

La foto segnaletica di Cesare Battisti, dopo l'arresto a Copacabana nel 2007 in Brasile (ANSA)
Cesare Battisti, criminale, terrorista, latitante. Un nome e un cognome che già facevano parte della storia: gli stessi dell’irredentista italiano di Trento, a cui sono intitolate piazze e vie in molte città lungo la Penisola. Ma il suo curriculum negli anni ‘70 è ben altro. Nato a Sermoneta nel 1954, in provincia di Latina, dopo aver abbandonato presto la scuola, si distinse da giovane come teppista e rapinatore. Iniziò, stando alle carte giudiziarie, nel 1972, quando fu arrestato per rapina a Frascati. Continua

Il ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro, esponente trotzkista del Partito dei lavoratori, gli ha concesso lo status di rifugiato per “il fondato timore di una persecuzione politica”. Scrittori e intellettuali come Gabriel Garcia Marquez, Fred Vargas, Daniel Pennac e Bernard-Henri Lévy hanno fatto appelli per lui. Persino le sorelle Bruni (compresa Carla, première dame di Francia) protestano la sua innocenza. Probabilmente perché nessuno di loro ha sfogliato le carte processuali o le sentenze che condannano all’ergastolo per quattro omicidi Cesare Battisti, 54 anni, ex tutto, oggi giallista di fama e icona della gauche caviar parigina. O forse perché hanno letto solo la “revisione” online del processo che viene propinata ai suoi fan sul sito militante Carmilla. Qui gli ultrà di Battisti cercano di smontare, senza contradditorio (a quello preferiscono la solidarietà acritica dei circoli culturali sulla Senna), le prove dei pm che hanno condotto le istruttorie, da Pietro Forno ad Armando Spataro (che con Panorama definisce Battisti “un assassino puro”) a Corrado Carnevali. Il sito si accanisce soprattutto contro Pietro Mutti, 54 anni, il pentito “plebeo” che con la sua testimonianza ha permesso di ricostruire i misfatti dei Proletari armati per il comunismo, la formazione in cui militava Battisti.
Gli amici del latitante lo marchiano come una “figura spettrale”. Si domandano: “Chissà se è ancora vivo, chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalla “legge sui pentiti””. Errore. Mutti ha sempre lo stesso nome e ha accettato di raccontare a Panorama, per la prima volta, la sua verità fuori da un’aula di giustizia o dal carcere, dove ha trascorso otto anni. Manda in onda il filmino in super8 di quando uccideva con Battisti, che definisce un “opportunista”. I giudici della Corte d’assise di Milano, nella sentenza del 1988, spiegano che ritengono credibili le “chiamate in correità” di Mutti, perché, per esempio, nel caso di un delitto, si autoaccusa quando “a suo carico non esiste nulla di compromettente”. E mentire, con il rischio di essere contraddetto da altri eventuali collaboratori, non gli conviene, visto che perderebbe “qualunque beneficio previsto dalla legge sui pentiti”. Per questo i magistrati ritengono attendibili i resoconti di quando fermava le vite insieme con il compagno Cesare, in nome della giustizia proletaria. Quella di Mutti, ex operaio dell’Alfa Sud, è una testimonianza pesante: ha fondato i Pac (”L’idea mi è venuta ai tempi del militare, quando Lotta continua aveva lanciato l’inserto Proletari in divisa”), è stato in Prima linea, ha partecipato a 45 rapine, ha sparato alle gambe ed è l’esecutore di un omicidio: “Per errore in un conflitto a fuoco ho ucciso una guardia giurata. Quell’uomo non doveva morire. Continuo a pensare ai suoi figli” deglutisce Mutti.
Se Battisti, come narrano i suoi biografi, dopo gli anni del terrorismo ha scelto una “vita picaresca” (si è rifugiato anche a Puerto Escondido, ispirando uno dei personaggi dell’omonimo film di Gabriele Salvatores) ed è stato iniziato alla letteratura da Paco Ingnacio Taibo II, a Mutti, finita la galera, è toccata un’esistenza normale, che tira avanti con lo stipendio da operaio di cooperativa: 1.700 euro al mese con contributi ridotti. La sera fa da “badante” a un vecchio zio.
L’incontro è in un bar. Mutti parla con tono basso e pacato, ha un sorriso timido e irregolare. Il Battisti snello e abbronzato, immortalato in Brasile dai fotografi con la camicia viola aperta sul petto, è molto diverso dal suo grande accusatore: Mutti è minuto, sfoggia baffi e occhiali demodè, qualche callo sulle mani. Eppure 33 anni fa quei due uomini, all’epoca ragazzi, sono partiti insieme su una Simca 1.300 per andare a uccidere Antonio Santoro, 52 anni, maresciallo capo, comandante delle carceri di Udine. Con loro viaggiavano anche Enrica Migliorati, 20 anni, studentessa, e, alla guida, Claudio Lavazza, 21 anni, operaio. Quei quattro, insieme con gli insegnanti e ideologi veneti Arrigo Cavallina e Luigi Bergamin, erano il nucleo iniziale dei Pac. I fatti (in gran parte confermati da testimoni oculari) Mutti li ha raccontati al processo.
È il 6 giugno 1978. Il loro quartier generale è una tenda da campeggio piantata vicino a Grado. Alle sette e quaranta del mattino Battisti, con barba posticcia, e Migliorati, vistosa parrucca rossa, si baciano nelle vicinanze della casa di Santoro. Fanno i fidanzatini per non insospettire la vittima. E su quelle effusioni scherzeranno in seguito, con i compagni. Santoro, moglie e tre figli, esce dalla sua abitazione e passa accanto ai due ragazzi. Battisti gli spara alle spalle. Il Corriere della sera del giorno seguente pubblica: “Tre colpi di una vecchia Glisenti calibro 10,5, uno a vuoto, il secondo nella tempia destra, il terzo all’altezza del costato. Pallottole a bruciapelo”. Gli assassini scappano. La macchina sgomma via, Mutti saluta un ufficiale dell’esercito, testimone del delitto, alzando il pugno chiuso. “Era un modo per dare un colore politico a quell’azione” si schermisce Mutti, imbarazzato dal ricordo. “Su quell’omicidio eravamo tutti d’accordo: i Pac erano nati per occuparsi della questione carceraria”. Le cronache riferiscono che la colpa di Santoro era stata quella di aver tardato a soccorrere Cavallina che si era rotto un braccio in prigione, giocando a pallone. Nell’auto, dopo la morte di Santoro, c’era un clima adrenalinico. “Però nessuna scena di esultanza. Cesare era tranquillo, è sempre stato un freddo”. Oltre che uomo d’azione. “Non era un intellettuale, ma un delinquente comune e così si dava da fare per meritare di restare con noi, il gruppo fondatore dei Pac, che in cambio gli garantivamo vitto, alloggio e documenti falsi”.
Battisti era approdato a Milano per i numerosi problemi con la giustizia. Teppista di Cisterna Latina, prima di finire in carcere a Udine per rapina, dai 17 ai 20 anni era stato segnalato dalle caserme dei carabinieri di mezzo Lazio (vedere riquadro qui sopra). Mutti fu il primo ad accogliere in casa propria questo Battisti randagio, nel quartiere milanese della Barona, dove i Pac erano nati, costola dell’autonomia operaia: “Arrivava dal carcere, quindi aveva imparato delle regole, era ordinato e pulito”. Ma solitario. “Io e gli altri compagni uscivamo spesso, si andava a bere alla birreria Stalingrado, ma lui ci seguiva raramente, non voleva rischiare i controlli della polizia, che teneva sott’occhio il locale”. Alle ragazze piaceva, ma non a tutte. “Ad alcune faceva paura”.
Questo Battisti appartato partecipava alle decisioni del gruppo? “A tutte. Era informato di ogni cosa. Devo essere sincero: gli unici che sono stati protagonisti di tutte le malefatte dei Pac siamo io e lui, i due operativi”. Un giorno, però, Mutti e altri compagni, tra cui Cavallina, in una riunione a casa di Bergamin, obiettano che l’omicidio di due commercianti, colpevoli di essersi fatti giustizia da soli contro dei rapinatori, rischia di essere una cosa “troppo grossa”, “sbagliata politicamente” ricorda Mutti. Battisti non ascolta e lascia i compagni spiegando che ormai la decisione è presa. Secondo le sentenze, il 16 febbraio 1979, lui e Diego Giacomini “abbattono” (come scrivono i giornali) il macellaio mestrino Lino Sabbadin. Battisti, però, in quell’occasione non spara. Lo farà due mesi dopo, quando ucciderà con cinque colpi calibro 357 magnum l’autista della Digos Andrea Campagna, davanti agli occhi del suocero.
“In questo caso la mia testimonianza è indiretta” spiega Mutti. “Dopo l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani ero latitante. Credo che di quell’episodio mi parlò lui stesso”. Nel 1979 la maggior parte dei militanti finisce in manette durante una retata. “Due anni dopo, nel 1981, organizzai la fuga di Battisti dal carcere di Frosinone e lui, che del prigioniero politico aveva poco, fece scappare con sé un giovane camorrista”. Il futuro giallista amato dai francesi viene ospitato da alcuni amici incensurati (”Di questo, però, non ho mai parlato” taglia corto Mutti).
Le strade dei due vecchi compagni si separano per sempre, l’ex operaio dell’Alfa Sud viene arrestato a Roma dopo una rapina in Toscana. E si pente. Battisti, annusa l’aria e fugge all’estero. Adesso, diventato il terrorista dei salotti buoni, nega di aver preso parte ai quattro delitti per cui è stato condannato, anzi liquida Mutti come “un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo”. “Ma perché dovrei accusarlo ingiustamente?” replica il pentito. Per il fatto che Battisti era l’unico latitante, rispondono gli ultrà. “Non è vero, anche Lavazza, Bergamin e, forse, Migliorati erano irreperibili quando ho iniziato a collaborare. Mi dispiace, ma io non potevo chiamare in causa chi non c’era per salvare lui. Cesare dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni, come ho fatto io”.

“Contro Battisti non esiste niente di niente, solo le accuse di Mutti” dicono i soliti sostenitori. Il fratello di Battisti, Domenico dice a Panorama: “Quell’uomo si è salvato dall’ergastolo scarincando le responsabilità su mio fratello”. Ma ci sono altre testimonianze che confermano le parole di Mutti. Per esempio quelle della ex fidanzata e compagna di lotta di Battisti, Maria Cecilia B., oggi docente universitaria. In un interrogatorio dichiara: “Nella primavera del 1979 Battisti, nel dirmi l’effetto che faceva uccidere una persona (e “in particolare vedere uscire il sangue da un uomo colpito” si legge in una sentenza), fece riferimento all’omicidio Santoro, indicando se stesso come uno degli autori”.
Contro Battisti ci sono anche le dichiarazioni della famiglia Fatone: Sante, pentito, la sorella Anna e la nipote Rita hanno confermato in molti punti le dichiarazioni di Mutti. Gli amici di Battisti li denigrano (Rita è definita “ai limiti dell’imbecillità”): “La stessa tecnica di sempre. Che conferma lo stile dell’uomo” replicano a casa Fatone, dove le donne hanno paura. “Quando Anna e sua figlia, allora minorenne, andarono in Francia a cercare Sante latitante, Cesare le minacciò di morte. Era il peggiore di tutti”. E Cavallina, nonostante la decisione di dissociarsi senza pentirsi, con Panorama spiega: “Mutti su di me ha detto cose sostanzialmente vere, non vedo perché avrebbe dovuto accanirsi con Battisti. Quando sento che Cesare fa la vittima dall’altra parte del mondo mi viene da sorridere”. Contro il fuggiasco, agli atti, ci sono pure le parole di Massimo T., ex militante dei Pac, ora stimato professionista. Anche lui ha un brutto ricordo: “Battisti non mi era particolarmente simpatico, lo trovavo troppo sicuro di sé e con pochi scrupoli. Non aveva dubbi, gli mancava il senso della tragedia che permeava quegli anni. Un giorno mi chiesero di guidare l’auto che doveva portare il gruppo a fare una gambizzazione (quella dell’agente di custodia Arturo Nigro, ndr). Con me c’erano Battisti e Mutti. Dopo l’azione io ero sconvolto, loro non mi sembrava. Il nostro più grande errore? Pensare di avere ragione: in quel momento avevamo già perso”. Adesso Battisti si definisce una capro espiatorio. Il fratello Domenico è perentorio: “Qualcuno vorrebbe chiudere i conti con gli anni di piombo incolpando piccoli delinquenti come Cesare. Meglio dare la colpa a loro che al Pci del tempo che ci mandava in giro a fare cavolate”. Gli ex compagni dei Pac ribattono: “Battisti una vittima? È una cosa difficile da digerire”.
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Il Brasile insiste e non torna indietro: a Cesare Battisti va riconosciuto lo status di rifugiato politico anche se l’Italia è uno stato di diritto con una magistratura democratica. Il Governo si prepara comunque alle contromosse, forte del pieno appoggio del Quirinale.
Soprattutto quelle legali, attraverso la strada dei ricorsi: di ogni strumento giuridico “previsto dall’ordinamento brasiliano e da quello internazionale per sostenere le ragioni poste a base della richiesta di estradizione di Battisti”. A sottolinearlo è lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi ha ricevuto dal presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, la risposta alla lettera che gli aveva inviato una settimana fa, dove esprimeva senza mezzi termini “rammarico” per la concessione dello status di rifugiato politico all’ex terrorista dei Pac, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, compiuti tra il 1977 ed il 1979.
Napolitano, che stasera ha ricevuto il ministro degli Esteri Franco Frattini con cui ha condiviso la lettera di Lula, dice così di “apprezzare” la strada dei ricorsi intrapresa dal governo Berlusconi. Ricorsi e “strade percorribili” che - fa sapere una nota della Farnesina - saranno valutati “con la massima urgenza per contribuire alla revisione del caso”.
Sui contenuti della lettera vige il riserbo. Brasilia ha fatto sapere che non ne divulgherà il contenuto, il Quirinale ne ha solo sottolineato alcuni passaggi. Tra cui quello secondo il quale Lula ha fatto riferimento alle “basi giuridiche, interne e internazionali, della decisione presa dalle competenti autorità brasiliane per il caso Battisti, nella sua specificità”. E, ancora, che Lula “ha voluto esprimere la piena considerazione del suo paese ‘per la magistratura italiana e per lo stato di diritto democratico vigente in Italia e fiducia nel carattere democratico, umanitario e legittimo’ del nostro ordinamento giuridico”. Una sottolineatura che lascerebbe intendere - secondo alcune fonti che seguono la vicenda - spazi di “manovra” per una positiva soluzione della vicenda sul fronte legale, quello cioè dei ricorsi giuridici.
Mentre sembra così, almeno per ora, allontanarsi l’ipotesi di contromosse più dure sul piano diplomatico, come il richiamo dell’ambasciatore italiano a Brasilia, Michele Valensise, gli strumenti giuridici sul tappeto sarebbero, sostanzialmente, due: la presentazione di un’istanza di ritiro della decisione, che la diplomazia italiana in Brasile dovrebbe presentare direttamente al ministro della giustizia, Tenso Genro, autore della decisione. O, in alternativa - spiegano fonti legali - un ricorso alla Corte Suprema Federale di Giustizia. Ricorso più volte ipotizzato nei giorni scorsi dal ministro Frattini, che sarebbe motivato dal fatto che la decisione sarebbe in contrasto con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati perchè non esisterebbe nessuna motivazione politica contro Battisti.
Lula ha comunque tenuto, secondo quanto reso noto dal Quirinale, a riaffermare, nella chiusa della missiva, “i legami storici e culturali che uniscono Brasile e Italia e della volontà di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi”. Legami forti e tradizionali quindi, che dovrebbero portare il premier Silvio Berlusconi a compiere in tempi rapidi una visita ufficiale nel paese: visita, mai annunciata formalmente, che è oggi in ’stand by’. Le due diplomazie sono in attesa di vedere come si svilupperà il caso Battisti.
L’ex terrorista resta intanto un rifugiato politico per il Brasile e, nonostante sembrasse imminente la sua liberazione, al momento resta ancora in carcere in attesa della decisione della Corte Suprema, attesa per inizio febbraio con la ripresa dell’attività dopo le ferie estive. L’Italia - secondo quanto riferito da fonti di stampa brasiliane - avrebbe già presentato una petizione al Supremo Tribunale, chiedendo di essere ascoltata prima della decisione sull’eventuale scarcerazione.
Sul fronte interno, intanto, continuano le prese di posizione, con il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, che torna a commentare come “inaccettabile” la decisione” mentre Maurizio Costanzo lancia un appello agli italiani - dal palco del Maurizio Costanzo Show in onda domenica 25 su Canale5 - a inviare “cartoline postali all’ambasciata del Brasile a Roma” scrivendo “vergogna o estradate Battisti”. Anche in Brasile sono comunque in molti a non pensarla come il ministro della Giustizia verde-oro Genro. Almeno stando a quanto riporta O Estado de S. Paulo, il più autorevole quotidiano di San Paolo del Brasile, che nella sua edizione online mette in evidenza un sondaggio in cui si chiede: “Siete d’accordo sulla concessione dello status di rifugiato politico all’italiano Cesare Battisti?”
Al momento, il 71% di votanti ha risposto “no”.

Ufficiale: l’ex terrorista-scrittore Cesare Battisti e il ministro della Giustizia brasiliana che gli ha concesso lo status di rifugiato sono stati inclusi nelle ultime ore nell’agenda in programma del Forum Sociale Mondiale che si terrà a fine mese, dopo tre anni, in Brasile: a Belém dove è prevista la presenza di Lula.
Dal momento che la programmazione del Forum Sociale Mondiale era già conclusa quando è scoppiata la polemica, la soluzione degli organizzatori è stata quella di includere il “caso Battisti” nella tavola rotonda “Diritto alla memoria e alla verità”, che rivendicherà l’apertura degli archivi della dittatura brasiliana, la revisione della Legge di Amnistia verde-oro e la punizione dei militari golpisti.
L’incontro in cui i partecipanti si solidarizzeranno con Battisti e il ministro che gli ha concesso lo status di rifugiato politico durerà tre ore e occuperà tutta la mattinata del Forum Sociale Mondiale il prossimo venerdì 30 gennaio, a Belém. L’appoggio all’ex terrorista scrittore e alla decisione del ministro della Giustizia brasiliana è stata assunta dopo un lungo dibattito all’interno del Movimento brasiliano dei Diritti Umani. L’informazione arriva dal coordinatore del movimento, Gilson Cardoso, che ha detto di avere ricevuto numerosi appelli, anche italiani, affinché fosse inserita la polemica del rifugio a Battisti nel Forum di Belém.
In una nota diramata poche ore fa lo stesso movimento dichiara il suo “appoggio senza condizioni” alla decisione di Genro. Sempre in queste ore una lista di 89 brasiliani, alcuni dei quali anche di origine italiana, ha firmato una petizione d’appoggio alla decisione del Brasile su Battisti, inoltrandola al ministro della Giustizia verde-oro Genro. Insegnanti universitari, intellettuali, giuristi e professionisti di differenti settori chiedono al ministro di non cedere alle pressioni dell’Italia. Tra questi spicca come primo firmatario il nome di Giuseppe Cocco, studi a Padova negli anni Settanta, poi continuati in Francia e autore, assieme a Tony Negri, di numerose pubblicazioni e del libro “Global. Biopotere e lotte in America Latina”.
Il caso Battisti rischia di compromettere le relazioni diplomatiche tra i due paesi e anche nel paese del samba, no global a parte, sta facendo discutere gran parte della società brasiliana, in gran parte contraria alla decisione del suo ministro della Giustizia come dimostrano due sondaggi, uno del quotidiano Estado de Sao Paulo, dove al momento circa il 70% si è espresso contro la decisione del ministro della Giustizia di Lula e un altro del settimanale CartaCapital, tradizionalmente vicino a Lula ma, che in questo caso, si è schierato a favore dell’estradizione di Battisti.