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Mafia

Scalfaro: è presto per la beatificazione (se mai arriverà)

L'ex Presidente della repubblica, Oscar Luigi Scalfaro (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)

L’ex Presidente della repubblica, Oscar Luigi Scalfaro (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)

GIOVANNI FASANELLA
Prudenza vorrebbe che i processi di “beatificazione” nei confronti di Oscar Luigi Scalfaro, scomparso la mattina di domenica 29 gennaio, fossero rinviati a data da destinarsi. Non foss’altro per il fatto che il suo settennato al Quirinale coincise con la fase più turbolenta e oscura della storia italiana del secondo dopoguerra. Quella iniziata con la bomba del 23 maggio 1992, che fece saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, e proseguita con l’assassinio di Paolo Borsellino, gli attentati mafiosi di Firenze, Milano e Roma, la rivoluzione di “mani pulite”, che decapitò l’intero ceto politico di governo anticomunista, il crollo della Prima Repubblica e la nascita di un bipolarismo selvaggio che condiziona ancora oggi, a quasi 23 anni dalla caduta del Muro di Berlino, l’interminabile transizione dal regime della guerra fredda a quello del post-guerra fredda. Continua

Processo Rostagno: il pentito Spatola è morto quattro anni fa

Un'immagine d'archivio datata luglio 1996 della figlia di Mauro Rostagno, Maddalena

Un'immagine d'archivio datata luglio 1996 della figlia di Mauro Rostagno, Maddalena

Di Raffaella Fanelli

Raffaella Fanelli

Avrebbe dovuto testimoniare nel processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Ma nell’aula bunker di Trapani non si è presentato. Né mai lo farà. Perché Rosario Spatola, pentito di Cosa Nostra, è morto. Ed è morto quattro anni fa. Eppure il suo nome risulta nella lista dei testi citati dalla procura di Trapani per chiarire la dinamica e le responsabilità dell’omicidio del giornalista Mauro Rostagno avvenuto il 26 settembre del 1988. Spatola avrebbe dovuto deporre come testimone in videoconferenza, e tutto era stato organizzato per questo.

Ascolta l’audio intervista: qui

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La prima Banca d’Italia? Oggi è la Mafia

Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

FRANCALACCILa prima banca in Italia è la Mafia“. Letta e scritta così sembra davvero una notizia clamorosa sulla quale riflettere e intrecciare discussioni e dibattiti mediatici infiniti dai risultati però pressochè scontati. Infatti non è certamente una novità che le mafie oggi più che in altri periodi storici, abbiano maggiori disponibilità rispetto a qualunque altro istituto di credito. Continua

Giovanni Impastato a Panorama.it, qualcuno ha visto i sicari di mio fratello Peppino

In memoria di Peppino Impastato (Credits: GUIDO ORLANDO/ANSA)

In memoria di Peppino Impastato (Credits: GUIDO ORLANDO/ANSA)

di Raffaella Fanelli
C’è una testimone per il delitto di Peppino Impastato. Si chiama Provvidenza Vitale ed era di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, quando il giornalista  venne ucciso dai sicari  di Cosa Nostra. Eppure in trent’anni nessuno l’ha mai interrogata.
“Perché nessuno l’ha mai cercata”, ha dichiarato  a Panorama.it Giovanni Impastato, fratello di Peppino.
Ascolta l’intervista
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Michele Senese, il boss condannato a 17 anni che gira indisturbato in una clinica romana

Il boss Michele Senese con alcuni uomini del clan

Il boss Michele Senese con alcuni uomini del clan

Claudia Daconto Può un boss mafioso girare libero in una clinica dove è stato trasferito dal carcere grazie a una perizia che ne riconosce la seminfermità mentale? Sì se si chiama Michele Senese, detto “o pazzo”, accusato dalla Dda romana di essere il capo, promotore e organizzatore di un’associazione mafiosa attiva nella Capitale dalla fine degli anni ‘80. Un caso esemplare di come, a Roma, il fenomeno mafioso, a detta di alcuni magistrati come il sostituto procuratore in Corte d’Appello Otello Lupacchini, il procuratore di Tivoli Luigi De Ficchy e il responsabile laziale dell’associazione Libera Antonio Turri, sia sottovalutato, nella peggiore delle ipotesi, negato. Al punto che gli oltre 30 ammazzati per strada negli ultimi mesi sono state spesso, e da più parti, derubricati a semplice, per quanto inquietante, effetto collaterale di scontri tra gruppetti di basso profilo criminale e dal grilletto facile. Continua

Parla Mario Mori. Fui fermato a un passo da Cosa nostra

Parla Mario Mori. Fui fermato a un passo da Cosa nostra

«Più che un’ipotesi accusatoria, quella della Procura di Palermo è un castello di carta. Mancano completamente le prove dei reati che mi vengono attribuiti». È amareggiato, e molto, il generale dei carabinieri Mario Mori. Sotto processo per «collusione mafiosa», assieme al colonnello Mauro Obinu, s’è appena visto contestare dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l’aggravante della mancata cattura di Bernardo Provenzano, come fosse il prezzo pagato al boss in cambio dei suoi favori nel corso di una presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, all’inizio degli anni Novanta. Continua

L’assedio dei clan: Roma nuova capitale della mafia

L'arresto di Emilio Esposito, Il boss affiliato ai casalesi, fotografato in Questura a Roma, il 23 luglio 2011. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

L'arresto di Emilio Esposito, Il boss affiliato ai casalesi, fotografato in Questura a Roma, il 23 luglio 2011. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Claudia Daconto Per quanto già da tempo non fosse più un segreto per nessuno, fa comunque effetto leggere nero su bianco che Roma, non meno di Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Bari e praticamente tutto il Sud e le appendici settentrionali scoperte negli ultimi anni, è in mano ai clan mafiosi. Così c’è scritto nella relazione consegnata ieri dal prefetto della Capitale Giuseppe Pecoraro alla commissione antimafia presieduta da Beppe Pisanu. Continua

Donne boss, non più solo un rimpiazzo dei mafiosi in carcere


Il boss Ermelinda Pagano (Ansa)

Il boss Ermelinda Pagano (Ansa)

La presenza di donne nei clan mafiosi non è certo una novità. Ma gli arresti recenti di affiliate dimostrano che lentamente è cambiato il loro ruolo, hanno acquistato potere, non sono più solo il rimpiazzo di padri e mariti finiti in carcere o postine dei loro pizzini. Le ultime operazioni descrivono boss al femminile che non sparano, ma che gestiscono la cassa delle cosche, che reinvestono milioni di ricavati dalle attività criminali, che li depositano in banche estere, che organizzano la piazza dello spaccio e delle estorsioni. Che sempre di più interpretano la trasformazione dei metodi della mafia, dalla lupara al blocchetto d’assegni. Continua

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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