciliana. E, su un diverso terreno, il fallimento della candidatura di Alfredo Meocci a sindaco di Verona (dove ha poi trionfato il leghista Flavio Tosi). Nonché le disgrazie dello stesso Meocci quale ex direttore generale Rai: degradazione a caporedattore e rinvio a giudizio per i consiglieri di viale Mazzini che ne approvarono la nomina.
L’elenco potrebbe continuare: per esempio con il commissariamento del segretario veneto Settimio Gottardo, fautore di una secessione ai danni di Forza Italia, e forse si risalirebbe a quel 2 dicembre 2006, quando la Cdl portò in piazza a Roma 1 milione di persone e Casini riuscì a radunarne al Palasport di Palermo poco più di 10 mila.
Tutte cose che da tempo alimentano una fronda interna a sua volta insufflata, sostengono nello staff dell’ex presidente della Camera, da Silvio Berlusconi e dintorni. Fatto sta che anche il caso Mele fa dire a Carlo Giovanardi, capo della minoranza filo Forza Italia: “È tempo che nell’Udc si apra una riflessione molto seria, al centro e in periferia, sui metodi di selezione della classe dirigente e sui suoi comportamenti”.
In realtà, non c’è in ballo solo qualche bravata notturna o qualche intrallazzo di periferia. C’è una scelta strategica, quella di restare all’opposizione ma puntando a un terzo polo centrista, che finora si è rivelata deludente. I tempi in cui sembrava dover nascere un nuovo illuminato partito moderato, con Casini, Mario Monti e Luca di Montezemolo, sembrano davvero lontani. Ne ha preso atto amaramente anche Bruno Tabacci, l’esponente Udc che con più lucidità e onestà ci aveva puntato: “Non c’è nulla da fare, gli italiani vogliono Berlusconi e Walter Veltroni”.
Anche in Francia l’esperimento centrista di François Bayrou non è andato molto meglio. E ora nel centrodestra attendono con fredda benevolenza il ritorno a Canossa di Casini e dei suoi: “L’Udc? Non ha senso farne a meno” dice il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto “tra noi e loro ci sono in comune dei valori”.
Insomma, meno male che si sposa Casini. Nonostante i propositi di una cerimonia riservata, sarà probabilmente un evento politico e mediatico. La lista degli aspiranti invitati comprende già Montezemolo, Berlusconi, potrebbe esserci pure Veltroni. Una festa: ci voleva.
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Centoventisei onorevoli con tanto di bigliettino in mano. Davanti a Montecitorio, come fossero al supermercato. In fila dalla mattina per il test antidroga voluto e organizzato dall’Udc, anche per ribadire la battaglia morale del partito cattolico, dopo il fattaccio dell’onorevole Cosimo Mele, un ex da pochi giorni: da quando è scoppiato il polverone sulla sua notte hard all’hotel Flora.
È lui comunque il convitato di pietra: “E basta co ’sto Mele”, sbotta infine il segretario Lorenzo Cesa. “È un fatto doloroso, che ci ha molto amareggiato, ma è un fatto privato che non può in alcun modo inficiare il partito” mette in chiaro Pier Ferdinando Casini. E il presidente Rocco Buttiglione rincara: “Non si può sputtanare un partito per l’errore di un singolo uomo che tra l’altro non è neppure un massimo dirigente. Attaccare l’Udc è da infami. Qual è il partito che non ha un drogato, un corrotto, un mafioso o un camorrista?”. La priorità, per tutta la classe politica, dice “deve essere la selezione morale”. Accanto ai deputati centristi, molti azzurri, tanti leghisti, pochi di An. Nessuno o quasi del Centrosinistra.
Il test è triplice: della saliva, dell’urina o del sangue. Ci vogliono 5 minuti per farlo, molto di più occorre invece attendere il turno. E aspettando, si alzano i toni.
Comincia Adolfo Urso, di An: “È importante fare il test, ma è abbastanza inutile”. Perché? “L’unico test serio sarebbe stato quello tricologico, un capello può dire se hai assunto sostanze stupefacenti anche un mese fa. Saliva, sangue, urine cancellano tutto in poco più di 48 ore”. Continua Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera: “Casini dice che non è venuto nessuno di An a fare il test? Eccoci qui, siamo venuti per rispondere alla sconcia chiamata alle armi di Casini. Bisogna imparare a non essere demagogici”.

Così la sfida tra centristi e aennini è lanciata. Ma non è più sul grado di “durezza” nell’opposizione, sulla presenza o meno in Aula nei momenti decisivi, bensì sul test antidroga. In contrapposizione all’iniziativa Udc, An si rivolge infatti a un laboratorio poco distante dalla Camera, per il test tricologico (quello basato sull’esame dei capelli, ndr): “Abbiamo fatto una convenzione con un laboratorio del Pantheon per un test antidroga tricologico, che non è una presa in giro come questa. E in più lo paghiamo noi, senza rimborsi”, ammicca La Russa.
A sparigliare il campo ci pensano però i Verdi e alcuni deputati della Rosa nel Pugno, capitanati da Paolo Cento: con un blitz arrivano presso l’ambulanza con pere, mele e preservativi: “Le pere è meglio mangiarle che farsele”, tuona Cento che sfida l’Udc a “fare i test a sorpresa e non programmati”. I profilattici servono, spiega il sottosegretario all’Economia, a propagandare l’uso del condom in Parlamento. Mentre le mele sono per ironizzare sull’onorevole (su cui la procura di Roma ha aperto un’inchiesta).
È allora che si sfiora la rissa: un militante dell’Udc, se la prende: “Invece di pensare a questi episodi dovrebbero occuparsi dei rifiuti in Campania”. Piccato, risponde Cento: “Di monnezza è pieno il Parlamento, quello bisognerebbe ripulire”. Il militante ribatte: “Certo, tu di monnezza te ne intendi”. Ma Cento lo fulmina: “Io a mignotte però non ci vado”.
E pensare che è il diario di una onorevole giornata in piazza Montecitorio…
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Oltre Prodi, ecco chi sono gli uomini che hanno un ruolo chiave nell’inchiesta del pm Luigi De Magistris sulla cosiddetta loggia di San Marino. Imprenditori, politici, finanzieri. Tutti tirati in ballo in quella che il magistrato definisce “la pervicace volontà di depredare le risorse pubbliche pur di raggiungere lucrosi interessi criminali” e spiega: “Le indagini preliminari hanno evidenziato comuni colleganze affaristiche tra società e persone riconducibili, anche indirettamente, ad amministratori pubblici facenti parte di opposti schieramenti”.
Luigi Bisignani. Ex giornalista, scrittore di spy story di successo, ex capo ufficio stampa ad alto livello, Bisignani, classe 1953, è Executive vice president for international business del gruppo Ilte Pagine Gialle.
In passato le cronache le ha scritte e le ha anche animate. Come giornalista comincia giovanissimo all’Ansa, è stato tra il ‘76 e il ‘79 capo dell’ufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati, nel governo Andreotti, poi nel ‘92 diventa direttore delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi. Nell’ ‘81 viene citato tra gli affiliati alla P2, circostanza sempre smentita, e nel ‘93 viene arrestato nell’ambito delle inchieste su Tangentopoli ed Enimont con l’accusa di violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Verrà condannato in via definitiva a 2 anni e 6 mesi. Nel 2002 arriva anche la radiazione dall’Ordine dei giornalisti.
Lorenzo Cesa. Nato vicino a Roma nel 1951, dall’ottobre del 2005 è segretario nazionale dell’Udc. In precedenza, dal 2004, era stato parlamentare europeo. Cesa è entrato giovanissimo in Azione cattolica ed è diventato dirigente del Movimento giovanile della Democrazia Cristiana. Nel 2001, quando era consigliere comunale a Roma, è stato condannato in primo grado per corruzione, nell’ambito di una vicenda in cui è coinvolto anche il ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini. La condanna viene annullata in Appello per incompatibilità del giudice, poi il reato si prescrive.
Il segretario dell’Udc ha commentato così le accuse che gli rivolge la procura di Catanzaro: “Sono amareggiato. Se avessi anche un minimo dubbio sulla correttezza del mio operato professionale, non sarei al mio posto un secondo di più. Avete di fronte una persona con le mani pulite”. Un pentito di mafia, Francesco Campanella, ha dichiarato agli inquirenti che la Global Media, società di comunicazioni fondata da Cesa e ancora riconducibile a lui attraverso la moglie e il figlio, veniva utilizzata per lucrare sui fondi europei a favore del partito.
La Global Media si è occupata dell’organizzazione, oltre che dei congessi Udc, anche degli Internazionali di tennis e dello Smau alla Fiera di Milano e ha avuto molte committenze pubbliche. Per una partecipazione della società nella Digitaleco (gruppo Sipro di Di Gangi) Cesa è inoltre finito nel dicembre 2006 nel mirino dell’Olaf, l’Ufficio antifrode europeo.
Walter Cretella Lombardo. Attualmente il generale di divisione, Cretella Lombardo è capo di stato maggiore dell’Ispettorato per gli istituti di istruzione e comandante della scuola ufficiali della Guardia di finanza di Ostia. Nato a Colosimi (Cosenza), è amico sia dell’ex direttore del Sismi Pollari, sia del generale Speciale. Ma tra le sue amicizie ci sono anche quella con Cesare Geronzi e Giancarlo Elia Valori, vicino di casa del generale a Trastevere. In passato è stato a capo del II Reparto della Fiamme gialle, l’intelligence della Guardia di finanza.
Decorato con una medaglia al valor civile per aver salvato quattro persone dall’annegamento, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica: “Sono invidiato perché sono un uomo buono. Se dovesse essere il popolo a decidere, io riceverei un plebiscito per il mio modo di essere italiano: franco e generoso”.
Sandro Gozi. “Uomo di Prodi”: così può essere definito in sintesi Sandro Gozi, ex funzionario della Commissione Europea all’epoca della presidenza del Professore e oggi deputato dall’Ulivo. Nato in provincia di Forlì nel ‘68, è membro della commissione Affari costituzionali (in sostituzione del premier) e di quella sulle Politiche dell’Ue nonché presidente del Comitato Schengen, Europol e Immigrazione.
Gozi è docente di politiche e istituzioni europee all’Institut d’Etude Politiques di Parigi e all’Università di Lecce e ha pubblicato diversi saggi su questi argomenti. A Bruxelles è stato assistente politico di Prodi, che l’ha poi lasciato lì come consigliere del suo successore Barroso. Ma è anche uno sportivo, nel 2002 è stato campione italiano di squash.
Tra i fondatori del Partito democratico europeo, di cui è vicesegretario, nella sua attività ha sempre dedicato particolare attenzione alla promozione del volontariato a livello continentale. È membro dell’associazione culturale Input insieme a Filippo Andreatta, Enrico Letta e Lucio Caracciolo e tra i fondatori del Laboratorio Democratico Europeo, associazione politico-culturale di cui è presidente.
Pietro Macrì. Di Vibo Valentia, 43 anni, imprenditore. A Vibo, dopo aver lavorato tra Londra, Oslo e Milano, torna nel 1999 per fondare la Met, azienda che fornisce sistemi informativi integrati (5,5 milioni di euro di fatturato nel 2004 e un trend di crescita del 300 per cento). Orgoglioso di aver creato posti di lavoro nella sua terra, in un’intervista a Class del 2004 dichiara: “Qui c’erano le condizioni adatte per insediarsi: alta disoccupazione ma anche alta scolarità. Abbiamo formato decine di giovani, a nostre spese, non potevamo aspettare i tempi della finanza agevolata”. Met ha fornito piattaforme Erp ad aziende della sanità, come l’Istituto Tumori di Milano e il Policlinico Gemelli di Roma. Presso l’azienda di Macrì è stato ospitato uno dei tre portali del World Chamber network, la Camera di commercio mondiale (gli altri due sono in Canada e in Asia). “Questa terra deve puntare su turismo e nuove tecnologie, altro che sull’industria pesante”, commentò Macrì.
Giancarlo Pittelli. È senatore di Forza Italia e avvocato penalista, nato a Catanzaro, ha 53 anni. Coordina il partito di Silvio Berlusconi in Calabria. L’incarico gli è stato affidato nonostante nel 2005 fosse alla sua prima nomina in Parlamento, grazie anche ai buoni rapporti con Bondi e Cicchitto. La sua amicizia col procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi sarebbe all’origine dello scontro di quest’ultimo col sostituto De Magistris.
Nella scorsa legislatura Pittelli è stato autore di una proposta di modifica del Codice di procedura penale che fece molto discutere. A Palazzo Madama è membro delle commissioni Giustizia e di quella sul ciclo dei rifiuti. Come legale titolare di uno studio molto affermato in Calabria, assiste alcuni tra gli indagati delle inchieste di Catanzaro. In passato è stato anche presidente dell’aeroporto di Lamezia Terme, anche se ha paura dell’aereo e viaggia sempre in treno.
Antonio Saladino. Ex presidente della Compagna delle opere della Calabria, ha 53 anni ed è imprenditore nel settore del lavoro interinale. Antonio Saladino, o “Tonino”, è partito dalle caramelle. Nel 1989, accantonata la laurea in veterinaria, il “non-feroce Saladino” (la definizione è de Il Foglio di Ferrara) fa incontrare i lombardi della Icam con alcuni lavoratori calabresi e fonda la Silagum, una fabbrica di dolciumi che esporta in 25 Paesi e nel 2004 ha fatturato 4 milioni di euro. I disoccupati cominciano a fare la fila fuori dalla sua porta del quartier generale di Lamezia Terme.
Da qui l’idea di creare la Need&partners, entrando nel mercato del lavoro interinale. La sua formula l’ha spiegata a Class in un’intervista del 2004: “Abbiamo ribaltato l’andazzo abituale del Sud. Prima si presentava un progetto qualunque, pur di incassare i finanziamenti, e poi, forse, si preparavano i giovani. Noi invece creiamo le professionalità, individuiamo i bisogni reali, infine presentiamo il progetto”. Se c’è un bisogno, insomma, Saladino ha gli uomini per soddisfarlo.
Piero Scarpellini. È consulente dell’ufficio del consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio per i Paesi africani, ha 57 anni. Secondo il pm De Magistris, “insieme al figlio Alessandro rappresenta persona di assoluta fiducia del premier Prodi”. Palazzo Chigi precisa che si tratta di un consulente non pagato, ma nel settembre scorso un articolo de L’Espresso ha sottolineato che “gira su auto della Presidenza del Consiglio” e che suo figlio “svolge la funzione di portaborse di Prodi”. Il suo ruolo sarebbe stato decisivo nei buoni rapporti tra Italia e Libia ma anche, secondo un’inchiesta pubblicata sul numero 25 di Panorama (giugno 2000), di quelli tra l’attuale premier e il governo di San Marino.
Piero Scarpellini è dipendente dal 1995 di Pragmata, società di consulenza sammarinese fondata da alcuni ex soci di Nomisma.
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