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Mani-Pulite

Antonio Di Pietro e la “bugia” su Mani Pulite

Antonio Di Pietro all'epoca di Mani Pulite (Credits: delmati/lapresse)

Antonio Di Pietro all'epoca di Mani Pulite (Credits: delmati/lapresse)

MAURIZIO TORTORELLA
Ha detto: « «La data simbolo di Mani pulite l’ho stabilita io». Antonio Di Pietro, intervistato ieri, si è autocelebrato in un turbine di rivelazioni. Ha dichiarato: «Con i carabinieri organizzammo la trappola ai danni di Mario Chiesa e per essere sicuro che il fascicolo sarebbe finito nelle mie mani fui io a dire a Luca Magni che la finta tangente avrebbe dovuto consegnargliela proprio il 17 febbraio 1992, giorno in cui sarei stato certamente di turno».

Luca Magni è l’imprenditore che fece scattare la trappola, consegnando 7 milioni di lire all’allora presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Mario Chiesa cercò di gettare i soldi, ma fu arrestato. E proprio di lì, esattamente 20 anni fa, iniziò la controversa stagione di Tangentopoli. Continua

Luciano Violante: Dalle manette alle mani libere

Violante: dalle manette alle mani libere

di Giovanni Fasanella

Per capire la parabola compiuta da Luciano Violante basta aprire il suo blog e leggere la lunga frase scolpita nella testata: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». Non è un caso che il principe (ormai ex) dei giustizialisti abbia scelto una citazione di Francis Bacon, il politico e filosofo inglese che a inizio Seicento subì un processo per corruzione, fu privato di ogni carica e imprigionato, salvo essere subito scarcerato. Continua

Tonino, l’architetto e l’amico americano

Antonio Di Pietro, ex pm di Mani pulite e leader Idv

Antonio Di Pietro, ex pm di Mani pulite e leader Idv

Come nelle migliori spy story, l’unico che forse avrebbe potuto raccontare come andarono veramente le cose, purtroppo, è appena morto. L’architetto Bruno De Mico, costruttore milanese e alla fine degli anni Ottanta “pentito” ante litteram di Mani pulite, è scomparso l’8 gennaio: esattamente una settimana prima che Antonio Di Pietro si lanciasse nella preoccupata difesa preventiva contro un “falso dossier in circolazione”, dove si parlerebbe delle protezioni e addirittura di uno stipendio che la Cia gli avrebbe garantito ai tempi di Mani pulite. Continua

Anniversari e polemiche: quel che resta di Mani Pulite

Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e Antonio Di Pietro | (Fotogramma)

Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e Antonio Di Pietro | (Fotogramma)

Ma che cosa resta di Mani pulite? Che fine hanno fatto i protagonisti della stagione giudiziaria più controversa d’Italia? Mentre infuria la polemica sul decennale della scomparsa di Bettino Craxi, morto da latitante e in esilio il 19 gennaio 2000, tra un mese compirà 18 anni l’inchiesta che partì alle 17.30 del 17 febbraio 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Ma altro che maturità: anzi, anche qui si preparano nuove diatribe. Continua

Mario Chiesa: da Tangentopoli allo smaltimento rifiuti, a volte ritornano

Mario Chiesa

La professionalità non si butta mai via. In qualsiasi campo, “inciucio” e reati contro la pubblica amministrazione compresi. Come dimostra oggi l’arresto di Mario Chiesa, l’ex presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano protagonista del primo episodio dell’inchiesta che avrebbe sconvolto l’Italia della Prima Repubblica, Mani Pulite.

Era il 17 febbraio 1992 quando il capitano dei carabinieri Zuliani entrò nell’ufficio di Mario Chiesa e lo sorprese mentre stava tentando di far sparire nel water sette milioni di lire in contanti che il titolare di un’impresa di pulizie gli aveva appena consegnato per garantirsi un appalto nel più famoso, ed efficiente, ospizio pubblico di Milano.
Anche stavolta è una storia di discariche, un po’ più ampia. Lo smaltimento di terre di spazzamento stradale, hanno spiegato questa mattina i carabinieri che lo hanno arrestato su ordine della magistratura di Busto Arsizio (Varese). Un business da oltre due milioni di euro, per il trattamento di 2.700 tonnellate di rifiuti che, invece di essere lavorati nelle aziende specializzate, venivano dirottati in varie discariche della regione.

Così Mario Chiesa è tornato nel carcere di San Vittore, dopo aver bevuto un caffè con l’ufficiale del Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri che lo aveva accompagnato in caserma per notificargli ordine di custodia cautelare per associazione per delinquere finalizzata al traffico e alla gestione illecita di rifiuti, e truffa aggravata ai danni di società pubbliche e private. Nella “Milano da bere” della gloria craxiana, Mario Chiesa era stato una vera star. Da tutti era considerato uno dei più efficienti operatori nel settore dell’assistenza agli anziani, e infatti la Baggina, così i milanesi chiamano il Pio Albergo Trivulzio, era un’isola felice nel panorama italiano.

Ma Chiesa era anche stimato come grande collettore di voti per il Psi di Bettino Craxi. La sua carriera correva veloce nel partito, il suo potere cresceva e c’è chi mormora che stesse valutando l’ipotesi di cominciare a raccogliere voti per sé e non per altri e assumere un ruolo più importante. Galeotta per lui fu la causa di separazione con la moglie, assistita all’epoca dall’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, oggi uno dei più famosi avvocati matrimonialisti d’Italia. Cercava di risparmiare sull’assegno alla moglie, il potente uomo dell’apparato in carriera, ma proprio dalle mura domestiche arrivarono quelle prime informazioni che permisero agli uomini dell’allora Pm Antonio Di Pietro di scoprire i suoi conti segreti.

Comunque, grazie ai riti alternativi, Chiesa non fu mai processato pubblicamente: collezionò condanne per 5 anni e 4 mesi, restituì 6 miliardi di lire e nell’agosto del 2000 finì di scontare il suo debito con la società, dopo aver lavorato nei servizi sociali occupandosi di assistenza ai disabili. Ormai il suo nome era scomparso da anni, da tempo non si celebra neanche più l’anniversario di Mani Pulite.
Ma, come dire, di fronte al suo nuovo arresto, appare inevitabile il commento più banale: a volte, ritornano.

Il VIDEO servizio:

Il j’accuse di Francesco Barbato: Ora nell’Idv bisogna fare pulizia

“Non ho nulla di cui pentirmi, vado avanti anche a costo di esser bruciato vivo come Giordano Bruno. L’Italia dei valori in Campania non deve trasformarsi nell’Idv della camorra, le minacce dei miei compagni di partito non mi fermeranno”. Se non frantumasse la “diversità etica” ostentata dall’Idv, l’uscita di Francesco Barbato, fino a oggi proconsole di Antonio Di Pietro in Campania, assomiglierebbe a una sceneggiata, un altro colpo nella gara fratricida in corso a Napoli. Invece questo deputato, figlio delle liste civiche, muove nuove accuse contro l’intera gerarchia, i collaboratori più fidati del leader, in una guerriglia senza quartiere. La slavina delle raccomandazioni di Cristiano Di Pietro si trasforma in valanga. La questione morale sfianca il partito.

Barbato, la settimana scorsa aveva anticipato a Panorama l’autosospensione da tutte le cariche del partito in regione per protesta. Americo Porfidia, deputato dell’Idv indagato per camorra, e Cristiano Di Pietro hanno fatto un passo indietro. È soddisfatto?
Macché, premesso che Cristiano è stato fin troppo onesto e che Porfidia invece avrebbe dovuto lasciare la carica, come fece proprio Di Pietro da ministro, la situazione dell’Italia dei valori in Campania è sempre più insostenibile. Dopo le infiltrazioni della camorra arrivano le minacce. L’assistente del segretario regionale, Nello Formisano, quello delle telefonate con Mauro Mautone (qui l’intervista all’ex provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise) per intenderci, ha appena minacciato una nostra collega di partito di starsene zitta e di cambiare versione su fatti gravi.
Che cosa è accaduto?
Avevo ricevuto un’email da Emma Tedesco, consigliere di Giffoni Vallepiana, che segnalava all’Idv come non riuscisse a contattare più Porfidia dalle elezioni, in barba alla disponibilità che Di Pietro consiglia ai nostri parlamentari di assicurare ai cittadini 24 ore al giorno. Ebbene, la cosa si è venuta a sapere, adesso la segretaria di Formisano ha intimato chiaramente a questa amica di cambiare versione, di non far arrivare questi fatti alla direzione del partito. Sono questi i metodi dell’Italia dei valori, minacce e intimidazioni?
Assomigliano a beghe di cortile, magari è per la tensione…
Non credo, visto che le frasi sono state alquanto arroganti e intimidatorie. E non è la prima volta: la minaccia sembra ormai consuetudine. Nicola Giordano, il segretario dell’Idv di Crispano, un giovane ingegnere, ha informato via email Di Pietro che alle ultime politiche il nostro consigliere regionale Nicola Marrazzo aveva contattato lui e altri dirigenti invitandoli a non votare Idv perché non era stato candidato. Di Pietro ha chiesto ragione al partito in Campania sull’accaduto e subito dopo Marrazzo ha convocato questo ingegnere in regione per minacciarlo: “Non devi far arrivare al Nord, a Di Pietro, le cose che succedono giù da noi”. Queste minacce stroncano le aspirazioni politiche di giovani dirigenti e il profilo di trasparenza dell’Idv. Testimoniano pure che l’azione della magistratura e le mie denunce sulle collusioni tra affari, politica e camorra sono vere.
In realtà Formisano accusa lei di essere andato sottobraccio con Giuseppe Gambale, ex assessore finito in carcere nell’inchiesta Magnanapoli.
Vorrei ricordare che proprio Formisano, quando nel 2001 tradì Di Pietro candidandosi contro l’Idv, ebbe con Gambale lo stesso percorso politico nella Margherita. Oggi i nomi di Formisano e Gambale compaiono nelle intercettazioni di Magnanapoli con il segretario regionale che parla di amici e appalti. Non è vero che qui bisogna sporcarsi per forza le mani e fare “una certa politica”. Io ne sono l’esempio vivente come sindaco e come consigliere comunale dalle mani pulite. Ci sono tanti modi per sostenere la camorra.
A cosa si riferisce?
La Margherita presentò nella passata legislatura un’interrogazione parlamentare contro lo scioglimento del Comune di Pozzuoli per infiltrazioni camorristiche, sostenendo che la commissione d’indagine perseguitava quell’amministrazione. Ebbene, uno dei quattro motivi indicati nell’istruttoria per azzerarla era proprio la scarsa trasparenza nell’appalto alle aziende di Alfredo Romeo per gestire il patrimonio della città. Di Pietro queste cose dovrebbe valutarle. Anzi, proprio a lui mi appello come deputato antimafia affinché faccia pulizia, anche perché Formisano mica rappresenta la base dell’Idv.
Ma se è il vostro segretario regionale…
Offro solo due dati: in Campania abbiamo preso 160 mila voti, però al brindisi di fine anno organizzato proprio da Formisano all’hotel Terminus erano in 47, autisti e portaborse compresi. Formisano rappresenta un modo superato di far politica. Questo ex assessore regionale di Antonio Bassolino è una palla al piede per l’Idv. Rappresenta una classe politica che da 15 anni governa la Campania e che ha fallito. Ma anche nell’Idv abbiamo dei problemi.
A chi pensa?
Prenda Nicola Marrazzo: è immorale che vada a fare il nostro capogruppo in regione dopo aver remato contro l’Idv.
Perché il fratello Angelo è stato “coinvolto in procedimenti penali a carico del clan dei Casalesi”, come ha detto alla Camera l’ex prefetto Carlo Ferrigno?
Non faccio il carabiniere. Bastano le minacce, basta far parte dello stesso blocco di potere.
E chi altri ne fa parte?
Quando alla Camera attaccai Mario Landolfi di An per le inchieste che lo coinvolgono, Porfidia andò a esprimergli solidarietà contro la mia posizione. E già questo dovrebbe essere inconcepibile nell’Idv. Poi si è scoperto che anche Porfidia è indagato per camorra e questo significa solo una cosa: non può più essere mio collega di partito. Formisano afferma che Porfidia è uomo della nostra terra: certo non della mia. La mia è l’altra Campania: gente per bene, la maggioranza. Per questo su di me da giorni si è scatenato un fuoco concentrico con trasversalità tra Porfidia, Formisano e Landolfi. Forse do fastidio perché combatto il sistema affari-politica-camorra?
Infatti Landofi l’accusa di aver frequentazioni con Gaetano Manna, già segnalato dai carabinieri.
Manna è un testimone contro la camorra, per questo ho sollecitato per lui una scorta. In realtà Landolfi non attacca me, manda un messaggio a Manna, cerca di delegittimarlo, di impaurirlo.
E perché mai?
Il 9 gennaio Manna, che tra l’altro è stato scelto dai giudici per amministrare terreni confiscati ai Nuvoletta a Pignataro Maggiore, deve testimoniare proprio in un processo contro questo clan. L’ho sentito disorientato. Non comprende questo attacco. Ora non so se questo prezioso teste andrà in aula.
Barbato, si mette contro tutti?
Se l’Italia dei valori strappa la bandiera della legalità, io, costi quel che costi, rimarrò sempre a fianco dei cittadini per l’altra Campania.

Intervista a Violante: “Io non avrei processato Andreotti”

L'ex presidente della Camera, Luciano Violante, oggi del Pd.
“Fosse dipeso da me, il processo Andreotti non si sarebbe mai celebrato. Secondo me il processo era un errore e la critica ad Andreotti andava tenuta sul piano politico, non su quello giudiziario. Sarebbe stato impossibile provare un suo rapporto diretto con la mafia. Un’eventuale condanna avrebbe permesso al leader dc di atteggiarsi a vittima, ma la probabile assoluzione gli avrebbe consentito di vantarsi di non aver avuto alcun rapporto con la mafia”.
È un Luciano Violante insolito quello che si racconta al termine della sua ultima legislatura da parlamentare dopo 29 anni alla Camera, nell’intervista rilasciata al direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, e che comparirà sul numero del settimanale in edicola da venerdì 22 febbraio. Insolito, ma non pentito, perché subito dopo aggiunge: “Avevo torto. Gian Carlo Caselli aveva ragione: Andreotti è stato assolto, ma i suoi rapporti con la mafia sino ad una certa epoca, anche se prescritti, sono stati accertati”.
Nell’intervista a Panorama l’ex presidente della Camera parla anche di Mani pulite (”Quando scoppiò Mani pulite, noi del Pds pensavamo che il problema riguardasse solo gli altri, che non toccasse anche noi e che bastasse attendere e il frutto maturo sarebbe caduto. In realtà il frutto maturò cadde, ma a coglierlo fu Berlusconi”); di giustizia (”Credo che vada rivisto il sistema di selezione dei capi degli uffici, eliminando il peso dell’appartenenza alle correnti”) e di qualità della politica (”L’etica parlamentare e la professionalità si sono ridotte”).

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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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