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Nicola Cosentino in una immagine di archivio
“Non è più nel novero delle cose possibili”. Così Gianfranco Fini pensava di avere stroncato, con una semplice dichiarazione, una settimana fa, la candidatura a presidente della Campania di Nicola Cosentino, il sottosegretario all’Economia per il quale la Procura di Napoli ha chiesto l’arresto dopo le rivelazioni di alcuni pentiti. Continua

Renato Schifani, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi
Il dado è davvero tratto? Presto si tornerà di nuovo alle urne?
Stando alle fibrillazioni delle ultime ore, l’ipotesi non appare peregrina.
Nel pomeriggio di martedì 17, l’aut aut di Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini è diventato se non ufficiale, molto istituzionale.
A consegnarlo al presidente di Montecitorio è la seconda carica dello Stato in persona: Renato Schifani. Tuffatosi nel dibattito, tutto interno alla maggioranza, (che ormai dura da settimane), mette nero su bianco quello che in molti, nel Pdl, sussurrano da tempo: “Se la maggioranza non dimostra compattezza, si torna alle urne“. Continua

Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi in un’immagine d’archivio
Occasione ghiotta, un’intervista a tutto campo da Fabio Fazio a Che tempo che fa. Ghiottissima, politicamente. E Gianfranco Fini, che la politica la sa fare da maestro, non se l’è fatta sfuggire: per mezz’ora lì, seduto nel salotto buonista di RaiTre, a rispondere e a marcare (ancora, di più, di nuovo) la propria distanza dall’impostazione che Berlusconi dà al proprio modo di fare e intendere la politica di governo. Continua

Francesco Rutelli, 55 anni, ex leader della Margherita
“Un’occasione perduta. Finora, completamente perduta. Provate a chiedere in giro di cosa si sta parlando in questo congresso del Pd. La risposta sarà sempre la stessa: è una lotta di potere interno. Vedo uno scollamento clamoroso tra questo partito e il Paese”. Francesco Rutelli ha le valigie pronte. La casa del Pd, che contribuì a fondare portandovi in dote la sua Margherita, gli piace sempre meno. Leggi l’intervista

L’ “aria fritta” (citiamo Silvio Berlusconi) sulla richiesta di ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan avanzata tre giorni fa da Umberto Bossi ha appena dissolto i suoi effluvi. Ed ecco una nuova iniziativa del Carroccio: imporre agli insegnanti una prova di “cultura locale”, con il fine di poter meglio illustrare le tradizioni del territorio in cui il professore intende insegnare. Ci ha pensato Roberto Cota, presidente dei deputati della Lega, a chiarire che “la prova di dialetto” è una banalizzazione dei giornali. La proposta è quella di “fare dei test preselettivi per consentire l’accesso agli albi regionali degli insegnanti, albi previsti proprio dalla proposta di legge in discussione. Tali test, che dovranno riguardare uno spettro culturale ampio sono visti come propedeutici rispetto al superamento dei concorsi pubblici”.
E infatti non è il caso di archiviare come puramente folkloristica un’istanza che in fondo ha le proprie motivazioni nella cultura leghista delle origini, quella delle “piccole patrie”. Ma, nel merito della faccenda, non va neppure presa molto sul serio: tra discutere accanitamente di come celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e tornare ai dialetti c’è qualcosa che non torna.
Al tempo stesso si rimuove “il partito del Sud”, altro tormentone ricorrente della politica italiana. Una sirena alla quale non sono neppure indifferenti, quando è il caso, la sinistra e il Pd. Così come del resto il Pd è interessato a intermittenza anche al “partito del Nord”.
Insomma, ce n’è per tutti, e non solo per Berlusconi. Ma non c’è dubbio che le spine sono soprattutto sue, e non basterà parlare di “aria fritta” per liquidarle.
I motivi sono almeno tre, e tutti seri.
1) A più breve scadenza c’è la situazione economica che troveremo in autunno. Se la tanto sospirata ripresa comincerà ad arrivare, i contrasti si sopiranno in qualche modo. Se i tempi continueranno ad essere duri, si tratterà di dividere una torta sempre più piccola, e tra appetiti sempre più grandi. Una torta, per giunta, affidata a Giulio Tremonti, proprio per questo soprannominato “mani di forbice”.
Tremonti ovviamente fa il possibile. Così come non appare affatto campato in aria il “modo innovativo” annunciato da Berlusconi per distribuire le risorse al Sud: niente più finanziamenti a pioggia per colmare i buchi di gestioni allegre, ma solo fondi finalizzati a singole infrastrutture. Il problema è: chi gestisce questi fondi? Chi vigila che essi vengano correttamente utilizzati? Il governo centrale? La solita cabina di regia con qualche posto in prima fila per ministri e sottosegretari siciliani o pugliesi?
Dunque i “sudisti” non depongono affatto le armi e attendono. E così la Lega.
2) A più lunga scadenza c’è la questione delle elezioni regionali del 2010. Bossi ha già chiesto la presidenza di almeno due delle tre grandi regioni del Nord: Lombardia, Veneto e Piemonte. Molto probabilmente si accontenterà di una candidatura blindata. Ed ancora più probabilmente, visto che il Piemonte è in bilico tra destra e sinistra, e Berlusconi ha appena designato Roberto Formigoni “presidente a vita della Lombardia”, la scelta cadrà sul Veneto. Ipotesi per nulla indolore.
La manovre sono già iniziate, il governatore Giancarlo Galan, del Pdl, minaccia di denunciare Tremonti per avere inserito il Veneto tra le regioni con i conti della Sanità non in regola. Maurizio Sacconi, ministro del Welfare ed anche lui, esponente Pdl, dà ragione a Galan. Superfluo dire che Tremonti viene sempre più percepito da molti esponenti del Popolo della Libertà come una quinta colonna di Bossi.
La questione è complessa. Anche perché ci sono in ballo due poltrone di sindaco: quello di Venezia, dove il Pd Massimo Cacciari scade nel 2010 e dove vorrebbe candidarsi il ministro antifannulloni Renato Brunetta (che proprio nei giorni scorsi ha tuonato contro “Venezia mercificata e svenduta”), e quello di Milano, dove Letizia Moratti è in scadenza nel 2011. Si profilano tortuosi negoziati, scambi e rimpasti.
3) Ma c’è anche un terzo motivo di questi malesseri nel centrodestra. Con l’opposizione di fatto ko, con un Pd intento ormai a leccarsi le ferite e a lacerarsi nella campagna congressuale, la maggioranza alla fine l’opposizione se la crea al proprio interno. È una costante della politica, che la sinistra ha sperimentato amaramente dopo la vittoria del 1996-2001 quando, con Berlusconi in piena traversata del deserto, Prodi & C. dettero vita a ben quattro governi in cinque anni.
Siamo, come si vede, alle più classiche manovre di palazzo. Stando ai sondaggi, un “partito del Sud” interessa grosso modo al 15 per cento degli italiani. Probabilmente l’insegnamento del dialetto nelle scuole non ottiene un gradimento più alto. Mentre il ritiro dall’Afghanistan, in Italia come all’estero, è assai popolare. Ma non è la popolarità che cercano nordisti e sudisti; bensì, in qualche modo, mettere sotto scacco Berlusconi. Vedremo se il premier dalle sette vite troverà anche questa volta la via d’uscita.
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di Paola Sacchi
“La Lega diventerà anche un partito nazionale? Solo se è forte al Nord”. Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda, potente colonnello bossiano, dà a Panorama il fixing delle quotazioni nel dibattito in corso tra “nordisti” e “sudisti” del Carroccio, che ha superato la linea del Po.
La missione? “Liberazione della Padania”
L’opzione è chiaramente il Nord, anzi la missione è “la liberazione della Padania”, come ha ribadito Umberto Bossi a Pontida (qui il VIDEO del discorso del Senatur). Ma le prove tecniche di Csu (il partito che comanda in Baviera, alleato stabile della Cdu in Germania) in salsa leghista al Nord sono già in corso.
Rappresentazione plastica della possibile alleanza fra la Csu leghista e il Cdu-Pdl è stato quel fazzoletto verde al collo del candidato vincente Pdl alla Provincia di Milano, Guido Podestà. L’unico non leghista ad aver parlato finora dal sacro prato della Lega (foto sopra).
Il giuramento di Pontida: niente federazione con il Pdl
L’ipotesi ha due ferrei paletti: la Lega non si annulla nel Pdl e il Nord deve essere la sua vera Baviera con presidenti di regione almeno in Lombardia e Veneto. Ecco perché, mentre i cantieri della politica sono aperti (bipolarismo o bipartitismo?), nell’attesa Giorgetti non esclude l’opzione partito nazionale, ma solo a patto che la Lega governi il Nord.
Un uomo chiave del Carroccio come il segretario piemontese Roberto Cota (qui l’intervista di Panorama.it contro il referendum), presidente dei deputati, conferma: “In questo momento siamo al Nord. Premesso che noi siamo e resteremo un partito autonomo ma di parola, il rapporto fra noi e il Pdl risulta sempre più quello tra un partito territoriale come il nostro e un partito non territoriale come l’altro”. Riassume Giorgetti: “La Lega non è scomponibile, la Lega resta Lega, nessun annullamento in altri contenitori ha detto Bossi, dopo aver ribadito l’alleanza con Silvio Berlusconi”. Quindi niente federazione.
Il Carroccio chiede Lombardia e Veneto
Parola che fa venire l’orticaria alla lady di ferro vicentina, Manuela Dal Lago, vicecapogruppo alla Camera: “Mai!”. Come un mantra, il no all’annullamento nel Pdl lo ribadisce l’altro vice di Cota e anche di Giorgetti alla Lega lombarda, Marco Reguzzoni (pupillo del Senatur), che è ancora più esplicito: “La Csu io non la escludo, è chiaro che nel momento in cui dovessimo avere i presidenti di Lombardia e Veneto se ne potrebbe parlare”. Spiega Reguzzoni: “Con due presidenti così e con un peso determinante nel parlamento romano è chiaro che noi saremmo gia la Csu bavarese”.
Ma per il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia: “La Padania è diventata un master anche per i giovani al Sud. Il tavolo che però deciderà sarà quello di Bossi e Berlusconi sulle regionali: Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria”. Avverte già il deputato trevigiano Giampaolo Dozzo: “Se non ci daranno regioni importanti, forse occorrerà valutare soluzioni alternative”.
Minaccia di correre da soli in Veneto? Giacomo Chiappori, segretario di Alleanza federalista, Lega lato Sud, una soluzione l’avrebbe: “Lega nord e Italia federale”. Sarà solo Lega-Csu o di piu?
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Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.
Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.
Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota
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La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.
Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.
Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…
“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”
Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio
Una scelta controproducente per il PDL
Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”
Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999
Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria
“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”
FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega
Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…
“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”
Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme