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Luciano-Violante

Torna la Prima Repubblica, o quasi. Mentre il premier Monti festeggia il suo personale trionfo a Washington (per farsi un’idea, la cronaca di Federico Rampini su Repubblica), i partiti stanno convergendo verso uno schema di riforma di legge elettorale in senso proporzionale con cui superare il Porcellum, il sistema attualmente in vigore e criticato per le liste bloccate che non permetterebbero ai cittadini di eleggere direttamente i parlamentari, scelti invece dalle segreterie. Continua

di Giovanni Fasanella
Per capire la parabola compiuta da Luciano Violante basta aprire il suo blog e leggere la lunga frase scolpita nella testata: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». Non è un caso che il principe (ormai ex) dei giustizialisti abbia scelto una citazione di Francis Bacon, il politico e filosofo inglese che a inizio Seicento subì un processo per corruzione, fu privato di ogni carica e imprigionato, salvo essere subito scarcerato. Continua

Un'immagine del tribunale in piazzale Clodio a Roma (Ansa)
Prosegue il dibattito tra gli schieramenti sulla riforma della giustizia. Continua

Vito Ciancimino in tribunale a Palermo
Nel complesso intrigo politico-giudiziario sulla presunta trattativa fra Stato e mafia nel 1992 (anno delle stragi Falcone e Borsellino), non è ancora chiaro un punto: perché l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino non venne mai ascoltato dalla commissione Antimafia? Continua
- Tags: Camera, Fausto-Bertinotti, Gianfranco Fini, Luciano-Violante, maggioranza, Montecitorio, opposizione, Pd, pdl, Pier Ferdinando Casini, presidente, Udc
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Nel centrodestra, ma anche a sinistra, cominciano a sprecarsi le battute: “Il Pd cerca un leader? Ma c’è Fini!”. In astratto il paradosso contiene una logica: un capo ormai solo, ma con forte esperienza, per un partito che ha ancora una base ma non più capi. E la linea politica? Beh, il Gianfranco Fini delle ultime settimane calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione, antirazzista fino al punto di mettere in guardia, nel giorno in cui il governo vara il decreto sicurezza, contro “l’odiosa omologazione tra criminali e immigrati”. Il tutto senza la classica distinzione tra clandestini e non.
Ma Gianfranco Fini difficilmente seguirà le orme del suo ex camerata ed amico Romano Misserville, iscrittosi al Msi a 15 anni e poi divenuto per breve tempo sottosegretario del governo D’Alema. Misserville, in un audace tentativo di sintesi politica paragonò D’Alema a Benito Mussolini; nonostante questo dovette dimettersi. A tutto c’è un limite, resta tuttavia il problema. A cosa mira Fini? Perché si agita così, e perché prende sempre più frequentemente e vistosamente le distanze dalla sua coalizione, da quel Pdl nel quale ha rivendicato e ottenuto il ruolo di “cofondatore”? Bisogna intanto partire dalla sindrome di Montecitorio della quale sono stati in varie misure vittime gli ultimi presidenti della Camera. Andando a ritroso, Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante e perfino la non memorabile Irene Pivetti: tutti dalla permanenza sul quella illustre poltrona hanno avuto più guai che benefici. La Pivetti scomparsa dalla politica; Violante uscito dai giochi di partito e frustrato nelle ambizioni istituzionali (ultima, l’ennesima mancata elezione a giudice costituzionale); Casini fuori dal centrodestra e dal potere; Bertinotti che ha assistito inerme al disintegrarsi di Rifondazione. Ed ora Fini, appunto.
Isolato nel Pdl e sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi; ai ferri corti con la Lega; e per di più con buona parte di An che ormai lo rinnega. Possono essere questi i motivi dell’eterorodossia di Fini, del suo prendersi libertà che ad altri, nella maggioranza, non sono minimamente concesse. Oppure queste sono invece le cause dell’inquietudine e della solitudine del presidente della Camera. Se la sindrome di Montecitorio esiste, lui ne soffre in maniera acuta. Casini, in fondo, un partito ce l’ha ancora, e adesso rischia perfino di tornare in qualche modo strategico dopo le disgrazie del Pd. Bertinotti fa il padre nobile, e comunque è già il là con gli anni. Ma Fini, che è “appena” 56 enne, un ragazzo per i nostri standard, ed ha un look ancora più giovanile, rischia davvero. Dopo l’autoesclusione di Casini (però, mai dire mai), e con i problemi personali di Umberto Bossi, era in fondo destinato a prendere l’eredità di Berlusconi. Eredità sempre sub sudice, peraltro. Bastava comunque avere la pazienza di attendere. Ma Gianfranco è sempre più insofferente. Ed oggi, dopo il black out del Pd, l’unico vero controcanto al governo (sicuramente quello che dà più fastidio al Cavaliere) lo fa lui. Coraggio? Rischio calcolato? Errore grave? Le interpretazioni si sprecano. Si va, appunto, dal trauma per aver perso An, la sua creatura, e con essa le antiche radici di destra, all’ambizione di soffiare, tra qualche anno, il Quirinale a Berlusconi.
Ma forse bisogna davvero risalire alla sindrome di Montecitorio. Fateci caso: ha mietuto vittime da quando c’è la seconda Repubblica. Cioè da quando le coalizioni si sono organizzate intorno ad un potere leaderistico. Il che significa che chi non è dentro i partiti o le coalizioni, è tagliato fuori dai giochi. Prima, non era così. La presidenza della Camera costituiva anzi un ottimo trampolino per il Quirinale. Giorgio Napolitano, Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, e prima ancora Leone, Gronchi, sono tutti passati da lì. Ma era il periodo dello strapotere dei partiti, e sedere sulla poltrona più alta di Montecitorio permetteva di assistere alle grandi manovre parlamentari senza sporcarsi le mani, ed anzi guadagnandosi molti favori.
Oggi, tutto il contrario. Il profilo bipartisan in una politica molto partisan non rende. Se lo può permettere il capo dello Stato. Un po’ meno il presidente del Senato. Figuriamoci quello della Camera. Ancora di più se è “cofondatore” del partito di maggioranza, ed ha un capo di nome Berlusconi. Per questo Fini rischia sul serio di mettersi nei guai. Anche quando ha ragione. O, peggio per un politico, di sbagliare i calcoli. Era per esempio in ottimi rapporti con Veltroni; secondo Berlusconi, questo feeling avrebbe dovuto metterlo al servizio del centrodestra, nei periodi di mancanza di dialogo con l’opposizione e con il Quirinale. Come è noto ha dovuto pensarci Gianni Letta. Fini, ancora una volta, ha giocato in solitario. E per giunta Veltroni si è dimesso.

“Fosse dipeso da me, il processo Andreotti non si sarebbe mai celebrato. Secondo me il processo era un errore e la critica ad Andreotti andava tenuta sul piano politico, non su quello giudiziario. Sarebbe stato impossibile provare un suo rapporto diretto con la mafia. Un’eventuale condanna avrebbe permesso al leader dc di atteggiarsi a vittima, ma la probabile assoluzione gli avrebbe consentito di vantarsi di non aver avuto alcun rapporto con la mafia”.
È un Luciano Violante insolito quello che si racconta al termine della sua ultima legislatura da parlamentare dopo 29 anni alla Camera, nell’intervista rilasciata al direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, e che comparirà sul numero del settimanale in edicola da venerdì 22 febbraio. Insolito, ma non pentito, perché subito dopo aggiunge: “Avevo torto. Gian Carlo Caselli aveva ragione: Andreotti è stato assolto, ma i suoi rapporti con la mafia sino ad una certa epoca, anche se prescritti, sono stati accertati”.
Nell’intervista a Panorama l’ex presidente della Camera parla anche di Mani pulite (”Quando scoppiò Mani pulite, noi del Pds pensavamo che il problema riguardasse solo gli altri, che non toccasse anche noi e che bastasse attendere e il frutto maturo sarebbe caduto. In realtà il frutto maturò cadde, ma a coglierlo fu Berlusconi”); di giustizia (”Credo che vada rivisto il sistema di selezione dei capi degli uffici, eliminando il peso dell’appartenenza alle correnti”) e di qualità della politica (”L’etica parlamentare e la professionalità si sono ridotte”).
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Il magistrato è un uomo (o una donna) in carne e ossa che può esprimere le proprie opinioni in pubblico come fa un qualunque cittadino? Oppure è un funzionario dello Stato che deve rimanere chiuso nella torre d’avorio del proprio ruolo istituzionale, votato alla solitudine e al silenzio? Dopo le puntate di Anno Zero in cui Clementina Forleo e Luigi De Magistris hanno denunciato intimidazioni e ostacoli al proprio lavoro, nei corridoi dei tribunali non si parla d’altro che delle toghe in tv.
Tra i magistrati c’è chi prende le difese dei colleghi milanese e calabrese, chi richiama al basso profilo e chi arriva a ipotizzare che le dichiarazioni a mezzo stampa siano finalizzate alla ricerca del consenso per una futura discesa in campo politico. Di certo la questione non si risolve nella lettera delle norme da seguire in questi casi. “Norme che sono carenti”, spiega Salvatore Boemi, numero uno dell’Antimafia a Reggio Calabria. “Mancano disposizioni precise, ad esempio, sulle comunicazioni dei giudici, mentre per quanto riguarda i pm l’unico autorizzato a rilasciare dichiarazioni è il loro procuratore capo. In generale credo sia buona regola non parlare mai delle inchieste in corso o appena concluse, perché si possono generare fraintendimenti e polemiche che danneggiano la magistratura stessa. Il privato di un magistrato non esiste, esiste solo la sua dimensione pubblica che rende inopportuno chiamare in causa altri poteri dello Stato”.
È d’accordo Giuseppe Scelsi, procuratore della Divisione antimafia di Bari che si è occupato di affari illeciti tra la Puglia e i Balcani: “Se avessi problemi personali nello svolgimento del mio lavoro, riferirei agli organismi preposti alla nostra tutela, in primo luogo il Csm”. “Mi sono chiesto cosa possa portare un magistrato a fare certe esternazioni in televisione”, dice Francesco Bretone, sostituto procuratore a Trani che in passato ha guidato le indagini sull’omicidio della piccola Graziella Mansi ad Andria. “Può capitare di sentirsi isolati, di non sapere più a chi rivolgersi e di sfruttare lo spazio mediatico a disposizione. Ma a conti fatti credo che la sovraesposizione individuale per la nostra categoria sia controproducente”.
Quando ha avuto dei problemi legati a un’inchiesta su alcuni esponenti della Lega, il procuratore capo di Verona Guido Papalia si è sentito tutelato dalle istituzioni. “Mi sono sempre rivolto agli organismi competenti, non ho mai scelto la via pubblica e finora mi è andata bene. Anche se non voglio criticare i colleghi che fanno scelte diverse”. Simonetta Matone, sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Roma, frequenta i salotti televisivi. “Ho una regola: non mi sottraggo ai microfoni, ma non parlo mai dei casi che riguardino me o il mio ufficio”, risponde mentre si prepara alla registrazione della nuova puntata si Porta a Porta su Cogne. “Mi occupo solo di vicende che non ho trattato direttamente. In ogni caso mi limito a spiegare atti già noti, a fine divulgativo, e riduco al minimo i commenti”.
Angelo Canale, viceprocuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, che ha all’attivo le indagini sullo scandalo della missione Arcobaleno, lamenta invece la scarsa attenzione dell’opinione pubblica nei confronti del suo ufficio. “Abbiamo il problema contrario alla sovraesposizione”, afferma, “a volte sui procedimenti che riguardano lo sperpero di denaro pubblico, e che quindi hanno importanti ripercussioni sulla vita dei cittadini, regna il totale silenzio mediatico”.
Nei giorni successivi alle dichiarazioni di De Magistris e della Forleo altri magistrati o ex magistrati hanno espresso la propria opinione. Su La Stampa Francesco Saverio Borrelli ha detto di aver apprezzato la collega milanese: “Mi è sembrata non solo determinata, anche coraggiosa. È giusto che i cittadini ci vedano come siamo in carne e ossa”. Mentre Piero Alberto Capotosti, ex vicepresidente della Corte costituzionale, sul Messaggero ha ammonito: “La solitudine è la condizione esistenziale del giudice, altrimenti diventa di parte. I giudici dovrebbero agire in silenzio”. Felice Casson, oggi senatore Ds, all’Unità ha dichiarato: “Difendo, per chiunque sia accusato, la facoltà di ricorrere a qualsiasi strumento di difesa, purché siano rispettate le regole. Ma non si possono tenere discorsi politici dal palco della magistratura”.
Luciano Violante, intervistato in 1/2 ora da Lucia Annunziata, ha definito “pericolosa” la ricerca del consenso dell’opinione pubblica da parte di un magistrato, nonostante le difficoltà . Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso infine, “i magistrati che vanno in tv possono tranquillamente parlare di politica giudiziaria e legislativa. A parte questi temi non ne vedo però la necessità ”.
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- Tags: Affari-Costituzionale, Camera, commisione, G8, genova, giustizia, Idv, Luciano-Violante, Ministero-Interno, Polizia, scontri, Udeur
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Nuovi disordini nella maggioranza per la mancata attuazione di uno dei punti del programma elettorale dell’Unione: la creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare le responsabilità istituzionali nei fatti del G8 di Genova.
Protagonisti, manco a dirlo, l’Udeur e l’Italia dei Valori (alias Clemente Mastella e Antonio Di Pietro). I due ministri, che non mancano di darsele di santa ragione sulla questione giustizia, sono neanche troppo stranamente coalizzati nel tenere sulla corda Prodi e nel dar fastidio allo strapotere del Pd all’interno del governo (com’era successo la settimana scorsa per il collegato alla Finanziaria e per la sfiducia al presidente Rai).
Cosa è successo martedì 30 ottobre in Aula? Semplice: l’idea di istituire una commissione d’inchiesta monocamerale per indagare sul G8 di Genova, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle “dinamiche innescate che hanno provocato azioni violentemente repressive nei confronti dei manifestanti”, spacca la maggioranza e viene bocciata alla Camera.
La commissione Affari Costituzionali presieduta da Luciano Violante non è infatti riuscita a dare il mandato al relatore Gianclaudio Bressa (Ulivo) a riferire in Aula. Su 44 votanti, 22 votano contro e 22 a favore. E siccome, in caso di parità , una proposta di legge non passa, il mandato al relatore non può essere conferito e anche se il provvedimento dovesse essere inserito comunque all’ordine del giorno dell’Aula, ci arriverebbe con il parere negativo della commissione.
La Cdl, accorsa in massa all’ultimo minuto per il voto, esulta, applaudendo a lungo il risultato, mentre l’Unione riesce a spaccarsi anche a Montecitorio: Udeur e Idv dicono ‘no’, il presidente della Commissione non vota (”Io non voto mai”, spiega alla fine della seduta), anche se il suo voto in realtà avrebbe potuto fare la differenza e la Rosa nel Pugno non si presenta.
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti, per quanto deluso, non si sbilancia e spiega che non è difficile immaginare cosa pensi del “no” di oggi, mentre il capogruppo del Prc Gennaro Migliore chiede l’intervento di Prodi perché il fatto è”di una gravità assoluta”.
Il ministro di Pietro preferisce affidare al suo blog le spiegazioni del voto contrario (qui il video): “Siamo favorevoli ad una Commissione d’inchiesta su questo tema ma a condizione che si indaghi su tutti i fatti. Le questioni sono due: i comportamenti dei manifestanti e quelli della Polizia”.

Ma ormai la frittata è fatta e il centrodestra riesce a far breccia anche a Montecitorio, dove grazie l’Unione di solito ha numeri più che sicuri. Esulta la Cdl non tanto per il no a una commissione che il capogruppo di An, Ignazio La Russa, non ha esitato a definire “ignobile” e che il leader Gianfranco Fini ha bocciato così: “Una cambiale che si pagava agli amici dei black bloc: alla sinistra più radicale”. Piuttosto perché: “La bocciatura” dice Maurizio Ronconi (Udc) “apre anche alla Camera una voragine nel centrosinistra. Con il voto contrario dell’Udeur e dell’Idv viene certificata la crisi della maggioranza, contraddicendo un punto importante del programma dell’Ulivo. Una maggioranza che sino ad oggi si puntellava con i voti della Camera frana clamorosamente, aprendo una crisi politica obiettiva e definitiva”. Che neanche l’ultimatum del premier Romano Prodi ai suoi sembra più riuscire a frenare.