Leggi tutte le notizie su:


Mafia

Misteri di Stato. Parla Nicolò Amato: mi hanno cacciato per trattare con la mafia

Misteri di Stato. Parla Nicolò Amato: mi hanno cacciato per trattare con la mafia

«Fui cacciato a pedate nel sedere. Senza un perché. Ma oggi l’ho capito, grazie a documenti che non conoscevo: li avevano tenuti nascosti perché troppo imbarazzanti; avrebbero svelato aspetti inquietanti della cosiddetta trattativa Stato-mafia per l’abolizione del carcere duro». Nicolò Amato era direttore del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, quando nel 1992 Cosa nostra inaugurò la stagioni delle stragi. Il 4 giugno 1993 fu improvvisamente rimosso. A volere la sua testa fu il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, d’accordo con il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e con il ministro della Giustizia Giovanni Conso.

Ma perché la cacciarono?
Perché ero un ostacolo a ogni trattativa o tacita intesa con la mafia. Sono stato vittima di una trama squallida e oscena, che ha riguardato le istituzioni che rappresentavo. Dopo l’assassinio di Giovanni Falcone attuai verso i mafiosi in carcere la risposta più dura. Riaprii le carceri di massima sicurezza di Asinara e Pianosa e proposi al ministro della Giustizia Claudio Martelli l’applicazione del 41 bis ai 532 boss più noti. Poi, dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, inviai un appunto al ministro per estendere il regime duro a tutti i 5.300 detenuti di mafia: non sempre conoscevamo le esatte gerarchie mafiose.

Un detenuto apparentemente poco importante poteva essere in realtà un capo?
Sì. Bisognava impedire ai detenuti di mafia di utilizzare altri detenuti e troncare ogni possibilità di comunicazione illecita con l’esterno. Così individuai 121 carceri o sezioni di carceri in cui mettere quei 5.300 mafiosi e chiesi a Martelli di varare un solo decreto 41 bis su quelle 121 strutture invece di tanti provvedimenti ad personam.

La risposta di Martelli?
Girò il mio appunto all’ufficio legislativo e alla direzione affari penali del ministero. Una procedura del tutto insolita, visto che la mia proposta non prevedeva modifiche di legge e quindi quei due uffici non avevano alcuna competenza. Allora scrissi al ministro, chiedendogli di assumersi responsabilità dirette. Ma lui si rifiutò e si limitò a rilasciarmi una delega per l’applicazione del 41 bis. Feci quel che potevo e i provvedimenti di restrizione salirono a 1.300.

Che cosa accadde quando poi alla Giustizia arrivò Conso?
Gli scrissi che il 41 bis, essendo un decreto ministeriale, era il prodotto di un’emergenza. Perciò proponevo di sostituirlo con una legge, che avrebbe reso permanente, più efficace e più dura la risposta dello Stato alla mafia. La situazione era estremamente pericolosa. Avevamo appena scoperto il piano per l’uccisione di alcuni agenti del carcere di Pianosa, sventandolo per un soffio.

Arrivava dal carcere l’ordine di uccidere?
Sì: questo era il problema cui occorreva dare una risposta più decisa. La sicurezza sarebbe stata tanto più garantita quanto più forte fosse stato il controllo sulle comunicazioni tra il carcere e fuori, che passavano attraverso la corrispondenza e i colloqui. Chiedevo un rafforzamento della censura sulle lettere e la possibilità di ascoltare e registrare i colloqui. E inoltre che i mafiosi chiamati a deporre nei processi potessero farlo solo attraverso un collegamento audiovisivo, senza essere portati in udienza.

Reazioni?
Da Palermo Cosa nostra inviò una lettera anonima al presidente Scalfaro. Arrivò anche al Vaticano e ad altri, tra cui il ministro dell’interno (Nicola Mancino, ndr). La lettera invitava a «togliere gli squadristi al servizio del dittatore Amato», cioè a cacciarmi. Fatto gravissimo: di quella lettera non venni mai messo al corrente.

La data?
Febbraio 1993. Tre mesi dopo, visto che ero ancora al mio posto, esplose l’autobomba in via Fauro a Roma (14 maggio) e ci fu la strage di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio). Il 4 giugno venni rimosso dal mio incarico e sostituito con Adalberto Capriotti. Ma i lettori di Panorama sanno già come andò, visto che avete dato conto della testimonianza dell’ex segretario generale della presidenza della Repubblica, Gaetano Gifuni, e poi avete intervistato il vicecapo dei cappellani penitenziari, Fabio Fabbri, che ebbe un ruolo importante in quella storia: fu Scalfaro, il primo destinatario dell’anonimo, a volere la mia testa.

La sua rimozione facilitò la trattativa?
La scelta del mio successore fu praticamente affidata ai cappellani, gli stessi che avevano trattato per il Vaticano e lo Stato nel sequestro Moro. È un fatto, ma ce ne sono altri: documenti che ho potuto vedere solo di recente e che dicono in modo eloquente cosa accadde subito dopo la mia rimozione.

Quali documenti? E che cosa accadde?
Agli atti dell’inchiesta condotta all’inizio del 2000 da Gabriele Chelazzi, pm di Firenze, ci sono una serie di lettere e appunti dei miei successori, Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio, i quali proponevano al ministro Conso una serie di revoche del 41 bis. Nel giro di pochi mesi i detenuti di mafia a regime duro crollarono da 1.300 a 436.

Basta per dire che ci fu una vera trattativa? E che la revoca del 41 bis arrivò in cambio della pax mafiosa?
Tra i documenti ne ho trovato uno a dir poco agghiacciante. È un appunto in cui il Dap chiede una serie di revoche del 41 bis. Ma attenzione alla data: è del 29 luglio 1993. Nei due giorni precedenti c’erano stati gli attentati di piazza San Giovanni e alla Chiesa di S. Giorgio al Velabro, a Roma, e la strage di via Palestro a Milano. E attenzione: 5 morti, 12 feriti e danni ingenti al patrimonio artistico vengono definiti una «delicata situazione generale, che impone di non inasprire inutilmente il clima all’interno degli istituti di pena». Quindi, di revocare un ulteriore gruppo di decreti 41 bis.

Però l’inchiesta di Chelazzi non approdò a nulla.
Chelazzi morì all’improvviso (il 16 aprile 2003, ndr) mentre stava indagando; il suo lavoro si bloccò. È inquietante che nessuno abbia sentito il bisogno di riprendere il filo della sua indagine. Quei documenti sono
sepolti in un archivio da quasi un decennio.

Ma lei se la sente di affermare che una trattativa ci fu?
Io non so e non posso sapere se c’è mai stato un tavolo formale intorno al quale si sono seduti mafia e Stato. Ma non c’era bisogno di alcun tavolo per discutere di certe cose. La trattativa era implicita e il patto finale era tacito, visto che l’una sapeva che cosa voleva l’altro, e viceversa.

Dunque, una trattativa implicita?
Sì, una trattativa implicita. E il prezzo pagato alla mafia furono la mia testa e la fine del carcere duro.

Lei crede che Borsellino sia stato ucciso perché si opponeva alla trattativa?
No. Gli attentati contro Falcone e Borsellino sono una storia completamente diversa. Ancora tutta da scrivere.

Pio La Torre, mio padre - L’INTERVISTA

La FIAT 131 con i corpi di Pio La Torre e Rosario di Salvo. ANSA/CLF

La FIAT 131 con i corpi di Pio La Torre e Rosario di Salvo. ANSA/CLF

Di Raffaella Fanelli

Raffaella Fanelli “Sono passati trent’anni dalla morte di mio padre. Ci sono state indagini, ci sono stati processi ma non giustizia”. Non giustizia. E Franco La Torre non la chiede neanche più. Non lo ha fatto pochi giorni fa quando il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha conferito le Medaglie d’Oro al Merito Civile alla memoria di Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario di Salvo.

Continua

Ci mancava solo l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa

Raffaele Lombardo, governatore siciliano

di Giovanni Tarantino

Imputazione coatta. C’è una straordinaria novità lessicale nella decisione del gip di Catania Luigi Barone disposta a carico del presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, e del fratello Angelo, deputato nazionale Mpa. Imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio nell’ambito dell’inchiesta Iblis. Imputazione coatta, ma che cos’è? Continua

Stato-mafia: quando il professionista americano mi spiegò perché bisognava salvare l’Italia

Il giudice Giovanni Falcone

Il giudice Giovanni Falcone

LEGGI ANCHE: Trattativa Stato-mafia, lettera aperta al presidente Napolitano

GIOVANNI FASANELLAA leggere le testimonianze nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia che si sta celebrando a Palermo, colpiscono le amnesie e le reticenze dei personaggi eccellenti, ex presidenti della Repubblica, ex capi di governo ed ex ministri. Poichè non è ipotizzabile una congiura del silenzio, se ne deve dedurre che i fatti tragici che si verificarono in Italia tra il 1992 e il 1993 siano ancora oggi coperti da un alone di indicibilità. L’intera nostra storia unitaria  è costellata di cose che non si potevano dire perchè, se fossero state rese pubbliche, avrebbero avuto conseguenze imbarazzanti sulla vita interna del Paese e sulle sue relazioni internazionali. Insomma, è la famosa ragion di Stato, quell’interesse superiore in nome del quale può anche essere nascosta o deformata la verità dei fatti. Continua

Caro benzina: indagate le dieci principali compagnie petrolifere. Si sospetta l’intervento della Mafia

(Credits: LaPresse)

(Credits: LaPresse)

FRANCALACCIAdesso fuori la documentazione. Le dieci compagnie petrolifere più importanti d’Italia hanno dieci giorni per mettere a disposizione della Guardia di Finanza di Varese tutti i contratti di acquisto del greggio, gli appalti per la lavorazione e le dichiarazioni sui margini di guadagno su 1 litro di carburante: benzina e diesel.

Continua

E’ la Germania il paradiso fiscale delle Mafie

Matthias Schrader- Lapresse

Matthias Schrader- Lapresse

FRANCALACCILa vera ricchezza della Germania è la Mafia. Secondo l’Ocse la criminalità internazionale ricicla in Germania, ogni dodici mesi, tra i 43 e i 57 miliardi di euro.

A scegliere il Paese di Angela Merkel come “lavatrice” per reinvestire e pulire il denaro proveniente da attività illecite, non sono solamente le organizzazioni criminali italiane, Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, ma anche quelle russe, cinesi, albanesi e sudamericane.

La Germania, ad oggi, è il centro nevralgico d’investimento ma anche di contatto e di “intelligence” tra le varie mafie internazionali in Europa. Non è la posizione geografica strategica, nel cuore del Vecchio Continente, ad attirare i criminali bensì le leggi tedesche troppo deboli e inefficaci e i metodi d’indagine limitati in materia di organizzazione criminale. Continua

Presidente Napolitano, sulla trattativa Stato-mafia c’è bisogno di un’operazione verità

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ANSA/ Paolo Giandotti

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ANSA/ Paolo Giandotti

GIOVANNI FASANELLA

Signor Presidente della Repubblica,

domani, sabato 17 marzo, Lei chiuderà al Quirinale l’anno delle celebrazioni per il nostro secolo e mezzo di storia unitaria. Lo farà in un clima forse più disteso rispetto al marzo 2011, ma certo non meno torbido e preoccupante. L’aria è ammorbata dallo stillicidio di “rivelazioni” sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sui dubbi che sollevano, sulle polemiche che scatenano. L’opinione pubblica è disorientata e pretende giustamente la verità. Ci sono stati dei morti, e non si può far finta di nulla. Continua

Il testimone scaricato dallo Stato e cacciato dal Viminale: “Mi restano in tasca solo 70 centesimi”

Il "testimone" Luigi Coppol a cui è stata revocata la scorta (Credits: Ansa)

Il "testimone" Luigi Coppol a cui è stata revocata la scorta (Credits: Ansa)

Claudia Daconto La scorsa settimana Panorama.it aveva raccolto la denuncia-video del testimone di camorra Luigi Coppola in sciopero della fame per protesta contro la revoca della scorta. Oggi sono esattamente due settimane che l’imprenditore campano di 47 anni e sua moglie Michela dormono in macchina davanti al ministero dell’Interno nella vana attesa di essere ricevuti dal ministro Anna Maria Cancellieri.

Continua

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101