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Dopo il grembiule (promosso dalla maggioranza degli italiani), il voto in condotta. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha in mente una scuola-revival. E in un’intervista al Messaggero propone di tornare al vecchio valore del voto al comportamento degli studenti: se troppo basso, si ripete l’anno. La titolare del dicastero della scuola trova ”incomprensibile che non si valuti in alcun modo il comportamento dei ragazzi” poiché ”anche la condotta ha la sua valenza ed il rispetto delle regole deve avere la giusta considerazione. Stiamo ragionando” dice poi “sull’ipotesi di legare la promozione anche alla valutazione della condotta”.
Un’ipotesi che non va giù alle associazioni studentesche, che in mattinata rispondono via comunicati alle proposte della Gelmini: “Il voto di condotta ai fini della bocciatura”, sostiene l’Unione degli studenti ”è stato abolito con l’istituzione dello statuto dei diritti degli studenti, una grande conquista del movimento studentesco e della democrazia nelle scuole”.
”Tornare ai vecchi Decreti regi, istituiti sotto la disciplina fascista, ci sembra” afferma l’associazione studentesca “un ritorno al passato che già il ministro Moratti aveva provato a mettere in atto, senza successo. Per questo promettiamo battaglia non solo per difendere i diritti sanciti ma soprattutto per il rispetto degli stessi”. Si va verso un autunno caldo nelle scuole? Sembrerebbe di sì, anche a leggere le dichiarazioni bellicose della “Rete degli studenti“: ”Siamo sempre stati contrari a questa idea, mandata in soffitta ormai dieci anni fa con l’approvazione dello Statuto degli Studenti. La convivenza democratica” affermano gli studenti in una nota “ha bisogno di regole che coinvolgano anche gli aspetti del comportamento, ma questo non può in nessun modo ledere il diritto inalienabile di ogni studente di essere valutato per ciò che ha appreso, in modo separato rispetto alla valutazione sul comportamento e la disciplina. Ciò che ci sorprende di più è sapere dai giornali che su questa proposta ci sarebbe un confronto con i forum dei genitori e degli studenti, di cui facciamo parte. Smentiamo assolutamente di essere stati consultati. Anche in passato, quando ciò è avvenuto, ci siamo sempre confrontati nel merito di tali proposte, su cui ribadiamo la nostra più totale contrarietà”.
Insomma, un “no” tanto preventivo quanto netto. Adesso si vedrà la reazione del ministro Gelmini, che intanto pensa anche a come dare un voto (e incentivi) ai docenti: “La scuola può migliorare” dice nell’intervista citata “solo se torna a investire nei professori”. ”Dobbiamo rivedere il sistema di reclutamento, pretendere una formazione permanente e valorizzare il merito” dice il ministro, puntando per il giudizio sull’Invalsi, l’organo di valutazione delle scuole, ‘’spesso vista come un meccanismo per punire invece che per premiare”.
Il ministro della Pubblica Istruzione propone di tornare al voto in condotta: che sia decisivo per la promozione. Siete d’accordo?
Il grembiule a scuola. Un’uniforme, per eliminare le differenze delle “griffe” e non una divisa, di tipo militaresco.
Così lo intende la ministra dell’istruzione Mariastella Gelmini, che oggi non ha escluso un possibile ritorno dell’indumento per gli scolari delle elementari. “Il grembiule? Perchè no”, ha detto la Gelmini rispondendo alla domanda di una parlamentare del Pdl. La ministra è stata applaudita per il suo compleanno in commissione Istruzione alla Camera, dove è stata ascoltata dai parlamentari. La Gelmini è tornata sul tema degli stipendi degli insegnanti: ”Per la prima volta” ha detto rispondendo a una domanda dei cronisti sull’incongruenza tra i tagli previsti nella manovra economica e la volontà di adeguare le retribuzioni dei docenti agli standard europei “il 30% dei risparmi ottenuti con i tagli non verranno reinvestiti in altri settori ma nella scuola.
L’impegno è di utilizzare quel 30% sulla premialità. Non è che un segnale di partenza. Ma è chiaro che il percorso per adeguare gli stipendi non si ottiene con un anno e nemmeno due. Però è un percorso che viene avviato. Innescando il merito, qualche segnale positivo ne potrà derivare. Poi naturalmente serviranno altri provvedimenti sui quali stiamo ragionando”. Ma il piano del governo sulla scuola non piace alla Federconsumatori, che risponde alla ministra: “Invece di proporre il ritorno del grembiule e quindi di interessarsi all’abbigliamento degli alunni, all’ordine e all’uguaglianza, dovrebbe occuparsi, ma soprattutto preoccuparsi, della situazione in cui si troveranno le famiglie e la scuola pubblica con la nuova Manovra Economica sulla Scuola”.
Secondo l’associazione, la manovra (previsti 140mila tagli nel settore) porterà a conseguenze disastrose, aumento degli alunni per classe, cancellazione del tempo pieno, riduzione degli insegnanti di sostegno. “Se l’uguaglianza è la parola d’ordine del ministro” dice Federconsumatori, “le ricordiamo che l’istruzione è un diritto fondamentale e universale e il nostro ruolo sarà quello di denunciare in ogni sede le conseguenze negative che subiranno le famiglie italiane”.
Favorevoli o contrari? Discutine sul FORUM.
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Alla fine, è stata morbida la mano del Parlamento sui tanto strombazzati tagli alla politica. La Finanziaria 2008, legge dal primo gennaio, prevede sì un sostanzioso capitolo di risparmi sulle spese del Palazzo, ma non sono poche le misure che, durante i quasi tre mesi di maratona parlamentare, hanno perso per strada la loro incisività. E così “La casta“, messa sotto accusa nelle piazze e sui media (da comici e cittadini), chiamata a dare risposte al sentimento di sfiducia degli elettori, ha deciso, al di là degli annunci del momento, di rendere meno severa la “cura dimagrante” alla quale si era detta disposta. Gli esempi? Non mancano.
La riduzione del numero degli assessori è stata spostata nel tempo. Non entrerà subito in vigore, come deciso in prima lettura da Senato, ma scatterà con le prossime elezioni: solo allora gli assessori di comuni, province e circoscrizioni scenderanno da 18 a 12, con conseguente risparmio su stipendi, portaborse e auto blu. Altro esempio: la stretta sui gettoni di presenza per i consiglieri di comuni, province e regioni non varrà per tutti ma sarà limitata soltanto alle città capoluogo di provincia. Anche per le comunità montane il taglio sarà meno draconiano: dovevano sparirne un’ottantina, immediatamente si disse, invece la patata bollente è stata passata alle regioni, che dovranno decidere come sfoltire.
Sul taglio degli stipendi dei supermanager c’è stata una battaglia senza esclusione di colpi. All’inizio l’emendamento proposto prevedeva un taglio immediato per tutti. Poi Lamberto Dini e Clemente Mastella minacciarono di non votare la manovra se la norma non fosse stata cambiata, limitandola ai nuovi contratti ed escludendo gli artisti della Rai, che altrimenti sarebbero passati alla concorrenza. Ma anche con queste correzioni, alla Camera si è cercato di rendere più fumoso il testo, eliminando di fatto il tetto per i vertici di Bankitalia, i membri delle autorità indipendenti e un gruppo di 25 fortunati topmanager pubblici. Alla fine, grazie a un emendamento del socialista Roberto Villetti approvato in zona Cesarini, anche per costoro varrà un tetto massimo dello stipendio, che non potrà superare i 540 milioni l’anno.
Altre misure sono state confermate senza problemi, forse perché entreranno in vigore solo in futuro. Il numero dei ministri passerà da 18 a 12, ma dal prossimo governo; mentre il numero dei componenti dell’esecutivo, compresi sottosegretari e viceministri, scenderà da 102 a 60. Confermato il congelamento degli stipendi dei deputati e dei senatori, la riduzione delle circoscrizioni, le limitazioni alla cilindrata delle auto blu, che non potranno superare i 1600 centimetri cubici.
All’attivo dell’operazione tagli va posta anche la decisione di Camera, Senato e Quirinale di ridursi le spese. Ma ci si è arrivati indipendentemente dall’iter della manovra. Le tre più alte cariche dello Stato, Giorgio Napolitano, Fausto Bertinotti e Franco Marini hanno giocato d’anticipo, decidendo di tenere le spese sotto il tetto dell’inflazione. Peccato che il loro buon esempio non è stato seguito. Calcolatrice alla mano, alla fine, le casse dello Stato, secondo il Tesoro risparmieranno la cifra di 23,8 milioni.
Poco? Tanto? Massimo Villone, senatore della sinistra democratica sempre in prima fila nella lotta contro gli sprechi (ha firmato con il collega Cesare Salvi il libro I costi della democrazia) è soddisfatto a metà di come sono andate le cose: “Al cinquanta per cento, diciamo. Abbiamo dovuto fronteggiare i tentativi di lobby potenti: c’è stata una resistenza virulenta e accanita, soprattutto sul tetto degli stipendi dei manager, ma alla fine ha prevalso la ragione. Resta il rimpianto di non aver saputo fare di più, per esempio rendendo immediatamente applicabile il tetto degli stipendi dei manager. Ma, viste le condizioni, il risultato finale non è da buttare via”.
Agli elettori, l’ardua sentenza.
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La legge Finanziaria tornerà in aula al Senato mercoledì 19, per quello che dovrebbe essere il via libera definitivo. È quasi certo che si ricorrerà alla fiducia. Subito dopo palazzo Madama dovrà votare nuovamente il protocollo sul welfare, dopo che la Camera ha imposto alcune modifiche sulla copertura. Come al solito si tratterà di appuntamenti ad alto rischio per Romano Prodi, visto il margine risicato tra i senatori. E visto che al momento del primo via libera gli esponenti di Rifondazione e dell’estrema sinistra votarono sì turandosi il naso.
Ma, ancora una volta, il premier ce la dovrebbe fare. Nonostante la Finanziaria, nel suo transito a Montecitorio, abbia per esempio perso quasi cento milioni destinati all’università per finanziare, tra le altre cose, il contratto dei camionisti. E soprattutto, nonostante la crescente insofferenza per Prodi di Rifondazione e di Fausto Bertinotti in persona. Comunque, fine d’anno con brivido per il governo, che inizia la settimana con la pessima figura sul caso di Roberto Speciale, l’ex comandante della Guardia di Finanza (che dopo il reintegro del Tar ha scelto di dimettersi dall’incarico di comandante della Guardia di Finanza, spiazzando il governo), la prosegue con la decisione sulla vendita dell’Alitalia, e verosimilmente la concluderà promettendo agli alleati di sinistra e di centro le verifiche previste a gennaio.
Anche perché in contemporanea prosegue il braccio di ferro sulla legge elettorale e si avvicina (metà gennaio) la decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. C’è chi scommette che per il Professore il panettone sarà comunque indigesto. Chi invece punta sulle sue proverbiali capacità di galleggiamento: le divisioni nel centrosinistra, e ancora di più quelle nel centrodestra, giocano in fondo a suo favore. Il messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà una volta tanto un’occasione non rituale: il Quirinale non è per nulla soddisfatto della situazione, vorrebbe uno sforzo da parte di Prodi per assicurare intese bipartisan, che invece il diretto interessato osteggia.
Ma ciò che davvero preoccupa il governo, e ne mette a repentaglio la durata, sono le previsioni economiche per il 2008, tutte improntate al pessimismo. La crescita del Pil è stata ridimensionata ben al di sotto del 2 per cento, i tesoretti fiscali di quest’anno diverranno un ricordo, insomma non ci saranno torte da spartire. Ed il malumore sociale per la perdita di potere d’acquisto potrebbe risultare determinante. Una situazione, prevedono molti, simile a quella tedesca di un paio d’anni fa; difficile, anzi impossibile da gestire con governi rissosi e maggioranze ridotte all’osso. La Germania ne sta uscendo grazie ad un’alleanza tra democrtistiani e socialdemocratici, ed alla tenacia di Angela Merkel. Formule che al momento appaiono improbabili per l’Italia.
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di Daniele Martini
Con una mano do e con l’altra riprendo, possibilmente con gli interessi. Si ispira a questo elementare criterio di condotta la politica per la casa del governo di Romano Prodi. Mercoledì 7 novembre al Senato era il momento dell’elargizione: la maggioranza ha votato l’articolo della Legge finanziaria con cui viene ridotta l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili, provvedimento voluto con tenacia dal vicepremier Francesco Rutelli e visto fino all’ultimo come il fumo negli occhi dall’associazione dei comuni (Anci).
La detrazione sulla prima casa è stata in pratica raddoppiata, tanto che al momento del pagamento Ici 2008 i proprietari potranno usufruire di uno sgravio fino a un massimo di 200 euro (finora erano 103). Non è roba da poco né per i contribuenti né per i comuni, che proprio con l’incasso dell’imposta sugli immobili (10 miliardi di euro l’anno in totale) tengono in piedi i loro bilanci. E non è un’inezia nemmeno per lo Stato centrale, che in un momento di ristrettezze finanziarie si impegna a coprire direttamente i minori gettiti locali attraverso la fiscalità generale.
A ben vedere, in mezzo a tanto miele, la maggioranza ha voluto inserire una punta di veleno escludendo dal beneficio delle detrazioni le abitazioni di lusso, operazione per certi versi ragionevole, ma finendo per considerare lussuose anche le case classificate A1 che spesso sono solo di tipo signorile, e ignorando un decreto legge specifico per la corretta individuazione delle dimore super.
Chiusa la votazione Ici, però, il governo ha immediatamente abbandonato la linea della prodigalità per tornare sulla strada consueta della spremitura, che per quanto riguarda gli immobili si basa su tre punti. Primo: la revisione degli estimi catastali affidata ai comuni, operazione che secondo un accurato studio della Confedilizia sulle scelte di 105 capoluoghi di provincia è il presupposto di una futura stangata. Secondo: la possibilità che grazie a questa revisione il catasto italiano sia radicalmente trasformato da reddituale in patrimoniale. E infine la mancata incentivazione fiscale a favore del sistema degli affitti.
L’operazione catasto del governo sta passando alla fase finale, ma procede come uno schiacciasassi da mesi con la maggioranza tutta intenta a camuffarne i contenuti sostenendo che avverrà a parità di gettito, cioè senza un aggravio per i contribuenti. Una buona intenzione che cozza con la natura stessa della manovra imperniata sul trasferimento del potere di imposizione dal centro a una miriade di soggetti periferici. L’idea di fondo è proprio quella di passare le funzioni catastali ai comuni lasciando che siano questi ultimi a scegliere in prima battuta se accettarle o meno e una volta ottenuta risposta affermativa concedendo agli enti locali una seconda possibilità di scelta sulla base di tre opzioni. Le prime due opzioni, A e B, consentono ai comuni di trattare le pratiche e collaborare con lo Stato, in particolare l’Agenzia del territorio, alla determinazione finale degli estimi; l’opzione C introduce, invece, uno sconvolgimento nel sistema in quanto sottrae totalmente allo Stato centrale la fissazione degli estimi per concederla agli enti locali.
Non è una differenza da poco perché in questo modo alle città viene lasciata carta bianca non solo per le aliquote, così come già oggi avviene sulla base di minimi e massimi imposti dallo Stato, ma anche per la determinazione della base imponibile. Il governo, in pratica, mentre da una parte abbassa l’Ici dall’altra spinge i comuni ad aumentarla. Le entrate di moltissime città dipendono in larga misura dagli immobili, in alcuni casi più del 50 per cento del gettito comunale complessivo proviene proprio da lì. È quindi ovvio che gli enti locali, pressati dalle ristrettezze e tentati dalla possibilità di migliorare i conti, alla fine cedano alla tentazione modellando l’imposta a loro uso e consumo, considerando l’Ici come un bancomat e infilandosi in un conflitto di interessi di proporzioni gigantesche.

A rimetterci saranno, inevitabilmente, i proprietari di case. Su 105 comuni capoluogo interpellati dalla Confedilizia, 82 hanno scelto di assumere le funzioni catastali e più della metà, con una popolazione di circa 9,5 milioni di abitanti (il 72 per cento del totale), hanno puntato sull’opzione estrema e dal loro punto di vista favorevole. Tra questi Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Cagliari, Verona.
Il trasferimento a livello locale della determinazione degli estimi, inoltre, conferisce ai comuni il potere costituzionalmente dubbio di poter incidere anche su tasse statali come quella di registro, di successione e sulle donazioni. Mentre tutto ciò avanza, procede inesorabile anche il tentativo di trasformare il catasto da reddituale a patrimoniale in base a un disegno di legge momentaneamente accantonato per dare la precedenza alla Finanziaria, ma che sarà ripreso al più presto.
Il terzo punto dell’approccio governativo alla casa riguarda gli affitti, praticamente dimenticati proprio nel momento in cui la crisi dei subprime americani, cioè dei mutui immobiliari concessi con manica larghissima a milioni di famiglie, allunga ombre inquietanti anche sui prestiti accordati in Italia, soprattutto quelli a tasso variabile. Negli Stati Uniti si calcola siano addirittura 5 milioni le famiglie costrette a rinunciare all’acquisto di un’abitazione per ripiegare sull’affitto; da noi i casi sono più limitati, secondo un rapporto Nomisma 300 mila famiglie sarebbero a rischio insolvenza, ma il fenomeno è del tutto simile.
Per il governo, però, è come se niente fosse successo. Dopo aver strologato per mesi sull’opportunità dell’introduzione di una cedolare secca sui redditi da locazione, cioè sugli incassi degli affitti, arrivata al dunque la maggioranza ha fatto cadere la proposta. La decisione è stata considerata così inopportuna dai rappresentanti dei proprietari di case che 24 organizzazioni del settore, dall’Unioncasa alla Confedilizia, dall’Associazione dei piccoli proprietari alla Federazione degli agenti immobiliari, spesso in polemica tra loro, questa volta hanno protestato con un comunicato comune fatto pubblicare come avviso a pagamento su molti quotidiani: “Perché ritorni l’affitto, con conseguente calmiere dei canoni” hanno scritto “deve ritornare la redditività dell’affitto, oggi azzerata dall’imposizione fiscale, locale ed erariale”.
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di Stefano Vespa
La manutenzione dei mezzi e l’addestramento degli uomini scendono pericolosamente di livello, l’efficienza e la capacità operativa si riducono e di questo passo l’Italia non potrà più contribuire ai livelli attuali (in qualità e quantità) alle missioni. Con la Legge finanziaria 2008 torna una domanda: che ruolo si vuole che abbia l’Italia? L’allarme è arrivato dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, illustrando gli stanziamenti alla commissione Difesa del Senato. Nella scorsa legislatura i tagli sono stati pesanti, in quella attuale sono stati inferiori, ma sempre tali da mettere in difficoltà le Forze armate.
Vediamo i numeri. Alla Funzione difesa (Esercito, Marina e Aeronautica) sono destinati 15,223 miliardi, il 5,4 per cento in più dell’anno scorso. Il costo del personale però sfiora il 60 per cento, agli investimenti tocca il 23,84 e all’esercizio appena il 16,52 per cento. Inoltre, l’accantonamento di risorse previsto dalla Finanziaria 2007 per il contenimento della spesa riduce i fondi effettivamente disponibili.
Esercizio significa manutenzione e addestramento. Spiega il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore dell’Aeronautica: “Un pilota deve addestrarsi almeno 150 ore l’anno, in ogni caso mai sotto le 120 ore. Con questi fondi, per consentire ad altri di addestrarsi al meglio, qualcuno resterà a terra, sarà costretto a un nuovo ciclo addestrativo e alla fine ci costerà di più”.
La Nota aggiuntiva allo stato di previsione per il 2008 è un allarme continuo. L’Esercito vedrà ulteriormente penalizzata “l’efficienza operativa e la qualità della vita del personale” e “si renderà estremamente difficile poter garantire tutti gli impegni assunti” a livello internazionale. Per la Marina non si frenerà il “decadimento” dei mezzi, delle infrastrutture “e dello stesso fattore umano”. Nella Nota i bilanci degli ultimi anni sono paragonati a quello del 2004: la voce Esercizio per il 2008 è in calo del 31,2 per cento rispetto a quattro anni fa, anche se meno del 2006 e del 2007.

Gli investimenti fanno venire l’orticaria alla sinistra radicale, ma i mezzi vanno rinnovati (con piani pluriennali). Così, tra l’altro, vengono rifinanziati cingolati e blindati dell’Esercito; la portaerei Cavour e le fregate Orizzonte e Fremm della Marina; Eurofighter, F16, Jsf, C130J ed elicotteri dell’Aeronautica.
Non se la passano bene nemmeno i Carabinieri (Funzione sicurezza): 5,358 miliardi di cui il 93,2 per cento per il personale e solo lo 0,2 (116 milioni) per investimenti, nonostante la necessità di rinnovare autovetture ed elicotteri. “Professionalmente siamo al livello dei più importanti paesi europei” rileva il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri (Ds). “Per mantenere questo standard, però, occorrono scelte sia politiche sia finanziarie: il modello di difesa più snello verso cui stiamo andando costa inizialmente. Inoltre, bisogna capire se vogliamo mantenere il ruolo e le ambizioni internazionali attuali”.
Più snello significa più efficiente: ci sono troppi marescialli e pochi sergenti e volontari di truppa. Mancano soldi per lo scivolo pensionistico degli esuberi né si agevola il passaggio ad altre amministrazioni “che dev’essere volontario” ribadisce il generale Domenico Rossi, presidente del Cocer Difesa (l’organo di rappresentanza). Il quale batte cassa: “Sul patto per la sicurezza c’è una grave mancanza di risorse per il rinnovo contrattuale del biennio 2008-2009″. D’accordo che i militari non scioperano, però…
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Le prime reazioni non portano bene. “Ci lascino governare”, dice Romano Prodi. “Ci lascino lavorare” gli fa da spalla Piero Fassino, ancora per poco segretario Ds. Ricorda qualcosa? Ma sì, il famoso “non ci hanno lasciato governare” di Silvio Berlusconi nel ‘95, dopo il ribaltone della Lega, il governo Dini e poco prima della sconfitta del 1996.
Stavolta a non “far lavorare” Prodi & Co. non è però l’opposizione né qualche manovra di palazzo (anche se il premier le teme), ma la Commissione europea, la Banca d’Italia, la Corte dei conti. Tre bocciature della Finanziaria in rapida successione. Ieri il commissario Ue all’Economia, Joaquín Almunia: “L’Italia non fa nulla per il suo debito pubblico, che è insostenibile e il più alto d’Europa”. Oggi Mario Draghi, governatore di Bankitalia: “La Finanziaria è modesta, non frena la spesa pubblica, e crea molti problemi anche con lo sconto sull’Ici, che mette in discussione l’autonomia dei comuni. Sarebbe stato meglio agire direttamente sulle imposte dirette, cominciando ad eliminare il fiscal drag, ciò che si paga di più di tasse per il solo effetto dell’inflazione”. A stretto giro la Corte dei conti: “Siamo perplessi e preoccupati, la manovra non affronta i problemi veri, anzi rischia di complicarli”. Proprio nel giorno in cui Prodi effettua il forcing finale sull’estrema sinistra per convincerla a non votare, nel consiglio dei ministri di venerdì 12, contro il protocollo sul welfare (”Almeno astenetevi”), e mentre sta per nascere il Partito democratico, il governo vede evaporare anzitempo gli effetti di una manovra che doveva essere di rilancio, anche sul piano elettorale. Già, il Pd.
I due “soci fondatori”, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, difendono la Finanziaria con poca o nulla convinzione. Soprattutto Veltroni, che sposa sempre più la linea del rigore, dei tagli alla spesa e della riduzione fiscale, anche a costo di rompere con l’estrema sinistra. Prodi è sempre più insospettitto dalla sterzata veltroniana, teme che nei prossimi mesi diventi una spina nel fianco del governo. E d’altra parte l’unica direzione nella quale il futuro segretario del Pd può andare, se vuole tentare di riconquistare un po’ di consensi al centro, è quella opposta rispetto a Romano Prodi: staccarsi dal vincolo e dalle eterne mediazioni con la sinistra radicale. Non saranno settimane facili, le prossime, per il governo. Probabilmente la manovra economica passerà, ma dopo la maxistangata del 2007 perfino la “Finanziaria leggera e di equità” del 2008 rischia di far perdere altri consensi. Altro che “lasciateci lavorare”.
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Passi per Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della sera, che Romano Prodi considera ormai un critico per partito preso. Passi anche per Mario Monti, che il sospettosissimo premier ha da tempo inserito nella lista di quelli che vogliono soffiargli il posto alla guida di un governo tecnico o di transizione.
Ma quando ha letto la stroncatura della Finanziaria di Tito Boeri (che oggi con ben due interventi su La Stampa e la Repubblica polemizza anche con Padoa-Schioppa sulle misure per “mandare fuori casa i bamboccioni”) e Pietro Garibaldi sul sito lavoce.info, il presidente del Consiglio, con il suo staff, ha dato la stura ai sospetti. Prodi considera infatti Boeri vicino a Walter Veltroni e pensa da un po’ che il sindaco di Roma si stia unendo a quanti mirano alle elezioni nel 2008.
Un esempio del feeling Veltroni-Boeri? La proposta lanciata a metà settembre dall’economista e dall’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, di un contratto di tre anni per i giovani senza le garanzie sindacali dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Idea giudicata “molto suggestiva” da Veltroni, e simile al contratto d’ingresso di molti paesi europei. Ma che Prodi ha visto come una trappola lanciata in mezzo alla trattativa sul welfare con l’estrema sinistra e i sindacati. Sospetti che in Prodi hanno raggiunto il livello di certezza quando il sindaco di Roma ha annunciato di volere nella propria squadra economisti della sinistra riformista come Nicola Rossi, Stefano Ceccanti e, appunto, Boeri.

Ma che cosa hanno scritto i due professori? Certo non ci sono andati leggeri: “Questa Finanziaria peggiorerà e non di poco i conti pubblici”; “l’aggiustamento viene rinviato al 2009-2011: dobbiamo crederci?”; “anche se il provvedimento a favore delle famiglie più deboli può essere opportuno, è ipocrita classificarlo come riduzione di tasse. Si tratta di un aumento di spesa”; “sono stati concessi 9 miliardi a Lazio, Campania e Sicilia per onorare gli sforamenti nella sanità, ripagabili in 30 anni (sì, proprio 30!”.
E via demolendo. Si tratta delle stesse osservazioni di grandi agenzie di rating, Moody’s e Ficht, che hanno definito la Finanziaria “deludente o nulla per i tagli alla spesa pubblica”. Apprezzamenti invece da Financial Times e Wall Street Journal. Forse Veltroni non è ancora riuscito ad arruolare i due quotidiani anglosassoni?