
I container del centro di accoglienza di Manfredonia, foto da Fortress Europe
Una stessa linea, la 24, ma due autobus diversi. In uno viaggeranno gli immigrati ospitati nel centro di permanenza e nell’altro i residenti della zona. L’azienda del trasporto pubblico di Foggia pensa di risolvere così il problema generato dalla difficile convivenza tra gli abitanti di Borgo Mezzanone, una borgata di Manfredonia, e gli extracomunitari.
Da lunedì, autobus e fermate separati per la linea 24, da e verso il centro città . La societá per evitare il sovraffollamento, dovuto all’aumento degli immigrati smistati nel centro di permanenza, aveva già potenziato le corse. Ma non è bastato: al capolinea della stazione, secondo quanto lamentano i residenti, “non ci sentiamo affatto tutelati per le strade e le circolari vengono prese letteralmente d’assalto dagli extracomunitari ad ogni ora” così si sfogava pochi giorni fa sul sito manfredonia.net il presidente della Circoscrizione Paolo Di Nunzio, che chiedeva addirittura l’intervento del sottosegretario agli Interni Mantovano.”Ieri, ad esempio” spiegava lo scorso 31 marzo, “sono dovuti intervenire i carabinieri e la polizia per mantenere l’ordine pubblico sugli autobus occupati dagli immigrati. Noi viviamo con la paura addosso, soprattutto di sera. Le donne che si recano al lavoro ogni giorno hanno paura delle risse che possono scoppiare da un momento all’altro”.
Oggi la decisione dell’Ataf, che precisa “per gli immigrati non cambierà nulla, per i residenti la fermata sarà spostata nella vicina via Galliani”.
Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è intervenuto sulla vicenda: ”Apprendo solo dagli organi di informazione - spiega in una nota - dell’istituzione di una linea di autobus che a Foggia impedirebbe ai cittadini extracomunitari del centro di accoglienza di Borgo Mezzanone di usufruire dei normali servizi di linea cittadini. Credo che l’amministrazione di Foggia debba al contrario, se c’è richiesta, moltiplicare i servizi ordinari per tutti. E che la linea per gli extracomunitari di Foggia, che ha il sapore della separazione, debba essere abolita al più presto”.
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Poteva esplodere come una bomba, la sentenza che venerdì 5 ottobre ha assolto dieci dirigenti del petrolchimico e due consulenti medici nel processo contro l’Enichem a Manfredonia. Poteva esplodere come quella colonna dell’impianto di ammoniaca che il 26 settembre del 1976, con un boato, ricoprì la città pugliese con 32 tonnellate di anidride arseniosa. Invece è stata pronunciata in un’aula ormai deserta ed è stata accolta nel silenzio più totale. Un silenzio raggelante per le due famiglie rimaste sole a portare avanti una battaglia contro un colosso: i Lovecchio e gli Amicarelli.
I fatti risalgono a 31 anni fa, un tempo troppo lontano per essere ricordato da tutti. Dopo l’esplosione gli operai dello stabilimento furono mandati a pulire la polvere d’arsenico con le scope, senza indossare nessun tipo di protezione. Mangiarono alla mensa il cibo che c’era. Negli anni seguenti ne morirono di cancro 23. “Ma ci sono anche altre vittime” ricorda Giulio Di Luzio, che nel 2003 ha scritto I fantasmi dell’Enichem, “donne incinte che hanno partorito bambini con il fegato liquefatto. Il fegato è l’organo più colpito dall’arsenico”.
Quando l’oncologo Maurizio Portaluri diagnosticò all’operaio Nicola Lovecchio, trentenne che non aveva mai fumato o bevuto in vita sua, un anomalo tumore al polmone, quell’operaio fece un esposto. Da lì comincia il lungo processo ai dirigenti dell’Enichem. Accusati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni e omissioni di controllo.
Loro si difendono dicendo che all’epoca non erano a conoscenza dell’entità del danno. Ma anche che la presenza di arsenico nei corpi degli operai era dovuta al fatto che questi mangiavano due chili di aragoste al giorno (il crostaceo contiene arsenico).
Insieme alle famiglie degli operai si sono costituiti parte civile Legambiente, il Wwf, Medicina Democratica, l’associazione di donne Bianca Lancia, la Regione Puglia, il Ministero dell’Ambiente e i comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata.
Prima della sentenza, però, alcune famiglie e tutti i comuni si sono ritirati per ricevere un indennizzo. Il Ministero dell’Ambiente è accusato dalle associazioni ambientaliste della lentezza con cui avviene la bonifica, che ancora non si è conclusa.
Quel territorio è pesantemente inquinato: la falda acquifera, la catena alimentare sono contaminate. La produzione di caprolattame dell’Enichem venne fermata nel 1988 perché i suoi scarichi a mare furono giudicati responsabili di una moria di delfini e tartarughe nel basso Adriatico.
Nel 1994, però, viene firmato un contratto d’area, strumento economico che permette l’arrivo di finanziamenti per l’industrializzazione di aree in crisi. Così la Regione autorizza la reindustrializzazione dell’area di Manfredonia senza una valutazione d’impatto ambientale. E nel 2002 l’Unione Europea apre una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia che “non ha adottato le misure necessarie ad assicurare che i rifiuti, stoccati o depositati in discarica presenti nel sito Enichem, fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e pregiudizio per l’ambiente”.
E Manfredonia diventa un paradosso che si avvita su se stesso, “una città in ginocchio, che inevitabilmente rimuove i suoi fantasmi per potersi permettere di guardare al futuro”, nelle parole di Di Luzio.
Le assenze nell’aula di tribunale e il silenzio che ha accolto la sentenza di primo grado fanno parte di questo gioco inevitabile. Ma ci sono ancora due famiglie che, in nome dei propri morti, hanno scelto di non partecipare.
E, mentre il sindaco di Manfredonia Paolo Campo pensa di usare l’indennizzo per commemorare le vittime, l’oncologo Maurizio Portaluri, ora direttore generale dell’Istituto tumori di Bari, chiederà che quei soldi vengano destinati a uno studio epidemiologico del territorio, che a tutt’oggi non è ancora stato fatto.