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G8, disordini nell’Unione: Di Pietro e Mastella bocciano la Commissione

Un'immagine d'archivio degli scontri che hanno preceduto di pochi minuti la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda a Genova
Nuovi disordini nella maggioranza per la mancata attuazione di uno dei punti del programma elettorale dell’Unione: la creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare le responsabilità istituzionali nei fatti del G8 di Genova.
Protagonisti, manco a dirlo, l’Udeur e l’Italia dei Valori (alias Clemente Mastella e Antonio Di Pietro). I due ministri, che non mancano di darsele di santa ragione sulla questione giustizia, sono neanche troppo stranamente coalizzati nel tenere sulla corda Prodi e nel dar fastidio allo strapotere del Pd all’interno del governo (com’era successo la settimana scorsa per il collegato alla Finanziaria e per la sfiducia al presidente Rai).
Cosa è successo martedì 30 ottobre in Aula? Semplice: l’idea di istituire una commissione d’inchiesta monocamerale per indagare sul G8 di Genova, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle “dinamiche innescate che hanno provocato azioni violentemente repressive nei confronti dei manifestanti”, spacca la maggioranza e viene bocciata alla Camera.
La commissione Affari Costituzionali presieduta da Luciano Violante non è infatti riuscita a dare il mandato al relatore Gianclaudio Bressa (Ulivo) a riferire in Aula. Su 44 votanti, 22 votano contro e 22 a favore. E siccome, in caso di parità, una proposta di legge non passa, il mandato al relatore non può essere conferito e anche se il provvedimento dovesse essere inserito comunque all’ordine del giorno dell’Aula, ci arriverebbe con il parere negativo della commissione.
La Cdl, accorsa in massa all’ultimo minuto per il voto, esulta, applaudendo a lungo il risultato, mentre l’Unione riesce a spaccarsi anche a Montecitorio: Udeur e Idv dicono ‘no’, il presidente della Commissione non vota (”Io non voto mai”, spiega alla fine della seduta), anche se il suo voto in realtà avrebbe potuto fare la differenza e la Rosa nel Pugno non si presenta.
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti, per quanto deluso, non si sbilancia e spiega che non è difficile immaginare cosa pensi del “no” di oggi, mentre il capogruppo del Prc Gennaro Migliore chiede l’intervento di Prodi perché il fatto è”di una gravità assoluta”.
Il ministro di Pietro preferisce affidare al suo blog le spiegazioni del voto contrario (qui il video): “Siamo favorevoli ad una Commissione d’inchiesta su questo tema ma a condizione che si indaghi su tutti i fatti. Le questioni sono due: i comportamenti dei manifestanti e quelli della Polizia”.
Luciano Violante, presidente Commissione Affari Costituzionali della Camera
Ma ormai la frittata è fatta e il centrodestra riesce a far breccia anche a Montecitorio, dove grazie l’Unione di solito ha numeri più che sicuri. Esulta la Cdl non tanto per il no a una commissione che il capogruppo di An, Ignazio La Russa, non ha esitato a definire “ignobile” e che il leader Gianfranco Fini ha bocciato così: “Una cambiale che si pagava agli amici dei black bloc: alla sinistra più radicale”. Piuttosto perché: “La bocciatura” dice Maurizio Ronconi (Udc) “apre anche alla Camera una voragine nel centrosinistra. Con il voto contrario dell’Udeur e dell’Idv viene certificata la crisi della maggioranza, contraddicendo un punto importante del programma dell’Ulivo. Una maggioranza che sino ad oggi si puntellava con i voti della Camera frana clamorosamente, aprendo una crisi politica obiettiva e definitiva”. Che neanche l’ultimatum del premier Romano Prodi ai suoi sembra più riuscire a frenare.

I libri del Pd: dalla nascita, non ancora festeggiata, alla morte già dichiarata

L'ex magistrato e attuale presidente della commissione Affari costituzionali, Luciano Violante, dei Ds
“Solo chiacchiere e televisione”. Questo pensa dei politici, manco a dirlo, Beppe Grillo. Al di là del giudizio di merito, si potrebbe modificare l’epiteto, sostituendo la tv con i libri. Visto che, nel caso del nuovo soggetto politico che prenderà forma il 14 ottobre: il Pd, ne stanno circolando parecchi. E tutti con l’ambizione, neanche tanto nascosta, di “riscrivere l’alfabeto” della politica italiana.
Bastano 12 euro per aggiornare l’abc del centro sinistra che verrà: tanto costa Partito democratico. Le parole chiave (a cura di Marco Meacci, per Editori riuniti), un dizionario delle idee fondanti che vanno a comporre l’identità del nuovo progetto in cantiere a sinistra.
Da A come “ambiente” (voce stilata da Ermete Realacci) a C come “cittadinanza” (di Gianni Cuperlo, responsabile della Comunicazione dei Ds), da I come “innovazione” (di Fiorello Cortiana) a L come “lavoro” (del sindacalista Cigl, Achille Passoni), da P come “partito” (di Omar Calabrese, esperto di comunicazione), sino alla “Sintesi” finale di Walter Veltroni, il libro potrebbe essere definito un bignami dei contenuti di cui dovrà essere portatore il Pd. Almeno in teoria, e almeno secondo alcune delle sue migliori teste d’uovo.
E, data la sua familiarità con la scrittura, (un libro all’anno e di inevitabile successo dal 2003 a oggi), non poteva mancare il Candidato Walter Veltroni con La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi. Il libercolo, 140 pagine per 10 euro, contiene il sogno veltroniano di una società aperta e non burocratica, “un luogo in cui sia concesso a tutti l’opportunità di migliorare la proprio condizione e non una gabbia di privilegi corporativi e di veti incrociati”. Insomma, né più né meno il discorso-manifesto-programma del 27 giugno scorso, al Lingotto di Torino, dove il sindaco di Roma, in un’ora e mezza di buone intenzioni, spiegò perché e per come ha scelto di correre per le primarie. Arricchiscono le “visioni del giovane Walter”, una nuova introduzione e il “decalogo per una democrazia che decida”, dieci “cose concrete’ per modernizzare la Costituzione, i regolamenti parlamentari, la legislazione”.
Il duro dei Ds, l’ex magistrato e attuale presidente della commissione Affari costituzionali, Luciano Violante, per nulla a disagio a stare fuori dal coro del dibattito in corso, propone invece Uncorrect cioè i “10 passi per evitare il fallimento del Partito democratico” (Ed. Piemme, 10 euro), come recita il sottotitolo del volume. Paretndo dall’analisi dell’odierna crisi socio-politica italiana, Violante prima invita il Pd a non dividersi in inutili guerre interne e personali e poi indica le dieci “questioni prioritarie” sulle quali il nuovo partito dovrà impegnarsi: spazio ai giovani e alle donne (indicazione nei fatti già disattesa: nonostante i 45 saggi abbiano posto l’obbligo che i candidati siano divisi al 50% per sesso, le donne in corsa per i vertici regionali sono 10 su 52, e nella grande maggioranza dei casi candidate con liste che hanno minori chance di vittoria); ricostruire il primato dell’interesse generale dei cittadini, anche di quelli che non lo voteranno, battersi contro le nuove disuguaglianze sociali e difendere la laicità della Repubblica.

Ma se quella di Violante è un’indicazione al fare, quella di Emanuele Macaluso, “grande vecchio” dell’ala riformista del Pci (la stessa a cui aderiva il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), direttore de L’Unità negli anni ‘80 e ora editorialista influente del quotidiano Il Riformista, è una vera e propria stroncatura al Pd. Nel suo Al capolinea. Controstoria del Partito democratico (Feltrinelli, 8,50 euro), l’ex “migliorista per antonomasia” evidenzia tutto quello che a suo giudizio non va nel processo costituente e nelle prospettive delineate. Parte da una domanda banale ma efficace, Macaluso: era proprio necessario procedere all’unificazione tra DS e Margherita, sacrificando ogni ragione ideale e teorica che si richiamasse al socialismo? Una domanda che solo chi non è un anticonformista come lui, uno che non fa “gruppo”, poteva fare. E si risponde pure, in poco più di un centinaio di pagine, mettendo a nudo le ambiguità di un progetto politico fragile per costituzione. Due cose, dice Macaluso, hanno in comune la sinistra post comunista e la sinistra democristiana: la conflittualità con il Psi di Craxi negli anni Ottanta e la sopravvivenza allo tsunami di Tangentopoli. La tesi di fondo è che entrambe, non essendo riuscite in 15 anni a portare a compimento la transizione nella Seconda Repubblica, ora si tuffano nel Partito democratico per rigenerarsi. Ma due debolezze non fanno una forza.
Semplice e adamantino, quello di Macaluso più che un peana augurale è un canto funebre. Ai leader e ai sostenitori del Pd l’arduo compito di smentirlo.

E Walter già si è fatto il governo. Ombra

[i](Credits: Eugeni Utkin)[/i]

di Carlo Puca

Luciano Violante alla Giustizia, Sergio Cofferati all’Interno, Stefano Ceccanti alle Riforme, Ermete Realacci all’Ambiente, Goffredo Bettini ai Beni culturali. Ancora: Andrea Ranieri al Lavoro, Roberto Morassut alle Infrastrutture, Michele Salvati all’Economia. Presidente del Consiglio: Walter Veltroni.
Non è fantapolitica, il governo-ombra veltroniano è dettato dagli eventi. Alcuni sono noti, altri meno. Come nel caso di Luciano Violante. Escluso dall’esecutivo di Romano Prodi, l’ex presidente della Camera ha scelto un profilo non polemico con il premier. Ma nelle ultime settimane “ha dato una grossa mano per documentare Walter sull’emergenza sicurezza” dicono dalle parti del sindaco di Roma. La richiesta di “tolleranza zero” (qui il FORUM) di Veltroni è figlia proprio degli appunti forniti da Violante, oltre che dei suggerimenti di Sergio Cofferati, il sindaco di Bologna, antesignano degli sceriffi di sinistra.
Quanto ai dossier su riforme istituzionali e legge elettorale, “la grossa mano” sta arrivando dal costituzionalista Stefano Ceccanti, allievo prediletto di Augusto Barbera e garante delle primarie nel 2005; attualmente Ceccanti è capo dell’ufficio legislativo del ministero per le Pari opportunità. Invece Ermete Realacci, rutelliano, ex numero uno di Legambiente, è il referente di Veltroni per le questioni ambientali e lo sviluppo sostenibile. Mentre Goffredo Bettini, mentore della candidatura di Veltroni alla segreteria del Partito democratico, è l’alter ego (qualcuno dice Walter ego) di Veltroni. E da presidente della Festa del cinema di Roma non manca di fornire consigli sulla politica culturale.
Forte è anche la liaison programmatica sulle tematiche del lavoro tra Andrea Ranieri, sindacalista di lungo corso, e Veltroni; in particolare sul precariato. Sul fronte infrastrutture pesa (e molto) il parere dell’assessore capitolino all’Urbanistica Roberto Morassut. Così come per la richiesta veltroniana di riduzione delle tasse, che tanto ha disturbato Prodi, è stato fondamentale il lavoro preparatorio di Enrico Morando, Nicola Rossi e Marco Causi. Il via libera definitivo l’ha però dato riservatamente Michele Salvati, economista e primo promotore del Partito democratico.
Luciano Violante, Ds, ex presidente della Camera e presidente della Commissione Affari Costituzionali
Insomma, una squadra di tutto rispetto, che certo non sfigura nel confronto con l’esecutivo Prodi. Personalità, quelle veltroniane, prontissime a coprire un giorno (vicino o lontano, chissà) responsabilità ministeriali. E che nel frattempo lavorano da autentico governo ombra.
Peraltro, la lista è soltanto parziale. Mettiamo Francesco Rutelli. Con tutto il sostegno che sta dando a Veltroni, potrà liberamente scegliere il ruolo o il dicastero che più gli aggrada. Stesso discorso vale per Dario Franceschini, vice di Veltroni, Franco Marini, Massimo D’Alema, Beppe Fioroni. Né mancano i viceministri (Claudio Martini, Claudio Fava, Doris Lo Moro) e i sottosegretari ombra: Maurizio Martina, Pierfrancesco Majorino, Andrea Orlando, Vinicio Peluffo.
E poi c’è l’inseparabile Walter Verini, futuro sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel ruolo che fu, nei governi Berlusconi, di Gianni Letta.
Intorno a un futuribile governo veltroniano già esistono alcune certezze: avrà al massimo 15 ministri, a differenza dei 25 di Prodi, e sancirà il ridimensionamento di alcuni veltroniani della prima ora. Per esempio il cristiano-sociale Giorgio Tonini e la ministra Giovanna Melandri. È stata dalemiana nei governi D’Alema, amatiana nel governo Amato, prodiana nell’ultimo governo Prodi. Insomma, è una veltroniana soltanto presunta. Nel governo di Walterissimo o si è big o si è nuovi. Tutto il resto è fuori.

Affaire Bnl-Ds: la solidarietà di Romano, i timori di Walter

Massimo D'Alema, leader Ds, vicepremier e Ministro degli Esteri del governo Prodi
Ma alla fine che cosa capiscono gli elettori, soprattutto quelli di sinistra, e in particolare chi crede nel Partito democratico, della baruffa tra esponenti diessini ed il gip Clementina Forleo? La gente comune, è noto, è portata a diffidare dei politici e della loro onestà. Almeno, della loro buona fede. Certo, non è un buon motivo per assecondare questa tendenza, per cavalcare il cosiddetto giustizialismo di ritorno, né per strumentalizzare le (eventuali) disavventure giudiziarie di questo e quello.

Ma non è neppure un buon motivo, da parte di Massimo D’Alema e dintorni, per trincerarsi in una difesa d’ufficio di se stessi e di quella che da molti viene ormai identificata come una casta. Si parla di ispettori (spediti alla procura di Milano da Clemente Mastella), di invasioni di campo, di prerogative istituzionali, di proibire l’uso delle intercettazioni. Soprattutto, ne parla molto D’Alema, di polverone. Ma non ci si rende conto che il polverone sta soprattutto in queste ambiguità. Chi è coinvolto nelle intercettazioni dovrebbe invece spiegare. Con parole chiare, dire come mai davano e ricevevano da Consorte informazioni finanziarie che dovrebbero restare riservate. In che modo utilizzavano, se le utilizzavano, quelle informazioni. Stessa cosa ovviamente per i tre esponenti del centrodestra che tenevano i rapporti tra l’ex governatore Fazio e Gianpiero Fiorani.

Quanto a Romano Prodi, che si precipita a d offrire solidarietà agli esponenti diessini, e ne fa comunicati ufficiali, sarebbe il caso che come presidente del Consiglio si occupasse di altro. Anche perché la sua solidarietà appare inevitabilmente pelosa.

Infine Walter Veltroni. Si è proposto come leader di un partito nuovo suscitando interesse e speranze: ma se la diffidenza investe da subito il Pd e i suoi fondatori, non avrà migliore sorte. Anche Walter dovrebbe chiedere e dare spiegazioni; e, anche se l’affaire Unipol non lo riguarda, dire per esempio in che modo il Partito democratico intende finanziarsi. Non sarebbe un contributo alla trasparenza e un buon argomento contro l’ondata montante di antipolitica?

I partiti della Seconda repubblica sono nati sulle macerie di Tangentopoli, con tutti gli strascichi e i problemi che ne sono seguiti. E con tutte le imbarazzanti inversioni di ruolo. Volete un paio di prove? “La politica deve occuparsi di creare le condizioni perché tutti i cittadini siano ugualmente rispettati davanti ai tribunali e perché i magistrati siano realmente indipendenti da ogni altro potere. Questo è il punto. Questo spetta alla Costituzione, tutto il resto compete invece alla quotidianità e alle leggi ordinarie”: parole di Luciano Violante, anno 1998. Ancora: “Sconsiglio al premier di scrivere di suo pugno la legge sulle intercettazioni telefoniche, il Parlamento ha tutta la competenza e la professionalità per occuparsene. Ho il timore che il governo voglia usarla per bloccare la magistratura”: parole di Piero Fassino, anno 2005, e il premier era Silvio Berlusconi.

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