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magistrato


di Andrea Marcenaro
Il dottor Antonio Ingroia, che è un magistrato di Palermo molto importante, esperto, capace, non può essere lasciato allo sbando. Andrebbe difeso da se stesso. Qualche amico dovrebbe spiegargli che le parole di Massimo Ciancimino saranno anche «da valutare caso per caso e in alcuni casi sono state riscontrate», come ha detto Ingroia, però il ventriloventriloquo di papà-boss ha cacciato tante di quelle balle che è stato lui a essere riscontrato come sparacazzate. L’ultima su Gianni De Gennaro docet. Continua


Armando Spataro, 62 anni il 16 dicembre, baffoni brizzolati e natali tarantini, è un magistrato stimato e integerrimo, esponente di spicco dei Verdi, la corrente più intransigente delle toghe. Il 4 dicembre è morto un suo vecchio amico, il giurista Vittorio Grevi, da sempre critico verso le iniziative in materia di giustizia del governo Berlusconi. Spataro lo ha celebrato con un coccodrillo sul Fatto quotidiano, dove si leggeva dell’accusa oltre che ai vari “lodi” di cui ancora si discute, quasi fossero una cosa seria». Lo stesso tocco sferzante e sprezzante di un Marco Travaglio. Continua


La sede del plenum del Consiglio superiore della magistartura
Vorrei farvi leggere la lettera che Ambrogio «Gino» Cartosio, un magistrato palermitano aderente alla corrente moderata di Magistratura indipendente, ha scritto ai suoi colleghi per annunciare le sue (amare) dimissioni dalla Direzione antimafia della procura dove lavora da oltre 18 anni. La lettera, che è un documento drammaticamente interessante sui metodi adottati dal Consiglio superiore della magistratura per selezionare i magistrati da promuovere a incarichi direttivi, è stata spedita lo scorso 31 luglio, dopo che il Csm aveva negato a Cartosio una promozione a procuratore aggiunto che invece gli era dovuta, ed è oggetto anche di un’intervista a Cartosio, pubblicata sul numero di Panorama in edicola da oggi. Continua
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Elisabetta Tulliani, 38 anni, con Gianfranco Fini, 58
di Emanuela Fiorentino
“Se la contessa fosse ancora viva, correrebbe subito dal notaio a cambiare il testamento, glielo dico io”. Roberto Buonasorte, finiano di ferro fino a pochi giorni fa e neo-eletto consigliere regionale della Destra nel Lazio, è arrabbiato con l’ex leader di An, ma anche un po’ con se stesso. “L’ho seguito per 30 anni, sono stato l’unico consigliere missino di Monterotondo, organizzai io l’incontro tra Gianfranco e Anna Maria Colleoni. Eravamo in quattro, quel giorno, lei gli manifestò l’intenzione di lasciare tutti i suoi beni ad An e Fini le disse, me lo ricordo come se fosse adesso: contessa, lei camperà fino a cent’anni!”. Era il giugno del 1991, nel 1999 la nobildonna morì, due anni dopo avere messo nero su bianco le sue ultime volontà: donare beni mobili e immobili a Fini e al suo partito “come contributo per la buona battaglia”.
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Luigi de Magistris (la d minuscola indica origini aristocratiche) è il politico del momento. Alle ultime elezioni europee, dove era candidato con l’Italia dei valori, ha conquistato 415.646 preferenze, 19 mila in più del leader del suo partito, Antonio Di Pietro. A Catanzaro, dove vive con la moglie e due figli maschi, ha preso più voti persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Ma chi è questo emergente della politica, che ha trasformato il suo lavoro di magistrato in una rampa di lancio? De Magistris, 42 anni con la faccia pulita, una dichiarazione dei redditi da 77 mila euro (la consorte, Maria Teresa, avvocato e direttrice d’asilo, ne denuncia 12 mila) e un bilocale di proprietà a pochi metri dal mare, è certamente un caso unico: poco stimato dai colleghi (ricambiati), è invece visto dai suoi elettori come l’antidoto alla casta. Ma come è stato possibile? Ecco la prima radiografia completa del fenomeno de Magistris. Per capire chi sia e dove voglia arrivare. (qui il suo curriculum dal sito dell’Idv, in .pdf e qui l’intervista sul canale Klauscondicio)
La famiglia e le origini
I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso.
Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità.
Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: “Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto”. Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica.
Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità, il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode.
Il concorso
L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da 15 anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.
Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: “Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti”.
Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.
Inchieste ed errori
Il sostituto procuratore de Magistris sbarca a Catanzaro nel 1996. La sua prima grande operazione arriva un anno dopo ed è la cosiddetta indagine Shock, sulla casa di cura Villa Nuccia, in cui finirono in manette 21 medici e paramedici, in seguito tutti assolti. Antonino Bonura, psichiatra e direttore sanitario della struttura, arrestato due volte da de Magistris, è stato risarcito dallo Stato con 50 mila euro. Oggi dice: “Dopo la prima di sette assoluzioni sono stato colpito da un infarto e oggi i miei figli non vogliono più mettere piede in Calabria e si sono trasferiti al Nord”. Bonura ricorda il primo interrogatorio in carcere con il magistrato: “Mi guardava dall’alto in basso con disprezzo, non dimenticherò mai quell’espressione”.
Ma il pm napoletano non ha messo sotto inchiesta solo la sanità privata. Negli anni ha indagato anche il presidente della regione Agazio Loiero (assolto l’anno scorso) e ha ottenuto il sequestro dell’ospedale Ciaccio Pugliese. Un mese dopo il tribunale del riesame dispose la revoca. De Magistris non fece ricorso contro la decisione.
Da pm non ha esitato a disporre migliaia di iscrizioni sul registro degli indagati, richieste di sequestri e di perquisizioni monstre (lo strumento più usato, svincolato dal controllo dei gip), anche se spesso dal contenuto vago. Lo scorso maggio il gup Camillo Falvo ha rispedito in procura l’ultimo avviso di chiusura indagini preparato da de Magistris prima di lasciare Catanzaro per “la genericità dei capi d’imputazione”, seppur descritti in ben 60 pagine.
Secondo i suoi detrattori, le inchieste sui colletti bianchi del sostituto procuratore sembrano votate più a rassicurare l’opinione pubblica che a ottenere rinvii a giudizio o condanne. Lui ribatte che bisognerebbe domandarsi perché ci siano tante assoluzioni quando si indaga sulla pubblica amministrazione. E annovera tra i suoi successi un fascicolo su un traffico di rifiuti tossici e quello su una presunta rete di spioni illegali. Ma nel palmarès resta poco altro.
Nel gennaio 2008 il Csm lo ha trasferito esecrando alcuni suoi provvedimenti “abnormi”, come diversi decreti di perquisizione o i fermi ordinati senza richiesta di convalida. Lo ha punito pure per non avere informato delle sue iniziative i diretti superiori. Di cui de Magistris, uomo dal carattere sospettoso, non si è mai fidato. Per esempio non anticipò al suo capo, il procuratore Mariano Lombardi, diverse iscrizioni sul registro degli indagati, da quella dell’allora premier Romano Prodi a quella del senatore Giancarlo Pittelli (nel suo caso il pm chiuse il registro in cassaforte).
Pittelli annuncia a Panorama una nuova puntata della saga di de Magistris: “Mi sono trovato inopinatamente sotto inchiesta con accuse gravissime. Ora aspetto la conclusione dell’attività d’indagine dopo di che racconterò io la sua vera storia”.
Why not e la svolta politica
Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. Il pm quando legge quelle pagine diventa impaziente: per lui il comitato è senza dubbio una loggia massonica. Nel documento si parla di Prodi e della Repubblica di San Marino. De Magistris chiede di incontrare subito la donna in un luogo segreto. Ma la signora rifiuta le accelerazioni.
Solo alcuni giorni dopo, il 26 marzo, viene redatto un verbale con la testimonianza di Merante. Per de Magistris al vertice di questo giro di denari ci sarebbe una nuova P2. Decolla l’inchiesta Why not (qui tutti gli articoli che Panorama h dedicato alla vicenda e qui un blog sull’inchiesta), anche grazie alle prime perquisizioni: il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti riceve la visita degli investigatori nel giorno dell’insediamento del nuovo comandante generale. Ma il botto deve ancora arrivare,
Il 13 luglio de Magistris iscrive Prodi sul registro degli indagati. Palazzo Chigi fibrilla, ma lui vola a Eurodisney con la famiglia. I giornali si accorgono di questo sostituto procuratore e gli dedicano pagine e copertine. Lui organizza conferenze stampa volanti in spiagge e giardini con alcuni giornalisti (uno ha scritto un libro con lui, un altro si è candidato alle europee nella stessa lista). Risultato: finisce sotto inchiesta per le fughe di notizie. L’accusa non gli è nuova e si smarca in fretta.
Non riescono a fare altrettanto i suoi collaboratori, accusati in passato persino con lettere anonime. Negli anni un capitano e un maggiore dei carabinieri sono stati trasferiti, diversi militari si sono trovati indagati. De Magistris procede senza rallentamenti, sostenuto nelle indagini da Gioacchino Genchi, consulente esperto di tabulati telefonici e poliziotto in aspettativa (oggi indagato dalla procura di Roma per il suo database). Il pm gli concede persino di condurre parte degli interrogatori. “Sono stato sentito come persona informata sui fatti, ma sono uscito con la mente devastata” ricorda l’assessore all’Ambiente di Catanzaro Lorenzo Costa. “Le domande? Sì, le poneva anche Genchi”.
L’avvocato generale Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta di de Magistris e lui si rivolge alla procura di Salerno da dove fa la guerra al suo vecchio ufficio, sequestri compresi (come ha appena riconosciuto la Corte di cassazione). Nel gennaio 2008 il Csm lo trasferisce al tribunale di Napoli come giudice del riesame. Termina qui la storia del pm moralizzatore (”interpreta il ruolo in modo distorto, in un’ottica missionaria” gli è stato contestato in un procedimento disciplinare) e inizia la sua seconda carriera.
Il futuro del de Magistris politico
De Magistris, oratore militante e applaudito già ai tempi delle assemblee delle toghe napoletane, non è il candidato dell’Italia dei valori, ma quello di un potentissimo network (che ha uno spazio molto visibile sul suo sito internet), composto dal blog di Beppe Grillo e dalla trasmissione Annozero. Il giudice, il comico e Michele Santoro, un altro recordman delle preferenze europee nel 2004 (la cognata è il gip che ha archiviato le accuse contro il pm di aver favorito fughe di notizie), da tempo guidano una campagna contro la casta politica e il berlusconismo, in cui salvano il solo Antonio Di Pietro. In attesa di affrancarsi da lui.
A portare in dote ad Annozero de Magistris sono stati Marco Travaglio, più volte avvistato a Catanzaro, e Sandro Ruotolo, che con il magistrato ha preparato la discesa in campo televisiva all’hotel Benny. Alla squadra bisogna aggiungere la rivista Micromega e Il Quotidiano della Calabria, oltre al salotto tv della calabrese Antonella Grippo. All’inizio lo hanno applaudito (per poi scaricarlo) anche diverse associazioni antimafia come Ammazzateci tutti e l’Osservatorio Falcone e Borsellino, anche se l’unico che nella famiglia de Magistris che si occupa di criminalità organizzata è il cognato, Sandro Dolce.
Luigi nel 2004 ha provato a sfiorare l’argomento, con poca soddisfazione: il risultato anche in questo caso è stata l’assoluzione, arrivata proprio alla vigilia delle elezioni europee, di tutti gli imputati famosi del cosiddetto caso Reggio.
Nonostante tutto questo il pm non ha dovuto fare affiggere neppure un manifesto per ottenere un plebiscito nelle urne. La sua elezione ha stravolto la grammatica della campagna elettorale vecchio stile. Ma il parroco del Vomero, don Salvatore, ha detto a Panorama: “Qui non lo conosciamo”. Nella parrocchia nessuno dei fedeli lo ha votato. Solo il pasticciere Riccardo e la signora Antonella hanno scritto il suo nome “perché è un cliente e quel ragazzo lo stanno mettendo in croce”.
Ma questa è la politica che avanza, il passaparola avviene sulla rete. Su Facebook ci sono una novantina di gruppi che sostengono il giudice-politico con migliaia di iscritti. Solo 150 frequentatori del social network osano contestarlo (tra essi le “vittime di de Magistris”).
Insomma un successo annunciato. Resta da capire sino a quando il trio de Magistris-Grillo-Santoro avrà bisogno di Di Pietro.

di Anna Maria Greco
Sorpresa, stupore almeno. Esaminando alcuni dei fascicoli dei magistrati al vaglio del Csm (Consiglio superiore della magistratura) per la valutazione della carriera delle toghe, ci si chiede come finora abbiano potuto alcune di loro avanzare nella carriera, malgrado curricula pieni di macchie: condanne disciplinari, processi penali, sanzioni, esposti, cartelle cliniche per gravi disturbi. Tutto, senza serie conseguenze. Fino ad arrivare ai livelli più alti.
Qualche esempio? Maddalena C., consigliere di Cassazione ambisce a funzioni direttive superiori. Però emerge che pur essendo dal 2000 l’unico giudice del lavoro in un tribunale sardo, non sa lavorare. Causa gravi problemi all’ufficio, perché gestisce gli affari con “confusione e disordine”, dimostra “carenza di equilibrio”, fa errori nei provvedimenti e trascura formazione e aggiornamento professionale. La qualità del suo lavoro è “non soddisfacente”, per il consiglio giudiziario. E poi predilige le sentenze “non definitive”, quelle che decidono solo alcuni capi della controversia, allungando i tempi dei processi e dilatando i costi. Sentenze che, puntualmente, vengono impugnate e nella maggioranza dei casi bocciate in appello.
Pensare che negli anni passati ha collezionato solo elogi. Ma stavolta il Csm non le riconosce la “necessaria capacità professionale” per essere promossa. La lascia al suo posto dove continuerà a fare, male, il giudice del lavoro.
E questo è solo uno dei tanti casi eclatanti. Aveva ottimi pareri dei consigli giudiziari il magistrato di Cassazione Fulvio V., giudice a Roma. Ma era stato condannato dalla sezione disciplinare perché, con un errore “macroscopico e incontrovertibile” in una sentenza, aveva dato ragione a una società poi fallita, causando un danno economico allo Stato di 30 miliardi di lire. “All’imperizia” si legge nel suo fascicolo “si aggiunge la grave approssimazione e la negligenza grave”.
Possibile che finora nessuno si sia accorto di lacune così profonde? Anche perché il magistrato era finito un’altra volta di fronte al tribunale delle toghe, per gravi ritardi nel deposito di svariate sentenze, ma era stato assolto in virtù della “grande laboriosità” dimostrata in precedenza. Al Csm, per le funzioni direttive, l’hanno fermato.
È andata meglio a Giuliana B., magistrato d’appello in un tribunale marchigiano: censurata dalla disciplinare perché da pm aveva dimenticato di denunciare la sua incompatibilità in procedure di aggiudicazione che potevano interessare una società di costruzioni di cui era socia con marito e fratello, ha ottenuto ugualmente la nomina in Cassazione. “Il disvalore delle condotte censurate” per il Csm è stato messo in secondo piano dalle valutazioni positive avute sul suo lavoro.
Per una bocciatura ci vogliono storie clamorose. Quella di Giulio L., per esempio, che a novembre è stato dispensato dal servizio per “sopravvenuta inettitudine”. Avvocato e curatore di collane giuridiche, nel 2004 è diventato consigliere di Cassazione “per meriti insigni”. Ma subito sono fioccate lamentele e proteste: in camera di consiglio non era all’altezza della discussione, le sue sentenze erano incomplete, fraintendeva le questioni, non le approfondiva. Nessun presidente lo voleva nel proprio collegio. Il plenum del Csm l’ha “licenziato” per “incapacità assoluta di affrontare il giudizio di legittimità” e “scarsissima diligenza” nelle sentenze. Un caso più unico che raro. Che alimenta anche sospetti sullo spirito corporativo nel Csm: si potrebbe pensare che è più facile essere severi con un ex avvocato che con un magistrato di carriera.
Anche per Assunta M., della Corte d’appello di Milano, Palazzo de’ Marescialli ha valutato la dispensa per “sopravvenuta inettitudine”. Forte depressione, mesi di congedo straordinario e di aspettativa, eccessivi tempi di deposito delle sentenze, numero dei provvedimenti “molto inferiore allo standard richiesto”, due procedimenti disciplinari per i ritardi nel lavoro (per uno c’è stata l’assoluzione, mentre l’altro è ancora in corso): e il Csm l’ha lasciata al suo posto. Idem per Cinzia S., giudice in Sicilia, affetta da grave anoressia che non le permetteva di lavorare per lunghi periodi.
Di storie ce ne sono tante. Vittorio S., magistrato d’appello, speculava comprando case popolari e rivendendole in barba alla legge. Sotto processo per truffa aggravata, concussione, evasione fiscale, si è salvato grazie alla prescrizione. Il Csm non gli ha riconosciuto il V livello, ma il IV sì. E in Liguria è sempre lì a giudicare gli altri.
Ve lo immaginate un magistrato per i minorenni che aggredisce una signora sul molo del porto per un banale diverbio e picchia anche il marito, insultando pesantemente entrambi? Pietro C., giudice per i minorenni in Basilicata, l’ha fatto, poi ha negato, inventando di essere stato colpito per primo con una pagaia, ha poi giocato d’anticipo con querele e denunce contro le vittime e mai si è giustificato. “Solo una personalità priva del necessario, minimo equilibrio” si legge negli atti “può manifestarsi in una reazione così arrogante e sproporzionata”. La nomina in Cassazione non l’ha avuta.
C’è, poi, chi non si arrende facilmente alla sconfitta: Giuseppe M., giudice in Sicilia, ha fatto ricorso straordinario al capo dello Stato contro la dispensa dal servizio. Una perizia lo descrive come: aggressivo, arrogante, narcisista, autoritario. Diagnosi dello psichiatra: disturbo della personalità. Ricorso irricevibile per il Csm, ma la vicenda si chiude solo dopo anni di comportamenti “pazzeschi” in ufficio.
Giulio D., giudice in Liguria, è stato bloccato sulla strada della corte d’appello perché ha avuto due procedimenti disciplinari (con la perdita di 2 anni di anzianità), dopo due processi penali, uno dei quali l’ha condannato a 1 anno e 4 mesi di carcere. Si occupava di fallimenti ed era stato accusato di avere fatto una nomina in cambio di 27 milioni di lire e della promessa di ulteriori 50. La corruzione non è stata provata ma diverse anomalie sì, compresa la falsificazione di un atto giudiziario. Ma forse, è la professione che è un po’ scaduta. Al punto che Sandra L., chiromante e sensitiva nota in tv come “la Maga della Toscana”, ha chiesto di fare il giudice onorario. Il Csm, però, ha avuto il pudore di rigettare la domanda.
In realtà dal 30 luglio 2007, quando la riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario ha introdotto, fra l’altro, un nuovo sistema di valutazione dei magistrati, la parola d’ordine per gestire le carriere delle toghe dovrebbe essere meritocrazia. Ma il Csm si trova ad applicare i nuovi criteri tra mille problemi.
Basta con la carriera automatica per anzianità, ma sette esami di professionalità, uno ogni 4 anni. La progressione in carriera si decide sulla base della storia di ogni magistrato, di eventuali condanne disciplinari o penali, dei pareri dei capi degli uffici e dei 26 consigli giudiziari di tutt’Italia; e anche dell’analisi a campione di provvedimenti e verbali di udienza. Le difficoltà non mancano, anche perché non ci sono ancora standard medi di produttività né i necessari parametri di efficienza che dovrebbero permettere al Csm una valutazione trasparente e omogenea.
E poi è difficile fare piazza pulita, in un colpo solo, di consolidate logiche correntizie e spartitorie che per troppi anni hanno dominato.
Lavoro in salita, dunque, quello dell’organo di autogoverno della magistratura in questa fase di transizione. A Palazzo de’ Marescialli i nodi vengono al pettine. A decidere dell’idoneità per uno dei sette livelli è la IV commissione, competente per la progressione di carriera. La V attribuisce gli incarichi direttivi e semidirettivi. E la VII si occupa dell’organizzazione degli uffici giudiziari, con delibere che entrano nel fascicolo di ogni magistrato da valutare.
Su migliaia di pratiche in esame (sono 2.213 le definite e 282 quelle pendenti dal 1º settembre 2007 a oggi) quelle che contengono una bocciatura sono poche decine. Dal giugno 2005 i magistrati che non hanno avuto nomine e promozioni sono solo 39; altri otto hanno il parere negativo della commissione ma non ancora quello finale del plenum. Rarissime, poi, le dispense dal servizio: cinque definitive e due pendenti nell’ultimo anno e mezzo.
“Invertire la tendenza non è facile” conferma Celestina Tinelli, presidente della VII sezione del Csm, membro laico del Pd, “perché interveniamo in una situazione già fortemente pregiudicata e rimane la difficoltà dei magistrati a giudicare sui loro colleghi. Fino a ieri non è stato esercitato il dovuto controllo, anche per la mancanza di norme. Adesso gli strumenti ci sono (anche se ho qualche perplessità, per esempio, sul fatto che dopo il 28° anno di servizio cessano le valutazioni), molto dipenderà da come il Consiglio saprà usarli”.
Spiega il laico del Pdl Michele Saponara, membro della IV e V commissione: “Siamo ancora in fase di rodaggio. L’anzianità non pesa più come una volta, deve prevalere il giudizio su professionalità ed efficienza. Ed è molto importante, per una seria valutazione dei magistrati, la nuova responsabilità che in questo campo hanno i capi degli uffici”.
Quanto ai pareri dei consigli giudiziari, dove più forti sono i condizionamenti locali, la tendenza è (o almeno era) quella di descrivere quasi tutti con un profluvio di lodi per “laboriosità”, “diligenza”, “preparazione”… “Troppo spesso” sostiene il laico di centrosinistra Mauro Volpi “a questo livello le valutazioni sono positive e non si può aderirvi senza spirito critico. C’è anche il sospetto che, visto che il 90 per cento delle toghe è iscritto a una delle correnti, possa essere penalizzato quel 10 per cento che è fuori da tutto”.
Per Cosimo Ferri, togato di Magistratura indipendente e membro di IV e V commissione, le valutazioni dovranno fondarsi “sempre di più su elementi precisi, in modo che le scelte del Csm siano trasparenti e fondate su criteri di meritocrazia, professionalità e competenza”. Solo così, sottolinea, “si potrà evitare che l’invadenza delle correnti degeneri e, magari, provochi un danno a chi ha scelto di mantenersi distante da queste logiche”.

di Paola Ciccioli
Dà del voi e al telefono risponde con un “Chi è?” al posto del consueto “Pronto…?”. Due dettagli che la dicono lunga sulla sua storia personale, intrecciata al modo di intendere un ruolo, quello di magistrato, che per lui è diventato molto più di una professione. Nicola Gratteri dà del voi perché in Calabria si continua ancora a fare così con i nuovi venuti o con le persone alle quali si voglia dimostrare considerazione e rispetto. Un residuo del passato che è anche testimonianza di un attaccamento alla propria terra, “una landa desolata” nella quale vive “in cattività” dal 1989, da quando cioè gli è stata assegnata la scorta.
Perché quest’uomo di 51 anni, che va sempre di corsa e che con i suoi “chi è?” al telefono offre una disponibilità necessariamente concisa, è diventato il nemico numero uno della mafia calabrese. Trasformatasi, grazie al traffico di droga, nell’organizzazione criminale italiana più solvibile. E che, non c’è arresto che tenga, continua a riprodursi e ad allacciare nuove alleanze con il crimine di mezzo mondo. Da ultimo il patto siglato a Brooklyn con i cartelli messicani che da gennaio a oggi hanno sterminato 5 mila poliziotti.
“Voi non capite quanti siano gli ‘ndranghetisti, quale sia il grado di invivibilità dei nostri paesi, delle città. I numeri e le statistiche portano fuori strada: quando diminuiscono i reati, vuol dire che il controllo del territorio è più ferreo”. Ecco, Gratteri può essere un fiume in piena, se solo gli si dà il la sui contorni che ha assunto la ‘ndrangheta. Ma guai a chiedergli delle inchieste che sta conducendo. E men che meno della sua vita privata. “Non fatemi fare cabaret” ripete, alludendo al tentativo di aprire un varco per cercare di scoprire cosa c’è nel suo “recinto”. Chiama proprio così, il recinto, quello spazio d’aria che lo divide dagli uomini armati che lo circondano dovunque vada e qualunque cosa faccia.
Il 12 marzo la polizia ha arrestato ad Amsterdam Giovanni Strangio, ritenuto uno degli autori della strage di Duisburg, in Germania, la carneficina compiuta in trasferta dalla nuova ‘ndrangheta il giorno di Ferragosto del 2007. L’apice della faida che da San Luca, migliaia di chilometri a sud di Duisburg, continua a seminare sangue dal 1991. “L’inchiesta è ormai praticamente chiusa” si limita a dire Gratteri, da poco nominato procuratore aggiunto.
“Ho giurato il 2 marzo” è la puntualizzazione, che non ammette però alcun indugio di curiosità su quanto sia stato tribolato questo riconoscimento professionale. Tanto che, per dirne una, giusto un anno fa, durante una bonifica degli uffici al sesto piano del palazzo di giustizia, i carabinieri trovarono una microspia nella stanzetta attigua all’ufficio dove Gratteri andava a parlare delle questioni riservate con i collaboratori più stretti e fidati. “Se ne stanno occupando i colleghi di Catanzaro” e il discorso è chiuso.
Ma chi è stato a scoprire quella rudimentale cimice che andava a batteria e poteva essere ascoltata da un distanza massima di 20 metri? “È venuto Giardina a dirmelo”. Già, il colonnello Valerio Giardina, il comandante del Raggruppamento operativo dei carabinieri che il procuratore Gratteri inserisce nel novero delle persone di cui si fida. Perché ce ne sono, anche se lo sguardo che scruta, e può virare da un momento all’altro da affabile a sospettoso, sembra mettere continuamente alla prova chi ha a che fare con lui.
Qualcuno lo ha definito “l’ultima spiaggia per una grande fetta della popolazione calabrese”. “È questo uno dei motivi per cui vale la pena andare avanti. Il consenso che sento attorno a me rafforza il mio senso di responsabilità e mi spinge a non mollare mai”. Del resto la scelta di campo è stata fatta tanto tempo fa. “Da ragazzo volevo fare il magistrato per mettermi al servizio della collettività. Ho dato tutto me stesso, nei limiti delle mie capacità e possibilità”.
Un’immagine dà la misura di quanto sia labile il confine tra la scelta del bene e la tentazione del male, allora come oggi, per chi nasce e cresce in una terra tenuta sotto scacco dalla mafia. “Il mio compagno di banco delle medie è stato ammazzato a lupara, quando io ero all’università e a Catania frequentavo giurisprudenza”. Era un affiliato. “I bambini già a quell’età sanno se il padre del loro amico entra ed esce dal carcere oppure se è una persona perbene”.
Qual è stata l’ultima minaccia che ha ricevuto? “E chi se lo ricorda?”. Difficile, in verità, dimenticare il contenuto dell’intercettazione ambientale, effettuata in un carcere della Basilicata, in cui due mafiosi discettavano di come far saltare in aria Gratteri e la sua scorta. “Perché tutto questo sangue?” chiede uno dei due. E l’altro: “Perché Gratteri ci ha rovinato”. La voce del magistrato, che sembra contenere le emozioni in un recinto, questa volta interiore, si fa amara quando confessa che, “sì, non sono potuto andare neanche al funerale di mio padre, otto anni fa. Era un momento particolare, si parlava di attentati”.
Altro che “fare cabaret”. Un’autentica fatica fargli ammettere che non ha mai potuto mettere piede in un teatro, né vedere una partita di calcio allo stadio (”Non so neppure come sia fatto uno stadio all’interno”). Per non dire di quella forse più grande: “Non poter andare a un concerto”. Perché il procuratore antimafia ha la passione della musica e i continui spostamenti in macchina sono l’unica possibilità che ha di ascoltare le canzioni degli Stadio o di Biagio Antonacci che gli piacciono tanto. Ma anche pezzi di blues e dei gospel. Questa piccola passione gli tiene compagnia tra un “chi è?” e l’altro. Mentre quella per la moto, che aveva da ragazzo, l’ha definitivamente archiviata.
Quando entra in un albergo viene preceduto dal silenzio che accompagna i passi della scorta che controlla anche gli sgabuzzini e si piazza davanti alla stanza per garantirgli sicurezza durante la notte. Ma c’è una cosa, anzi due, che Gratteri non ha alcuna intenzione di mettere in archivio. La prima è coltivare la terra. La seconda è occuparsi degli studenti ai quali va a parlare da anni nelle scuole per spiegare “perché non conviene essere ‘ndranghetisti”.
“La passione per l’agricoltura l’ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l’abbiamo sempre coltivata. Anche se mio padre prima ha fatto il camionista e poi ha gestito un piccolo negozio di alimentari”. Così, tornato dal Belgio, dai Paesi Bassi, dalla Francia o dagli Stati Uniti, paesi dove le indagini lo hanno portato negli ultimi mesi, il nemico giurato della mafia calabrese se ne va nei campi. “Adesso sto preparando la terra per gli ortaggi: zucchine, pomodori, melanzane”. È il suo momento di libertà, ogni domenica “dall’alba al tramonto”. Altra piccola libertà indossare i jeans, qualche volta, il sabato mattina per andare al lavoro. O almeno così succedeva prima della nomina a procuratore aggiunto e al trasloco nel nuovo ufficio dove non ha trovato ancora il tempo di sistemare le centinaia di riconoscimenti che gli piovono da tutte le parti. “L’ultimo, una bandiera d’Italia, me l’hanno data a Reggio Emilia quando sono andato a presentare il libro”.
Il libro, Fratelli di sangue, scritto con lo storico Antonio Nicaso, è stato appena ripubblicato dalla Mondadori dopo le 11 edizioni stampate dalla Luigi Pellegrini editore. La presentazione del volume gli dà la possibilità di fare una cosa che gli preme moltissimo: parlare con gli studenti. “Sono come spugne. Dovrebbero tenerli a scuola tutto il giorno, lontano dai genitori mafiosi. E io non ho con loro un approccio moralistico. Cerco di far loro capire che anche nella ‘ndrangheta ci sono le corsie preferenziali. Se non sei figlio di boss, resti un picciotto. E dopo una decina di viaggi di cocaina a Milano ti puoi permettere una notte di donne e champagne. Ma prima o poi ti arrestano. E finirai in carcere a strapparti i capelli, mentre tua moglie resta a casa da sola con i figli a prendere antidepressivi”.
Il VIDEO dell’incontro con i ragazzi del liceo scientifico di Soverato su YouTube: