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“La fabbrica è crollata?” La gente dell’Aquila vuol tornare al lavoro

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Di Bianca Stancanelli

Del terremoto ha saputo quasi in diretta, con una telefonata del caporeparto della fonderia. “C’erano sette operai al lavoro per il turno di notte. Quando è arrivata la scossa, bisognava dare l’ordine di evacuazione. L’abbiamo fatto, gli operai hanno messo in sicurezza gli impianti e sono andati via”. Trentasei ore dopo, la mattina di martedì 7 aprile, Rodolfo Ciani, 58 anni, veneto, da un anno direttore degli stabilimenti abruzzesi della Otefal, è nella foresteria dell’azienda, nell’area industriale di Bazzano, e fa progetti per il futuro.
“Speriamo di ripartire giovedì, prima di Pasqua. Per ora non abbiamo gas né acqua: l’erogazione è stata sospesa. La Protezione civile si è impegnata a riallacciarli. Rimettere in moto la fabbrica, dopo quest’enorme tragedia, significa dare il senso che la vita continua”.
Con i suoi 240 dipendenti la Otefal, che fa capo a un gruppo con sede a Bergamo, è una delle aziende più grandi di Bazzano, la più piccola ma anche la più recente delle due aree industriali dell’Aquila. Produce coil di alluminio, li vende per il 70 per cento all’estero, dalla Russia a Dubai.
Nella foresteria, il sisma ha lasciato appena un segno: come un’unghiata sulla parete bianca. “In fabbrica, i danni alle strutture sono minimi. Se ce ne sono stati agli impianti, lo capiremo rimettendoli in moto” dice il direttore. “Dopo Pasqua, vorremmo riprendere il regime normale. Anche per dare coraggio agli operai: gente giovane, che si era appena costruita la casa e l’ha vista crollare”. L’area industriale di Bazzano si apre nel cuore della zona più colpita dal terremoto, fra le macerie di Onna, rasa al suolo, e i centri storici devastati di Paganica e Tempera. Qui abitavano gli operai delle piccole e medie fabbriche allineate lungo i grandi viali: aziende di materie plastiche, mobilifici, fabbriche per la produzione di prefabbricati. Qua e là le scosse hanno lasciato il segno. Alla Vibac, che lavora materie plastiche, con turni di 24 ore, alcune grandi cisterne appaiono piegate, come se una grossa mano le avesse strette in un pugno.
“Gli stabilimenti sono tutti prefabbricati, costruiti con criteri antisismici. Sono fatti per non crollare” precisa Gianni Trebbi, milanese, da 19 anni direttore della Rossini, un’azienda che impiega 57 operai. “Ma se entra da noi, che facciamo cilindri per macchine a stampa, trova tutto per terra”.

Martedì 7 aprile Trebbi è andato in fabbrica, tra i capannoni deserti, per constatare i danni e decidere che fare. “Ero sul piazzale quando è arrivata l’ennesima scossa. Parlavo con Milano, con un’azienda di cui siamo fornitori. Che cosa prevedete, mi stavano domandando. Ma come si fa a prevedere, ho risposto io. E in quel momento ho visto i capannoni tremare”. Niente panico: “Prima del terremoto, con le scosse quasi quasi si era imparato a convivere. Da dicembre si andava avanti così, con le scossette”. Anche Marcello Sartorelli, 47 anni, abruzzese, era nel piazzale davanti alla sua azienda, la Carteco, che fabbrica prodotti in carta, quando, per un lungo momento, la terra è tornata a tremare. “Stavo entrando e ha rifatto il terremoto” racconta. “Se continua così, non puoi dire alla gente di tornare in fabbrica”. I suoi 25 dipendenti Sartorelli li ha sentiti uno per uno. “Chi ha avuto la casa distrutta, chi la macchina: abitano tutti qui intorno, nessuno è stato risparmiato. Ma sono vivi, e con loro le famiglie. Uno soltanto ha avuto una disgrazia: lo zio gli è morto per infarto mentre dormiva in macchina, la notte dopo il terremoto”.
Al confronto, il conto dei danni, in fabbrica, è leggero. “Si è spaccata una vetrata, una parte del controsoffitto è venuta giù, però la struttura ha retto bene” racconta il proprietario. “Dopo Pasqua vedremo che fare. Era già un periodo difficile, ma bisogna cercare di andare avanti”. Preoccupano, adesso, le scadenze. Elenca Sartorelli: “Il 15 aprile tocca versare l’iva, entro il 16 si pagano i contributi Inps per i dipendenti. L’impiegato che fa la contabilità è sfollato a Pescara, in un albergo: la sua casa è inagibile. Ho sentito che la Confindustria dovrà riunirsi per decidere come affrontare le difficoltà delle aziende. Sentiremo…”.
Pochi capannoni più in là, nel grande piazzale della Edimo, c’è un gruppetto di operai in ansia. Nei due stabilimenti dell’azienda, specializzata in prefabbricati, lavoravano in 350. Dal primo piano dello stabilimento, alle 13 di martedì, arrivano le voci di proprietari e manager: c’è una riunione in corso, animatissima. Azienda in crescita, la Edimo ha fabbricato ponti per autostrade, strutture per gli aeroporti di Bergamo e Malpensa, infissi per la base Nato di Vicenza. “Ce la vogliamo tenere stretta questa fabbrica” dice un operaio alto e magro, che racconta d’avere una moglie in cassa integrazione e due bambini. Aggiunge: “Qui all’Aquila si faceva già fatica a vivere, con le aziende che chiudono, come l’Italtel, ben prima della crisi. La Edimo assumeva, invece”.
Lo ascolta un giovane di 26 anni, che aveva appena conquistato un contratto di tre mesi. “Ho cominciato a lavorare a vent’anni, finora sempre in nero” racconta. “Sono stato manovale, poi barista nel finesettimana… Questa botta all’Aquila non ci voleva. Già era morta di suo, ora il terremoto l’ha finita di piegare”. La paura è che, sotto le macerie, possa restare anche l’economia della città. Un altro operaio, un giovane di 36 anni, che ha perso nel terremoto la casa sua e quella dei genitori, vede buio nel futuro: “Se non c’è l’università, L’Aquila crolla. Gli esercizi commerciali si reggevano tutti con gli studenti”.
Dagli stabilimenti della Otefal il direttore Ciani dice con simpatia: “Gli abruzzesi sono gente tenace. Si riprenderanno, non ho dubbi. Se potessi dar loro un consiglio, questo vorrei suggerire: non devono aspettarsi niente, ma fare. Devono prendere esempio dal Friuli, non dall’Irpinia”.

In soccorso dell’Abruzzo: quei medici che prima scavano e poi operano

medico

Guai a chiamarli eroi. Dicono che hanno fatto solo il loro dovere. Ma due cose vanno dette. La prima è che tutti i medici e gli infermieri dell’ospedale Nuovo hanno vissuto la terribile scossa occupandosi subito di se stessi, dei propri cari, degli amici del piano di sotto; la seconda è che, senza alcuna chiamata, si sono riversati sul proprio posto di lavoro.
Storie di gente che ha visto morire il figlio e subito dopo è andata a salvare un anonimo ragazzo, con i camici chiusi con il cerotto, con il filo di sutura che non c’era più, con le garze esaurite. Le barelle sistemate sull’asfalto, e dai a ridurre una frattura, a praticare un massaggio cardiaco, a tamponare una ferita che sembrava una fontana. La vita contro la morte: un pediatra ha perso moglie e due figlie, un medico di base e sua moglie ematologa hanno visto andarsene Filippo, il loro ragazzo di 16 anni, un cardiologo non ha più né moglie né figlia, un anestesista ha perso la moglie e il figlio è in rianimazione. Ma tutti, prima ancora di capire e di piangere, sono tornati lì dove forse qualcosa, forse moltissimo, si poteva ancora fare.

Guido Liris è un giovane di 29 anni, specializzando in igiene: “Dormivo, con i miei genitori e i miei fratelli. La nostra casa, seppur lesionata, ha retto ma quella dello zio Armando, che è accanto alla nostra, è implosa, tutto crollato. Ho preso le medicine che potevano servire, adrenalina, ossigeno, filo di sutura, e ci siamo messi a scavare con le mani o con una pala. Era una lotta impossibile. Lì sotto c’erano lo zio e mia cugina Barbara di 35 anni. Noi abitiamo a Pianola, un piccolo centro vicino all’Aquila, e stavamo tutti lì a scavare. Barbara l’abbiamo tirata fuori abbastanza presto, stava bene, un armadio le era crollato addosso e così i calcinacci non l’avevano seppellita. Ma dello zio nessuna notizia. Dopo un’ora e mezzo dalla scossa un amico mi urla: “Corri Guido, c’è lo zio, è vivo, è caldo”. Sono arrivato con tutto quello che poteva servire. Lo vedo con gli occhi chiusi ma caldo, effettivamente. Vicino a lui una maschera per l’ossigeno che usava per un problema respiratorio. L’ossigeno deve avergli allungato un po’ la vita ma poi non ce l’ha fatta. Fossimo arrivati poco prima…”.

Estratto il corpo dello zio e assicuratosi che tutto era in sicurezza, Liris è montato in macchina ed è corso in ospedale. Lui è delegato sindacale dei 450 specializzandi, una specie di sindacalista di destra, visto che fino allo scioglimento di An è stato il coordinatore provinciale di Azione giovani. “La prima immagine è stata la grande nuvola di polvere scura sopra il centro storico della mia città. Era ancora buio, ma si vedeva questa cappa nera sopra i miei campanili medioevali. Arrivo in ospedale e quello che vedo non si può raccontare. Altro che Er, altro che i film apocalittici. C’erano già quasi tutti i malati portati fuori, i feriti che arrivavano in continuazione, ma non potevamo metterli dentro perché dentro era tutto sfasciato. Primari e infermieri, specializzandi e portantini, tutti insieme. Un caos pazzesco, poco coordinamento, come è logico, ma una grande pagina di solidarietà. La cosa bella in questi momenti è che si muove uno e si muovono tutti. Decidiamo di tirare fuori i malati dell’ultimo reparto: rianimazione. Li abbiamo portati fuori con le flebo e i respiratori attaccati, intanto i nostri primari chiamavano i loro colleghi di altri ospedali: “Ho uno in coma oncologico, te lo puoi prendere? L’ambulanza è già pronta”. Poi è successo il peggio: arrivavano, scaricati da macchine, centinaia di feriti e lì riconoscevi l’amico, il figlio del barista, il lontano parente. E più passava il tempo, più i morti erano superiori ai vivi”.
Va bene, niente eroi, però dopo aver lavorato 18 ore consecutive andando a prendere nei reparti lesionati e abbandonati garze, pinze e filo di sutura il nostro Guido è tornato a Pianola e con un’infermiera amica sua ha messo su in quattro e quattr’otto un presidio medico nel campo sportivo del paese: “Rifacciamo le medicazioni fatte in tutta fretta quella notte, diamo pasti caldi a 300 persone. Ho staccato solo mezz’ora e purtroppo quando riaccendo il cellulare è quasi sempre qualcuno che mi dice: “Hai saputo di Tizio? È morto”.
L’ospedale da fuori sembra pure bello e nuovo, come il suo nome. Ci sono voluti 26 anni per costruirlo e consegnarlo in pompa magna appena nove anni fa. Cemento armato e struttura antisismica, tanti reparti uno separato dall’altro come un aeroporto con tanti terminal. Ma ha retto solo il cemento armato, mentre i tramezzi, i controsoffitti, i cornicioni e molte pareti laterali si sono sfarinati sotto le scosse.

“Siamo in zona sismica ma non abbiamo mai fatto alcuna esercitazione” dice il primario di neurologia, così tutti i 500 malati sono stati evacuati in tempi record grazie al lavoro del personale e della Protezione civile. Ora è stato allestito nel prato dietro questo monumento all’inutilità un ospedale da campo. C’è naturalmente la tenda del pronto soccorso, quella per il deposito dei medicinali, quella per la pediatria, quella per le prescrizioni dei farmaci, quella per l’ostetricia. Sandra Moro è un altro dei tanti medici non eroi: “Vivo a Paganica, uno dei paesi più colpiti. Noi tutti bene, mio marito e i miei due figli. Dopo le prime ore sono scesa quaggiù a vedere cosa c’era da fare. Non immaginavo di trovare l’inferno. Sono ginecologa e la prima cosa è stata mettere in sicurezza le nostre pazienti. Una donna era arrivata alla massima dilatazione e ha partorito in ambulanza. Ma poi c’erano da curare i feriti, cucire, fasciare, rianimare. Ho detto: io so far nascere i bambini ma voi utilizzatemi per qualsiasi cosa. No, non c’era tempo per pregare”.
Oppure Vincenzo Corridore, otorino: “Ovvio, prima abbiamo scavato per tirare fuori i nostri vicini di casa e poi in ospedale. Sono arrivato alle 6 e ho visto cose che non avrei mai pensato di vedere. “Trovatemi un paio di forbici” diceva uno, e io a correre in un reparto a prendere dagli armadietti tutto quello che poteva servire”.
Per carità, nessun eroe, hanno solo fatto il proprio dovere. Mariapia Lepidi è una giovane infermiera oncologica: era qui di turno e dopo aver trascinato insieme a una collega i 14 suoi malati si è messa a disinfettare e pulire, a fare iniezioni e prelievi per altre 18 ore, senza mangiare e bevendo solo 12 ore dopo, quando è arrivata un po’ d’acqua. O ti raccontano di quanto è stata brava Benita Capannolo, anestesista che si è fatta in 12 per alleviare le sofferenze dei moribondi che transitavano nel pronto soccorso all’aperto. O di Marina Tobia, primaria di ginecologia ospedaliera che sembrava la più giovane delle infermiere per quanta forza e umiltà metteva nel suo soccorrere chiunque. “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht al suo Galileo Galilei. Vero, però che consolazione il Paese che ogni tanto trova tanta gente che sa fare così bene il proprio dovere.

In prima linea in Abruzzo. Mi chiamo Bertolaso, risolvo problemi

bertoberlu

Come John Travolta in Pulp fiction, anche Silvio Berlusconi ha il suo Mr Wolf: “Sono Wolf, risolvo problemi” si presenta Harvey Keitel nel celebre film di Quentin Tarantino. Il Wolf italiano si chiama Guido Bertolaso, medico romano 59enne (con master a Liverpool in malattie tropicali ed esperienza sul campo in Africa e Cambogia), dal 1996 capo della Protezione civile (fra interruzioni e vicissitudini sotto i governi di centrosinistra) e dal 2008 anche sottosegretario a Palazzo Chigi per l’emergenza rifiuti in Campania e, di fatto, per tutte le altre emergenze nazionali. Che come è noto in Italia non mancano mai. Berlusconi lo ha voluto al proprio fianco nel primo consiglio dei ministri, a Napoli, come simbolo di due cose che al premier piacciono parecchio: la politica del fare contrapposta a quella delle chiacchiere; la rapidità di decisione aggirando gelosie politiche, pastoie burocratiche e, possibilmente, anche economiche.
Oggi Bertolaso si occupa dei terremotati dell’Abruzzo, ma il Cavaliere l’aveva subito rimesso in sella come commissario straordinario ai rifiuti: carica da cui durante il governo dell’Unione era stato costretto a dimettersi per le pressioni congiunte dei Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, dei sindaci antidiscariche e, pare, degli interessi della camorra abituata a dettare le regole, non a farsele dettare da qualche plenipotenziario di Roma.
Romano Prodi allora non lo difese e Bertolaso non ha dimenticato. Così come non ha mai dimenticato come era stato scaricato dal precedente esecutivo di centrosinistra: nominato nel 1996 capo del dipartimento Protezione civile di Palazzo Chigi, Bertolaso venne esautorato da Franco Barberi, vulcanologo e sottosegretario, per il quale l’Ulivo mise in piedi un’agenzia ad hoc “per garantire l’indipendenza dal governo”. Barberi fu a sua volta travolto dalla gestione del terremoto in Umbria nel 1997 e soprattutto, nel 2000, dallo scandalo della missione Arcobaleno in Kosovo rivelato da Panorama. Allora a Palazzo Chigi c’era Massimo D’Alema, mentre al dipartimento per la Protezione civile era stata promossa Anna Maria D’Ascenso, prefetto di lungo corso gradito alla sinistra (oggi è capodipartimento dei Vigili del fuoco).
Fu poi Berlusconi, nel 2001, a restituire a Bertolaso la poltrona della Protezione civile e a dotarlo per la prima volta di mezzi e poteri, il tutto fra le proteste dei Ds e della Cgil, potente tra i ministeriali. Poteri definitivamente rafforzati e moltiplicati da una direttiva firmata dal premier il 3 dicembre 2008 che assegna alla Protezione civile, e dunque a Bertolaso, “il coordinamento dell’intera gestione delle emergenze con l’istituzione presso il dipartimento, 24 ore su 24, di un sistema che in configurazione ordinaria è presente presso i Vigili del fuoco, le forze armate, la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di finanza, il Corpo forestale e le capitanerie di porto; al quale si aggiungono in situazione di configurazione straordinaria, in caso di emergenza nazionale, le aziende del sistema Italia componenti della Protezione civile”.
È grazie a questo atto che Bertolaso comanda direttamente su 55 tra direzioni, servizi e uffici e, ogni volta che viene dichiarato uno stato di emergenza, coordina un imponente apparato militare e civile. Può disporre di flussi di denaro trasmessi direttamente da Palazzo Chigi.
Eppure, tanto potere nelle mani di un uomo solo non ha mai prodotto uno scandalo, un’interrogazione parlamentare, un’indagine seria da parte della giustizia amministrativa e penale. Nulla, se si eccettua a febbraio 2009 l’inchiesta scagliatagli contro dalla magistratura di Napoli per la gestione dei rifiuti, e simpaticamente denominata “Rompiballe”: dove le balle sarebbero quelle della spazzatura. Indagine spalleggiata dall’Italia dei valori di Antonio Di Pietro (anche oggi, assieme all’ex no global Vittorio Agnoletto e qualche ex ds, tra i pochi ad attaccare Bertolaso per il terremoto in Abruzzo), e che allora, per non colpire lui, investì Marta Di Gennaro, uno dei suoi due vice.
Questo civil servant che ha sempre rifiutato la grisaglia ministeriale a favore del maglioncino con bordi e scudetto tricolore (anche quello assai apprezzato da Berlusconi), mutuato dalla divisa dei piloti militari e dal ricordo del padre, primo collaudatore nel 1963 dell’F-104, sa benissimo da che parte gli vengono insidie e invidie. Però si è sempre professato rigorosamente bipartisan, “un cattolico praticante che ha come mito Albert Schweitzer e il suo ospedale in Gabon”.
Ma che tuttavia non nasconde i politici ai quali si sente più affine: un tragitto che parte da Giulio Andreotti, che nel 1982 lo chiamò alla Farnesina come responsabile dell’assistenza sanitaria ai paesi poveri; che sfiora Francesco Rutelli (per il quale organizza la logistica del Giubileo), e approda forse definitivamente a Gianni Letta. Il suo grande e vero sponsor a Palazzo Chigi.
Il potere e le responsabilità attuali li deve a lui e a Berlusconi. Mentre la fama di risolviproblemi gli procura cariche di commissario a ripetizione.
Gianni Alemanno gli ha assegnato quella per la piena del Tevere nell’inverno scorso e pochi giorni fa un’altra al patrimonio archeologico. È stato fra l’altro commissario per l’emergenza Sars nel 2003 e nel 2004, per i mondiali di ciclismo di Varese del 2008 e per la frana di Cavallerizzo di Cerzeto nel 2005.
Incarichi che hanno fatto lievitare la lista delle onorificenze (ultima, la legion d’onore) e la dichiarazione dei redditi: 1.013.822 euro nel 2007, di cui 236 mila come capo della Protezione civile.
Ma che hanno anche aumentato antipatizzanti e polemiche anche nel centrodestra: con l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, che difendeva il potere dei prefetti, non si è mai preso. Ha polemizzato con Gianfranco Fini sugli aiuti umanitari per l’estero, e con La Repubblica per l’organizzazione del prossimo G8 della Maddalena, di cui è commissario.
Ha incrociato il fioretto con Mariastella Gelmini denunciando, dopo il crollo di Rivoli, l’incuria degli edifici scolastici. E quando nel pacchetto sicurezza sono spuntate le ronde ha inviato a tutte le regioni, province, prefetture, organizzazioni di volontariato e al Viminale una lettera di tre pagine diffidando dall’utilizzare “personale e mezzi della Protezione civile”. Umberto Bossi e Roberto Maroni non hanno fatto una piega. Men che meno Berlusconi.

I danni del terremoto? In Italia niente polizze, paga solo lo Stato

i soccorsi dell'unità cinofila

Un territorio ad alto rischio, in cui oltre il 45% dei Comuni è posizionato in zone soggette a disastri naturali, e in cui dal 1997 al 2003 i danni provocati da calamità sono ammontati a 32 miliardi di euro. La mappa dell’Italia è quella di un Paese continuamente a repentaglio per alluvioni, smottamenti, siccità, valanghe e terremoti.
Eppure l’Italia è uno dei pochi paesi dove a coprire tutti i danni è solo lo Stato. Che si tratti di interruzione di strade, di crolli del patrimonio artistico o di danneggiamenti a case private a pagare i costi è solo il sistema pubblico. In gran parte degli altri Paesi esiste invece, sottolinea uno studio dell’Ania (l’associazione delle imprese assicurative), un sistema misto di collaborazione tra pubblico e privato.
L’assicurazione contro le calamità è infatti obbligatoria o semi-obbligatoria e i danni privati vengono coperti dalle compagnie di assicurazione. Lo Stato interviene solo nel caso di un evento catastrofale di dimensioni davvero eccezionali.
Italia: La logica della centralità dello Stato nel modello adottato in Italia, spiega l’Ania, ha sostanzialmente obbligato il sistema pubblico a coprire i grandi danni avvenuti nel Paese. Lo Stato italiano è infatti responsabile della gestione dei pagamenti e delle valutazioni dei danni, mediante un procedimento burocratico che inizia, a seguito dell’accadimento del disastro, con la dichiarazione governativa di emergenza e finisce con la distribuzione delle risorse finanziarie, attraverso le istituzioni regionali e comunali, a coloro che ne hanno fatto richiesta. Tuttavia l’intero processo “ha tempi piuttosto lunghi e risulta spesso inefficace e complesso”. Secondo Confedilizia in realtà una legge che istituisce le polizze anticalamità esiste, ma è rimasta inapplicata a causa della mancanza dei decreti attuativi.
Secondo una stima dell’Ocse, lo Stato italiano ha provveduto al pagamento di danni per 35 miliardi di euro negli ultimi 10 anni. I dati forniti dal Dipartimento della Protezione Civile indicano che dal 1997 al 2003 i danni materiali provocati in Italia da calamità naturali sono ammontati a circa 32 miliardi di euro. Il 1997 è stato l’anno con i danni più ingenti, con oltre 11 miliardi, a causa del sisma che colpì Marche e Umbria.
Francia: vige il principio dell’ obbligatorietà: privati e imprese devono stipulare una polizza antincendio sugli immobili, che contiene una clausola contro le calamità naturali, con le compagnie di assicurazioni private. Lo Stato, per consentire alle compagnie di garantire rischi di difficile copertura, interviene con una società di riassicurazione pubblica - la Caisse Centrale de Reinsurance - che offre alle compagnie la possibilità di riassicurarsi a un tasso fisso di cessione.
Spagna: Anche qui l’assicurazione è obbligatoria, ma diversamente dalla Francia, non sono le compagnie private a sottoscrivere le garanzie relative al rischio straordinario, che vengono assunte direttamente dal Consorcio de Compensacion de Seguros, ente statale che opera in base a criteri privatistici, con entrate costituite dai premi riscossi.

Il VIDEO servizio:

Abruzzo: i senza tetto, senza tutto. Come vivere non avendo più nulla

tendopoli

di Pietrangelo Buttafuoco dall’Aquila

Le mille piccole cose la cui presenza si rivela solo nell’assenza sono appunto un ricordo sotto il provvisorio, ma solido telo della tenda: il calduccio, la poltrona, il giornale, il notiziario, il bidet, la scarpa comoda, il sapone, il buon bicchiere di quello buono. E le mutande pulite. Le dolci abitudini, alla cui rinuncia non si è più preparati, sono l’insormontabile. È difficilmente valicabile, è il guaio che si aggiunge al lutto, allo spavento, adesso che la vita ha messo in conto di risolversela a mani nude.
Nude sono le mani di donne e uomini radunati nell’accampamento di dolore, arti in cerca di protesi rassicuranti: un volante per guidare l’automobile anche solo per passare il tempo, un telefono anche solo per dire due scemenze, il telecomando Sky, infine, “giusto adesso”, dice in apoteosi d’ironia Michele Di Nardo da Paganica, “che siamo protagonisti 24 ore al giorno”.
Il benessere diffuso ha reso sterili gli anticorpi di difesa contro il niente e il poco che tocca a chi, non avendo più casa, si trova sotto il nudo cielo che, a far dispetto, sputa la sua stupida pioggia. Quando alle 11.30 di martedì la terra si scheggia con una scossa proprio boia, c’è un canazzo buttato all’angolo della tendopoli di Coppito che quasi se la scava la fossa e c’infila il muso. I cani, si sa, fiutano la malaventura e se la cavano. Sono gli umani che difettano nel regolare i conti col fato. E tutte queste mani nude sono ciò che siamo stati nella notte dei tempi: preda di incendi, tempeste, guerre, cataclismi appunto, distruzione e selezione.
Muore un bimbo e l’altro no. Senza ragione alcuna. Crolla una casa e l’altra no, magari il giorno dopo. Si dice tabula rasa, o meglio: “livella”. Fabio Tricarico, reporter televisivo, svelto d’occhio, ci indica la scena che sta facendo ingoiare alla telecamera, il suo bloc-notes digitale. Questa l’immagine: le giostrine dei nomadi rom. Sono come dimenticate accanto al fianco destro della tendopoli di Coppito. Appunto: come distinguere adesso tra gli uni e gli altri, fra una sventura e l’altra, tra un fotogramma che sembra Gaza e invece è Onna, tra un italiano che sembra un moldavo, un macedone, uno zingaro, un clandestino, un ultimo della terra sulla nuda terra?
Mani nude affamate di vita quotidiana sono quelle emerse dopo la prima notte trascorsa in tenda. La farmacia di corso Federico II, all’Aquila, è stata riaperta e subito chiusa. Una signora della Protezione civile sta dettando l’elenco dei beni di prima necessità. Abbassa il tono di voce quando, con velocità circospetta, dice “carta igienica”. Un collega annuisce. Ne serve tanta. A Onna è quasi scoppiata una rivolta per la mancanza di servizi igienici.
Tutte queste mani nude alle prese con il niente e con il poco sentono svegliare dentro la pelle il selvaggio che sa di dover ruggire per avere una coperta, un cubo di latte condensato, un pezzo di brodo solido, la carta igienica. Se non è un mondo simile a un ospedale, quello degli sfollati è piuttosto qualcosa di simile a un campo di sperimentazione buono per un etologo bastardo che si diverte a fare scienza riportando tutte le sue cavie a una dimensione animale.
Uomini e donne cui il benessere diffuso ha fatto dono del superfluo bramano adesso coperte, giacche mimetiche, teli impermeabili e spazio. Quello spazio vitale che è millimetri tra branda e branda, dove ognuno rastrella la possibile replica di ciò che fu una casa.
Antonella, una giovane donna di San Demetrio, avrà rimboccato almeno otto volte la coperta sulla branda. Un’infinità di volte, invece, ha contato e catalogato il proprio bagaglio. Lucia di Villa Sant’Angelo mi ha detto che odia a tal punto il pigiama da aver fatto voto di non volerne più. In verità lo indossa ancora, sono passate 48 ore da quando se n’è scappata di casa a piedi nudi e dal pigiama non sembra staccarsi neppure quando le viene offerto di scegliere qualcosa da un mucchio di vestiario. Piuttosto si mette coperte addosso. Conseguenze del trauma, direbbe l’etologo che ci vuole tutti animali in un mondo boia. Nel frattempo Lucia infratta tutto il mucchietto nuovo sotto il letto.
Ci vorrebbe un reportage tutto su quello che sta sotto le brande. Ne verrebbe fuori la mappatura della misericordia. In tempo di soli cinque minuti tutti hanno chiara la geografia del quartiere in ogni zona dell’accampamento.
Perfino il linguaggio è già saputo e ognuno sa che cosa vuole dire unità meccanica: “Vuol dire che quando si muovono le pale e le scavatrici è chiaro che sotto i muri caduti non c’è più la gente viva” spiega un ragazzino di almeno 13 anni. “Altrimenti si scava con le mani” aggiunge una donna in età, probabilmente la nonna, esperta di salvataggio. “Bertolaso” prosegue la signora, che con gesto continuo piega l’asola della vestaglia, “ha spiegato che anche il solo movimento di una tegola può provocare la morte”. Sotto una branda scorgo una nuda e solitaria tegola.
La visione delle brande è visione di ordine, ma niente e poco sono il pane e il companatico e tanto basta. Le brande sono il territorio del guadagno, la zona di caccia. E tutto lo spazio è campo di bracconeria. Non suoni blasfemo in tanto dolore, ma alle porte dell’afrore ferino del chiuso e del rinchiuso di così straziante disperazione bussa un erotismo inaudito. È l’idea della sopravvivenza. È il fiuto della salvezza che cerca la strada sua facendosi largo a bracciate tra la terra boia e il lutto. Sono i nostri codici genetici che allertano la vita alla preservazione della specie.
Dispersi, morti e feriti nel terremoto che ha sconvolto l'Abruzzo

Pigiami lerci e mani nude sono l’avanguardia di un’esplosione di vita ed è per questo che i poveri sono in vantaggio. Partono dall’assenza delle mille piccole cose che fanno l’abitudine del benessere diffuso. In un dolore così grande si ribaltano i ruoli sociali. Pastori, manovali, braccianti, immigrati e ragazzi assumono, naturaliter, i ruoli di un’élite spontanea fatta di vigore e forza. L’agilità di movimento prevale sulla stanca e cinica autorità intellettuale. I professionisti e gli agiati cedono il passo ed è il carisma immediato di chi sa risolvere i problemi che fa la differenza e la legge. Non si distinguono gli affamati di ieri e quelli messi a digiuno oggi.
Nude sono le mani, ma c’è anche l’istinto di Dio tra queste pietre. La prima alba di Onna è sembrata una replica di Gaza. Il paesino, come del resto i tanti altri luoghi abitati da molti immigrati, accoglieva alcuni musulmani. S’è udita la chiamata e, in cinque, si sono genuflessi in direzione sud-est e si sono fatti venire le lacrime agli occhi pregando Allah.
Anche la mano di Dio è nuda. A Castelnuovo, infine, dove la chiesa di San Silvestro non c’è più, giusto fra le sacre rovine è stato visto aggirarsi, come un disperato, un giovanotto. Non c’è più possibilità che possa trovarsi anima viva tra i detriti della chiesa, eppure quella figura dolente è stata vista e poi tenuta lontana dalle unità cinofile.
Qualcuno avrà magari sospettato uno sciacallo in cerca d’ori e preziosi sotto le mentite spoglie di un devoto, ma sincero s’è rivelato quando finalmente ha spiegato cosa stava cercando tra le rovine di San Silvestro: “Le ostie, le particole di Nostro Signore Gesù. Come non pensare di portare in salvo il Cristo?”.

Il terremoto visto dai bambini dell’Abruzzo: “Cosa vorrei? Un’ambulanza”

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La cosa più importante: l’ambulanza. Poi l’ombrello, la boccia con i pesci rossi, il sole. Sono queste le “cose” essenziali che, dopo il terremoto, i bambini delle tendopoli mettono nei loro disegni.

Elaborano la paura con fogli e matite colorate. Da quei disegni le neuropsichiatre infantili cercano di capire come e quanto il trauma della scossa è presente nei più piccoli.
Il foglio con l’ambulanza e l’ombrello l’ha disegnato Davide, un bimbo dell’asilo, che ha aggiunto anche delle pistole. Un simbolo di difesa in questo caso, precisano gli esperti, non di violenza.
La violenza è quella che i ragazzini attribuiscono al terremoto. In molti dei disegni dei piccoli ospiti della tendopoli di Piazza d’Armi, la più grande dell’Aquila, ci sono montagne minacciose all’orizzonte, i profili marcati e cime che assomigliano ai denti di una sega. Chi invece ha elaborato positivamente lo stress post-terremoto disegna le montagne come amiche, protettive, i profili sono dolci. Lo fa ad esempio Claudia, una bimba di 10 anni che al centro del foglio mette una casetta tutta di legno, senza finestre. Claudia disegna però se stessa fuori dalla casa, con le braccia aperte, in segno di fiducia. Nel disegno di Robert si intravede invece un bambino spaesato. Sul foglio ha realizzato un grande campo da calcio, ma lui è da solo su quell’erba, non ha amici accanto.
Per qualcun’altro il terremoto è un mostro tecnologico: un bambino, subito dopo il sisma - raccontano le neuropsichiatre - lo aveva disegnato come un robot che “aveva il compito di aprire e pulire la terra”.
Non mancano le elaborazioni mistiche della tragedia: “le case sono tutte rotte - ha scritto una bambina - la mia no, perchè la mamma l’ha salvata con le preghiere”. Laura, infine, una piccola di 5 anni, disegna sul foglio un grande arcobaleno che copre tutti i bambini sul prato, e sopra l’arco una sorta di “madre protettiva”. I bimbi che per Laura sono buoni si trovano sopra il prato, i cattivi, con le pistole, sono esclusi dal tappeto verde. Il titolo del disegno è “Forza Bambini”.
Dai racconti, e dai tanti, colorati disegni, emerge la creatività infantile, tra paura e capacità di adattamento, che si lega magari a cogliere gli aspetti positivi della nuova situazione, accanto alla nostalgia per la vecchia. E così c’è chi scrive della propria felicità di passare tutte le giornate con i genitori: “A volte giochiamo a carte con papà e io mi diverto tanto perchè mi spiace stare così sempre con lui”.
terrebimbi
A raccolgiere disegni, sfoghi, racconti delle piccole vittime del sisma - quello di Umbria e Marche, nel settembre 1997 - fu il maestro Antonio Mosciatti, della scuola elementare di Serravalle di Chienti. Li fece parlare, scrivere, disegnare su quella loro esperienza, anche per aiutarli a tirarla fuori. Da una frase, bella e terribile, di un bimbo, è nato anche il titolo Mi tremava anche il sogno del libro, edito dalle Edizioni Scientifiche Magi (pp. 104 - 10 euro)
Qualche stralcio: “La mamma urlava per il terrore. La casa ballava tanto forte che i mattoni cadevano davanti a noi, per fortuna senza colpirci. ‘Questa è la nostra fine!’, esclamava accanto a me che piangevo per la paura. Ora la mia casa è gravemente danneggiata e la mia famiglia non ha più un rifugio sicuro. Le vie del mio paese sono piene di ruderi. Dove noi giocavamo a nascondino non si passa più”, scrive Valentina. “In roulotte ci dormo perchè ancora abbiamo tanta paura del terremoto che non finisce mai: l’ultima scossa l’abbiamo sentita proprio oggi. Era fortissima. Comincio a stancarmi di questa vita. Io voglio che il terremoto finisca perchè voglio tornare a vivere nella mia casa”, sbotta Gessica.

Una Gessica di 12 anni fa a Serravalle, che non appare diversa dai bambini elle tendopoli abruzzesi, e anzi aiuta a capirli, a saperli sentire più vicini.

Bruno Vespa in volo sopra L’Aquila: Povera mia bella città

 Chiesa di Santa Maria a Paganica

Povera la mia bella città, massacrata da 30 secondi di terremoto. Pensavo che l’ultima strage sarebbe rimasta quella del 1703, quando fu inghiottita da un terremoto buona parte della città medioevale. Ressero le facciate delle chiese romanico-gotiche e rinascimentali più belle. Le colonne snelle e svettanti furono imbracate da orride camicie barocche e restituite alla loro meraviglia solo negli anni 70 da un coraggioso sovrintendente, Mario Moretti, morto di crepacuore per le critiche ingiustamente subite. La tragedia di Avezzano del 1915 ci colpì solo di striscio, ma il terremoto fa parte della nostra storia e non c’è aquilano che non abbia imparato a convivervi. Quando ero bambino, negli anni 50, mi insegnarono ad affrontare gli sciami sismici tenendo abiti e scarpe ai piedi del letto e correndo a rifugiarmi a ogni scossa sotto i muri maestri della casa: quelli che non crollano neanche quando la terra inghiotte il resto. Allora i vecchi edifici aquilani furono rinforzati da catene di ferro e i nuovi costruiti secondo rigorose regole antisismiche.
O così avrebbe dovuto essere. Perciò quando ieri notte la televisione ha detto che era crollato un grande albergo costruito vicino a casa mia una trentina d’anni fa, ed era inagibile lo stesso modernissimo ospedale, mi sono cascate le braccia. Le prime immagini trasmesse nella notte ci hanno mostrato la casa di mia moglie, nel cuore del centro più colpito della città. La facciata rinascimentale sembrava aver retto ma poco oltre abbiamo visto delle macerie. Ce l’avrebbe fatta a resistere? Ha retto bene la casa in cui sono nato: costruita nel ‘40, era stata rinforzata una ventina d’anni dopo da poderose catene di ferro. Dentro, le lesioni hanno gonfiato la vecchia carta da parati ma non sono esplose. Non ha retto invece il mobile da toletta al quale mia madre era molto affezionata: vi riponeva i pettini e i soli due tubi di crema che usava.
Adesso che con l’elicottero sorvolo la mia città ferita, vedo che il disastro è enormemente superiore alle previsioni. Mi colpiscono innanzitutto le chiese. È crollato il campanile di San Bernardino, magnifica chiesa rinascimentale già distrutta all’interno dal terremoto devastante del 1703. Aveva retto (e ha retto stavolta) la splendida facciata che incantò il grande pianista russo Sviatoslav Richter, alla sua prima tournée fuori della cortina di ferro. Non si presentò in orario al vicino teatro comunale e il direttore artistico della società dei concerti, bravo musicologo comunista, pensò a un sequestro della Cia. Richter era invece sotto la pioggia battente e senza ombrello ad ammirare questa meraviglia che custodisce il corpo del santo senese.
Ma il campanile non c’è più. Credo che anche la chiesa delle Anime sante, un triste tempio barocco in piazza del Duomo, avesse resistito a molti terremoti. Quello di domenica notte l’ha sventrata. Come spesso accade, le facciate intatte nascondono molte rovine. Così per il Duomo, ricostruito dopo il 1703 e ora irreparabilmente devastato nella parte absidale. E ancora San Marciano e, in misura minore, altre chiese importanti. Lo stesso Castello spagnolo costruito nel ‘500 (”per reprimere l’audacia degli aquilani”) è stato severamente sbrecciato. Molte delle case antiche hanno resistito, altre sono cadute per sempre.
Ma colpisce vedere distrutta la Prefettura, che pure dovrebbe aver avuto rinforzi in ferro negli anni 70; il grande albergo Duca degli Abruzzi, costruito negli anni 70, e infine l’ospedale costruito anch’esso tra gli anni 70 e 80, quando già gli avvertimenti sismici erano largamente presenti. Ci sono ancora molti morti sotto le macerie della mia città. Tra i vivi nessuno osa dormire in casa. Nella notte tra lunedì e martedì perciò forse 70 mila persone avranno dormito in ricoveri di fortuna. Molti andranno negli alberghi sulla costa esattamente come avvenne nel ‘76 in Friuli. Allora la ricostruzione fu sollecita e molto ben fatta. Speriamo che stavolta avvenga la stessa cosa.

In Abruzzo, giù chiese e monumenti. A rischio la memoria artistica dell’Aquila

chiesa

Era la città delle 99 Cannelle, famosa per le 55 Chiese, bella come un presepe: L’Aquila. Già, era…

Ora è un ammasso di macerie, con pochi monumenti in piedi e la maggior parte delle chiese distrutte. La mano infernale che nel buio della notte ha stritolato l’Abruzzo, ha prodotto lesioni gravi alla totalità del patrimonio artistico e culturale dell’Aquila e della zona del cratere. E a essere a rischio è la memoria storica, culturale, della città.
Non si è salvato praticamente nulla, conferma l’architetto Augusto Ciciotti del Dipartimento dei Beni Culturali d’Abruzzo.

Anzi, qualcosa che si è salvato c’è: la teca che contiene le spoglie di Papa Celestino V (il “Papa del gran rifiuto” che già si salvò nel terremoto del 1703, quando venne giù il soffitto dell’edificio costruito nel 1287). L’operazione di recupero è stata condotta da Vigili del Fuoco, Protezione Civile, con la collaborazione della Guardia di Finanza e sotto la supervisione del rettore della Basilica di Collemaggio, don Nunzio Spinelli. La teca è stata trasferita dal complesso di Collemaggio, gravemente danneggiato dal terremoto: “Si tratta di un altro grande miracolo di papa Celestino V - ha commentato Fabio Carapezza Guttuso, responsabile Commissione Sicurezza Beni Culturali -. Le spoglie di Celestino sono state conservate in perfetta sicurezza”. La volta della Basilica di Santa Maria di Collemaggio è infatti crollata proprio nel punto in cui si trovava la teca, che era rimasta quindi sotto un cumulo di macerie.

Il sisma di lunedì scorso ha fatto precipitare la volta della chiesa romanica. E non solo di quella, visto che per Daniel Noviello, responsabile nazionale di Legambiente Protezione Civile, raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos: “Il 70% dei beni culturali de L’Aquila è andato distrutto”. E il resto “ancora non lo abbiamo visto” perché i lavori di recupero “si stanno concentrando soprattutto sul centro storico del capoluogo, che è andato giù tutto”.
Insomma, è gravissima la situazione delle chiese del capoluogo, da Collemaggio alle Anime Sante, drammatica quella dell’Archivio di Stato che aveva sede nel Palazzo del Governo totalmente crollato. “Non sappiamo in che condizioni sono i documenti medioevali, libri e quant’altro riguarda la storia dell’Aquila” racconta Ciciotti “ma la stima dei danni complessivi è al momento incalcolabile. E ci vorranno anni per ricostruire”.

Il danno non riguarda solo monumenti o palazzi storici - non è rimasto in piedi neanche un campanile del cratere - ma anche l’indotto turistico che ha sempre portato un notevole introito all’Aquila e all’aquilano. “Ora non possiamo fare nessun intervento. Ci vorranno mesi per fare un inventario, puntellare gli edifici, fare una lista dei danni, evacuare biblioteche, quadri, statue, cioè i beni mobili culturali e poi mettere in depositi, da individuare perchè non sappiamo ancora dove metterli - riprende affranto Ciciotti - Prima va messo tutto in sicurezza per provare a salvare il salvabile. Ci sono riflessi sul tutto il territorio incalcolabilì’.
L’Aquila ferita, tutto l’aquilano e parte delle provincie limitrofe violentate dalle scosse che continuano a scuotere la terra. Distrutta la torre medicea di S.Stefano di Sessanio, gioiello architettonico del Gran Sasso - in cui sono crollate molte case ricostruite di recente - crollato in pezzi il bellissimo castello-rocca di Ocre, lesionata la chiesa sul tratturale di S.Stefano a S.Pio delle Camere, capolavoro romanico, lesionati o inagibili altri conventi e chiese in Val Peligna e nel pescarese, campanili sbriciolati a Rovere sull’Altopiano delle Rocche.
Pochi i miracoli, poche le strutture che hanno resistito alla furia del terremoto. Proprio a S.Pio delle Camere, paese natale dell’ex presidente del Senato Franco Marini, nessun danno al triangolare castello fortezza abbarbicato, mentre a pochi chilometri nella frazione di Castelnuovo ci sono stati crolli e vittime.
E salva anche la Rocca di Calascio, splendido baluardo mediceo che fu abbandonato assieme al borgo nei secoli scorsi proprio a causa di un sisma.
Il palazzo della Prefettura all'Aquila

Aspettando anche gli aiuti americani (concordati telefonicamente tra il premier Berlusconi e il presidente Usa Obama), per cominciare a mettere “fondi in cascina”, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha attivato il conto corrente postale “Salviamo l’arte in Abruzzo”, contando di raccogliere le donazioni di contributi dall’Italia e da tutto il mondo. “Di fronte a questa immane tragedia” ha dichiarato il Ministro Sandro Bondi nel corso del Consiglio dei Ministri svoltosi oggi a Palazzo Chigi “che rischia di cancellare intere comunità locali, credo sia particolarmente importante l’impegno del Governo per assicurare che anche il patrimonio artistico distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Le chiese, le piazze, i palazzi antichi esprimono infatti in modo simbolico la memoria e l’identità più profonda di questi luoghi. In tutto il mondo, oltre il cordoglio per i numerosi lutti, non a caso c’è preoccupazione soprattutto per lo stato del patrimonio artistico, che anche all’estero viene percepito come vera essenza del nostro paese”. In campo anche una task force di esperti, già intervenuti sui monumenti danneggiati dal sisma del 1997 in Umbria e Marche, in supporto ai funzionari locali.

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