
di Andrea Marcenaro
In quanti le hanno sputato?
Aspetti che conto, ho il «raccoglisputi» qui con me. Una dozzina, direi.
Sputi «pacifici», racconta la stampa evoluta; sputi trascurabili di veri democratici, che il 15 ottobre avrebbero potuto esprimere le proprie luminose idee se non fossero state prevaricate dalla violenza militaresca degli infiltrati.
Sputi di italiani brava gente. E dico brava gente davvero, senza ironia. Brave persone in buona fede che non sanno quello che dicono, né quello che fanno. Continua

Silvio Berlusconi con i candidati governatori alla manifestazione del Pdl a Roma (Ansa)
Dopo la manifestazione di sabato del Pdl in piazza San Giovanni in Laterano, ultima mossa decisiva per la campagna elettorale delle regionali di fine marzo, il premier Silvio Berlusconi punta diritto sulle riforme da portare a termine entro la legislatura: quella della giustizia, quella costituzionale per l’elezione diretta del premier e del presidente della Repubblica e quella del fisco, con interventi “ad hoc” da prendere appena il paese sarà uscito dalla crisi economica. A queste si aggiunge (cara alla Lega) la piena attuazione del federalismo fiscale. Continua

Il premier Silvio Berlusconi durante un comizio a Napoli (Ansa)
Ci saranno tutti i maggiori esponenti del Pdl, oltre ai tredici candidati alle regionali di fine marzo, accanto al premier Silvio Berlusconi sabato in piazza San Giovanni in Laterano a Roma. Una manifestazione di proposta, per presentare agli elettori il “patto del fare” tra i candidati governatori e il governo. E non solo. I motivi sono tanti: per rivendicare il diritto di voto nel Lazio, il diritto a “non essere spiati al telefonino” e, soprattutto, riportare la politica al centro dell’attenzione della campagna elettorale. Continua

Bandiere del Popolo della libertà (Ansa)
I sostenitori del Popolo della libertà scenderanno sabato in piazza San Giovanni a Roma. L’obiettivo è arrivare a 500 mila persone. Presenti con il premier Silvio Berlusconi tutti e 13 i candidati governatori alle regionali per illustrare alcuni punti programmatici fondamentali, come hanno spiegato i tre coordinatori nazionali del Pdl (Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini), e lanciare un nuovo “patto del fare” tra governo e Regioni Continua
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Rosy Bindi, presidente Pd, ed Enrico Letta, vice segretario
Non il 5 dicembre, ma l’11 e il 12. Non una, ma mille piazze. Non con l’Idv, ma con “il popolo delle primarie”. Non “per i suoi (del premier, ndr), ma per “i nostri”. Continua

E adesso tutti contro Augusto Minzolini. Tutti tutti, no. C’è qualcuno (il consigliere Rai Alessio Gorla) che lo ha difeso, dopo aver, con un editoriale (prerogativa di un direttore), espresso la propria opinione (critica) sulla manifestazione per la libertà d’informazione che si era conclusa da poco a Piazza del Popolo a Roma, sabato 3 ottobre. Continua
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di Stefano Brusadelli
“Fare le riforme costituzionali da soli, senza il consenso dell’opposizione? Berlusconi farebbe bene a ricordarsi che ci ha provato già nel 2005, e l’ha presa sui denti con il referendum confermativo dell’anno seguente”. Grintosissimo nonostante il nuovo stress da segreteria (”ho già perso 4 chili”) e i postumi del jet lag dopo la trasferta cilena al summit mondiale dei progressisti, Dario Franceschini sembra un generale senza requie al quale sia stata consegnata una guerra aperta su troppi fronti: la ricostruzione del Pd, il referendum elettorale di primavera, il testamento biologico, il federalismo, la crisi economica. Su quello che Silvio Berlusconi gli ha aperto domenica 29 marzo, annunciando al congresso del Pdl che è venuto il tempo di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi (”con o senza il consenso dell’opposizione”), però non ha alcuna intenzione di impegnarsi. Perché, spiega, “non è questo il momento”.
La sua è una porta chiusa alla Grande riforma. E senza spiragli.
Io considero la proposta di Berlusconi una tecnica di copertura della crisi.
Non negherà che esiste il problema di ammodernare le istituzioni italiane.
Esiste, ma ora l’urgenza non sono le riforme istituzionali. Vengo dal vertice dei progressisti mondiali in Cile. Ebbene, nessuno dei capi di Stato e di governo che ho incontrato lì (e, aggiungo, nessuno degli altri leader mondiali) sta ora pensando a queste cose. La comune priorità , stiano essi al governo o all’opposizione, è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta incidendo sul livello di vita di tutti.
Il Parlamento può occuparsi di diverse materie nello stesso tempo. Due Camere, in fondo, servono anche a questo.
Ora tutto lo spazio del lavoro parlamentare deve essere dedicato a costruire risposte alla crisi. La gente non capirebbe, se vedesse che in questo momento, con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro e migliaia di imprese che rischiano di chiudere, noi ci mettessimo a ragionare di ingegneria costituzionale. Sarebbe una situazione surreale.
A sostenere l’urgenza delle riforme istituzionali non c’è solo Berlusconi, c’è anche Gianfranco Fini.
Temo che la scelta del governo sia quella di intavolare il decimo dibattito improduttivo in dieci anni sulle riforme istituzionali, non per farle davvero ma per nascondere la gravità della crisi ed evitare il confronto sulle ricette per uscirne.
Eppure lei stesso, alla Camera, ha appena fatto votare un ordine del giorno per sollecitare la revisione dei meccanismi istituzionali.
Vero, ma lo abbiamo fatto contestualmente alla discussione sul federalismo, ossia un cantiere che resterà aperto ancora per anni. Più avanti verrà il tempo per parlare di riforme istituzionali.
Quando, dopo le europee?
Quando usciremo dalla crisi. Il tempo certo non ci mancherà . Questa legislatura, purtroppo, arriverà alla sua scadenza naturale. Ci sono ancora quattro anni a disposizione. Ci saranno alti e bassi nei rapporti tra Pdl e Lega, ma non mi illudo che si potrà rivotare per le politiche prima del 2013.
Difficile che Berlusconi voglia rinviare la questione istituzionale alle calende greche. In tal caso quale sarà , nel merito, la risposta del Pd?
Fa fede il nostro ordine del giorno che rinvia alla bozza Violante. Una sola Camera per fare le leggi, con l’altra che si trasforma in Senato delle regioni e delle autonomie, e dimezzamento del numero dei parlamentari.
Berlusconi mette l’accento sui poteri del premier, che a suo parere sono inadeguati.
Si può discutere dell’ipotesi di concedere la fiducia al solo premier e di dargli la possibilità di nominare e revocare i ministri, ma non certo di farlo diventare padrone dello Stato.
Il Pdl pensa anche alla possibilità di affidare al premier la decisione di sciogliere le Camere, che oggi è affidata al capo dello Stato e ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Appunto. Siamo assolutamente contrari. L’equilibrio dei poteri tra il Parlamento e il governo non può essere stravolto. Questa è la prova che il vero obiettivo di Berlusconi non è far funzionare meglio l’Italia, ma aumentare i suoi poteri.
Berlusconi ha un’ampia maggioranza…
Se una riforma costituzionale non è approvata da due terzi del Parlamento può essere sottoposta a referendum. Nel 2005 il centrodestra volle modificare la Costituzione da solo, e il 60 per cento degli elettori bocciò la riforma.
In verità anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell’opposizione, nella parte che riguarda i rapporti fra Stato e regioni.
E fu un errore, di cui dobbiamo fare ammenda. Voglio però ricordare che le nostre modifiche furono poi approvate dal referendum confermativo.
Per non distrarre il Parlamento dalla discussione sulla crisi economica, si potrebbe instradare quella sulle riforme in una commissione speciale.
Basta bicamerali, abbiamo già dato. Si userà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Resterà deluso chi ha interpretato l’astensione del Pd sul federalismo fiscale come un segnale di disponibilità a procedere subito sulla via della revisione costituzionale…
Quell’astensione è motivata dai miglioramenti che abbiano ottenuto, a cominciare dalla perequazione per le regioni povere e dalla rinuncia a spezzettare l’Irpef regione per regione, e dalla nostra fiducia che per le regioni del Sud un buon federalismo fiscale, con i suoi vincoli rigorosi di spesa, possa rivelarsi benefico quanto i parametri di Maastricht lo sono stati per l’Italia nel suo complesso.
Se questo è il giudizio, avreste anche potuto votare a favore.
Non esageriamo: si tratta nella sostanza di una legge delega che adesso il governo dovrà riempire. E noi vigileremo.
Almeno di riforma dei regolamenti parlamentari siete pronti a discutere?
Certo, si tratta di una discussione già avviata in entrambe le Camere. Ma ci aspettiamo che il governo rinunci all’abuso dei decreti legge.
Il governo potrebbe replicare che ricorre ai decreti con fiducia perché occorre in media un anno per l’approvazione di un disegno di legge. E ricorreva spesso ai decreti anche il governo Prodi.
C’è modo e modo di usare i decreti legge. Questo governo vara i decreti e ci carica automaticamente la questione di fiducia senza nemmeno aspettare l’esito del confronto con l’opposizione. Il governo Prodi usava la fiducia solo quando il tempo a disposizione per la conversione in legge stava davvero per scadere.
Anche il referendum elettorale di giugno è una tessera del mosaico istituzionale. Cosa farà il Pd?
Se ne discuterà in direzione.
Posso chiederle cosa ne pensa personalmente?
Ho sempre detto che lascia intatto il perverso meccanismo delle liste bloccate, sottraendo agli elettori la scelta dei candidati. Ma poi c’è anche il significato politico che il referendum assume, al di là del merito del quesito.
A suo tempo lei lo firmò?
No, non l’ho firmato.
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