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Via le prostitute dalle strade, ma di case chiuse o di quartieri a luci rosse non se ne parla. In un’intervista a Panorama in edicola da venerdì 19 settembre, il ministro per le Pari opportunità , Mara Carfagna, è categorica: “Noi siamo un paese cattolico. Non sarebbe pensabile quello che avviene in alcune città europee”.
E aggiunge: “È importante chiarire che il disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri, vieta la prostituzione in luoghi pubblici. Ognuno in casa propria fa ciò che vuole. Ma non saremo noi a creare dei ghetti. Non sarà il governo ad autorizzare quartieri a luci rosse. Anche per questioni di ordine pubblico e di decoro”. Poi risponde a chi, come Daniela Santanchè, lancia l’idea delle cooperative autogestite dalle prostitute: “Non è un aspetto che ci interessa regolamentare. Il governo ora si pone il problema di eliminare questo scempio dalle strade, per salvaguardare i cittadini e anche le lucciole costrette a vendere il proprio corpo”.
E con la sinistra (per esempio Livia Turco che l’accusa di aver dato vita ad un regolamento perbenista e ipocrita), taglia corto: “Non accetto critiche da chi ha governato per anni senza mai tentare di risolvere il problema”.
Prostituirsi non sarà reato e nemmeno rivolgersi al sesso mercenario. Ma non lo si potrà fare più per strada. Siete d’accordo con le misure il contenuto del ddl Carfagna?
Conto salatissimo per i clienti delle prostitute veronesi: chi venisse sorpreso appartato per strada per fare sesso a pagamento rischia infatti una multa di 500 euro. La pena pecuniaria massima consentita dalle nuove norme del decreto sicurezza che danno più potere ai sindaci. E quello di Verona, il leghista Flavio Tosi, non si è lasciato sfuggire l’occasione:”In questo caso” spiega “abbiamo deciso di applicare la sanzione massima di 500 euro per la violazione dell’ordinanza antiprostituzione: un deterrente ben più forte dei 36 euro per intralcio alla circolazione previsti dal codice della strada al quale finora i sindaci erano tenuti a richiamare le proprie ordinanze”.
Nel mirino la prostituzione di strada, quindi. Per una volta non solo dal lato dell’offerta, ma anche e soprattutto della domanda. “Chi contratta prestazioni sessuali alimenta un racket criminale che riduce in schiavitù le donne” dice l’ordinanza, che si propone di colpire soprattutto “il degrado e il disturbo causato ai cittadini”. Ma non ci sono solo clienti e “belle di notte” tra gli obiettivi del sindaco veronese. Anche chi beve alcolici per strada fuori dai locali (multe a partire da 100 euro), chi compie “atti contrari al pubblico decoro” (gettare rifiuti solidi al di fuori dei contenitori, bivaccare o sistemare giacigli, passeggiare a torso nudo) che rischiano fino a 50 euro di sanzione.
Non poteva mancare la multa anti accattonaggio, già stabilita in altri comuni, contro cui si era espressa la Chiesa dalle colonne di Avvenire.
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Chiuse le case, 50 anni fa dalla Legge Merlin, ora per le squillo potrebbero essere chiuse anche le strade e i vialoni delle città . Con sanzioni e possibile arresto anche per i clienti. A questo punta infatti la bozza del disegno di legge dei ministri dell’Interno (Roberto Maron) e delle Pari opprtunità (Mara Carfagna) che verrà esaminata venerdì dal Consiglio dei ministri: punta all’”eliminazione della prostituzione di strada”.
Non praticabile, per le critiche del mondo cattolico ma anche dei sindaci, la strada del ministro Maroni di realizzare i quartieri a luci rosse, tramontata l’idea di presentare il foglio di via alle squillo di strada a suo tempo presentato come emendamento al decreto sulla sicurezza da Filippo Berselli e Carlo Vizzini, per la prostituzione resteranno solo le case. Ma anche tra le mura domestiche saranno molte le limitazioni.
Il testo, che in pratica riprende la proposta Prestigiacomo-Fini–Bossi del 2002, si compone di quattro articoli: il primo introduce nel codice penale un nuovo reato (prostituzione di strada e in luoghi aperti al pubblico: bar, club, etc): la prima volta, la lucciola e il cliente pagheranno sanzioni amministrative che oscillano tra i 200 e i 3.000 euro; in caso di reiterazione del reato, oltre alla sanzione tra i 200 e i 1.000 euro, scatta l’arresto da cinque a 15 giorni. Non verrà considerata punibile la prostituta costretta a vendersi con la violenza o le minacce.
Molto pesanti le pene (da sedici a 18 anni) se la prostituta è una minorenne (o un minorenne) che verrà rimpatriata con la procedura utilizzata per i minori in stato di abbandono.
Nel mirino del Ddl anche chi affitta una casa dove ci si prostituisce, ma solo se il canone è superiore a quello di mercato. È previsto l’arresto da due a sei anni e la multa da 250 a 10mila euro. Chi presta assistenza a una squillo senza fini di lucro o profitto, inoltre, non è imputabile di favoreggiamento alla prostituzione (oggi la Merlin prevede il favoreggiamento). Infine, l’articolo 4 inasprisce le pene per l’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione: le sanzioni vengono aumentate fino a due terzi per promotori e organizzatori e da un terzo a metà per gli altri partecipanti.
È la terza volta in cinque anni che il Governo tenta di intervenire in questo ambito (che “fattura” 90 milioni di euro mensilmente in Italia). Nel dicembre 2002 venne approvato dal Governo Berlusconi un disegno di legge che, proprio come questo, vietava la prostituzione nei luoghi pubblici e aperti al pubblico. Il provvedimento non è stato approvato dal Parlamento. Così come è rimasto sulla carta il disegno di legge Amato-Lucidi della fine dell’anno scorso, che, tra l’altro, prevedeva maxi sanzioni per la prostituzione minorile. Ora il nuovo piano che si presenta come una rivoluzione per un mercato che conta milioni di clienti e 70mila professioniste.
Nella tabella sopra, identikit a confronto dei clienti internet e di chi cerca compagnia femminile sul marciapiede. Molte le differenze
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Partita come candidato premier della Destra, non ha raggiunto il traguardo del Parlamento. Eppure Daniela Santanchè non ha smesso le sue battaglie. L’ultima? Una proposta che, e lei lo sa, “dividerà il Paese”: una richiesta referendaria (con tanto di sito web per aderire all’iniziativa), depositata insieme a un comitato promotore tutto al femminile, per l’abolizione della legge Merlin e la conseguente riapertura in Italia delel case chiuse. In particolare, la raccolta di firme per il referendum popolare chiede di abolire i primi due articoli della legge del 1958 che vieta “l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello stato e nei territorio sottoposti all’amministrazione di autorità italiane” e che prescrive che “le case, i quartieri e qualsiasi luogo chiuso dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio, dovranno essere chiusi”.
Il perché Santanché lo spiega, lanciando una provocazione: “A cinquant’anni dalla sua nascita la legge Merlin non può essere considerata un tabù. Questa è una battaglia doverosa per il nostro Paese, non è una battaglia di parte o di partito ma è una battaglia del popolo, di tutti gli italiani che sono stufi di avere sotto le loro case questo spettacolo e di tutte le donne che sono stufe di questa nuova forma di schiavitù, che vede molte minorenni e quasi sempre cittadine non italiane, sul cui corpo campano sfruttatori che guadagnano fino a 10-15 mila euro al mese”.
A dare ragione, a metà , alla portavoce de La Destra è Enrico La Loggia che all’Adnkronos dice: “Il problema c’è e va affrontato seriamente”, ma “sono perplesso” sulla soluzione prospettata anche se “bene ha fatto la Santanché a porre questo problema”. Non nasconde il suo scetticismo il centrista Mario Baccini: “Tutte le proposte vanno bene, non entro nel merito… Ma il problema di fondo è che la politica deve mettere in moto tutti i sistemi idonei a prevenire lo sfruttamento delle donne, del corpo usato come una cosa”.
Intanto in Parlamento, dall’inizio della sedicesima legislatura, sono otto le proposte di legge sulla prostituzione: cinque alla camera e tre al Senato. Il Pdl ne ha depositate quattro, 3 sono della Lega, una del Pd. In alcuni dei provvedimenti di legge a prevalere è la filosofia del pugno di ferro, come nella proposta presentata dal deputato del Pdl Tommaso Foti, secondo il quale “le proposte volte a riaprire le case chiuse non sono da prendere in considerazione. Oggi si tratta di promuovere una iniziativa legislativa” aggiunge Foti” che combatta seriamente la prostituzione attraverso norme di tipo repressivo. Repressione che, oltre a perseguire e punire veramente lo sfruttamento, impedisca non solo a chi pratica la prostituzione, ma anche ai clienti che la alimentano, il perpetrarsi dello spettacolo degradante ‘della strada’”.
Nella scorsa legislatura le proposte di legge sulla prostituzione erano state 13. E avevano spaccato il Parlamento tra ‘legalizzazione’ e tolleranza zero.
Anche tra le file del centrosinistra c’era chi prevedeva addirittura il carcere per i clienti delle prostitute, come il trentanovenne bolognese Alessandro Naccarato, convinto sostenitore di una battaglia senza quartiere contro la prostituzione. Il parlamentare ulivista alla sua prima legislatura proponeva che divenisse fuorilegge sia l’esercizio della prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sia la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Le sanzioni pecuniarie arrivavano, nella proposta di Naccarato, fino a 5mila euro per entrambi i ‘contraenti’, e per il cliente c’era anche il sequestro dell’auto per 3 mesi. La mano si faceva più pesante se il cliente aveva a che fare con una minorenne o con una persona extracomunitaria non in regola: carcere da uno a tre anni e fino a 50mila euro di multa.
La prostituzione, propone la senatrice del Pd Donatella Poretti, sia riconosciuta some attività lavorativa e come tale sia tassata. Ma chi esercita deve rispettare precise norme igieniche e sottoporsi a controlli sanitari. Inoltre, sono indispensabili regole di sicurezza per i locali in cui si esercita.
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Che le prostitute paghino le tasse come qualsiasi altra categoria. E come accade senza scandalo in altri (civilissimi) Paesi europei tra cui la Spagna, la Svizzera, il Belgio, l’Olanda, la Germania. La Commissione tributaria della Lombardia ha deciso, con una sentenza che non mancherà di far discutere, che anche le lucciole devono destinare una parte del proprio reddito alle finanze pubbliche. Il fatto è che i controlli del Fisco si fanno via via più sofisticati e chi non è in grado di giustificare il proprio tenore di vita rischia di essere chiamato dall’Agenzia tributaria a produrre una documentazione adeguata. È accaduto a molti sedicenti nullatenenti, ma anche a una bella di notte, tale M.L, che, pur professandosi disoccupata, risultava proprietaria (secondo un controllo incrociato sulle compravendite di case presso l’Agenzia 3 di Milano) di un lussuoso appartamento di 130 metri quadri nel cuore del capoluogo lombardo, di altri due monolocali in città , di altri tre tra Corsico e Baggio. E a completare il patrimonio - scrive stamani il Corriere della Sera - due autovetture del valore, secondo i detective delle Entrate, di un miliardo e 605 milioni di vecchie lire. Tutti beni acquistati, secondo l’Agenzia, grazie a quello che viene definito, a torto o a ragione, come il mestiere più antico del mondo. Risultato: la signora (che in primo grado aveva ottenuto l’annullamento della sanzione) dovrà pagare una multa di 70 mila euro per aver presentato una dichiarazione dei redditi non veritiera risalente al 1998. Domanda del cronista del Corsera: “Si è mai vista una prostituta che rilascia la ricevuta?”. Per ora no, ma, come cantava Dylan, i tempi stanno cambiando. E se alcuni Paesi europei sopracitati hanno scelto di legalizzare il mercimonio sessuale, altri (come l’Iran, la Cina, gli Stati Uniti, l’Irlanda) continuano a considerare di fatto illegale (e quindi inesistente per il Fisco) quest’antica attività lavorativa. A questa lista si aggiunge anche la Thailandia, epicentro del turismo sessuale dove però le autorità - in base a un decreto del 1996 - continuano a vietare la prostituzione. Almeno sulla carta: le apparenze sono preservate.
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L’ultimo, in ordine di tempo, è l’assessore ai Quartieri di Bologna, Libero Mancuso. L’ex magistrato, ha lanciato la sua proposta anti lucciole: creare zone isolate in cui convogliare, a rotazione, la prostituzione, per agevolare controlli delle forze dell’ordine e presenza organica dei servizi sociali del Comune.
Molte e prevedibili le critiche, ma è arrivata anche qualche adesione, come quella del sindaco di Catania, Umberto Scapagnini (di Forza Italia, a dimostrazione che la questione non si presta a divisioni ideologiche) pronto a farsi promotore tra i sindaci delle aree metropolitane di una legge che consenta di superare gli ostacoli della normativa attuale: indicando zone dove convogliare la prostituzione, il sindaco potrebbe infatti essere accusato di favoreggiamento.

Dal punto di vista operativo alcune città si sono da tempo messe all’opera. Ad Alessandria, per esempio, sono state approvate una serie di misure per scoraggiare i frequentatori delle prostitute che esercitano ai bordi delle strade. L’ordinanza prevede il divieto di arresto delle vetture in certe strade e le multe (comprese tra 25 e i 500 euro) per chi indossa abiti indecorosi e compie atti più o meno osceni alla luce del sole (o dei lampioni).
Nel nord est sono in corso da qualche tempo sperimentazioni di aree nelle quali “circoscrivere” il fenomeno. A Mestre è in atto il progetto “Zoning”: un piano che individua le aree calde della città e delimita, in accordo con le prostitute, alcune “isole” periferiche che pur gravitando nelle stesse zone garantiscono un minor impatto sociale ma anche più sicurezza e controlli sanitari in favore delle lavoratrici del sesso. Anche se il Terraglio, la statale che unisce Mestre a Treviso, continua a essere a tutt’oggi una sorta di supermarket notturno del sesso. A Padova esiste invece da due anni una sorta di quartiere a luci rosse in periferia, alle spalle della Fiera. Un’area hard come ad Amsterdam? Non proprio, quello di Padova è un quartiere a “luci rosse” in versione vorrei-ma-non-posso. Le circa 130 “belle di notte” (in maggioranza giovanissime extracomunitarie, su 1000 abitanti del quartiere) non stanno esattamente in vetrina. Si adattano a occhieggiare dalla finestra del tinello, o dal balconcino della camera da letto. E se per i clienti di poche pretese basta un pizzico di fantasia per immaginare di essere in Olanda, la gente del quartiere (quella poca rimasta) non ne può più del viavai, e, stanca di vivere in una specie di “zona franca”, ha chiesto e ottenuto dal sindaco diessino Flavio Zanonato lo stop al traffico notturno: ora l’accesso a via Confalonieri, la strada centrale del vizio, è limitato ai residenti dalle 22 alle 5 di mattina. E multa di 71 euro per i fuorilegge in auto per intralcio alla circolazione automobilistica. A questa iniziativa le lucciole padovane hanno prima manifestato e poi inventato una forma di “risarcimento” per i loro clienti: il “bollino rosa dell’amore”, cioè una prestazione gratuita a chi è stato pizzicato dai vigili urbani.
Tutte soluzioni per niente gradite a Tiziana Maiolo, assessore alle Politiche sociali di Milano, convinta che il problema non è una questione solo comunale, ma un dramma nazionale che non può essere affrontato “con trovate estemporanee, poco serie e non risolutive”. Nell’attesa, a Milano i “quartieri a luci rosse” li hanno già creati viados brasiliani, donne cinesi, lucciole dell’Est, esperte prostitute italiane e giovani rumeni che si sono spartiti i marciapiedi della città in base al cliente di riferimento.
E allora, occhi puntati alla ripresa autunnale, quando (una volta conclusa la protesta istituzionale dell’Anci che non partecipa più a tavoli con il governo) si potrà affrontare la questione alla conferenza Stato-Città . Magari anche da noi qualcuno si travestirà da Nicolas Sarkozy e regolerà la questione come fece l’allora ministro dell’Interno francese: con una brusca legge che vieta l’adescamento e punisce i clienti, ripulendo così strade, vicoli, raccordi anulari e boulevard.

La legge Merlin del ‘58, a detta di molti, a così lunga distanza dalla sua approvazione, non è idonea a gestire il fenomeno della prostituzione in Italia che, di fatto, rimane una realtà presente e costante di fronte alla quale è difficile chiudere gli occhi.
Prima dell’entrata in vigore della legge del ‘58 la prostituzione all’aperto era molto poco diffusa, mentre come ha riferito Pia Covre, esponente di punta del Movimento per i diritti delle prostitute, oggi in Italia si calcola che le lucciole in strada siano circa 50.000, aumentate in maniera esponenziale negli ultimi decenni complice l’aumento dell’immigrazione clandestina.
Secondo invece le stime del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, vi sono tra le 15.000 e le 18.000 donne coinvolte nella prostituzione. Il 65% lavora in strada, il 35% in albergo o in appartamento. Il 20% è minorenne. Tra le 15.000 e le 25.000 sono le prostitute straniere. Soprattutto nigeriane, ma anche albanesi, polacche e bielorusse.
Il 10% del totale è vittima del racket e costretto al mestiere sulla strada a seguito di minacce dirette, anche, a parenti o figli rimasti in patria.
Da 5.000 a 7.000 euro: tanto rende al mese una prostituta al suo sfruttatore.
Diciassette: le prostitute uccise in strada nel 2000. Un dato drammaticamente stabile negli anni. Tra il 10 e il 30% del totale i transessuali che si prostituiscono.
Sette le regioni con la maggiore presenza di prostitute di strada: Lazio, Lombardia, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Abruzzo.
Nove milioni: il numero dei clienti che si rivolgono al sesso a pagamento.
Circa 90 milioni di euro, il giro d’affari mensile della prostituzione in Italia. L’80% dei clienti chiede alle prostitute di non usare il preservativo.

La multa? Non fa più paura se te la rimborsano. Se poi a farlo è una prostituta…
Già perché le lucciole padovane, per rispondere all’iniziativa del sindaco Flavio Zanonato che ha rispolverato un’ordinanza di nove anni fa grazie alla quale si possono multare per intralcio alla circolazione automobilistica i clienti delle prostitute, hanno inventato una forma di “risarcimento” per i loro clienti: il “bollino rosa dell’amore”, cioè una prestazione gratuita a chi è stato pizzicato dai vigili urbani.
L’80% delle ragazze che lavorano in strada ha deciso di aderire all’iniziativa ed esporrà l’adesivo sul vestito. La stampa locale ha riportato con grande evidenza il progetto. “Con il ‘bollino rosa dell’amore’, che indosseremo sopra i nostri vestiti, il cliente saprà ” dichiara trionfante Kristal, la portavoce del comitato al quotidiano Il Gazzettino “che se dovesse essere multato dalla polizia municipale pagherà la contravvenzione, ma non la nostra prestazione che sarà assolutamente gratuita. E l’idea pare avere riscosso un grande successo tra di noi, perché ha deciso di aderirvi circa l’ottanta per cento delle ragazze che lavorano per strada”.
Il piano anti-multa segue di pochi giorni l’annuncio di una grande manifestazione di protesta in centro città , prevista per mercoledì 16 maggio nel pomeriggio: “Un corteo pacifico e colorato” dice ancora Kristal, transessuale brasiliana di 41 anni “con il quale rivendichiamo il diritto a una sessualità libera e consapevole”.
L’attesa per questa manifestazione è grande, il dibattito tra pro e contro diventa sempre più acceso e la linea dura anti prostituzione non si arresta: come riportano con evidenza i giornali della città , il Comune ha aumentato i controlli sulle strade più frequentate e ha addirittura attivato dei display luminosi che avvertono gli automobilisti dell’ordinanza.